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Ambleto

AMBLETO

Dramma per musica.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.

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Libretto di Apostolo ZENO, Pietro PARIATI.
Musica di Francesco GASPARINI.

Prima esecuzione: 16 gennaio 1706, Venezia.


Attori:

AMBLETO erede legittimo del regno, amante di Veremonda

soprano

VEREMONDA principessa di Allanda, amante di Ambleto

soprano

FENGONE tiranno di Danimarca

tenore

GERILDA moglie di Fengone, e madre di Ambleto

soprano

ILDEGARDE principessa danese

soprano

VALDEMARO generale del regno

contralto

SIFFRIDO confidente di Fengone, e capitano delle guardie reali

contralto






Eccellenza

Sono così abbondanti le grazie, con le quali vostra eccellenza si degna di qualificare il nostro rispetto, che ormai diventa nostro rimorso ciò che finora ci servì di vantaggio, e non potendo noi retribuirle cosa che sia ad esse proporzionata, abbiamo quasi più volte desiderato che fosse ella men generosa nell'impartircele, perché noi fossimo meno confusi nell'impotenza di corrispondere alle medesime. Ma perché né dobbiamo mortificarci di ciò che ridonda in fregio del magnanimo di lei cuore, né sofferire che la benignissima sua protezione rimanga più lungamente senza qualche pubblica testimonianza della nostra umilissima gratitudine, mossi da pari ragioni, siamo concorsi nel conforme sentimento di consacrare al nome autorevole dell'e. v. il dramma presente, e di supplicarla ad aggradirne l'offerta, debole sì, ma sincera. In quest'atto non creda ella che noi pensiamo a diffalcare alcuna minima porzione de' nostri comuni doveri; anzi è nostro voto di accrescerli con ottenere il singolar beneficio di un clementissimo patrocinio alle nostre fatiche. Egli è assai noto al mondo che il chiarissimo sangue, la famiglia gloriosa, e la persona istessa di v. e. è superiore a qualsivoglia applauso: onde riesce anche manifesto che nel chiamarla ad invigorire con la sua assistenza la nostra fiacchezza, non vi ha parte né la illustre sua nascita, né 'l singolare suo merito; ma tutto ben sì l'interesse è del nostro credito che ricorre per appoggio alla di lei autorità riverita. Piaccia così all'e. v. di perdonare all'ardimento di tale speranza; ed accogliendo in questo ufficio un mero tributo della nostra ossequiosa riconoscenza, ci permetta che in esso comparisca l'obbligo ed il titolo col quale ci protestiamo

di v. e.

umiliss.mi divotiss.mi ed obblig.mi ser.ri

N.N.

Argomento

Orvendillo, re di Danimarca, da Fengone che men di ogni altro il dovea, a tradimento fu ucciso. Il traditore occupò la corona, e mancando di fede ad Ildegarde, principessa danese, con cui per l'addietro passava amori, sposò a forza la regina Gerilda moglie di Orvendillo, e madre di Ambleto, il quale non sapendo come fuggire la morte che gli preparava il tiranno, si finse pazzo. Sospettò questi del vero, e tentò vari mezzi per assicurare i suoi dubbi. Fra le molte prove che egli ne fece, eccone le tre principali.

La prima fu di scegliere una bellezza delle più singolari che fossero nella sua corte, dando ordine che questa fosse condotta nel più folto di un bosco, dove Ambleto era solito a ritirarsi, con animo che alla veduta di questa fosse egli per dar qualche segno di sua finzione: del che dovevano esservi testimoni in quella selva nascosti. Fingesi che l'ordine ne fosse dato a Veremonda, principessa di Allanda, amata dal principe durante la vita del padre, e promessagli in isposa, la quale dopo la morte del re Orvendillo ritiratasi ne' suoi stati aveva mossa guerra al tiranno; ma vinta e presa da Valdemaro generale di Danimarca, era stata da lui che n'era divenuto amante, condotta come in trionfo alla corte.

Svanito il primo disegno, poiché Ambleto cautamente avvertito, che vi era chi lo ascoltava, continuò ne' suoi finti deliri, si venne al secondo esperimento, che fu con la regina sua madre. Simulò Fengone di voler imprendere un viaggio lontano; e lasciata la reggenza dello stato a Gerilda, fece nelle stanze di questa nascondere un suo fidato, perché notasse i ragionamenti del figliolo con la madre, che probabilmente ve lo avrebbe fatto condurre per desiderio di vederlo e di abbracciarlo, il che per altro non le veniva permesso. Anche questo artificio andò a vuoto. Il principe avvisato di ogni cosa (fingesi da Siffrido consigliere in apparenza fidatissimo di Fengone, ma internamente suo capitale nemico) entrò nella camera della madre, e mostrando in prima di non conoscerla, qua e là raggirandosi per rinvenire il nemico nascosto, e finalmente scopertolo, con più ferite l'uccise. Indi conoscendo che poteva parlare con sicurezza, rivoltosi alla regina, le manifestò senz'altra finzione il suo animo, e rinfacciandole la sua sofferenza, la trasse agevolmente ne' suoi sentimenti.

L'ultima prova fu nelle allegrezze di un convito. Il tiranno che meditava di ubriacare il principe per iscoprirne l'interno col vino, restò da lui medesimo con una bevanda alloppiato, e per ordine di Ambleto fu poco dopo in pena de' suoi tradimenti fatto morire.

Tanto riferisce Saffone Gramatico, antico scrittore danese, e dopo lui ne raccontano il fatto il Pontano, e 'l Meursio nelle loro Storie di Danimarca. La scena si rappresenta in Letra, antica residenza de' monarchi danesi, della quale oggidì non ci è rimasto vestigio.

Non paia strano ad alcuno che vi si nomini qualche deità de' greci col vocabolo greco. I danesi, durante il loro gentilesimo, le avevano pure in venerazione, benché con diverso nome. Poiché Giove presso di loro chiamavasi Toro. Marte appellavasi Odino, ecc. Del che si possono consultare Tommaso Bartolini il giovane, Olao Vormio, ed altri scrittori settentrionali. Qui si è stimato bene servirsi del nome più conosciuto per più chiarezza, e per isfuggire la confusione di vocaboli così strani.

Atto primo
Scena prima

Portici interni della reggia.
Fengone assalito da Sicari, e Gerilda da un altro lato con Guardie.

FENGONE

Ah traditori! Olà, custodi, aita.

GERILDA

Al vostro re? Felloni,

vi costerà la vita.

FENGONE

Inseguitegli, o fidi, e nel lor capo

recatemi un trofeo del valor vostro.

Per te vivo, o consorte.

GERILDA

(Iniquo mostro.)

FENGONE

Tanto deggio al tuo amor.

GERILDA

Di' al mio dovere:

che in me trovi la moglie, e non l'amante.

FENGONE

Sposa di un anno ancor nemica?

GERILDA

Ancora

l'ombra vien di Orvendillo, il morto sposo

a turbar nel tuo letto i miei riposi.

Quel che stringi, ei mi dice,

è 'l carnefice mio. Queste ferite

opre son del suo braccio,

e se no 'l vieta il cielo,

quel braccio istesso alza già il ferro, e in seno

già lo vibra di Ambleto, il caro figlio.

E tu, barbara madre, empia consorte,

e lo soffri? E lo abbracci? O dio! Dagli occhi

si dilegua frattanto

l'ombra col sonno, e sol vi resta il pianto.

FENGONE

Ah! Gerilda, Gerilda,

e quai sonni trar posso

se non di amor, di sicurezza almeno

a te nemica in seno?

GERILDA

Odi, Fengon. Son tua nemica, è vero.

Bramo il tuo sangue: bramo

la mia vendetta. Esser vorrei tuo inferno

per dare a me più furie, a te più doglie;

ma con tutto quest'odio io ti son moglie.

Nel tuo sen, crudel, vorrei

vendicare il mio dolor,

ma si oppone a' sdegni miei

questa fede che ti diede

la virtù, non mai l'amor.

Nel tuo sen, crudel, vorrei

vendicare il mio dolor.

Scena seconda

Fengone, e Siffrido.

SIFFRIDO

Grazie agli dèi. T'inchino

fuor di periglio, o re. (Perfida sorte!)

FENGONE

Di Gerilda l'amor mi tolse a morte.

SIFFRIDO

Ma qual duolo ancor serbi?

FENGONE

Goder poss'io con mille insidie al fianco?

SIFFRIDO

Del felice tuo impero

meglio intendi il destin. Vinta è l'Allanda.

FENGONE

Trofeo di Valdemaro, il duce invitto.

SIFFRIDO

Veremonda è tua schiava.

FENGONE

(Anch'io sua preda.)

SIFFRIDO

Ambleto è in tuo poter.

FENGONE

Pur ne pavento.

SIFFRIDO

Che puoi temer d'un forsennato? Han tolto

tante sciagure il senno all'infelice.

FENGONE

Fors'egli finge.

SIFFRIDO

È gelosia di regno.

FENGONE

Siffrido, un gran timore ha un grande ingegno.

Cada egli pur.

SIFFRIDO

Ch'ei cada?

Qual frutto avrai? D'odio, e d'infamia.

FENGONE

E ognora

dovrò temerne?

SIFFRIDO

I tuoi sospetti accerta.

FENGONE

Ma per qual via?

SIFFRIDO

Di Veremonda un tempo

non arse il prence?

FENGONE

(Anch'io ne avvampo.) È vero.

SIFFRIDO

Non gli è madre Gerilda?

FENGONE

De' suoi primi sponsali unico frutto.

SIFFRIDO

Può a fronte di beltade, o di natura

l'arte coprirsi? E se pur anche Ambleto

sforza gli affetti, e fa tacere il sangue,

fanne a mensa real l'ultima prova;

che fra le tazze il simular non giova.

FENGONE

Saggio consigli, e non si tardi l'opra.

Tosto la real caccia

vanne, amico, a dispor. Me chiama intanto

di Valdemaro il merto alla sua gloria.

SIFFRIDO

Già ferve al tuo destin sorte e vittoria.

FENGONE

Smanie di re geloso,

datevi un dì riposo,

stanche di più penar.

Schiavo di rio sospetto

son condannato, e affretto

me stesso a paventar.

Smanie di re geloso,

datevi un dì riposo,

stanche di più penar.

Scena terza

Siffrido, e poi Veremonda.

SIFFRIDO

Vanne, o crudel. Non sempre

la morte fuggirai ch'io ti preparo.

Al caro padre, ed al german diletto,

dall'odio tuo svenati,

questa vittima io deggio, e 'l fatal colpo...

Qui Veremonda? (Il suo dolor m'accora.)

VEREMONDA

Empia sorte, a me togliesti

e comando, e libertà,

ma non nasce il mio dolore

da miseria, o da catene.

Quel che piango, è un maggior bene,

già delizia dell'amore,

ora oggetto alla pietà.

Empia sorte, a me togliesti

e comando, e libertà.

SIFFRIDO

Principessa, al tuo pianto

fa ragione il mio duol.

VEREMONDA

La mia sciagura

comincio a meritar, se tu la piangi.

La pietà di un fellon giusta la rende.

SIFFRIDO

Ciò che par fellonia, sovente è fede.

VEREMONDA

Arte è d'anima rea finger virtude.

SIFFRIDO

Mal si giudica il cor sol dall'esterno.

VEREMONDA

Ma l'opre sono il testimon del core.

SIFFRIDO

Non muove il mio, che zelo, fede, e onore.

VEREMONDA

Del tuo ucciso monarca

rispettar l'uccisor: servir l'iniquo

distruttor della patria:

mirar dall'empio, e sofferirlo, e amarlo,

il regno desolato, e sin ridotto

alla miseria, o dio! degna ch'io sempre

l'accompagni col pianto, il regio erede.

Questo è onor? Questo è zelo? E questa è fé.

SIFFRIDO

È ver.

VEREMONDA

Parti. Usar teco

più lunga sofferenza.

O diventa mia colpa, o mio tormento.

SIFFRIDO

Credimi reo: mi assolverà l'evento.

Credimi, sì, qual vuoi,

perfido, e traditor: non ho discolpa.

Ma in mezzo agli odi tuoi

più sento il tuo dolor, che la mia colpa.

Scena quarta

Veremonda, e poi Ambleto con Ildegarde.

VEREMONDA

Il so. Non ha discolpa il tradimento.

Ed è lusinga... Ah! Che vegg'io?

ILDEGARDE

(ad Ambleto)

Che pensi?

AMBLETO

Vorrei saper...

ILDEGARDE

Che mai?

AMBLETO

Perché non piange

l'aurora in cielo, or ch'è prigione il sole.

ILDEGARDE

(Vezzose frenesie!)

VEREMONDA

(Pietoso oggetto!)

AMBLETO

Io vi conosco sì.

(ad Ildegarde)

Tu Clizia sei, che segui,

ma senza speme, intendi ben, di Apollo,

che non ti ascolta, i passi.

(a Veremonda)

Tu Citerea. Ravviso

in quel ciglio, in quel labbro Amore assiso.

ILDEGARDE

(Vaneggia, e m'innamora.)

VEREMONDA

(L'idea de' primi affetti ei serba ancora.)

Ambleto, ormai da pace...

AMBLETO

A chi favelli?

Quest'Ambleto dov'è? Dov'è?

ILDEGARDE

Tu 'l sei.

AMBLETO

Io Ambleto? E dov'è il padre?

Dove i vassalli? Veremonda? Il trono?

Ambleto è morto. Io l'ombra sol ne sono.

VEREMONDA

(Misero prence!)

ILDEGARDE

Dove te n' vai? Che cerchi?

AMBLETO

Cerco il cor che perdei.

ILDEGARDE

(Core di sì bel seno almen foss'io.)

VEREMONDA

(Tu non sei senza cor se tieni il mio.)

Ma quando lo smarristi?

AMBLETO

Allor che la mia pace a me fu tolta.

VEREMONDA

Chi te l' rapì?

ILDEGARDE

Chi la possiede?

AMBLETO

Ascolta.

A questi occhi giunse un dì

la bellezza con amor,

e per gli occhi in sen mi entrò.

Quando poi da me partì,

se ne uscì con essa il cor,

e l'amore vi restò!

ILDEGARDE

Dunque ancor sei amante?

AMBLETO

Ma dove, dov'è Ambleto?

Dov'è 'l mio cor?

(a Veremonda)

Forse in quel sen racchiuso?

No no: ch'egli è di neve,

e 'l mio povero core è tutto foco.

VEREMONDA

Mi struggo di pietade.

ILDEGARDE

(Ardo di amore.)

Veremonda, che tardi? A Valdemaro

nel suo nobil trionfo

la tua dimora il più bel fregio invola.

(Così col bel che adoro io resto sola.)

VEREMONDA

Si ubbidisca la sorte.

Le sventure di Ambleto

veder senza morir più non poss'io,

perché il duol ch'ei non sente, è dolor mio.

Nel furor de' suoi deliri

trovo ancor la sua beltà.

E l'affetto

dice a me che i miei sospiri

son di amor, non di pietà.

Scena quinta

Ildegarde, ed Ambleto.

ILDEGARDE

(Or si tenti il destin.) Prence.

AMBLETO

Non vedi?

Partito è 'l sol: tutto si oscura il giorno.

Deh! Nasconditi, fuggi.

ILDEGARDE

Almen...

AMBLETO

Vanne al destino, e di' che ormai

faccia spuntar quel giorno in cui si stia

col diadema real...

ILDEGARDE

Chi?

AMBLETO

La pazzia.

ILDEGARDE

Sentimi.

AMBLETO

Hai tu 'l mio scettro?

Hai tu 'l mio regno?

ILDEGARDE

In questo sen l'avrai.

AMBLETO

Incauta farfalletta,

l'ali perder potrai

se del tuo foco ai rai qui più ti aggiri.

ILDEGARDE

Sembran furie, e son grazie i suoi deliri.

Non so qual sia

maggior follia

o 'l danno della mente, o 'l mal d'amore;

so ben che uguali

son questi mali,

il viver senza senno, e senza core.

Scena sesta

Ambleto.

Questa sola mi resta, iniqui fati,

per le miserie mie strada infelice?

Ciò che sperar dovea

dalla madre, da' sudditi, dal sangue,

dal pudico amor mio, dal mio valore,

m'imponete ch'io deggia ad un inganno?

Pur se giova, si finga, e i giusti sdegni

copra follia, purché si viva e regni.

Stelle, voi che in ciel reggete

proteggete la mia speme.

Se placate

un dì mirate.

L'innocenza de' miei pianti,

già respira, e più non teme.

Scena settima

Piazza per gli spettacoli.
Valdemaro con Séguito, e poi Veremonda.

VALDEMARO

Tromba in campo, e spada in guerra

più non armi i suoi terrori.

Abbiam pace, abbiam vittoria.

Volto il ferro in miglior uso

sol le glebe apra alla terra,

e coltivi eterni allori,

Dania invitta, alla tua gloria.

VEREMONDA

Eccomi Valdemaro. A' tuoi trionfi

servano pur di Veremonda i ceppi.

Tuo pregio è ch'io li tragga, ed è mio vanto

trargli in trofeo senza viltà di pianto.

VALDEMARO

S'io per tuo scorno, o per mio fallo agli occhi

della Dania ti esponga, a te lo dica

quel rispettoso amor...

VEREMONDA

Di amor non parli

all'infelice beltà chi tal la rese.

VALDEMARO

Del nemico le offese

risarcirà l'amante.

VEREMONDA

Tardo è 'l riparo, e la cagion n'è vile.

VALDEMARO

Non condannar di tua beltà i trofei.

VEREMONDA

Se piacciono a un nemico,

son ribelli al mio cor sin gli occhi miei.

Scena ottava

Fengone con Guardie, e li suddetti.

FENGONE

Fra queste braccia, ed all'onor di questi

spettacoli di gioia

vieni, illustre campione, invitto duce.

Vincesti: eguale al merto

premio si dée. Tua sia la Falstria. È degno

che stringa scettro il difensor d'un regno.

VALDEMARO

Si è vinto, o gran monarca,

con l'armi tue, con la tua gloria. Pure

se qualche prezzo all'opra

vuoi conceder, signore, ecco i miei voti.

Suddita alle tue leggi

Falstria rimanga. In dono, od in mercede

sol si dia Veremonda alla mia fede.

FENGONE

Duce...

VEREMONDA

No. A Veremonda,

benché vinta, e cattiva,

si lasci in libertà ch'ella risponda.

La ragion che ti diero armi e fortuna

sulla mia vita, è tuo trofeo. Di questa,

Valdemaro, disponi. Io son tua spoglia,

ma che ingiusto tu voglia

stendere ancor sovra gli affetti miei

l'autorità della vittoria e 'l frutto,

soffri ch'io 'l dica, è tropp'orgoglio, o duce.

Libera ho l'alma, e in lei

le tue conquiste alcun poter non hanno.

Tu se' mio vincitor, se vuoi mia vita,

ma se pensi al mio cor, se' mio tiranno.

E tu, signor, che in fortunato impero

reggi la Dania, ed hai propizio il fato,

non ti abusar del suo favor. Sostieni

contro un superbo amor la mia costanza;

né soffrir che trionfi

sulle perdite mie l'altrui baldanza.

FENGONE

In me, vergine eccelsa,

non troverai, qual pensi, un re nemico.

Rasserena il bel volto, e tutto attendi

da un re che ti assicura. (E che ti adora.)

VALDEMARO

(Delusi affetti, e non morite ancora?)

FENGONE

Se alle tue brame, o duce,

Veremonda si oppone, il re ne assolvi:

pur non andrai senza mercé. Qui tosto

venga Ildegarde.

(a Veremonda)

Intanto

meco ti affidi.

VEREMONDA

O ciel! Deh! Col mio duolo

del trionfo il piacer non si funesti.

FENGONE

Tutto a te si conceda.

VEREMONDA

Nella mia

sfortunata prigionia

sospirando ti dimando

questa sola libertà.

Quando un'alma non è in calma,

piange solo

le ragioni del suo duolo,

e piangendo amar non sa.

Nella mia

sfortunata prigionia

sospirando ti dimando

questa sola libertà.

Scena nona

Fengone, Valdemaro, e poi Gerilda.

FENGONE

Vieni, o duce, agli onori.

VALDEMARO

(Meco piangete, o sfortunati amori.)

GERILDA

Fermati, o re.

FENGONE

Consorte.

GERILDA

A un sol passo che inoltri, avrai la morte.

FENGONE

Come?

VALDEMARO

Che?

GERILDA

Già ruina

la fatal pompa.

VALDEMARO

O precipizi orrendi!

GERILDA

E si apron tombe ove i trionfi attendi.

FENGONE

Ed è ver ch'io ti deggia...

GERILDA

La vita, sì, per mia sciagura, iniquo.

FENGONE

Ma chi l'inganno ordì? Come, o Gerilda

a te ne giunse il grido?

VALDEMARO

Parla, scuopri l'infido.

GERILDA

Si svelò il tradimento:

si taccia il traditor. Dir quel dovea

la moglie di Fengon. Tacer dée questo

la moglie di Orvendillo.

FENGONE

Chi mi lascia in timor, mi vuole in rischio.

GERILDA

Piacemi che principi

sin dalla mia pietà la mia vendetta.

FENGONE

Deh! Consorte diletta...

GERILDA

Addio. Rimanti

salvo per me, per me di vita incerto.

Prega gli dèi, che tutti

mi giungano all'orecchio i tuoi perigli:

che di me non avrai miglior difesa.

Ma ti vegliano ancora

tanti nemici, e tante insidie intorno,

che possibil non è la tua salvezza.

Stanno l'odio, e la morte alle tue soglie:

temi ciascun: sol non temer chi è moglie.

Scena decima

Fengone, Valdemaro, Ildegarde.

FENGONE

Duce, vedesti mai

più severo favor? Pietà più cruda?

VALDEMARO

Stupido resto, e temo.

ILDEGARDE

Qui per tuo cenno...

FENGONE

Bella.

ILDEGARDE

Tal parvi agli occhi tuoi,

quando...

FENGONE

Frena l'accuse. In Valdemaro

avrai chi risarcisca

l'infedeltà d'un re. Tu sei sua sposa.

Ti sorprende la gioia? In Ildegarde

duce avrai la mercé del tuo valore.

Ti confonde il piacer?

VALDEMARO

(Di sdegno avvampo.)

ILDEGARDE

A Valdemaro io sposa?

FENGONE

Sì: l'arte io so d'una beltà ritrosa.

ILDEGARDE

Del tradito amor mio

così compensi il danno?

FENGONE

Eh! Che i grandi in amor legge non hanno.

Or prepara Amor due dardi,

e se n' viene al vostro cor

e per darvi eguale ardor,

nel balen de' vostri sguardi

due facelle accende Amor.

Or prepara Amor due dardi.

Scena undicesima

Ildegarde, e Valdemaro.

ILDEGARDE

Vanne, o perfido, va'. Sentimi, o duce,

non è disprezzo no, non è rifiuto

il negarti la destra; è una ragione

del cor ch'è già perduto in altri lacci.

VALDEMARO

Con l'esempio del mio lodo il tuo core.

Ma dimmi: ami Fengone?

ILDEGARDE

Adoro Ambleto.

VALDEMARO

Segui ad amarlo. (Essa un rival mi toglie.)

Io Veremonda.

ILDEGARDE

Segui.

Segui, e spera mercé. Le sue catene

la renderan men fiera.

VALDEMARO

Ella troppo è crudele.

ILDEGARDE

Eh! Segui, e spera.

(parte)

VALDEMARO

La speme del nocchiero è in una stella;

e nella speme ha la sua stella Amore.

Se l'uno è abbandonato, ahi! Che procella!

Se l'altro è disperato, ahi! Che dolore!

Scena dodicesima

Parco reale.
Gerilda, e Siffrido.

SIFFRIDO

Due volte il fato estremo

pendé sul capo al regnator tiranno.

GERILDA

E due volte per me non cadde l'empio.

SIFFRIDO

Ma, regina, perché? Tu stessa al colpo

sproni la fede, e poi la man disarmi?

GERILDA

Chi sa oprar e tacer, può vendicarmi.

SIFFRIDO

Solo a Gerilda io confidai l'arcano.

GERILDA

Far che 'l sappia Gerilda, egli è un tradirlo.

SIFFRIDO

E una moglie regina

tacer potrà ciò ch'io tentai?

GERILDA

Ti affida.

Se la trama perì, l'autore n'è salvo.

SIFFRIDO

Ma non hai salvo il figlio,

cui dal trono sovrasta odio e periglio.

GERILDA

O dèi!

SIFFRIDO

Qui 'l re. Cela il tuo duol.

Scena tredicesima

Fengone con Séguito, e li suddetti.

FENGONE

Siffrido,

persiste ancor nel suo tacer Gerilda?

SIFFRIDO

Seco perduta è l'arte.

GERILDA

Piace, perché tua pena, a me me l'arcano.

SIFFRIDO

Comanda un re.

FENGONE

Prega un marito.

GERILDA

È vano.

FENGONE

Furor ti regge, tu ragion lo credi.

Ma poiché la salute

d'un fellone ti è a cuor, più che la mia,

ceda l'amor. L'esempio tuo si segua.

L'odio, il furor non si risparmi omai.

GERILDA

Ah! T'intendo, o tiranno.

FENGONE

Tu mi chiami tiranno, e tu mi fai.

GERILDA

Dove pensi ferirmi, il cor mi dice.

Moglie non temo, e temo genitrice.

Pur senti, io non impetro

lagrimosa al tuo piè che viva il figlio.

Ambleto, e se non basta,

pera anche il regno, anche Gerilda mora;

ma il carnefice tuo sia vivo ancora.

Minacciami, lusingami

con l'odio, o con l'amor. Saprò tacer.

Se vieni sposo amante,

dirò: non vo' goder

se barbaro regnante,

dirò: non so temer.

Minacciami, lusingami

con l'odio, o con l'amor. Saprò tacer.

Scena quattordicesima

Fengone, e Siffrido.

FENGONE

Qui, Siffrido, saprò, se Ambleto sia

o politico, o stolto.

Qui verrà Veremonda.

Tu parti. Un cauto amore

quand'ha chi osservi, ha i suoi riguardi, e tace.

SIFFRIDO

E beltà, quando è sola, è ancor più audace.

Scena quindicesima

Fengone, e poi Veremonda.

FENGONE

Viene la bella. O quale

mi si accende nel sen voglia amorosa!

Ma sinché rode il petto

tarlo di gelosia, taccia l'affetto.

VEREMONDA

Eccomi a' cenni tuoi.

FENGONE

Mia principessa,

(che a te non toglie il grado

chi ti tolse l'impero) a me chiedesti

di frenare il desio di Valdemaro.

Il feci, o bella.

VEREMONDA

E fu cortese il dono.

FENGONE

Per me non fosti al suo trionfo esposta

spettacolo infelice.

VEREMONDA

E fu dono gradito il mio contento.

FENGONE

Or di mia cortesia, de' doni miei

ti chieggo una mercé.

VEREMONDA

Giusta? L'avrai.

FENGONE

Ambleto già ti amò: tu pur l'amasti.

Vo' saper, s'ei sia folle, o s'ei s'infinga.

Già m'intendi. Con esso

rimanti in libertà. Lascia che sfoghi

senza contrasto il genio antico, o parli

in sua balia, qual parla altrui, da stolto.

VEREMONDA

Cieli!

FENGONE

Ei vien. Qui mi celo, e qui l'ascolto.

(si ritira)

Scena sedicesima

Ambleto da cacciatore, e Veremonda.

AMBLETO

Quante belve han queste selve,

tante furie ha questo petto.

VEREMONDA

Ch'io cospiri a tradir l'idolo mio?

AMBLETO

Tormentato, lacerato

sente il mal... Che vegg'io? Qui Veremonda?

VEREMONDA

(In sen palpita l'alma.)

AMBLETO

(Dopo tante tempeste ecco una calma.)

VEREMONDA

(Sfortunato cimento.)

AMBLETO

(Son pur solo, o speranze.)

VEREMONDA

(Ahi! Che far deggio?)

AMBLETO

Or le dirò che sol d'amor vaneggio.

O del mio cor fiamma innocente, e chiara

quest'è pur... ma che fia? Nemmeno un guardo?

VEREMONDA

(Mi fa ingegnosa il rischio suo.)

(scrive col dardo in terra)

AMBLETO

(Pur solo

mi veggio. A che tacer?)

VEREMONDA

(Leggesse almeno.)

AMBLETO

Eccoti al piè misero sì, ma sempre...

(E tuttavia mi sdegna?)

(guarda per la scena)

VEREMONDA

(Incauto ei cancellò le fide note:

ma le rinnovi il dardo. Amor mi aita.)

(torna a scrivere in terra col dardo)

AMBLETO

(Son perduto. Ma infida, e sorda, e ingrata

sappia quant'io l'adoro, e s'ella poi

pietà mi nega, e fede

qui se le mora al piede.)

Volgetevi pietose, o luci amate,

almeno a rimirar le mie ferite.

VEREMONDA

Io ti ho ferito? Mira

il ferro del mio dardo. Ei del tuo sangue

tinto non è.

AMBLETO

Che leggo? «Il re ti ascolta.»

(Intendo.) Lascia, sì, lascia, mia dèa,

ch'io baci un sì bel dardo.

VEREMONDA

(Amor mi arrise.)

AMBLETO

(Ma nel baciarlo ei mi addolcì le labbra.)

Dimmi: l'hai tu di nettare, o di miele

sparso, Cinzia gentil, Cinzia, mio nume.

VEREMONDA

Che favelli? Non vedi?

Son Veremonda, che Orvendillo un giorno...

AMBLETO

Che parli di Orvendillo?

Si cancelli un sì bel nome.

E dai faggi, e dalle rupi.

VEREMONDA

Perché?

AMBLETO

Perché? Me 'l divoraro i lupi.

VEREMONDA

(O cauto, o forsennato ei dice il vero.)

AMBLETO

Senti, Diana. Ha queste selve un mostro

fiero, e crudel, degno de' nostri dardi.

Tu mi reggi la destra, e a te divoto

ne recherò l'orrido teschio in voto.

VEREMONDA

Deliri, o prence.

AMBLETO

Taci. Ecco la fera

tra quelle frondi. O che bel colpo!

VEREMONDA

Ferma.

Scena diciassettesima

Fengone, e li suddetti.

FENGONE

Cotanto audace?

AMBLETO

E chi se' tu? Rispondi.

VEREMONDA

Il re. Che? No 'l conosci?

AMBLETO

Il re? Ah ah ah. Un satiro tu sei,

(guardati, bella dèa) crudo, e lascivo

nemico delle leggi, e degli dèi.

FENGONE

(Si avvalora il sospetto.)

AMBLETO

(L'ira qui può tradir la mia vendetta.)

VEREMONDA

Ambleto, ove te n' vai?

AMBLETO

Giove mi aspetta.

Quando io torni, voi vedrete

che il baleno, il lampo, il folgore

meco in terra io porterò.

Le tempeste, le comete

il terror, la strage, il fulmine,

e la morte in pugno avrò.

Quando io torni, voi vedrete

che il baleno, il lampo, il folgore

meco in terra io porterò.

Scena diciottesima

Fengone, e Veremonda.

FENGONE

(Sono anche incerto.) Il prence

forse delira, e 'l suo maggior delirio

fu 'l partir da voi, luci adorate.

VEREMONDA

A chi parli?

FENGONE

A' tuoi lumi, ed al tuo core.

VEREMONDA

Tiranno. O del mio nome

troppo debole virtù, se non spaventi

sì temerario ardire! Ardir tropp'empio,

se della mia virtude oltraggi il lume?

FENGONE

Empio no, no 'l chiamar. Chiamalo cieco,

perch'è un ardir d'amore.

VEREMONDA

E parli meco?

Tu re marito a Veremonda amori?

FENGONE

Non sono eterne al cor d'un re, mio bene,

d'Imeneo le catene.

Meglio intendi un dolce affetto,

e saprai che non ti offende.

Non è oltraggio, ma rispettoso

quel desio che in me si accende.

Meglio intendi un dolce affetto,

e saprai che non ti offende.

Scena diciannovesima

Veremonda.

A tante mie sciagure

si aggiungerà l'indegno amor d'un empio?

Ma si aggiunga. Del fato

vinsi tutto il furor. Vincasi ancora

tutto il poter di così rea baldanza,

ed abbia più trofei la mia costanza.

Quanto più gode

tra voi contenta,

o selve amene,

la pastorella.

Qui forza o frode

non la spaventa;

e col suo bene

d'amor favella.

Quanto più gode

tra voi contenta,

o selve amene,

la pastorella.

Atto secondo
Scena prima

Cortile segreto.
Fengone, e Siffrido.

FENGONE

Tanto seguì. L'arti deluse e i vezzi

di beltà lusinghiera.

SIFFRIDO

Pazzia già certa un fier rival ti toglie.

FENGONE

Eppur vive, Siffrido, il mio timore.

SIFFRIDO

Se ragion no 'l sostiene, è un timor lieve.

FENGONE

Basta che sia di re, perché sia grande.

SIFFRIDO

Deh! Lascia...

FENGONE

No: la madre

all'amante succeda.

Fingerò con Gerilda,

che ribelli al mio scettro abbiano i Cimbri

scosso il lor giogo. Io duce

uscirò al campo, e me lontano, ad essa

qui 'l supremo comando

concesso sia.

SIFFRIDO

Qual n'è il tuo fin.

FENGONE

La madre

vaga di dare al figlio i dolci amplessi,

farà condurlo alle sue stanze. Iroldo

della reggia custode, e a me fedele

starà ivi occulto ad osservarne i detti.

SIFFRIDO

E 'l vero intenderà de' tuoi sospetti.

FENGONE

Tu taci, e scorta il prence,

quando fia d'uopo, alla regina.

SIFFRIDO

Intesi.

(Ma delle trame avvertirò chi deggio.)

Scena seconda

Fengone, ed Ildegarde.

FENGONE

Venga Gerilda.

ILDEGARDE

In tale indugio, o sire,

la gloria d'inchinarti abbia Ildegarde.

FENGONE

Grata del nobil dono a me te n' vieni.

È Valdemaro il primo

duce dell'armi nostre.

ILDEGARDE

Il più forte guerrier, che stringa acciaro.

FENGONE

Ornamento del regno, amor del soglio.

ILDEGARDE

Sì: ma perdona, o sire...

FENGONE

Che?

ILDEGARDE

Con tutti i suoi fregi io non lo voglio.

FENGONE

Ildegarde, rifletti

che non son più tuo amante. Il tuo re sono.

ILDEGARDE

E ad un re che fu amante, io rendo il dono.

FENGONE

Se nuovo amor non ti avvampasse in seno,

non saresti sì audace.

ILDEGARDE

I tuoi spergiuri in libertà mi han posta.

FENGONE

Scuopri l'oggetto, e l'imeneo ne approvo.

ILDEGARDE

A chi già mi schernì, poss'io dar fede?

FENGONE

Scettro ancor non stringea chi a te la diede.

ILDEGARDE

Il crederti or mi giova. Adoro Ambleto.

FENGONE

Stravagante desio!

ILDEGARDE

Consola l'amor mio,

e lo lascia regnar sovra il mio core.

FENGONE

Compiacerti non posso, incauta amante.

ILDEGARDE

E la real tua fede?

FENGONE

Un re l'oblia, s'ella gli torna in danno.

ILDEGARDE

Dovea farmi più accorta il primo inganno.

Prestar fede a chi non l'ha,

alma mia,

tu lo vedi, è frenesia,

tu lo provi, è vanità.

Quando crede a un falso core,

è l'amore una follia,

è la speme una viltà.

Prestar fede a chi non l'ha,

alma mia,

tu lo vedi, è frenesia,

tu lo provi, è vanità.

Scena terza

Gerilda, e Fengone.

FENGONE

(Si lusinghi costei.) Teco, o Gerilda,

cospirano a' miei danni anche i vassalli.

Già la Cimbria rubella

m'obbliga all'armi. Io partirò. Tu sola

serba l'arcano. Oh folle

al par di quegl'infidi

mia facile conquista anche il tuo core!

GERILDA

Troppo fosti crudel per non averlo.

FENGONE

Regina, odiami pur: le insidie occulta,

né più strugga la man del core i voti.

Pur luci amorose,

benché disdegnose,

sì godo in mirarvi,

che ad onta di vostr'ire io voglio amarvi.

GERILDA

(Non s'irriti un amor che salva il figlio.)

Signor, meno di affetto io ti richiedo.

Lasciami l'odio mio con più innocenza.

FENGONE

Io parto. A te frattanto

tutto resti in balia l'alto comando.

Addio, diletta. È questo

l'ultimo forse. Io se cadrò fra l'armi,

tu sarai sola il mio pensiero estremo.

Felice me, se mi perdoni estinto,

e se di qualche fior questa, ch'io bacio,

candida mano, il freddo sasso adorna.

GERILDA

Va', pugna, vinci, e vincitor ritorna.

FENGONE

Sulla fronte giù cingo gli allori,

e felici ne prendo gli auspici,

luci care, dal vostro piacer.

Quegli sguardi che armate di amori,

per ferire dan l'armi, e l'ardire,

e per vincer l'esempio, e 'l poter.

Sulla fronte giù cingo gli allori,

e felici ne prendo gli auspici,

luci care, dal vostro piacer.

Scena quarta

Veremonda, e Gerilda.

VEREMONDA

Son comuni i miei torti anche a Gerilda.

Arde di me il tuo sposo.

GERILDA

Arde di te?

VEREMONDA

Nel vicin bosco ei stesso

scoprì l'ardor. Con quale orror, tu 'l pensa.

GERILDA

Tanto egli osò? Tu orror ne avesti?

VEREMONDA

Come

favellar può di amore un re marito

a vergine real senza oltraggiarla?

GERILDA

E tu la grave offesa a me confidi?

VEREMONDA

A te che sei consorte: a te che in lui

non ritrovi, lo so, che il tuo tiranno.

GERILDA

Non mi affligge il suo amor; piango il tuo inganno.

VEREMONDA

L'inganno mio?

GERILDA

Gerilda

non mai gli fu più cara.

VEREMONDA

E appunto un core

quando cerca tradir, finge più amore.

GERILDA

Eh! Veremonda, è l'uso,

sia senso, o bizzarria, d'alma regnante

questa mostrar sovranità d'affetto,

col parere incostante:

cercar più d'un diletto:

voler piacere a molte:

molte ancor lusingarne,

e poi sol una amarne.

VEREMONDA

Credi meno ad un empio, io ti consiglio.

GERILDA

Tu meno al tuo bel ciglio.

Hai bel vezzo, hai bel sembiante;

ma non sempre a labbro amante

déi dar fede, e lusingarti.

Facil cede alma che crede;

e più vinci in men fidarti

di chi giura di adorarti.

Hai bel vezzo, hai bel sembiante;

ma non sempre a labbro amante

déi dar fede, e lusingarti.

Scena quinta

Veremonda, e Valdemaro.

VEREMONDA

Troppo, troppo semplice Gerilda!

VALDEMARO

Veremonda, permetti

che teco l'amor mio...

VEREMONDA

Non mi offende il tuo amor: che non vi è donna,

credilo, sì, donna non vi è che irata

oda giammai d'onesto amante i voti,

ma 'l tuo col mio destino

vogliono ch'io sia crudele, e tu infelice.

Amo Ambleto. Sì, l'amo. Hai per rivale

un che nacque tuo re. Tu nel mio core

onora il di lui grado. Ha la tua fede,

ed ha la tua virtù questo dovere.

VALDEMARO

Ambleto?

VEREMONDA

Sì. Né basta

che tu sveni al suo nome i tuoi desiri;

convien che tu 'l difenda

in questo sen. Qui lo minaccia, o ardire!

E qui l'insidia il re con empia brama.

VALDEMARO

Il re?

VEREMONDA

Dillo tiranno, e tale ei mi ama.

Scena sesta

Ambleto, e li suddetti.

AMBLETO

(Che ascolto?)

VEREMONDA

Sì: l'iniquo mi ama, e questo

degli acerbi miei mali è 'l più funesto.

AMBLETO

(a Veremonda)

Flora, dimmi, sai tu l'aspra sventura

di quel bel giglio?

VEREMONDA

(O ciel, quanto è vezzoso!)

AMBLETO

(a Valdemaro)

E tu sai l'ardimento

di quella serpe?

VALDEMARO

O sfortunato prence!

AMBLETO

A me poc'anzi, a me

ne raccontò Zeffiro amico il caso.

Cinto di amiche rose un dì crescea,

bianco figlio dell'alba, un giglio ameno:

ed un'ape innocente in esso avea

riposo al volo, ed alimento al seno.

Quando una serpe, insidiosa, e rea

se gli accostò col suo crudel veleno,

e allor si udì fra 'l danno, e fra 'l periglio

pianger quell'ape, e sospirar quel giglio.

VEREMONDA

(Par che per me favelli.)

AMBLETO

Deh! Accorrete in difesa a fior sì vago.

VALDEMARO

(Seguir conviene i suoi deliri.) Taci,

che già fuggì l'infida serpe altrove.

AMBLETO

Ma torneravvi.

(a Veremonda)

Tu di acute spine

arma quel fiore, e 'l custodisci illeso.

VEREMONDA

Non temer.

AMBLETO

(a Valdemaro)

E se torna

il suo nemico, e tu col piè lo premi.

(M'intendesser così.)

VEREMONDA

(Quanto il compiango!)

VALDEMARO

Accheta il duol. Me in tua difesa avrai.

Ma concedi...

AMBLETO

(a Valdemaro)

Rimira,

qual s'erge al ciel denso vapor che oscura

di Febo i rai... (La gelosia mi uccide.)

VEREMONDA

(Tormentosi deliri!) Valdemaro,

alla tua gloria affido

l'onor mio, la mia pace, e mentre in essa

la mia salvezza bramo,

la tua virtude in mio soccorso io chiamo.

Non è sì fido al nido

dell'usignuolo il volo,

com'io son fida a te: ma non m'intendi.

Non è sì chiara, e bella

d'amore in ciel la stella,

com'è la fé, ch'è in me: ma no 'l comprendi.

Non è sì fido al nido

dell'usignuolo il volo,

com'io son fida a te: ma non m'intendi.

Scena settima

Ambleto, e Valdemaro.

VALDEMARO

In me che speri, amore?

AMBLETO

Amor nel petto

chiuso trattieni? Io vo' che spieghi i vanni

prima a' bei rai della mia diva, e poscia

meco venga a posar.

VALDEMARO

Dove?

AMBLETO

Sul trono.

VALDEMARO

Come?

AMBLETO

Non sai che il re de' cori io sono?

VALDEMARO

(Mi fa dolor benché rivale.) Io parto.

AMBLETO

Ferma. Dov'è il valore

della tua man? Vediamlo.

Di': non sei tu di questo ciel l'Atlante?

Così lo reggi? Di'. Così 'l difendi?

Ma questo che sospendi al nobil fianco

illustre arnese a te che serve?

VALDEMARO

È 'l brando,

strumento a' miei trionfi.

AMBLETO

Sì: lo veggio,

e di pianto, e di sangue

che sparse l'innocenza ancor fumante.

Vanne: e ad uso miglior da te s'impieghi.

Segui l'esempio mio.

Venga la clava, e si apparecchi intanto

de' mostri il sangue, e de' tiranni il pianto.

Vieni, e mira, come gira

dalla cima sino al fondo

sconcertato tutto il mondo.

Non lo voglio più così.

Di' a quel monte che si abbassi,

perché i passi m'impedì.

Non lo voglio più così.

Scena ottava

Valdemaro.

Valdemaro, che pensi?

Sei reo con Veremonda, allor che l'ami;

e più sei reo, se brami

da un risoluto ardir la sua difesa,

ma il lasciarla in periglio

non è della tua gloria,

non è dell'amor tuo saggio consiglio.

Sì, ti sente l'alma mia,

amorosa gelosia,

sì, t'ascolta questo cor.

E l'affetto,

che nel petto ancor si asconde,

ti risponde

con le voci dell'onor.

Sì, t'ascolta questo cor.

Scena nona

Sala negli appartamenti di Gerilda.
Gerilda, e poi Ambleto da guerriero.

GERILDA

Caro, adorato figlio,

non giungi ancor? Dacché mi trasse all'are

vittima più che sposa il fier regnante,

svelto dal sen mi fosti; e più non vidi

quel volto, o dio! sol mia delizia e gioia.

Vieni, diletto figlio...

AMBLETO

Su: qui tutto si accampi

l'esercito fatal dell'ire mie,

e giustizia, e ragion ne sieno i duci.

GERILDA

Viscere mie, mio sangue.

AMBLETO

E sangue io voglio.

(entra in una stanza)

GERILDA

Deh! Ferma, Ambleto. E non distrugge amore

que' fantasmi, quell'ombre

che gli offuscan la mente?

AMBLETO

Ov'è il nemico? Parla.

GERILDA

Nemico qui? Me non ravvisi, o figlio,

tua madre?

AMBLETO

A chi sei madre?

GERILDA

A te.

AMBLETO

Sei mia tiranna, e mia nemica.

(entra in un'altra stanza)

GERILDA

O deluse speranze!

O tradito conforto!

Empio destin!

AMBLETO

(di dentro)

Son morto.

GERILDA

Cieli! Che sarà mai?

(entra in una stanza)

AMBLETO

Fu verace Siffrido. Or vada, vada

quell'ombra scellerata

al tiranno crudel nunzia di morte.

GERILDA

Ahimè! Che fece? Iotemo...

l'ira del re. So che l'ucciso Iroldo

de' suoi fidi è 'l più caro.

AMBLETO

Seguasi la vendetta.

GERILDA

Mio caro figlio, in questo pianto almeno

non ravvisi il mio core?

La madre non ravvisi?

AMBLETO

Non ti ravviso no. Madre ad Ambleto,

consorte ad Orvendillo era Gerilda.

Era in lei fede, era onestà, e virtude.

Ma ti d'allor che al fianco

dell'empio usurpatore

macchiasti il regio letto, e di Orvendillo

la memoria tradisti, altro non sei

che adultera per lui, per me matrigna.

Smarrite or son le tue sembianze, e teco

sul trono ancor di regia morte intriso

regna il vizio, e l'orror. Non ti ravviso.

GERILDA

O me infelice! È vero,

è vero pur che non sia stolto il figlio?

AMBLETO

O dèi! Così lo fossi:

che mi torria questa sciagura almeno

al senso de' miei mali, e de' tuoi scorni.

GERILDA

Vieni, o viscere care, al sen materno...

AMBLETO

Addietro, o donna. Amplessi

comuni ad un fellone a me tu porgi?

A me stendi quel labbro

che già stancar di un parricida i baci?

Va', misera, e li serba a chi già infama

il tuo soglio, il tuo letto, e la tua fama.

GERILDA

M'avea il piacer finora

a' rimproveri tuoi chiuso l'udito.

Ma già 'l silenzio è stupidezza. Ascolta.

AMBLETO

Che dir porrai, che te più rea non mostri?

GERILDA

Dirò. Che quant'io debbi,

diedi al tuo genitor...

AMBLETO

L'urna reale

a' novelli imenei cangiando in ara?

GERILDA

Ah! che vi andai costretta. Io donna, e sola

che far potea col regnator lascivo?

AMBLETO

Pria che ceder, morir.

GERILDA

Ma con qual ferro?

AMBLETO

Può mancar mai la morte a un generoso?

GERILDA

Manca anche questa, o figlio,

in corte di un tiranno, allor ch'è dono.

AMBLETO

E chi potea sforzarti ad abbracciarlo?

GERILDA

Pria che sua moglie, esser dovea sua preda

e lui drudo soffrir pria che marito?

AMBLETO

Dovevi almen fra primi sonni immerso

nel talamo real lasciarlo esangue.

GERILDA

Ahimè! Gerilda allora era sua moglie.

AMBLETO

Anzi più che sua moglie era sua amante.

GERILDA

Giuro agli dèi...

AMBLETO

Spergiura,

siati pur caro il tuo novel consorte.

Soffri che ombra dolente, e invendicata

sulle sponde di Stige erri Orvendillo,

e che gema la patria

sotto il duro comando; e se non basta

che vittima di stato a piè ti cada

quel che chiami tuo figlio iniqua madre.

Dopo tutto anche soffri,

che regina ti esigli,

che moglie ti ripudi il re spietato.

Questo forse n'è 'l giorno, e 'l favor solo

che dal tiranno attendo,

del tuo ripudio è 'l disonore, e 'l duolo.

Della vendetta il fulmine

sovra di te cadrà.

Regina senza regno,

consorte senza sposo,

non so se a riso, o a sdegno

ognun ti additerà.

Scena decima

Siffrido, e li suddetti.

SIFFRIDO

Ah! Regina.

GERILDA

Che fia?

SIFFRIDO

Veremonda è rapita, e Valdemaro

audace la rapì.

AMBLETO

Cieli.

GERILDA

(Che sento?)

SIFFRIDO

Già son fuor della reggia,

ed ei la tragge al vicin campo.

AMBLETO

(Iniquo!)

SIFFRIDO

Non lasciar che impunito...

AMBLETO

Non più, non più. (L'orme ne seguo.) Udite.

(Ho nel cuor la gelosia.)

(a Siffrido)

Tu nel sen la fedeltà.

(a Gerilda)

Della vendetta il fulmine

sovra di te cadrà.

Scena undicesima

Gerilda, e Siffrido.

GERILDA

Siffrido, io son perduta. Ambleto uccise

poc'anzi Iroldo. Ei colà giace.

SIFFRIDO

Il vidi.

GERILDA

E nelle piaghe sue teme la madre.

SIFFRIDO

Al difetto del senno

il perdono real facile io spero.

Non paventar. Avrai per la sua vita

da' prieghi tuoi, dalla mia fede aita.

GERILDA

Farò, che sul ciglio

favelli il mio pianto,

sintanto che il figlio

si renda al mio cor.

E tenero oggetto

farò del rigor

di sposa l'affetto,

di madre l'amor.

Farò, che sul ciglio

favelli il mio pianto,

sintanto che il figlio

si renda al mio cor.

Scena dodicesima

Siffrido.

M'intese il prence. Egli d'Iroldo in petto

del senno, e del valor scolpì le prove.

Per servir al mio sdegno a lui si serva.

Così quest'alma aspetta

dalla sua fedeltà la sua vendetta.

Allo scettro, al regno, al soglio

l'innocenza tornerà.

E cadrà

sotto il peso del suo orgoglio

atterrata l'impietà.

Allo scettro, al regno, al soglio

l'innocenza tornerà.

Scena tredicesima

Sobborghi con tende in lontano.
Veremonda, e Valdemaro con Séguito.

VEREMONDA

Qual, duce, è 'l tuo pensier? Dove mi guidi?

Già comincio a temer qualche tua colpa.

VALDEMARO

Altra colpa non ho che l'amor mio.

VEREMONDA

Fuor delle mura, e cinta

da' tuoi soldati? Intendo. Valdemaro

il tuo credei soccorso, ed è rapina.

VALDEMARO

Anche questa rapina è tuo soccorso.

VEREMONDA

Ambo ci guida al disonore un ratto.

VALDEMARO

Questa è la via che sola

ti salva da un tiranno.

VEREMONDA

Espormi a un mal peggior quest'è salvarmi?

VALDEMARO

Con fronte più serena

riedi alla libertà, riedi al tuo soglio.

Quel che lasci è prigion. Quel dove vieni

è campo amico. Io duce

lo moverò, riparator dei mali,

le tue province a liberar dal giogo.

VEREMONDA

(Che resti Ambleto? E ch'io

segua altro amante? Esser non può, cor mio.)

Valdemaro, vo' farti

questa giustizia. In te stimar che un ratto

sia pietà, non amor: virtù, non senso.

Ma basta ad offuscar limpido onore

un sospetto d'error, non che un errore.

VALDEMARO

E quell'onor, se resti, è in più periglio.

VEREMONDA

Sii tu meco in difesa, e no 'l pavento.

VALDEMARO

Che far posso, se resto?

VEREMONDA

Hai forze, hai core

per ripormi sul trono, e non l'avrai

per cacciarne un fellon?

VALDEMARO

Nella sua reggia

troppo è forte il tiranno, e 'l popol vile

avvezzo a tollerar, l'odia, ma 'l teme.

Combatterlo da lungi è più sicuro.

VEREMONDA

Va' dunque. Anch'io da lungi

applaudirò de' tuoi trionfi al grido.

VALDEMARO

Nulla temer da un generoso amore.

VEREMONDA

Meno amor ti richiedo, e più virtute.

VALDEMARO

Perder qui tempo è un trascurar salute.

VEREMONDA

Ah! Vile. Anche la forza? È questo, è questo

il generoso amor, di cui ti vanti?

VALDEMARO

Resisti invan.

VEREMONDA

Crudele,

vuoi pianti e prieghi? Eccoti prieghi, e pianti.

Tu miri le mie lagrime,

e non le sente il cor? Crudel! Così?

In te dov'è la fé?

Che fa la tua pietà? Rispondi. Di'.

Tu ammiri le mie lagrime,

e non le sente il cor? Crudel! Così?

VALDEMARO

Quasi ah! Quasi mi vinse un sì bel pianto.

Ma lasciarmi sedur saria fierezza.

Vieni.

VEREMONDA

Verrò, spietato,

ma non speri 'l tuo amor che odio, e disprezzo.

VALDEMARO

Di salvarti or desio, non di piacerti.

VEREMONDA

Usa il poter. Mi giova

che ogni mio passo un tuo delitto sia.

VALDEMARO

Salute e amore, e ogni riguardo oblia.

VEREMONDA

Valor troppo indiscreto!

Stelle, destin, chi mi soccorre?

Scena quattordicesima

Ambleto, e li suddetti.

AMBLETO

Ambleto.

Fermati, Valdemaro.

Insultar Veremonda

senza oltraggiar me tuo signor non puoi.

VEREMONDA

O cieli! Ambleto, idolo mio, son questi

accenti di follia?

AMBLETO

Dove, o mia cara,

s'agita il viver mio, fingo i deliri;

dove il periglio tuo, perdo i riguardi.

VALDEMARO

(Credo appena all'udito appena ai guardi.)

AMBLETO

Duce, mi hai nella parte

miglior dell'alma offeso.

Te n' preferivo l'emenda, e a te con quanto

di autorità può darmi

l'esser principe tuo, parlo, e comando.

Ama la tua regina;

ma di un amor che sia di ossequio, e fede.

Essa campion ti chiede, e non amante:

io suddito ti voglio, e non rivale.

Né guardar ch'io sia solo:

difeso è un re dal suo destin. Costoro,

che ti stanno d'intorno,

pria che guerrieri tuoi, fur miei vassalli.

Rispetta il cenno, ed oggi

ch'io principio a regnar, mi è fausto e caro

che il primo ad ubbidir sia Valdemaro.

VALDEMARO

E Valdemaro il fia. Mio re già sei.

Cedo il mio amor. Perdona,

se il difficile assenso

non può darti il mio cor senza un sospiro.

AMBLETO

La tua virtù nel tuo dolor rimiro.

VEREMONDA

Compisci, o generoso,

la magnanima idea. Quell'armi istesse

che voleva l'amor, muova il tuo zelo.

VALDEMARO

Sì, né più qui si tardi: io vado al campo.

Là non dée tosto esporsi

la persona real. Prima il tuo nome

rispetto vi disponga, e amor vi desti.

Qui rimangan per poco

vostra difesa i miei guerrieri. Al piede

darà moto il periglio, al cor la fede.

Non dirò che ancora io v'ami,

e che il cor più non vi brami,

occhi bei, non vi dirò.

Fra ragion che fa il dovere,

e beltà che fa il potere,

dir l'amore non si deve,

e negarlo non si può.

Non dirò che ancora io v'ami,

e che il cor più non vi brami,

occhi bei, non vi dirò.

Scena quindicesima

Ambleto, e Veremonda.

AMBLETO

Diletta Veremonda, egli è pur tempo

che a cor franco io ti parli, e ch'io ti abbracci.

VEREMONDA

Ambleto, anima mia, son così avvezza

al funesto mio duol, ch'esser mi sembra

misera nel contento.

AMBLETO

Quando è immenso il piacer, meno si gode.

VEREMONDA

Ah! Che questa impotenza

è un presagio di mali.

AMBLETO

Temer nel bene è un diffidar del cielo.

VEREMONDA

Goder nel rischio è un lusingar le pene.

AMBLETO

Qual rischio a te figuri?

VEREMONDA

Il poter di un tiranno, e l'altrui frode.

AMBLETO

Virtù ci affidi. Abbiam per noi, mia vita,

quella di Valdemaro, e più la nostra.

VEREMONDA

Dunque al gioir, felice.

AMBLETO

E un momento felice

non occupi timor di male incerto.

VEREMONDA

Piacer tranquillo è guiderdon del merto.

AMBLETO

Godi, o cara, ma di un diletto

che misura sia dell'amor.

Quell'affetto, che ben non gode,

quand'è in braccio del dolce oggetto,

è un affetto di debol cor.

Godi, o cara, ma di un diletto

che misura sia dell'amor.

VEREMONDA

Godo, o caro, quanto so amarti,

e sin godo nel tuo goder.

L'alma amante che in me respira,

in te passa per abbracciarti,

e là s'empie del suo piacer.

Godo, o caro, quanto so amarti,

e sin godo nel tuo goder.

AMBLETO

Fugace godimento! Ecco il tiranno.

VEREMONDA

E Valdemaro è seco.

VEREMONDA E AMBLETO

Ah! Siam traditi.

Scena sedicesima

Fengone con Séguito, Valdemaro, e li suddetti.

VALDEMARO

Funesto incontro!

FENGONE

Ambleto, Veremonda,

fuor della reggia? Tu prigion? Tu stolto?

VEREMONDA

Sinché la tua vittoria

la libertà mi tolse, e le grandezze,

chinai la fronte al mio destin: ma quando

nel vincitor conobbi

il mio crudel tiranno...

FENGONE

È tirannia che amore

ti renda il ben che ti rapì fortuna?

VEREMONDA

La gloria, e non l'amore a me lo renda.

VALDEMARO

(O magnanimo ardir!)

AMBLETO

Che strani mostri!

Pluton tu sei. Cerbero è quegli, e questa

Proserpina rapita.

FENGONE

Vano è 'l pensier. Chi seppe

involar Veremonda al mio potere,

non è stolto, ma 'l finge.

VEREMONDA

Eppur t'inganni.

Nel volto di costoro

leggi qual sia della mia fuga il reo.

AMBLETO

Son questi tante fier. Io sono Orfeo.

FENGONE

Son questi, Valdemaro, i tuoi custodi.

VALDEMARO

Signor, della mia fede

perdona all'amor mio le colpe. Offeso

il tuo sen non credei dalle mie brame;

e quando alla rapina io mi disposi,

pensai dentro al mio core

non di torla al mio re, ma al tuo rigore.

VEREMONDA

(Reo si finge con l'empio.)

AMBLETO

(O traditore!)

FENGONE

(È poderoso il duce,

perché l'armi ha in balìa. Seco si finga,

ma si riserbi il colpo.)

Al valor del tuo braccio

tutta de' falli tuoi dono la pena.

Vanne alla reggia, e svena al mio piacere

l'ardir del tuo volere.

AMBLETO

(O scellerate frodi!)

VEREMONDA

(Segno del tradimento

è un sì facil perdono.)

VALDEMARO

(Sapesse almen quant'innocente io sono.)

(parte)

Scena diciassettesima

Fengone, Ambleto, e Veremonda.

FENGONE

O sia stolto, o s'infinga,

del mio furor costui sia oggetto. A voi

la custodia ne affido. E tu prepara

quell'alma contumace, e quel bel volto

alle delizie mie.

VEREMONDA E AMBLETO

(Cieli! Che ascolto?)

FENGONE

Preparati ad amar

almen nel mio piacer

la tua felicità.

Perché il voler penar,

quando si può goder,

non è che crudeltà.

Preparati ad amar

almen nel mio piacer

la tua felicità.

Scena diciottesima

Veremonda, e Ambleto fra Guardie.

AMBLETO

(Quel bel seno delizia ad un tiranno?)

VEREMONDA

(Ch'io deggia amar ne' suoi piaceri i miei?)

AMBLETO

(E 'l permettete.)

VEREMONDA

(E lo soffrite.)

VEREMONDA E AMBLETO

(O dèi?)

Insieme

VEREMONDA

Sempre in cielo avverso il fato

non sarà

per te, mio bene.

Dal mio duolo, un dì placato,

sì, che avrà

qualche pietà

delle tue pene.

AMBLETO

Sempre in cielo Giove irato

non sarà

per te, mio bene.

Dal mio pianto, un dì placato,

sì, che avrà

qualche pietà

delle tue pene.

Atto terzo
Scena prima

Galleria d'idoli.
Gerilda, e Siffrido.

GERILDA

Perirà dunque Ambleto?

E sarà la sua morte un tuo consiglio?

SIFFRIDO

Sospenderla poss'io, se il re l'impone?

GERILDA

E se l'impone il re, puoi tu soffrirla?

SIFFRIDO

Soffrir convien ciò che impedir non puossi.

GERILDA

Se reo di più congiure, e reo, Siffrido,

sei ancor di più morti,

io, cui tutto affidasti,

tacqui finor? Ma senti, ingrato, a questi

presenti dèi io giuro,

della vita del figlio

conto mi renderai con la tua vita.

SIFFRIDO

Farò più che non vuoi per ubbidirti.

GERILDA

E sarà il mio tacer la tua mercede.

SIFFRIDO

Più che il timor, mi muoverà la fede.

GERILDA

Or vanne, e col regnante

tu impiega il zelo; io tenterò l'amore.

SIFFRIDO

L'amor?

GERILDA

Sì, che nel petto

per me gli avvampa.

SIFFRIDO

Odi, regina, e parto.

Quel cor che traditor fu al suo regnante,

può ancor alla beltà farsi infedele.

Non è l'empio vassallo un casto amante,

né mai tenero sposo è un re crudele.

Quel cor che traditor fu al suo regnante,

può ancor alla beltà farsi infedele.

Scena seconda

Gerilda, e Fengone con Guardie.

FENGONE

Fuor della reggia appena

traggo il passo primier, che Iroldo è ucciso.

Veremonda è rapita, Ambleto fugge,

e colpevol ne sei tu sola, o donna.

GERILDA

Io?

FENGONE

Chi può, né 'l ripara il mal commette.

GERILDA

Sono in nostra balia l'opre del caso?

FENGONE

È dover di chi regge il prevenirlo.

GERILDA

Non è sempre poter ciò ch'è dovere.

FENGONE

Ma sia sempre tua pena il mio potere.

GERILDA

Signor, se ami la madre, il figlio serba.

FENGONE

Ama più di sua vita il mio riposo.

GERILDA

Deh! Mio re. Deh! Mio sposo...

FENGONE

Olà. Qui Veremonda.

GERILDA

Sì crudel con Gerilda?

Passò in odio l'amor? Troncar ti aggrada

i giorni miei nel caro figlio? Almeno

mi uccidi in me, pria che svenarmi in lui.

FENGONE

Piangi, o donna, i tuoi mali, e non gli altrui.

Scena terza

Veremonda, e li suddetti.

VEREMONDA

Eccomi al cenno.

FENGONE

Veremonda, è tempo

che presente Gerilda, esca e sfavilli

l'immenso ardor che in me que' lumi han desto.

VEREMONDA

(Ardor d'impura vampa.)

GERILDA

(Tanto sugli occhi miei?) Signor, se godi

finger per tormentarmi...

FENGONE

Io fingo? Dani,

in fronte di costei più non si onori,

il titolo di sposa, e di regina.

VEREMONDA

Un sì giusto decreto...

FENGONE

Or comanda lo sdegno,

e libero comandi. Quando amore

le sue leggi preferiva a Veremonda,

allora ella si opponga, ella risponda.

GERILDA

La non creduta mia sciagura è dunque

tanto vicina? Ingrato,

dopo la marital giurata fede,

oggi che più 'l tuo labbro

mi diè d'amor tenere prove, ed oggi

ch'io 'l meritai maggiore

nella vita due volte a te serbata,

oggi...

FENGONE

Sì, ti ripudio. Oggi mi piace

per farti più infelice esser più ingiusto.

VEREMONDA

(Empio.)

GERILDA

Sarò infelice,

ma sarà il mio disastro il tuo castigo.

Perderò letto e trono,

ma perderai tu ancor la tua difesa.

Moglie, è ver, ti aborria; ma l'odio allora

costretto all'impotenza era mia pena.

Grazie alla tua fierezza

che me ne assolve, e in libertà rimette

di vendetta e di sfogo i miei furori.

FENGONE

Parti, e di un re più non turbar gli amori.

GERILDA

Impero, vita, e amore,

crudel, ti turberò.

E tutta in tuo dolore

l'offesa cangerò.

Impero, vita, e amore,

crudel, ti turberò.

Scena quarta

Veremonda, e Fengone.

FENGONE

Sciolto dal grave laccio

posso pur senza colpa

offerirti una man che ti alza al trono.

VEREMONDA

Da' mali altrui felicità non cerco.

FENGONE

Vieni, o cara...

VEREMONDA

Alla tomba?

FENGONE

All'are sacre...

VEREMONDA

Che or or contaminate ha un tuo ripudio?

FENGONE

Nasce da questo sol la tua grandezza.

VEREMONDA

Me la insegna a temer l'altrui caduta.

FENGONE

Provoca l'ire che 'l favor rifiuta.

VEREMONDA

Meno dell'amor tuo temo il tuo sdegno.

FENGONE

Ora il vedrem. Custodi,

qui se le guidi, e se le lasci Ambleto.

VEREMONDA

(Ahimè!)

FENGONE

Piega già stanco

Febo all'occaso. In vuote piume, o bella,

non vo' languido trar freddi riposi.

Tu vi verrai preda, o consorte. Ambleto

o deliri, o s'infinga,

le pene soffrirà di un tuo rifiuto.

Sì, Veremonda: la sentenza è questa:

pensaci: o la tua mano, o la sua testa.

Scena quinta

Veremonda.

La tua mano? O la sua testa?

Stelle! Qual legge è questa?

Che farai, misero core?

Il crudel ti vuol sua preda:

in periglio è 'l caro amante.

Una ingiusta tirannia

vuol ch'io sia

o spietata, od incostante.

Che farai, misero core?

Scena sesta

Ambleto, e Veremonda.

AMBLETO

Mi rinasce più bella, più lieta

del piacer nel sen la speranza;

e de' mali vicino alla meta

tutto il duolo diventa costanza.

Mi rinasce più bella, più lieta

del piacer nel sen la speranza.

VEREMONDA

Quale speranza! Ambleto,

o la tua testa, o la mia man vuol l'empio.

L'una o l'altra è più che morte.

AMBLETO

Alma mia, ti vo' più forte.

VEREMONDA

Qual scampo in sì grand'uopo?

AMBLETO

Quello che più opportuno è col tiranno:

la lusinga, l'inganno.

VEREMONDA

Ah! Caro alla tua vita, all'onor mio

in quest'ombre s'insulta.

AMBLETO

Ed in quest'ombre avrai soccorso. Fingi.

VEREMONDA

Meco in breve il lascivo

favellerà di amori.

AMBLETO

E tu pur amorosa a lui rispondi.

VEREMONDA

Chiederà i dolci sguardi.

AMBLETO

E tu cortese

l'ire n'esiglia, e li componi al vezzo.

VEREMONDA

Stenderà l'empia ma...

AMBLETO

La tua l'incontri.

VEREMONDA

Guiderammi agli altari...

AMBLETO

(Ove si esiga dèi!)

La marital non osservabil fede.

VEREMONDA

Che più? Che più? Vuoi ch'ei mi tragga, o

al talamo aborrito, e ch'io ve 'l segua?

AMBLETO

Sì, principessa; e questo

questo il termine sia de' suoi contenti.

VEREMONDA

Ambleto, o tu vaneggi, o tu mi tenti.

AMBLETO

Io vaneggiar, quando son teco, e solo?

Il mio consiglio...

VEREMONDA

Intendo.

Te 'l detta una viltà. Perder la vita

temi più che il tuo amore,

e spergiura mi vuoi, perché sei vile.

AMBLETO

Io vil ti vo' spergiura? Amo me stesso

io più di Veremonda?

Io che se mille vite avessi in seno,

mille a te ne darei?

Ne temi ancora? I tuoi sospetti ingiusti

sul mio sangue cancelli. Addio. Già vado

tutto amor, tutto ardire al fier regnante.

Più non fingo deliri,

suo rival, suo nemico a lui mi svelo,

e una morte gli chiedo,

non so se disperato o generoso,

che sia insieme mia gloria, e tuo riposo.

VEREMONDA

Ferma, e perdona, o caro,

a gelosa onestà. Pronta già sveno

al tuo voler gli affetti.

AMBLETO

In tua difesa

m'avrai nel maggior uopo, e Valdemaro

gran parte avrà nell'opra.

VEREMONDA

Valdemaro, che infido...

AMBLETO

I dubbi accheta.

Per lui prese avria 'l campo

l'armi in nostro favor, ma 'l re che quindi

volgeva allor ver la cittade il passo,

per via il rattenne, e l'obbligò al ritorno.

Fummo sorpresi. Ei traditor ci parve,

ma la nostra sventura era sua pena.

Chiare prove ei poc'anzi

diemmi di fede. Io te n'accerto, e solo

manca l'opra a compir la tua lusinga.

VEREMONDA

Servasi al tuo destino, e amor si finga.

Teneri guardi,

vezzi bugiardi

già mi preparo a fingere,

anima mia, per te.

Ma in prova dell'affetto

quant'userò più frode,

il merito e la lode

tanto più avrò di fé.

Teneri guardi,

vezzi bugiardi

già mi preparo a fingere,

anima mia, per te.

Scena settima

Valdemaro, e Ambleto.

AMBLETO

Sulla tua fede, o duce,

fingerà Veremonda.

VALDEMARO

Son già i mezzi disposti. Io senza colpa

l'usurpator deludo, e ne' tuoi cenni

d'un legittimo re seguo la sorte.

AMBLETO

Si confidi l'arcano anche a Siffrido.

VALDEMARO

Il consiglier dell'empio?

AMBLETO

Il suo più fier nemico in lui si asconde.

Senza lui questo giorno...

VALDEMARO

Taci. Ildegarde.

AMBLETO

Alle follie ritorno.

Scena ottava

Ildegarde, e li suddetti.

ILDEGARDE

Ambleto, idolo mio.

AMBLETO

Qual idolo ti sogni?

ILDEGARDE

In te che adoro...

AMBLETO

Taci;

che se di questi sassi alcun ti ascolta,

diratti...

ILDEGARDE

E che?

AMBLETO

Che più di me se' stolta.

ILDEGARDE

Tale mi rende amore.

AMBLETO

Amor conosci? Ove il vedesti mai?

ILDEGARDE

A' tuoi be' lumi appresso.

AMBLETO

T'inganni. Eccolo espresso.

Vedi che di Cupido

porta in fronte per te dardi, e facelle.

VALDEMARO

Il ciel vuol ch'io sia vostro, luci belle.

ILDEGARDE

(Misera mia speranza!)

AMBLETO

La speranza tu sei?

Dagli tosto il tuo core:

che mai non va senza speranza amore.

Su, porgimi la destra. E tu la prendi.

VALDEMARO

Ubbidisco.

ILDEGARDE

Ma...

AMBLETO

Che?

ILDEGARDE

Tu non m'intendi.

AMBLETO

T'intendo sì. Tu se' qua! rosa appunto,

che brama il sol vicino, e poi ritrosa

nelle foglie si chiude;

ma 'l modesto rossor vincasi; e intanto,

perché sono Imeneo,

del laccio marital gli applausi io canto.

Mille amplessi

preparate i più tenaci,

e i vezzi fra di voi sien mille, e mille.

Poi con essi

mille e mille sieno i baci

alle labbra, alle guance, alle pupille.

Mille amplessi

preparate i più tenaci,

e i vezzi fra di voi sien mille, e mille.

Poi con essi

mille e mille sieno i baci

alle labbra, alle guance, alle pupille.

Mille amplessi

preparate i più tenaci,

e i vezzi fra di voi sien mille, e mille.

Scena nona

Ildegarde, e Valdemaro.

VALDEMARO

Poiché il vuole il destin, ti chieggo, o bella,

con la tua destra il core.

ILDEGARDE

Che mi narri di destra?

Di cor che mi discorri? Un forsennato

serve a te di ragione, a me di legge?

Or via, perché non chiedi

anche gli amplessi, e con gli amplessi i baci?

VALDEMARO

Bramo solo che il seno...

ILDEGARDE

Quel sen che tutto ardea per Veremonda?

VALDEMARO

Ardea, ma poiché tutta

perdei la mia speranza, e che il dovere

vinse i desiri miei, per altro foco

che per quel de' tuoi lumi, egli non arde.

ILDEGARDE

E in difetto di altrui si ama Ildegarde.

Or aspetta ch'io pure

perda la mia speranza, e che il dovere

vinca i desiri miei, forse...

VALDEMARO

Di Ambleto

così rispetti i cenni?

ILDEGARDE

Quando Ambleto dal soglio,

o in sen di Veremonda

mi comandi ch'io t'ami, allora forse...

VALDEMARO

Segui.

ILDEGARDE

Allor ti amerò. Questa è la fede.

VALDEMARO

L'alma che altro non brama, altro non chiede.

Scena decima

Ildegarde.

Degno ch'io l'ami è 'l duce,

e in esso il grado, in esso il nome onoro;

ma indarno ei si consola.

Se Ambleto, perché folle, a lui mi dona,

Ambleto, perché vago, a lui m'invola.

È troppo amabile quel bel sembiante,

che lagrimar, che sospirar mi fa.

Ma 'l duol maggiore del core amante,

è ch'ei no 'l mira quando sospira,

ed il suo pianger egli non sa.

È troppo amabile quel bel sembiante,

che lagrimar, che sospirar mi fa.

Scena undicesima

Vigne consacrate a Bacco.
Valdemaro, e Siffrido.

VALDEMARO

La vendetta più cauta è la più certa.

SIFFRIDO

Ma talor la tradisce un troppo indugio.

VALDEMARO

Si affretti. Io nella reggia ho i miei guerrieri,

e per colpo sì illustre

eglino il cenno, ed io ne attendo il tempo,

SIFFRIDO

In sì lieto apparato

chi fa? Chi fa? Forse perir l'iniquo

farà pria del tuo ferro il mio veleno.

VALDEMARO

Comunque ei cada, il suo morir ci salva.

SIFFRIDO

S'egli per me non cade,

odio di questo cor, non fei ben lieto.

VALDEMARO

Che più? Mora Fengone.

VALDEMARO E SIFFRIDO

E regni Ambleto.

Scena dodicesima

Gerilda, e li suddetti.

GERILDA

Io de' miei torti e testimonio e pompa?

VALDEMARO E SIFFRIDO

Regina.

GERILDA

O dio! Chi regna

vuol ch'io sia sol Gerilda.

VALDEMARO

Ma il valor di più destre

vuol che tu sia regina, e vendicata.

GERILDA

Come? Quando? Che fia?

VALDEMARO

In quest'ombre vedrai...

SIFFRIDO

Guardati, o duce,

di far noti a Gerilda i tesi inganni.

Al re più che a nemica ella è consorte,

e due volte, a me infida, il tolse a morte.

VALDEMARO

Che sento? Hai cor che possa

senza sdegno cader da un regio trono?

GERILDA

(Fingerò. Forse il merto

di svelar la congiura

mi renderà scettro, e marito.) Amici,

plaudo al vostr'odio, e 'l mio vi aggiungo. Dite.

Qual n'è 'l pensier? Chi n'è 'l ministro? E

Gerilda offesa, e ripudiata il chiede. (Quando?)

SIFFRIDO

Invan. Non le dar fede.

GERILDA

Perfidi, il tacer vostro

senza pena non sia. So i congiurati,

se non la trama. Andrò...

VALDEMARO

Vanne. Ma teco

venga il ripudio tuo, venga il tuo danno.

Va'. Racconta al tiranno

che Valdemaro è suo nemico. Digli

che le ruine sue tenta Siffrido.

E se l'autore chiede

di questo, che non sai, grande segreto,

eccone il nome. Odilo, e trema: Ambleto.

Va', se puoi: tradisci un figlio,

perché viva un reo consorte,

(ed il cieco tuo consiglio)

che finor fu il suo periglio,

sia pur anche la sua morte.

Va', se puoi: tradisci un figlio.

Scena tredicesima

Gerilda, Siffrido, poi Fengone, e Veremonda.

GERILDA

O infedele, o spietata

mi vuole il mio destino. Ambo delitti

che col pianto l'orror chiaman sul ciglio.

SIFFRIDO

L'uno ti è traditor, l'altro ti è figlio.

E qui col traditore è 'l tradimento.

FENGONE

(a Veremonda)

Pur men fiera ti veggio.

VEREMONDA

(O che tormento!)

FENGONE

Parla. Il dono d'un regno

più cortese ti chiede.

SIFFRIDO

(a Gerilda)

Or vanta il tuo dovere, e la tua fede.

VEREMONDA

È dono sì; ma di Gerilda il duolo

fa' che ei sembri mia colpa, e mia rapina.

FENGONE

In te la sua regina

soffra in pace costei.

GERILDA

E l'onte aggiungi, o sconoscente, ai danni?

FENGONE

(a Veremonda)

Del mio gioir presente

per trionfo ti vo', non per accusa.

Ma, ben lucidi rai, meno severi

a mirar le mie fiamme io vi vorrei.

Così dicea l'ingrato un giorno a' miei.

VEREMONDA

Mi ricorda Gerilda,

che troppo è fral della tua destra il laccio.

FENGONE

No, no: la sua fierezza;

ma più la tua beltà da lei mi scioglie.

SIFFRIDO

(Udisti? Udisti? Ei non ti vol più moglie.)

FENGONE

(a Veremonda)

Or vieni, e qui ti affidi.

VEREMONDA

(Ambleto, a che mi astringi?)

FENGONE

Qui co' più dolci amori

si temprino gli ardori...

Scena quattordicesima

Ambleto da Bacco, e li suddetti.

AMBLETO

O che fiamme! O che foco! Un venticello

de' più freschi, e soavi

qui tosto venga. Io già lo prendo, e tutto

lo spargo a voi d'intorno.

VEREMONDA

(O mia cara speranza!)

AMBLETO

Sediam: ma dimmi: adesso è notte o giorno?

FENGONE

Non vedi arder le stelle?

AMBLETO

Ah sì: le veggio. O son più chiare e belle,

ma non son stelle no.

GERILDA

Che dunque sono?

AMBLETO

Infocati sospiri

che già son giunti ove hanno i numi il trono.

VEREMONDA

(Io ne intendo il mistero.)

AMBLETO

Orsù: questo è il momento

che anch'io trionferò. Bacco vedete

che renderà soggette al carro eccelso

le tigri più crudeli.

FENGONE

(Attento osservo.)

AMBLETO

Su: lodate col canto i miei trionfi:

e propizie, e sincere

risponderan con l'armonia le sfere.

CORO

Qui di Bacco nella reggia

si festeggia il dio d'Amore.

AMBLETO

No, no: questa non è

canzon degna di me. Udite, udite.

Qui d'Astrea vicino al soglio

sorgerà lieto l'onore:

e sarà temuto scoglio

per l'orgoglio il mio valore.

CORO

Qui di Bacco nella reggia

si festeggia il dio d'Amore.

AMBLETO

Festeggi dunque Amore. Io delle selve

nume, e custode un tempo, a voi ne trassi

alcun de' miei seguaci. Eccoli. Amico

alla danza alla danza.

Segue il ballo.

FENGONE

Col pregiato liquor bramo, Siffrido,

del genio mio felicitar la sorte.

SIFFRIDO

(E tu berrai la morte.)

(parte)

VEREMONDA

Sia pur felice il tuo primiero affetto.

FENGONE

Son giudice a costei, non più suo amante.

GERILDA

(Cangiamento tiranno!)

(a Siffrido che torna, e gli leva la coppa dalle mani)

AMBLETO

Chi credi più assetato

Tantalo, o Radamanto? Io berrò pria.

SIFFRIDO

(Sorte nemica!) Usurpi

al re sì temerario i primi sorsi?

AMBLETO

Hai ragione, hai ragione.

Alla salute mia beva Giunone.

(presenta la coppa a Gerilda)

FENGONE

Lascia, o Siffrido, in libertade il folle.

VEREMONDA

(Io temo, e spero.)

AMBLETO

(a Gerilda)

Bevi,

rallegrati il cor. Tosto ritorno.

(parte)

SIFFRIDO

(In periglio Gerilda? Ahi! Che far deggio?)

GERILDA

Non festeggia di un empio

Gerilda i tradimenti;

e sì vil non son io, benché negletta.

(getta la coppa)

SIFFRIDO

(Si perdé nel veleno la mia vendetta.)

(parte)

AMBLETO

(tornando con coppa in mano)

(Mi arrida il ciel.)

(a Veremonda)

Con tanto foco intorno

ha una gran sete il sol. Prendi: ristora

le tue labbra vezzose.

Sì, prendi. A lui lo porgi, e solo ei beva.

VEREMONDA

A te signor si dée...

(la porge a Fengone)

FENGONE

Sì, Veremonda,

sia lieto il viver nostro;

ed ai voti del cor risponda amore.

(beve)

VEREMONDA

(a Fengone)

(Più soffrir non poss'io.) Vedi, a tuoi giorni...

(Ma taci, incauto zelo. Ambleto è figlio.)

AMBLETO

Godeste i freschi fiati

de' zeffiretti amici. Or non più indugi:

gite al riposo, sì. Gite al riposo.

FENGONE

(Cor che non è geloso, al certo è stolto.)

Porgi, o bella, la destra.

VEREMONDA

La destra sì, che tardi?

Vorrai che vada solo amor ch'è cieco?

Tosto potria cader. Non più. Va' seco.

FENGONE

(Non vuole altro cimento una pazzia

che cede un sì gran ben.) Cor mio, che pensi?

Alle piume mi chiama il grave sonno.

VEREMONDA

(verso Ambleto)

Vicina ho la vergogna ed il periglio.

AMBLETO

Va'. Non temer. Mostra più lieto il ciglio.

FENGONE

Sì, sì: consolami,

né più tardar:

e affretta il giubilo

del mio piacer.

Sul trono amabile

vieni a regnar:

nel regio talamo

vieni a goder.

VEREMONDA

Verrò: già l'anima

desia d'amar:

e amor sollecita

il mio dover.

Parto; ma timida

non so sperar:

parto, ma nobile

non vo' temer.

Scena quindicesima

Gerilda, e Ambleto.

GERILDA

Il vidi, il vidi pur. Passa con l'empio

Veremonda al m io letto. E 'l soffro? E 'l soffri?

Nella madre oltraggiato, e nell'amante?

AMBLETO

Vada pure ai piaceri il fier regnante.

GERILDA

Ah! Vile.

AMBLETO

Orsù: ti accheta.

Qui principiò la mia vendetta, o madre.

GERILDA

Come?

AMBLETO

Nel fatal vetro

il tiranno bevé...

GERILDA

La morte forse?

AMBLETO

No: che una morte al perfido si deve

che abbia tutto il dolore, e tutto il senso.

Bevé in succhi possenti

un invincibile sonno. Alto letargo

lo premerà, prima ch'ei goda; e dove

sognava amplessi, incontrerà ritorte:

che là di Valdemaro

stan gli armati in agguato.

GERILDA

Ma ti sovvenga poi, ch'io son consorte.

AMBLETO

Tal sii, ma di Orvendillo.

Ad un nome sì sacro

già Fengon rinunciò. Nel comun rischio

sii più madre che moglie. In trono assiso

piacciati il figlio. Piacciati punito

il fellon parricida; e 'l tuo si aggiunga

al pubblico desio.

GERILDA

Sì: vivi, e regna.

Giusto è il furore, e la vendetta è degna.

AMBLETO

Sul mio crine amore, e sdegno

mi preparo a coronar.

Negli amplessi del mio bene,

e col sangue dell'indegno

vo' goder, e vo' regnar.

Sul mio crine amore, e sdegno

mi preparo a coronar.

Scena sedicesima

Gerilda.

O di pietà importuna,

o d'ingiusto dover miseri avanzi,

da me partite. Un infedel n'è indegno.

Sprezzo rendasi a sprezzo, e sdegno a sdegno.

Beltà così dée far:

l'ingrato cor non curar,

e un'anima infedel soffrir in pace.

Amando chi la offende

sol per parer fedel,

più vil sé stessa rende, e lui più audace.

Beltà così dée far.

Scena diciassettesima

Anfiteatro reale.
Fengone incatenato in atto di svegliarsi.

Orribili fantasmi,

spaventi dell'idea, furie dell'alma,

lasciatemi, fuggite,

e dov'è Veremonda, orror si sgombri.

Veremonda, ove sei? Sogno? Ad un sasso

siede Fengon? Ferrea catena il preme?

(si leva)

Ov'è lo scettro, ove il diadema? Il manto?

Chi me qui trasse? È questa,

questa è la reggia, alle mie gioia eletta?

Veremonda, Siffrido,

servi, custodi... o dèi! Non v'è chi franga

i duri ceppi, o 'l mio destin compianga?

Stelle, dèi, vassalli, amici,

terra, ciel... tutti ho nemici,

ho nemico anche il mio cor.

Cielo, terra,

fate pur, fatemi guerra;

voi non siete il mio terror.

Il mio cor sol mi spaventa,

e diventa mio dolor.

Scena diciottesima

Valdemaro, poi Ildegarde, poi Gerilda, poi Veremonda, e Fengone.

FENGONE

Deh! Valdemaro, il tuo valor mi tolga

alle miserie mie.

VALDEMARO

Quel valor, cui negasti empio, e lascivo

Veremonda in mercede?

A chi non è mio re, nego la fede.

FENGONE

A te, bella Ildegarde,

chieggo soccorso. Il nostro amor te n' priega.

ILDEGARDE

Infedele. Or mi prieghi?

Resta: che del tuo amore

perché tu passegger, scordossi il core.

FENGONE

Gerilda, mia regina, amata sposa.

GERILDA

Nomi, che mi togliesti ingrato, e cieco.

A me in fronte, tu 'l sai, più non s'inchina

il titolo di sposa, e di regina.

FENGONE

Almen tu, Veremonda,

toglimi alle catene.

Te n' priego per la tua virtù pudica.

VEREMONDA

Tardi, o fellon, la mia virtù conosci.

Ingiusto l'offendesti: e invan presumi

reo di più colpe al fio sottrarti.

FENGONE

O numi!

Scena ultima

Ambleto con Séguito, e poi Siffrido, e li suddetti.

AMBLETO

Non profanare il cielo.

Con le tue voci, o scellerato.

FENGONE

Ambleto...

AMBLETO

Aggiungi, e tuo monarca, e tuo tormento.

FENGONE

Pietà.

AMBLETO

Me la insegnasti?

FENGONE

È ver.

AMBLETO

Taci; che un empio

suol confessare i falli

disperato ben sì, ma non pentito.

Morrai; ma pria rimira

sulla mia fronte il tuo diadema. Leggi

in questo dolce amplesso

delle lascivie tue l'onta e l'orrore.

VEREMONDA

Così è l'infelice allor ch'è giusto amore?

FENGONE

Né mi uccide il dolor pria che l'acciaro?

GERILDA

Da te, crudel, la crudeltade imparo.

AMBLETO

Or traggasi, miei fidi,

l'iniquo all'ombre, ai ceppi, e la più lenta

senza morir la morte ei soffra, e senta.

SIFFRIDO

Signor, mi si conceda

ch'io 'l custodisca. Vieni.

Tu lacci, tu prigion soffrir non déi.

(parte)

FENGONE

Son anche a mia difesa amici, e dèi.

(parte)

VEREMONDA

Ed ancor spera l'empio?

GERILDA

E della sua speranza è reo Siffrido.

VALDEMARO

Seguasi tosto.

AMBLETO

Andiamo, e si divida

fra 'l traditore, e fra 'l crudel la morte.

SIFFRIDO

(torna con spada nuda)

Quest'acciaro, che forte

fe' la vostra vendetta, e più la mia,

a voi dirà, se traditore io sia.

AMBLETO

Come?

SIFFRIDO

Dovea cader l'iniquo mostro;

ma per me solo. Oggi 'l tentai; ma invano,

col ferro, con ruina, e con veleno.

Qui 'l tolsi a vostri colpi;

ma 'l tolsi, eccome il sangue,

per gloria del mio braccio.

AMBLETO

Traditor generoso, al sen ti abbraccio.

VEREMONDA

(Alma, non più spaventi.)

AMBLETO

Io, Veremonda,

sposo, e re godo teco: e Valdemaro

sposo pur goda ad Ildegarde in seno.

VALDEMARO

Ambleto è re. Di Veremonda è sposo.

ILDEGARDE

Intendo. Or sia 'l suo cenno il tuo riposo.

AMBLETO

Tu regnerai pur meco, o genitrice.

GERILDA

Nel tuo, nel comun bene io son felice.

VEREMONDA

Torna già quel seren

che quest'alma cercò.

AMBLETO

Gioirò nel piacer

che più pena non ha.

GERILDA

L'impietà del crudel

più temere non so.

SIFFRIDO

Pur godrò col pensier

della mia fedeltà.

VALDEMARO

La beltà stringo al sen

che già il sen m'infiammò.

ILDEGARDE

Io vivrò nel tuo cor

che mio core si fa.

Fine del libretto.

Generazione pagina: 23/12/2015
Pagina: ridotto, rid
Versione H: 3.00.40 (W)

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