LA DELIA

Poema drammatico.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di Giulio STROZZI.
Musica di Francesco MANELLI.

Prima esecuzione: 20 Gennaio 1639,  Venezia.


Personaggi:

Prologo fatto da EUNOMIA prima ora del giorno / sconosciuto

APOLLINE sotto nome di Sole e poi di Nomio pastore di Tracia / sconosciuto

VENERE nuova abitante degli antri del monte Olimpo in Tessaglia / sconosciuto

VULCANO nuovo abitante degli antri del monte Olimpo in Tessaglia / sconosciuto

MERCURIO messagger di Giove, e dio de' ladri / sconosciuto

ADMETO re di Tessaglia pastor di ricchi armenti / sconosciuto

DELIA figliola unica d'Admeto / sconosciuto

GIOVE / sconosciuto

ERMAFRODITO figliolo di Venere, e di Mercurio spia di Giove / sconosciuto

PROSERPINA regina dell'inferno / sconosciuto

La LUNA che viene incontro a Delia sposa del Sole / sconosciuto

Il TEMPO / sconosciuto


Coro di tre ciclopi che cantano al suono dei loro martelli.
Le tre Grazie nel carro di Venere.
Coro di Dèi maggiori in cielo.
Amoretto che gonfia la vela della conchiglia di Venere.
Coro di Cortigiani di Proserpina.
Coro di Pastori, e di Ninfe che danzano cantando, e gridano al ladro, quando Mercurio ruba gli armenti.
Coro de' Soldati della guardia del re Admeto, che danzano all'azione seconda.
La famiglia del Sole, cioè le quattro Stagioni, e 'l Tempo, che rendono ossequio a Delia, e formano il coro.

La scena è in Tessaglia nella valle deliziosissima di Tempe, sotto il monte Olimpo, ove il re Admeto aveva la sua reggia, oggi detta Licostomo, cioè bocca del lupo, così l'amenità di quel sito, è divenuta poi orrida, e spaventosa.

Signori

Persuaso dalla cognizione di me stesso, io era risolutissimo di non voler stampar alcuno più de' miei scherzi poetici: e stampandogli per avventura, di più non dedicargli.

Il cimento della stampa è negozio molto pericoloso ne' vecchi professori, e 'l dedicare oggidì è un mezzo affrontar i padroni.

Ma poiché mi conviene di rompere il primo proponimento scusatemi, se rompo il secondo ancora.

La sera sposa del Sole deve per retaggio di famiglia esser appadrinata dalle signorie vostre: e dev'io procurarle protettori affezionati alla poesia, ed alla musica insieme, per oggetto della quale opera è stata primieramente composta.

E chi non sa il diletto, che l'illustrissimo vostro padre ha dimostrato sempre di queste due nobilissime professioni? E se le signorie vostre sono e nella prudenza, e 'n tante altre eroiche virtù il vero ritratto di lui, chi potrà dubitare, ch'in questo ancora non imitino l'operazioni paterne.

So ben io per prova il piacere, ch'ambedue ne ricevono.

Mando dunque all'ombra del lor patrocinio la mia sera, e soddisfo in parte a molte mie obbligazioni.

Non pretendo d'obbligarle a grazie maggiori; ma facendo lor riverenza, bacio alle sig. vostre affettuosamente le mani.

 

Di Venezia li 20 gennaio 1639

Lettori

Io non infilzo concetti, né sono alchimista di metafore. Se sapessero alcuni con quanta poca fatica si fa la moneta falsa dell'eloquenza, che corre oggidì, si arrossirebbero in darle cotanto spaccio: s'intendessero similmente, quanto sia malagevole il formar l'oro puro d'uno stile facile insieme, e sostenuto, non si riderebbero di coloro, che dopo l'esercizio di molti anni arrivano quasi a saperlo fare.

La musica è sorella di quella poesia che vuole assorellarsi seco, ma, quando non s'intendono bene tra di loro, non sono né attinenti, né amiche.

Il canto, che raddolcisce gli animi, riesce in due maniere un'aborrita cantilena, o quando s'ha da gir dietro alle chimere del poeta, o quando dileguandosi la parola, o la finale d'alcuna voce nell'ampiezza dei teatri, smarriscono gli uditori il filo de gli ammassati concetti.

Prima nella memoria, che ne gli orecchi, e più decantati, che cantati devon esser que' versi, che si rivolgono nel condimento delle musicali armonie; e delle cose dilettevoli la ripetizione non reca tedio.

Per questo io son ricorso alla stampa, acciò ch'ella sia la contracifra di que' musici, che cantano talora più volentieri a loro medesimi, ch'agli ascoltanti.

Ho partita con qualche metodo l'opera in tre azioni. Division comune di tutte le cose: principio, mezzo, e fine. Gli antichi ne formavano cinque, perché vi frammettevano il canto. Questa ch'è tutta canto, non ha dibisogno di tante posate.

Ho introdotto qui l'Hilaredo de' greci, e questi sarà il giocoso Ermafrodito, personaggio nuovo che tra la severità del tragico, e la facezia del comico campeggia molto bene su le nostre scene.

D'un paio d'ore mi son preso licenza: non so s'Aristotele, o Aristarco me le farà buone. Quando non avessi errato in altro buon per me, ma quando comincia a tremar la mano al poeta, molto più gli trema il cuore: le belle arditezze sono da' giovani, de' quali s'innamora, come donna, più volentieri la fortuna. Abbozzai la Delia nelle ritiratezze del passato contagio, per sollievo dell'animo, e per tributo di riverenza a gran principe, nelle cui nozze io mi credeva di pubblicarla. Non seguì per mia negligenza. Ed esce ora molto meglio raffazzonata, ch'ha ritrovato mecenate di tanta stima, recitanti sì degni, e macchine sì belle in teatro sì ragguardevole dell'illustriss. sig. Gio. Grimani, nato meravigliosamente in pochi giorni per la felicità di un secolo.

Le favole finalmente sono favole, e le divinità de' gentili tutte sciocchezze, onde ci si può scherzar sopra allegramente; ma l'allegorie, che nascono da loro non sono senza profitto. Così le voci fortuna, fato, destino, sorte, e simiglianti sono leggerezze poetiche, e non sentenze teologali.

Argomento

Dopo la guerra de' giganti, saettò Giove Esculapio, e Fetonte figliuoli del Sole, per l'arditezze loro. Non potendo il Sole vendicarsi con Giove, uccide i ciclopi fabbricatori del fulmine: viene il Sole cacciato dal governo della luce: scende in terra, si finge Nomio, e serve per pastore il re Admeto di Tessaglia. Amoreggiato da Delia figliuola d'Admeto, le promette d'esser suo sposo. E richiamato, per opera di Mercurio, in cielo da Giove, che malamente guidava il carro della luce; ma non vuol lassù ritornare, se non conduce seco la sua Delia. Gli vien da Giove conceduto: e sale con esso lei alle beate stanze, ove ella diviene sua pregiatissima moglie.

Allegoria

I figlioli del Sole, fulminati da Giove, sono i miseri mortali, sottoposti al castigo di lui, per l'alterigia, ed arditezza loro.

I ciclopi significano i vapori malvagi, che fabbricano il fulmine delle pestifere calamità.

Il Sole saetta i ciclopi, cioè que' perniciosi vapori, quando co' raggi suoi gli disperde, e fa cessar il male.

Credesi, che scenda in terra, allora, ch'egli apparisce tanto benefico al genere umano.

Fingesi pastor d'Admeto, cioè del principe prudente, il quale coopera con mezzi opportuni alla nostra salvezza. Ama, ed è amato da Delia, cioè dalla sapienza, la quale con dubbia luce, e sotto nome di Sera, risplende: poscia che il saper nostro non giunge mai all'intera cognizione. Viene vagheggiata da Mercurio, dio dell'astuta eloquenza, ma ella s'invaghisce del Sole, cioè della verità, con la quale la vera sapienza si sposa.

PROLOGO

Scena prima

Eunomia.

EUNOMIA

Della reggia del ciel custode eterna

apro le porte al mattutino lume:
e 'l calle infioro al frettoloso nume,
ch'il dì conduce, e le stagioni alterna.

Del gran tonante io son l'ancella usciera,

l'ora prima del giorno Eunomia, e desto
al lavor duro, al faticar molesto,
di voi mortali ogni sopita schiera.

Mal veduta da molti, a cui non piace,

ch'io risvegli al sudor l'umane genti:
or vi chiamo al gioir, chiamo ai contenti
messaggera d'amor, nunzia di pace.

Se qui vittoria, e qui trionfa onore,

serenissimi sposi, anch'io le porte
apro al diletto; onde la regia corte
di giubilo feconde abbia quest'ore.

Di noi vedrete una gentil sorella,

ch'il letto appresta all'affannato sole,
del buon re di Tessaglia unica prole,
nuova dèa divenir, farsi una stella:

e dubbia luce, e fortunata sera

Delia chiamarsi; e conservare il seno
pudicissimo sempre al dio sereno,
di lui consorte riverita, e vera;

tanto può cortesia. Tanto riceve

gentilezza mortal premio celeste.
Così merta di voi, belle modeste,
eterno guiderdon servigio breve.

AZIONE PRIMA

Scena prima

Coro di tre Ciclopi, ed Apolline.

CICLOPE

Del bell'antro di Tessaglia

noi siam fatti oggi abitanti,
perch'al ciel di qui non saglia
turba più d'empi giganti.

APOLLINE

Ed è pur vero, ohimè, ch'ogn'or mi tocca
sul vezzoso mattino,
col mio raggio divino,
di quell'inferno illuminar la bocca?

CICLOPE

IIº

Qui custodi il dio ci vuole,

perché più da fondamenti
la terrena iniqua prole
queste rupi erger non tenti.

APOLLINE

Già que' nudi demoni
a fabbricar son desti
gli aspri fulmini a Giove.
E ch'infausti ricordi a me son questi?

CICLOPE

IIIº

Questi spechi non indora

Febo mai co' raggi belli,
ch'egli il suon non oda ancora
de' tre musici martelli.

APOLLINE

O destra invendicata,
ancor cessi, e non t'armi?
E della prole amata
il sangue non ti chiama.
La strage non ti affretta
alla giusta vendetta?

CICLOPE

Nostro suon, ch'il cielo assorda,

ad Apolline è molesto;
perché a lui, ch'appena è desto,
le sue colpe egli ricorda.

APOLLINE

Fulminati innocenti,
Esculapio, e Fetonte,
non eccitate ancora
questi miei dardi al volo?
Misero, io che risveglio
all'opre ogni mortale,
dormentato ho lo strale?
E pigro e sonnacchioso,
o non vaglio, o non oso?
O padre io non vi sono,
perché taccio, e perdono?

CICLOPE

IIº

Voi del Sol figli mal nati,

per l'ingiuste altere prove,
a ragion foste da Giove
vilipesi, e fulminati.

APOLLINE

Se ne' superni regni
contro un Giove tiranno
i giustissimi sdegni
gli dèi sfogar non sanno,
io ne' servi di lui, che sono al fine
d'un artefice dio plebei ministri,
satollerommi alquanto:
e per due fulminati, o destra invitta,
tre ne saetteremo.
Sia di Serope questo
dardo sempre funesto.

CICLOPE

IIIº

Bronte, ohimè, ch'io son ferito.

APOLLINE

L'altro si deve a Bronte.

CICLOPE

Resto anch'io, resto colpito.

APOLLINE

Voli il terzo mio stral, voli a Piranne.

CICLOPE

IIº

Cado, cado, ahi colpo atroce;
chi fu mai l'empio feroce?

Scena seconda

Venere, e Vulcano.

VENERE

Ferma, qual tu ti sei,
mortal destra, o divina,
ch'impoverita di ministri hai tutta
di Vulcan la fucina.
E tu, pigro marito
non corri anco alla strage? Ah ben sei zoppo,
che non affretti il passo, ove ti chiama
degli artefici tuoi l'orribil grido.

VULCANO

E che grido, e che morte? O sempre e in vano
strepitosa consorte.

VENERE

Il grido di costoro,
che trafitti nel cor piombano in Lete.
O te dolente, puoi,
puoi chiuder l'uscio, e dare
oggi a martelli tuoi l'ultimo bacio.

VULCANO

Riconosco gli strali,
la cagione indovino:
comprendo il malfattore.

VENERE

E soffrirai, che vada
tanto orgoglio impunito?

VULCANO

È di Giove l'offesa.

VENERE

E nostro il danno.

VULCANO

O come mal cangiammo
di Lenno le spelonche
in questo di Tessaglia
esposto albergo al mattutino lume;
che non avrebbe il furibondo Apollo,
dentro agli antri di Lenno,
con que' suoi raggi d'oro
discoperto costoro.
Ma tu, diva, allettata
da questo ameno Olimpo,
da questi fonti cristallini, hai teco
la stanza trasportata
in mal sicuro speco.
Ahi, che mal si confanno
le delizie di Tempe
con l'arti di Vulcano.

Ma chi va dietro a femminil consiglio
spesso incontra il periglio.

VENERE

Sì, sì la moglie incolpa
sempre di sue sventure,
garrisci meco, e lascia
di condurti, lassù, dove ritrovi
e giustizia, e soccorso.
Prendi il mio carro, prendi
le mie colombe, e vola.
Innocente marito,
del tuo gran genitore al sesto giro.
Oda il suocero mio,
oda le tue querele, oda il tuo male
l'eterno tribunale.

VULCANO

O dèa, tu saggiamente,
come sempre ricordi,
ma lasciarti qui sola
troppo mi disconsola.
Vendetta, e gelosia
son'a duro contrasto
in questa mente mia.

VENERE

Assai più, che col piede
zoppichi col pensiero
chi di mente è leggero,
teme, sospetta, e crede.
Non milita la stessa
legge nelle gran dèe,
che nell'alme plebee:
a gran donne è concessa
una tal libertate,
negata alle private. Or tu m'intendi,
prenditi in pace, prendi
le passate licenze: egli è ben dritto,
che la madre d'amor senta d'amore
tu cogli il frutto, ed altri odora il fiore.

VULCANO

Sovvengati che quando
alla sfera del sole io sarò giunto,
non vorrà quell'irato
concedermi passaggio: e porto rischio,
che col nemico raggio
non m'arda il carro, e le colombe, e torni
Vulcano oggi dall'alto
mal misurato cielo
a nuovo far, ma più nocivo il salto.

VENERE

Timido sempre fosti, e sarai sempre
un dio codardo, e vile:
che temenza gentile?
Che nuove gelosie
vi turbano il pensiero?
Pensa, ruvido, pensa
all'ingiurie vicine,
e non sognar lontani
disonori, e ruine.
Ma vedi, che discende
frettoloso, improvviso,
il messagger di Giove
sul fiero augel del gran tonante assiso.

Scena terza

Mercurio, Vulcano, e Venere.

MERCURIO

Appresta, o dio del foco,
nuovi fulmini, appresta,
ch'a questo affar discendo,
sull'augello di Giove,
sì frettoloso in terra.

VULCANO

Dimmi: ritorna forse
nova età di giganti, e nova guerra?
Entra nell'antro mio,
gran nipote d'Atlante,
e scegli, amico dio,
scegli a grand'agio tuo l'arme, e gli strali
più pungenti, e mortali.

VENERE

Così piacer ti prendi
de' celesti messaggi?

MERCURIO

Buon liquor di Tessaglia
dal lavor ti distoglie.
Né fulmini qui miro,
né foco, e dissi quasi,
né mantici, o fucina: ed or, ch'in queste
vezzose amenità tu ti trastulli
con la moglie amorosa,
io veggio sonnacchiosa
giacer la turba de' serventi tuoi:
né questa l'ora è più de' lor riposi?

VENERE

Vedi tu questi dardi?
Questi fan, ch'i meschini
dormon l'ultimo sonno.

VULCANO

E sì fiso gli sguardi?
E non gli riconosci?

VENERE

Questi, questi avventati
ha dianzi il dio di Delo
in que' petti innocenti.

MERCURIO

Mal consigliato nume:
temeraria vendetta:
o questa volta sì temo, che resti
privo di cielo, e lume.

VENERE

Il mio dolce consorte,
egli, che col timor nacque ad un parto,
fingendo gelosia
della bellezza mia,
di condursi lassù teme, ove possa
narrar l'offesa alle superne orecchie.

VULCANO

Come re degli dèi
de' fulmini in gran fretta oggi richiesti
voto vegga tornar l'ardito augello,
rivolgerà la mente
a sì fiero accidente
non ha d'uopo di sprone
la celeste ragione.

MERCURIO

Saggiamente discorri.
All'orecchie de' grandi
nunzia di nuova ria
cauta lingua non sia.

VULCANO

Giove il reo punirà: saprà compensa
trovar'ai danni: or tu, sagace Ermete,
licenzia il portatore,
che voli al tuo signore.

MERCURIO

Voli spedito pur, che non mi sembra
dannoso quel consiglio,
che mi dona al riposo,
che mi toglie al periglio.

VULCANO

Or io dentro mi volgo
a dar in questo cavernoso abisso,
umil sepolcro a' bersagliati amici.

Scena quarta

Mercurio, e Venere.

MERCURIO

Bella dèa delle gioie,
noi resteremo in queste
olimpiche foreste
a seppellir le noie.

VENERE

T'inganni questa volta,
io non son più qual era
quella Venere stolta:
ti basti, che d'Ermete,
e d'Afrodite uscito
sia vago Ermafrodito.
Non mi lusinghi più, più non m'alletti,
astutissimo dio,
co' tuoi sagaci detti:
non sei più l'amor mio
Delia mi t'ha rubato: ah ben può dirsi,
che Delia alla magion del dio de' ladri
più di Mercurio astuta
a furar sia venuta.

MERCURIO

O ben gli orecchi hai desti:
o ben gli avvisi hai presti.
Delia è giunta a bearmi: anco non sai,
che bear di vantaggio
può le menti celesti
di mortal donna un raggio?

VENERE

Ecco spunta la bella
conducitrice del paterno armento.
Ecco Delia.

MERCURIO

Ma seco, ohimè, che pene?

Il genitor se n' vene.

VENERE

Or noi da questa parte
ascosi agli occhi loro
osserviamo gli affari,
intendiamo i discorsi.
S'io ti nego me stessa,
non ti nego il consiglio:
ho pietà degli afflitti: e voglio in parte,
se non posso con l'opre,
con l'indirizzo giovarte.

MERCURIO

Piena di colpe brutte
brama Venere far Veneri tutte.

VENERE

Che mormori e paventi?
Quasi dèa degli amanti io più non fossi?

MERCURIO

Vien di fieri molossi
armato più, che di guerriere genti
il re pastor d'armenti.

Scena quinta

Admeto, e Delia, Mercurio, e Venere.

ADMETO

Udisti il fiero caso
de' ciclopi innocenti
dall'ira uccisi, o figlia
del grande arcier di Delo.
Ond'è Giove rimaso
senza fulmini in cielo.

DELIA

Se regna in cielo ancora,
o genitor Admeto,
fra que' petti divini
la discordia, e la guerra,
che meraviglia è poi
fra mortali meschini,
se si battaglia immortalmente in terra?

MERCURIO

Molto ben avvisati
son de' celesti affari,
i tessali pastor.

VENERE

Queste son le lor arti:
da questi eccelsi monti
del vasto ciel le più remote parti
sempre son'a spiar occhiuti, e pronti.

DELIA

Pur che non rieda, o dio,
nuovo stuol di giganti,
or ch'il gran Giove è privo
di fulmini tonanti:
pur che Tessaglia tua non torni albergo
di rie malvage squadre,
o mio signore, e padre:
che questi Olimpi, e questi
Ossa, e Pelio di nuovo
sossopra mireresti,
questi tuoi ricchi armenti
a pascolar guidati
da pastorelle timide, e gentili
resterebbero preda
di scellerate genti.

ADMETO

Vorrò, vorrò compagno
darti, o Delia, che regga, e teco guidi
in questi aperti lidi
pien di maschio valor l'amata greggia.

DELIA

Lodo il saggio pensiero.

ADMETO

Avrai Delia il consorte.

MERCURIO

O mia beata sorte;
vorrò, vorrò, che mia
la pastorella sia.

VENERE

Ben sarà stolto Admeto,
s'un dio de' ladri elegge
per guardia della gregge.

DELIA

Esser la guida io sola
di numerose mandre
e m'incresce, e non devo:
che, se non fusse il dilettevol canto,
da cui sommo valor teco ricevo,
io crederei talor struggermi in pianto.

ADMETO

Or che pasce la greggia,
e 'l sol punge, e s'innalza,
in quell'ombrosa balza
sediam con l'occhio intento:
che se ben regi siamo
di gir dietro all'armento,
pur che nostro egli sia, non ci sdegnamo.

MERCURIO

Udisti, o bella dèa,
canto mai più gentile?

VENERE

Udisti, o nume accorto,
cenno più fiero mai?

MERCURIO

Mira, ch'agli occhi nostri
s'aprono l'alte sfere:
ecco Giove a consiglio
siede co' maggiori numi:
fissa Venere il ciglio,
stendi lassù l'esploratrici orecchie.
Che mentre dèi noi siamo,
s'a' mortali è negato
il divin concistoro,
ecco, ch'in ogni lato,
ciprigna, noi possiamo
udire il parer loro.

VENERE

Un occhio al cielo, e l'altro
della tua Delia al viso
tu tieni, o nume scaltro,
soavemente assiso.

MERCURIO

Un doppio cielo io veggio,
mentre io rimiro il cielo,
e che Delia vagheggio.
Deh mira la vezzosa,
ch'intreccia gli amaranti ai gelsomini,
e i ligustri alla rosa,
per formarne ghirlanda agli aurei crini.

VENERE

Ah potess'ella in tanto
mirar la scena bella
del concistoro santo.

Scena sesta

Giove, coro degli Dèi maggiori, Apolline, Mercurio, Venere, ed Ermafrodito.

GIOVE

Numi qui posti dagli eterni fati

a regger meco de' celesti il regno;
che compartite con pesato ingegno
e le pene severe, e i premi grati,

udito avete il temerario orgoglio,

ch'armò la destra ingiuriosa al sole,
per vendicar sua fulminata prole,
contro la maestà di questo soglio?

Noi punimmo Esculapio altero ahi tanto

in richiamar più d'un mortale in vita:
e di Fetonte ancor la destra ardita,
ch'ebbe d'auriga sì funesto il vanto.

S'il vostro almo parer non fa contrasto

di Giove alla giustissima sentenza.
Voglio, ch'il sole esiliato, or senza
luce, deponga l'alterigia, e 'l fasto.

Scenda mendico, e peregrino in terra

a provar de' mortali il viver duro:
perch'ogni dio quassù viva sicuro:
e non s'ammetta in ciel litigio, o guerra.

CORO

Vada il Sole esule, vada:

privo di cielo,
privo di raggi,
il dio di Delo
sul carro adorno
più non regga la luce, o porti il giorno.

CORO

IIº

Regga i destrieri ardenti
Giove invece di lui per l'aurea strada:

vada il Sole esule, vada.

APOLLINE

Parto, ch'a' cenni vostri
convien, numi, ubbidire.
Lascio i celesti chiostri,
e cedo nel partire
le perigliose brighe, a chi di voi
saprà meglio frenar gli Edti, e i Piroi.

GIOVE

Io restar devo al pondo
universal del mondo.

CORO

Ma chi t'aggrada, o piace,
che guidi l'altra face?

GIOVE

A ciprigna cortese, o pur si dia
questa briglia ad Ermete,
ch'ambi seguendo ogn'ora,
o percorrendo il raggio
del luminoso carro, anco sapranno
meglio imprender di noi l'aspro viaggio.

MERCURIO

Ciprigna, ecco io m'ascondo
per Delia vagheggiare
in questo opaco mondo:
tu predi, o diva, il luminoso affare.

VENERE

Ecco io mi involo pure: ecco mi reco
più dentro a questo speco:
mi scusi Marte pur s'in ciel non torno.
Guidi il carro chi vuol di luce adorno.

GIOVE

O ben oggi lontani

son i due numi, a cui
questo freno è dovuto.

CORO

Alle tue sante mani

l'alto impiego si dia:
tu, ch'i cieli formasti,
sai de' cieli ogni via.

CORO

IIº

Scenda il sole in terra, scenda;

e sovra il carro adorno
regga Giove la luce, e porti il giorno.

GIOVE

Ermafrodito, Ermafrodito, o nostro
diletto ambasciatore.

ERMAFRODITO

Questo titol d'onore
mi chiama a gran fatiche.
L'uso de' grandi è questo: allor che Giove
elefante mi vuole
mi gonfia di parole.

GIOVE

In questo angusto foglio
quanto da te desio,
ti commetto, e raccoglio.
Vola tu dietro al discacciato dio:
ogni andamento osserva
nell'esule nemico;
opra tu molto più, se poco io dico.

Scena settima

Delia, e Admeto.

DELIA

Che rimbombi son questi?
Che strepiti funesti?
Or che perduti ha Giove
i fulmini, mi pare
raddoppi il toneggiare?

ADMETO

È forza, che s'accoppi
in quest'orrido giorno
più d'un celeste affare.
Tanto i lampi, e le nubi errano intorno.

DELIA

Quegli è re, che non paventa,
né si gonfia, o insuperbisce.

ADMETO

Quegli è re, che nulla ambisce:
regna solo alma contenta.

DELIA

Non è re, chi notte, e giorno
dubbio vive del suo stato...

ADMETO

Non è re, chi regna armato...

DELIA

Vuol custodi.

ADMETO

E frodi ha intorno.

DELIA

Chi di porpora s'ammanta,
e chi d'or si cinge il crine,
re non è: cui manca al fine
desir buono, e virtù santa.

ADMETO

Quegli è re, re fortunato,
ch'a suoi popoli è gradito:

DELIA

Serve lor da gran servito,

ADMETO

Ama lor da loro amato.

DELIA

Quegli è re, re fortunato.
Ma non è giusto, o padre,
che, se l'opra ci chiama,
qui ci tenga il discorso.

ADMETO

Di quest'erbe odorate
assai pasciuto avete;
movete il piè, movete,
pecorelle gentili,
gite dilette miti, gite agli ovili.

Scena ottava

Ermafrodito col Ballo.

ERMAFRODITO

Vagabondo errante

dal regno stellante
discendo talor.
Chi vuol saper, ch'io sia
di Giove son referendario, e spia.

Esser relatore

manegio è d'onore,
vaglia a dir il ver,
che nelle regie corti
questo ufficio gentil porta, se porti.

So, ch'avete udito

d'un Ermafrodito
il bel nome già,
io sono, io son quel desso,
fato di Giove esploratore, e messo.

Con lusinghe ladre

Mercurio mio padre
Venere assaggiò:
nacqui di bella dèa;
e la nutrice mia fu Scarabea.

L'han già molti udita

vecchia rimbambita
d'amore cantar,
d'una tiorba, e d'un poeta è figlia.

Latte Scarabea

mi fece un Orfeo
sì lungo, e sottil:
son di Venere figlio,
ma nel restante a Scarabea somiglio.

A tutto m'adatto;

ed or che son fatto
maturo assai ben,
non dà più gelosia
in terra, o 'n ciel questa bellezza mia.

Per mala sciagura

a doppia natura
trasportato io son;
ma più l'ingegno ho doppio,
larga la bocca, e se non parlo, io scoppio.

Al ballo m'accosto,

che Giove m'ha imposto,
ch'io miri colà,
se Venere io ritrovo,
vaga d'un Marte più robusto, e nuovo.

Mercurio ad ogni ora

quaggiù s'innamora,
e non pensa al ciel.
Nell'esilio del sole
il dio de' ladri qui Giove non vuole.

Mortali mi manda

Giove a questa banda,
si guardi ciascun.
Per farmi grato a lui,
cerco sempre novelle, e fatti altrui.

Ecco, a questo avviso,

io miro, ch'il viso
si copre più d'un.
Non giova esser non visti,
braccheggia al naso Ermafrodito i tristi.

Ballo di Dame, di Paggi d'Admeto.

CORO

Se al ballo c'invita

leggero il piè,
leggera la mente non è.
Sull'erbe tenere
Amor danza con noi, festeggia Venere.

Abbiam cara però bella onestà:

chi mal di noi pensò, mal averà.

Del bel canto amica

ognor qui fu
l'armonia della virtù.
Col canto prendere
sappiamo, e far quaggiù Cinzia discendere.

Tanto è cara lassù nostra pietà:

chi mal di noi pensò, mal averà.

Forse a' nostri canti

fermar il vol
vedremo a' corsieri del sol.
D'Anfriso al fremito
Apollo accompagnò la cetra e'l gemito:

forse per nuova Dafne ei piangerà.

Chi mal di noi pensò, mal averà.

AZIONE SECONDA

Scena prima

Apolline.

APOLLINE

Son di luce spogliato:
son del mio regno privo:
s'in terra esule io vivo,
vivo almen vendicato.
È sì dolce il piacer della vendetta,
ch'ha potuto lasciar il dio di Delo
fastosamente il cielo.
Qui sulla bella Tempe
fermato ho il piè: qui dove,
la corazza spogliata,
vestii ben tosto un pastorale ammanto.
Nomio mi finsi: e dal cortese Admeto
raccolto ebbi da lui
della greggia il comando.
Ed ecco Delia appunto,
che pastorel mi vede,
e nega agli occhi fede.
Che sotto il manto mio,
sia celato alcun dio la bella vuole.
Se sapesse costei, ch'io sono il sole?

Scena seconda

Delia, ed Apolline.

DELIA

Qual raggio mai di poderosa stella
ti fu guida, o pastore,
a questa spiaggia bella?
Tu qui venisti, amico
per raddolcir col canto
un cuore amareggiato
da lunghissimo pianto.
Ma, Nomio, io giurerei,
che tu Nomio non sei:
che sembri all'occhio mio
d'esser un sole, un dio.

APOLLINE

Già l'hai tu dianzi udito,
giovinetta real, qual io mi sia
pastor di Tracia uscito:
lasciai la Tracia, venni
a questo albergo nuovo,
per destar mia fortuna,
che nel patrio terreno
o dormentata, o sonnacchiosa io provo,

DELIA

In buon punto giungesti: è un foglio aperto
il portamento, e la beltà del volto,
che sovra ogn'altro merto
a noi ti raccomanda.

APOLLINE

Biondo crin, chioma d'oro,
bell'occhio scintillante,
maestrevol sembiante,
è un fragile tesoro, è un mortal dono.
Quel, che di fuori io sono,
resta di contemplare: osserva un core
di riverenza pieno...
mira d'ossequio umile
se porto ricco il seno.
Quest'arco, e questa cetra,
mio novello ritrovo,
son gli amori, ch'io provo.

DELIA

Un musico ingegnoso,
un sì vago sembiante
tanto adorato, oh dio,
non è di donna amante?

APOLLINE

L'amo tutte del pari,
ove un raggio discopro
lampeggiar di virtù: che questo solo,
fra tanti beni frali,
questo sol d'immortale hanno i mortali.

DELIA

Sonnuto pastorello,
senti, senti l'ottavo, odi il novello
saputo della Grecia: or qui tra noi
questa è falsa dottrina. Amor tiranno
qui crediamo del petto,
e non principe eletto.

APOLLINE

Forza d'amore, o fato
non teme Nomio no, di cetra armato.

DELIA

Posa, posa la cetra,
posa, deh posa l'arco,
e i dardi, e la faretra,
che son d'impaccio al pastorale incarco:
e torniamo agli ovili
a sprigionar gli armenti.
Mentre andranno pascendo
della terra i tesori,
le delizie del prato,
noi col canto bramato,
Nomio, ci scopriremo i nostri cuori.
Qui l'avrem pronte, quando
tenti bocca vorace, o ladra mano
turbar la nostra pace.

APOLLINE

Credo, che qui sicura
entro a' fieri cespugli
resterà questa merce?

DELIA

Assai più, che cerchiata
da raddoppiate mura.

Scena terza

Ermafrodito, e Mercurio.

ERMAFRODITO

Veduto esser non crede
il dio, ch'il tutto scopre:
e noi desti alle prede
sarem, mentr'egli è sì voglioso all'opre.

MERCURIO

Come d'armi spogliata
gli avrem la destra, allora
gli ruberem gli armenti;
acciò comprenda Admeto,
quanto poco si vaglia
questo tracio pastore
ne' prati di Tessaglia.
Peregrinando altrove andrà ben tosto
questo occulto rivale,
e resterò vagheggiator sol io
del bell'idolo mio.
Ma tu figlio scendesti
oggi molto opportuno
dalle sfere celesti: ah, non vuol Giove,
che vada questa fera
senza il suo veltro ai fianchi? Or meco all'opra
ingegnoso t'adopra.

ERMAFRODITO

Fiere intrecciate spine.

MERCURIO

Non perdonato ancora
alle destre divine?
Ed ecco l'armi desiate: or basta,
ch'io lo privi di strali;
non voglio arco, né cetra,
voglio sol, che rimanga
del mio rivale arciero
vedova la faretra.

Scena quarta

Venere, Vulcano, coro delle tre Grazie, coro di Tritoni.

VENERE

Timido consigliato,
lascia pur questi spechi,
e nell'antro romito, assai
qui teco dimorai.
La bella conca mia
fortunato veleggia,
e porta la fucina
dentro l'antica reggia.

VULCANO

Or che placido il mare
de' marittimi dèi
ci rende il favor santo; a tempo, o diva,
io terminai l'imbarco
del mio fabbrile arnese:
e tu l'aura d'Amor procura intanto,
al nostro vol cortese.

VENERE

Affrettati melenso,
sciogli la vela, prima
che ti discopra il rio nemico: hai molto
qui da temer Vulcano:
s'il peregrin del cielo
è fatto abitator di questi poggi,
forza è, che tu dileggi.
Ma pria della partenza
smemorato affannoso,
mira ben, s'hai qui tutta
nella conca marina
la sgombrata fucina.
Ecco i martelli, e le tenaglie, ed ecco
la gravissima incude. Io ti so dire,
c'ha la nave il suo peso.

VULCANO

Ecco i mantici, e'l resto
di men pesante incarco.

VENERE

Su ferma il piede, e trova,
bagaglion disadatto,
ove sicuro posi. E voi mie fide
segretarie, e sorelle,
voi Grazie ornate, e belle
sul mio carro volante
gli eburnei rastri. E 'l luminoso specchio
riponete, ed ogni altro
per uso femminile
consueto apparecchio.
Vostra cura gentile oggi sia questa:
segua del carro un regolato moto
della mia conca il nuoto.

VULCANO

Ecco per questo liquido elemento,
mentre solcate voi gli aerei campi,
sciolgo la vela ossequiosa al vento.

CORO DELLE GRAZIE

Sgombra, sgombra il timore

tutto par, che d'Amore
il cielo, e 'l mar avvampi;
parti Afrodisia, parti,
parti, bella Ciprigna,
né deve abbandonarti
delle Grazie lo stuol, madre benigna.

Negri lidi funesti,

desolata Tessaglia,
donde parte costei,
parton le Grazie ogn'or, parton gli amori.
Abbandonato Olimpo,
le dolcezze de' cori,
le gioie de' mortali, e degli dèi
di qui, di qui se n' vanno.

O Delia, a quale or sei

periglio esposta, a quale
non aspettato male oggi tu resti?
Antri vedovi, e mesti,
da voi, da voi se n' vanno
le delizie celesti,
e qui rimane ogni terreno affanno.

Scena quinta

Delia, Apolline, Mercurio, ed Ermafrodito.

DELIA

Or che sospinto hai fuori
tutto il reale armento,
pasca egli l'erbe, e i fiori,
e tu Nomio cortese
prendi il novel dolcissimo istromento,
e fa' ch'io senta omai,
ritrovator felice,
avvivar quelle corde
che ravvivano i cori: or di questi elce
godiam l'ombra romita,
e dove ampio sedil c'invita al canto,
uniam le voci, e più le voglie intanto.

APOLLINE

Mentre, o Delia, il correggo,
maturar col pensier, saggia, tu puoi,
l'argomento, che vuoi.

MERCURIO

(Ed or, che l'uno, e l'altro
è rapito a destar canori accenti,
io rapirò più scaltro
il meglio degli armenti.)

APOLLINE

Ancor non ben risponde
l'armoniosa cetra ai giusti accordi,
cresce la nona, cresce,
tu la rallenta alquanto.

ERMAFRODITO

(Non s'avvede il buon musico, che mentre
l'arguta cetra accorda,
di sé stesso si scorda.)

APOLLINE

Il tutto è pronto, or da' principio al canto.

DELIA

Saper da te desio,
non me 'l negar, pastore,
(ma, che dimando, o dio)
ardesti unqua d'amore?

APOLLINE

Te 'l dican queste rive
del dolente Peneo,
per chi già Nomio ardeo:
parlino questi prati,
ove altre volte ho sparsi
i prieghi, e i passi dietro
di ninfa ai passi ingrati.

Sanno quest'erbe, quanto
d'amor m'accesi, ed arsi,
san le querele mie, sanno il mio pianto.

DELIA

Ed or, Nomio, non ami?

APOLLINE

Dal primiero infelice
mal intrapreso amore, o Delia intesi
il furor di mia stella;
ond'io più non m'accesi
di ninfa altera, e bella.

DELIA

E tutte non son quali,
Nomio, tu te le fingi.

APOLLINE

Alla custodia io fui di questi armenti,
e non a folleggiar, ninfa, chiamato:
che vuoi, che dica, Admeto?

DELIA

Egli è saggio signore,
ma saggio anco, e discreto;
e sa, che si conviene
a sì gentil pastore,
l'esser servo d'Admeto,
e servo anco d'amore.

APOLLINE

E'l primo giorno, e quasi
la prim'ora, tu vuoi,
ch'un peregrin s'accenda?
Lascia prima, ch'intenda, ov'egli possa
aspirar alla preda:
e vuoi, Delia, ch'io resti.
Sì d'improvviso amante?

DELIA

Come appunto rimase
una ninfa di te...

APOLLINE

Delia, io m'avvedo,

sì, sì, che tu ti prendi
gioco del tuo pastore:
ah tanto io non m'arrogo,
che pensi ch'una ninfa a' primi sguardi
d'un rozzo pastorel rimanga accesa.
Ben'avea pronto amore
oggi il fucile, e l'esca.
Ben saria fortunato
per Nomio questo giorno,
in cui donna, e signore
avesse egli trovato.

DELIA

Non men del primo è l'altra
mansueta, e cortese.

APOLLINE

E che ne sai?

Corre presto fra voi
d'una ninfa, che ama,
belle ninfe la fama?

DELIA

Ancor non indovini,
Nomio, chi sia costei?
Ma che dico indovini? Ancor non resti
certo degl'ardor miei?

APOLLINE

Fanciulla, ove ti lasci,
trasportar dal desio?
Non ti ricordi, ch'io
son servo, e tu regina?

DELIA

Hanno servi sì fidi alfin tra noi
privilegio di sposi.

APOLLINE

Venni a pascer d'Admeto
la gregge, e non a fare
della figlia di lui strage, o rapina,
questo qui mi farebbe
e gregge, e ninfe, e tempo
in un tempo lasciare.
O quanto il tuo fedele
omai Delia t'adora.
Io mi fingo crudele,
perché giova talora
il finger crudeltà,
per ottener pietà.

DELIA

Non temer no, che condonato il furto
allor ti sarà sempre,
che tu risponda con la stessa fede
a chi d'esser amata
semplicemente chiede.
Non ti mostrar tu, Nomio,
primieramente ingrato
a non amar amato.
Altro ninfa, che ama,
in Tessaglia non brama,
ch'all'adorato petto
render per puro amor pudico affetto;
ciò tra noi si costuma infin, che giunga
la stagion delle nozze, e quando fia
comune il piacimento,
non son contrari i genitori mai
al giusto godimento.

Nobiltà di natali, oro, e ricchezza,
nulla si pregia qui, ma sol si guarda,
s'ha tesoro d'ingegno,
s'ha fermezza di fede,
s'ha leggiadria nel canto.

APOLLINE

E'n me, che non riluce, o Delia, in tanto
raggio alcun di valore,
cader non potrà mai, regia donzella,
uguaglianza, sì bella.

DELIA

Corrispondi all'amore,
e fia pensiero il resto
del mio buon genitore.
Porgimi su la destra,
impegnami la fede;
tu sai, chi te la porge,
tu sai, chi te la chiede.

APOLLINE

Con quella riverenza,
ch'ad un servo si deve,
Nomio la destra in pegno
e ti porge, e riceve.

Scena sesta

Coro, Admeto, Apolline, e Delia.

CORO

Accorrete, o pastori,

pastori al ladro, al nequitoso, al ladro,
accorrete, accorrete.

ADMETO

Voi cantando spendete
soavemente l'ore,
ma gl'occhi non volgete
al ladroncel, che seco
ha furando condotto,
dentro a quell'antro cieco,
il meglio dell'armento.

APOLLINE

Ohimè, Delia, che sento?

ADMETO

Quel, ch'ambeduo non foste,
dietro a festosi canti,
a discoprir bastanti.

APOLLINE

Mostrami il temerario.

DELIA

E chi fu mai

il ladro insidioso?

APOLLINE

Ch'io non verrò, che rieda
alla seconda preda.

ADMETO

Colà nascose le giovenche; ed egli
accortosi di me, da me si tolse.

APOLLINE

Ecco il gran dio degl'ingegnosi ladri,
che ver noi s'incammina:
vorrò, ch'egli mi renda
conto del ladroneccio.
Riconducete voi la greggia intanto
a' presepi vicini,
ch'io qui resto all'esame
del ladroncello infame.

DELIA

Ma, qui restar non deve
su questo nudo sasso
questo canoro legno,
voglio meco portar l'amato pegno.

Scena settima

Apolline, e Mercurio.

APOLLINE

Dovrai, tu sempre, o dio
d'industriose genti,
insidiar gl'armenti?

MERCURIO

Vorrai tu meco in terra,
vago signor di Delo,
se ti son caro in cielo,
aver contrasto, e guerra?

APOLLINE

Voglio, che tu mi scopra
qual fu l'iniqua mano,
che tentò di furarmi oggi la greggia.

MERCURIO

Che son io forse il relator de' furti?
L'osservator de' mali?
Il dio referendario?
Hai perduto tu dunque
col bel carro lucente
oggi gl'occhi, e la mente?
Il futuro indovini,
e 'l presente non miri.

APOLLINE

È perché lo mirai
da te conto ne voglio.

MERCURIO

Dunque ladro mi fai?

APOLLINE

Qual tu ti sia, contezza
da te ricerco, e devi
darmela tu, che fusti oggi dal luogo
non lontan del delitto.

MERCURIO

Se lungamente il fato
fra le braccia felici
delle nuove amatrici
ti conservi beato,
parla, e canta d'amore
fortunato pastore:
lascia le risse, e i furti,
e 'l pensier degl'armenti,
contami le tue gioie,
narrami i tuoi contenti.

APOLLINE

Tu sai, ch'io ti conosco,
astutissima volpe,
non mi fanno i piaceri
obliar le tue colpe.
Non volger il discorso,
ch'io volgerò gli strali:
non ho l'arco lontano,
e colpisce nel segno
d'Apolline la mano.

MERCURIO

De' tuoi strali mi rido,
esiliato nume,
per me puoi sprezzar l'arco.
Così meco favelli?
Non sai di quella verga
di serpi attorcigliata
il privilegio ancora? Io son di Giove
riverito messaggio.

APOLLINE

Ed or più me ne invogli,
che Giove mi nomasti:
non so, s'egli in difesa
scudo ti si farà, che non colpisca
questa saetta il petto
del messagger diletto?

MERCURIO

E qual saetta? Quella,
che per la fretta forse,
povero dio di Delo,
ti sei scordata in cielo?

APOLLINE

Ben dianzi ne avev'io
gravida la faretra,
ma tu, ladro gentil, me l'involasti.
Assai, Mercurio, assai
ti prendi gioco omai. Il tutto sia
un tuo scherzo leggiadro;
mi rido della frode, e lodo il ladro.

MERCURIO

Per una volta alfin, rigido Apollo,
ridenti io rimirai
le tue labbra divine,
abbracciami, o vezzoso,
abbracciami, e conosci
la mia fida leanza.
I dardi io ti nascosi
sol per tua sicurezza,
or che stanza cangiasti,
e vivi peregrino, esule in terra,
perché tu non trovassi
sempre debil cagion d'ignobil guerra.

APOLLINE

Pietosa provvidenza.

MERCURIO

Mentr'io ti veggo fatto
regio pastor d'Admeto,
nei giardini di Tempe,
qui sul limpido Anfriso,
da Delia amoreggiato,
tra gli amori, e 'l comando
dubito, che ti scordi
in questi ozi gentili
della reggia del cielo,
né d'impetrar perdono
tu ti curi per ora,
come quegli, a cui grata
sembra questa dimora:
ond'io venni a turbare
la pace del tuo cuore,
venni, venni a scemare,
per queste negligenze,
l'amor d'Admeto, a cui
ti rendesse men caro,
il vederti men desto.

APOLLINE

O per rapir l'altrui
ingegnoso pretesto.
Tu mi vorresti dunque
veder in ciel tornato?

MERCURIO

Ben hai tu gli occhi teco,

e vedi, come il luminoso carro
sia da Giove guidato?

Stanco spesso, e cruccioso

Giove, Giove bestemmia,
e di se stesso incolpa
la soverchia prudenza. Ohimè, che dianzi
nel malvagio sentiero
l'inesperto cocchiero
ha traviato, e quasi
rotto ad Acquario i vasi.

E s'egli a sorte guasta

in quella zona rea
le bilance ad Astrea,
che fia della giustizia? Io so che zoppa
vedrassi in terra, mentre
Giove la storpia in cielo.

Ma che fia, quando a Giove

venga il Cancro vicino
con quell'orride branche?

O quanto allor pentito

sarà d'aver nel dirupato calle
preso a guidar la luminosa face.

APOLLINE

Onde tu non disperi
il mio presto ritorno?

MERCURIO

Anzi io me n'assicuro.

APOLLINE

Il desio di regnare è un fiero invito.

MERCURIO

Che vuoi tu, che rovini
precipitoso il carro, e Giove seco
a incenerir la terra?
Che diranno i mortali,
che degli dèi purtroppo
si querelano ogn'ora,
se pecca Giove ancora?

APOLLINE

Questo grave pensiero
de' minacciati mali
contro il pubblico bene
de' miseri mortali,
fa' ch'io deponga il concepito sdegno,
fa', ch'io brami il ritorno
al mio celeste regno.

MERCURIO

Lasciane a me la cura:
mio pensier sarà questo
di ricondurti in cielo.
E vedi s'io m'affretto. Io per lo centro
della terra trapasso:
ingegnoso schivando
un cerchio di lunghissimo cammino
Giove rincontrerò, che porta il lume
di sotto ad altre genti.
Tu torna intanto a pascolar gli armenti.

Scena ottava

Mercurio, Proserpina, e Coro infernale.

MERCURIO

Spalancatemi, olà, numi d'Averno,
il grand'uscio infernale,
e le voci ubbidite,
cortigiani di Dite,
del messagger di Giove.

PROSERPINA

Entra, fido ministro,
dell'alta eccelsa corte
di Cocito le porte.

CORO

China, i ginocchi, china,
postiglion annebbiato.

MERCURIO

Augusta donna degli inferni regni
perdonami, se tosto
in quest'orror eterno
non t'inchino, o discerno.

CORO

Uso è di voi celesti:
spregiate questi chiostri,
e i gravi affari nostri.

PROSERPINA

Ma che novelle arrechi,
o nunzio degli dèi?
Dentro questi antri ciechi
a che venuto sei?
Ergiti, e scopri l'ambasciate.

MERCURIO

Io chiedo,

Proserpina cortese,
per queste inferne vie
un sicuro passaggio,
per incontrar qui sotto
felicemente il raggio,
che Giove or guida apportator del die.

PROSERPINA

Cillenio, io mi credea, ch'oggi qui giunto
a richiamar alle primiere salme
tu fossi l'alme de' ciclopi estinti.
Sossopra omai rivolto
per l'or l'inferno è tutto. Hanno gli arditi
per il scherzo disciolto
ben due volte Ission dall'alta ruota,
tolto a Sisifo il sasso, uccisi i serpi
a Tesifone, e poscia
Cerbero addormentato: indi a Caronte
tolto di mano il noderuto remo,
molte anime introdotte,
contro il voler del fato,
hanno al passo vietato.

MERCURIO

Ohimè, quel poco dunque
di servitù di Giove,
entro gl'inferni liti,
tanto gli rende arditi?

PROSERPINA

Ma non son queste intanto
fierezze, che le voglia,
entro l'inferna soglia,
soffrir più Radamanto.

MERCURIO

Non si devon mischiare
nell'infernal prigione
tra stolidi ignoranti
questi ingegni prestanti.

PROSERPINA

Odi bella ragione: ancor non sai,
che negli inferni regni
piombano i primi imperversati ingegni.
E ch'angusta è la stanza a tanti omai,
dalla tartarea chiostra
Giove dunque richiami a nuova luce
i suo' feri ministri: e vorrai forse
star ozioso in cielo
senza il fulmineo telo?
Che dirà quel mortale
poco a Giove divoto,
se Giove tuona a voto?

Su dunque a Giove esponi
i nostri danni, e digli
i nostri, e suo' perigli.
Sprigioneranno alfin quant'alme accoglie
il cieco regno, e quanti,
ha sepolto giganti;
e da costor, che sempre
han maneggiato il foco,
ohimè, che già pavento
non venga un dì per gioco
questo incendio infernal sopito, e spento.

MERCURIO

O diva, a grandi affari oggi m'affretto;
per ricondur in cielo
il sole esiliato
son a nobil trattato.
Come ciò segua, avranno
nuova vita i ciclopi: onde sarai
libera d'ogni affanno.

PROSERPINA

Sì, sì, ch'io non ho d'uopo,
per raffrenar quest'alme,
di fulmini, o ciclopo.

CORO

E l'ordine, e la pace
nell'inferno anco piace.

Scena nona

Ermafrodito col ballo de' Soldati d'Admeto.

ERMAFRODITO

Chi può gir dietro ad un Mercurio alato?

Chi seguirà mai diva
incostante, e lasciva?
Corra chi vuole, io qui l'attenderò.

Veduto ancor non ho

di ninfe belle
danze più snelle:
che voli, e cadute?
Or quindi, or quindi
che trilli, e che trinci
facea scherzoso il piè?
Stella sì saltellante in ciel non è.

Ma non restate

voi però paghi
de' balli vaghi,
mortali bramate
sempre sempre aver più.
Non scendo quaggiù,
ch'io non ritrovi,
costumi nuovi.
Il parlar tosco
da stagione a stagion, più no 'l conosco.

E dissi quasi,

ch'i sommi dèi
per l'orribil tenor di vostre frasi
non intendon lassù
i vostri prieghi più.
Onde a rovescio spesso
il bene v'è tolto,
il mal v'è concesso;
impara a fraseggiar supplice stolto.

Ecco l'aurora,

che si vergogna
di sortir fuora,
perch'elle mira
non gradir voi
i colori suoi
ond'ella vuole
sin che non caggia la sua scorza antica,
che prenda fatica
Eunomia d'infiorare il calle al Sole.

E m'ha pregato

Iride seco,
ch'io porti meco
alcun nuovo colore in terra usato.
Quanti impacci mi danno, e impieghi, e impicci
i femminili capricci?
Ogni volta, ch'io torno,
io reco, o donne, a quel celeste chiostro
alcun segreto vostro.
Ranno da torre ogni appannata macchia
al volto della Luna.
Olio da far più lunghi
i crini alla Fortuna.

Per discrepar la fronte

alla rugosa età quest'acque ho pronte.
Ma di nuovi colori
questa è la mostra bella.
Color d'Isabella,
baciami caretta,
pancia di monachetta,
pallor d'infermo ebreo,
donna commossa,
Celadon, trista mia, cenere d'ossa.

Color di cervo, ohimè,

ohimè, che questo in molti
è un color di suo piè.
Testa di luccio,
verde cappuccio,
piè di cappone,
e questo chi gli piace ha gran ragione.

Or, s'alcuna di voi

per quelle dèe celesti
mi vuol dar altra mostra,
gloria dell'arte vostra
sarà, l'aver donne, insegnato al cielo
a colorir le spoglie, a cangiar velo.

Ballo di otto Soldati della guardia di Admeto, che formano negli scudi a lettere d'oro, questo anagramma, e variandosi sempre nell'intreccio il colore d'un turchino, e d'un rosso, fanno con le cadenze riverenza alle gentildonne.

1---2---3---4---5--6--7---8

LA BELTÀDE RIVERIAMO

anagramma primo

D'ETÀ BELLA AMORI VERI.

CORO

Rei pensieri, nembi dell'alma,

venti fieri, mentre danziamo,
non turbate la nostra calma
la beltade noi riveriamo
sia stabile il voler, se vola il piè:
s'intrecci la mano, s'impegni la fé.

Secol rio, cangiati omai:

donne, stelle terrene a' vostri rai
sian d'amanti guerrieri
principio d'età bella amori veri.

E restando in una cadenza a dietro il 4 e 'l 5:

AMO BELLA VERITA'

e può dir finalmente

RIAMO BELLA VERITADE.

Anagramma secondo da dieci soldati tutti d'un colore:

DELIA SALUTO

anagramma

L'IDEA TU SOLA.

CORO

Danza il guerrier drappello,

e negli scudi ogn'ora
prega a Delia salute.
Ma nell'intreccio ancora
varian le lettre d'or voci, e vedute.
Ecco l'idea del bello,
Delia tu sola sei. Gentil pensiero:
la sorte è cieca, e pur conosce il vero.

Anagramma terzo con variazione di due colori:

VENETIANA

anagramma

NEVE NATIA.

CORO

Sin qui sul nostro pargoletto Anfriso,

venetiana bellezza,
il tuo candor s'apprezza: e vedi or, come
bella neve natia suona il tuo nome
col degno esempio tuo le guance, e 'l labbro
non macchia a Delia mai
mal composto cinabro:
e se rosseggian quelle nevi intatte,
l'ostro sol di virtù tinge il suo latte.

AZIONE TERZA

Scena prima

Apolline, e Delia.

APOLLINE

Seguo, o Delia, il costume
de' pastori avvisati.
Aspetto il nuovo lume: e come io vedo
rasciutti i molli prati,
incontro al caldo raggio
di pecorelle meste
a pascer volgo ogn'or l'umide teste.

DELIA

O Nomio, questa mane
io zoppo credo, o smemorato il sole:
o quanto ei tarda, o quanto?
Forse, ch'egli dimora
a bella ninfa accanto,
che non si scorge in oriente ancora.

APOLLINE

Chissà, che tu non sia,
saggia ninfa, indovina
della di lui follia.
Qui pur su questa pietra
iracondo lasciai
la mia novella cetra.

DELIA

L'abbandonasti qui: ma questa mane
ch'ogni tuo nobil fregio
ha caramente in pregio,
seco la volle.

APOLLINE

Ah, l'hai

Delia, qui posta in basso,
e sotto il bigio sasso, alcun novello
citaredo s'asconde,
che tocca al lieve tocco
di questo legno vile,
l'istromento gentile.

DELIA

So ben, ch'io la racchiusi
sotto fidata chiave.
Corra alcuna di voi, ninfe, e mi rechi
la cetra imprigionata.

APOLLINE

Fiedi il selce ora tu: senti, ch'ei rende
al tocco del tuo dardo,
suono ancor più gagliardo.

DELIA

Meraviglia divina:
avvalorato il marmo
resto dal posamento
della tua bella cetra. Ah, ben diss'io,
non è di mortal mano
l'artificio sovrano.

APOLLINE

Mal si nasconde altrui
quel, che mostra la fronte.
Non mi vedi mortale?

DELIA

Ed ecco l'argomento,
che ti mostra celeste: or tocca dunque
tu le fila canore,
ch'io percotendo andrò col dardo mio
la discepola industre.
Udisti mai più vago
legamento concorde?
Chi più bella desia
union d'armonia?
Penuria non abbiamo
qui di musica omai,
mentre Nomio tu fai, dove t'appressi
musici i sassi stessi.

APOLLINE

Il piacer non fu poco.

DELIA

Sì certamente, quando
appieno rimanesse
soddisfatto il desio,
e, che Delia intendesse,
chi quegli sia, che con divina mano
avviva i sassi, e musiche le pietre
rende al par delle cetre.

APOLLINE

Gli occhi, solleva, e mira
colui, ch'a noi discende:
ei ti dirà l'autore
delle prove sonore.

Scena seconda

Admeto, Delia, Mercurio, ed Apolline.

ADMETO

O ben siete intanate
negli antri dell'oblio,
femmine smemorate? Sin quando lascerete
marcir dentro all'ovil l'armento mio?

DELIA

Deh taci, o genitore, e meco attendi
la nuova meraviglia.

MERCURIO

Gran monarca de' tempi, e della luce,
sommo rettor del luminoso carro,
a te Giove m'invia
messagger di perdon, nunzio di pace.
Assai vestito hai queste
spoglie d'umil pastore:
ritorna in ciel, ritorna
o sol, occhio, e 'l mondo aggiorna.

DELIA

O genitor, che sento?
Un rettor sì sublime
reggeva il nostro armento?

ADMETO

Chiniam pur le ginocchia, amara prole,
e adoriam devoti
la mascherata maestà del sole.

DELIA

Deh sempre il dicev'io, quanto più lo mirava,
non è cosa mortal lo sposo mio.

APOLLINE

Ambasciator benigno,
gradisco il favor santo:
se Giove mi richiama
su ne' celesti seggi
agli illustri maneggi, egli è ben dritto,
ch'io corrisponda alla mercede, e torni
a regolar i giorni.
Ma del pregiato ospizio esser dev'io
ricordevole imprima. Or dunque; chiedi,
cortesissimo Admeto;
chiedi ninfa, e 'n voi cada
la grazia, che v'aggrada.

DELIA

Chieder'altro non voglio,
assai mi promettesti.

ADMETO

Assai noi ricevemmo,
quando tu ci facesti
degni di tua presenza.

DELIA

Ohimè, che pensi, e degna ancora, e degna
non mi fai di risposta?
Ben la memoria ha lieve
chi della data fede
si scorda in tempo breve?
Macchina pur la fuga:
ordisci il tradimento:
altro Delia non chiede,
altro Delia non vuole
da te premio, o mercede.

ADMETO

Deh taci, e spera bene,
son le grazie del sole,
quanto aspettate più, tanto più piene.

APOLLINE

Per una volta, Admeto,
da morte io ti sottraggo.

ADMETO

O caro dono.

APOLLINE

Con tale legge però, ch'altri in tua vece,
quando morir tu deva,
di morir si contenti.

ADMETO

E chi sarà, cui mai
sì rio desire invogli
di morir in mia vece? Il cambio è duro,
né spero di trovare
un incontro sicuro.

DELIA

Io padre, io genitor, per te desio,
per te di morir'io: ah fosse questa,
fusse questa per te pur l'ultim'ora.

ADMETO

Adagio: adagio, e quale
rio furor ti consiglia?
Tu non gustasti, o figlia
s'esca di morte ancora.

DELIA

Cibo insalubre, e grave
dalla medica legge
ad infermo vietato,
s'all'appetito è grato
l'appetito il corregge;
il desiderio il rende
tale, ch'ei non l'offende:
e quel, che piace ogn'ora
ci nutre, e ci avvalora.

ADMETO

E qual nuova stoltezza oggi ti spinge
a sì dura profferta?
Che lagrime son queste?

DELIA

Chi nel sol fissa gli occhi
non può tener, ch'il pianto
fuori alfin non trabocchi.

MERCURIO

O rugiadose stille
da due cieli versate,
nella conca gentil di quel bel seno,
mercé di questo sol, perle vi fate.

DELIA

Come, schernita me, torbidi i giorni
dal sole abbandonata
ho ha provar miseramente in terra?
S'un nume è ingannatore,
s'un dio manca di fede,
che meraviglia è poi, s'altri non crede?

MERCURIO

Ben fu veloce Amore
oggi, o Delia, in colpirti,
che tosto ti accendesti
d'un peregrino ignoto?

ADMETO

D'un esule vagante?

MERCURIO

D'un mendico pastore?

ADMETO

Ricco sol di promesse.

MERCURIO

Largo sol di spergiuri?

ADMETO

Prodigo sol di canto?

MERCURIO

Ed obliasti intanto
ogni alto tuo devoto: oh ben è stolto
quell'occhio femminile,
cui saggio petto è vile,
e sol adora la beltà del volto.

DELIA

Ah ben s'avvide il core,
che Trace egli non era,
né di Nomio pastore aveva sembianze
questo celeste amante.
Così non fossi mai,
o fuggitivo Sol, tu qui venuto,
se nel mar del mio pianto
tramontar tu dovevi:
se rubi ogni tesoro,
dove ospizio ricevi:
mal mi paghi il ricovro,
esiliato nume,
se l'anima m'immoli.
O funeste bellezze agli occhi miei:
o cieli, o stelle, o dèi,
come fia più, ch'io viva,
s'appena veggo il sol, ch'io ne son priva.

APOLLINE

Ancor non son partito.

DELIA

Ma t'accingi al viaggio.

APOLLINE

Non vo del mondo fuore.

DELIA

Vai da Delia lontano.

APOLLINE

Io la porto nel core.

DELIA

E Delia qui si resta.

APOLLINE

Ma di lei non mi scordo.

DELIA

E della data fé non ti sovviene.

APOLLINE

Come Nomio promisi.

DELIA

Ed or, che torni Apolline, mi manchi.
Così tosto ti stanchi?
Così si fan gli onori, o dio del lume,
cangiar occhio, e costume?
Così guardan gli dèi la data fede?

APOLLINE

Per legge eterna, d'immutabil fato,
gli dèi unqua non denno
stringer nodo legittimo di nozze
con mortal donna in terra;
che non ammette queste
disuguaglianze il cielo.

DELIA

Dunque tu m'ingannasti,
che d'essermi consorte
dianzi rigiurasti?
S'eri un dio, s'eri il Sole,
perché a donna mortal desti la fede?
È facil ingannar donna, che crede.
Ascolta, Apollo, ascolta,
io son Delia, e non Dafne: ah non far meco
non far cieca vendetta
dell'altrui crudeltà. Rimanga un tronco
Dafne la discortese,
che di te non s'accese:
ma Delia, ch'al tuo raggio
incenerita cade,
in te trovi pietade.
Di crudel fuggitiva
conversa in lauro il polveroso crine
tornasti, o Febo, alfine,
e la tua mansueta ospite, o dio,
la Delia, che t'adora,
ti vien tosto in oblio,
ben è stolta del sol, chi s'innamora.
Misero esempio di schernita amante,
prodigiosa sorte,
il sol, vita del mondo è la mia morte.
O quanto sete, o quanto
mie suppliche infelici:
quanto è duro il pregar orecchie, in cui
dormono i benefici.

O mia voglia inquieta:
non so ciò, che desio:
di arrestarti, non mai:
di seguirti, assai meno:
di morir sì; ma dal gran duolo uccisa
divenissi una nube, un vapor denso,
ch'al mio bel sole avanti
mi dileguassi in lagrimosa pioggia;
e facesti ad ogn'ora
nugola rugiadosa,
mercé del tuo bel raggio,
da terra in ciel passaggio.

APOLLINE

Rasciuga, o Delia, il pianto,
che per quest'acque il core
troppo m'assedia Amore:
io giurai d'esser tuo, e sarò tuo.

DELIA

Mio sarai certo, mentre
il solco' suoi bei raggi,
senza regola alcuna,
a tutti s'accomuna.

APOLLINE

Dunque non posso ornare
Delia di grazie tali,
che fra l'altre mortali
felicissima il mondo
venga Delia a chiamare?

DELIA

Io non lo spero,

no, che da disfavori
non comincian gli onori.

APOLLINE

Ascolta, amata ninfa,
già nel mio cor disposi
di su condurti alle celesti sfere;
quivi sol posso entro la fragil scorza
del tuo mortal sembiante,
imprimer quel carattere divino,
che qui non son bastante,
che sol'in ciel divinità si dona.
Ma perché tanto io solo
oprar, ninfa, non vaglio,
convien ch'io prenda il volo,
e dagli dèi concordi,
questa grazia, per te, mia diva, ottenga.

DELIA

Dimmi com'esser può, ch'il ciel riceva
un dio spergiuro, un dio
ch'a donzella innocente
ha potuto quaggiù mancar di fede?
È facil ingannar donna, che crede.

APOLLINE

Ecco, ninfa, io ti lascio
la cetra, l'arco, e la faretra in pegno.

DELIA

Quando tu m'abbandoni
col nutrimento solo
d'una speme fallace,
data da un dio mendace,
non ti crederò più, che mal si presta,
col pegno ancor d'una faretra in mano,
a fuggitivo amante orecchie, e fede,
a un dio che la schernì, Delia non crede.

MERCURIO

Ben'è costei malconcia
dal Sole in sì poch'ore.

DELIA

Ahi, dove sei trascorsa
trasportata dal duol, Delia schernita?
O mio Sol, o mia vita, o mio tesoro,
torna pur lieto in ciel, ch'io resto e moro.

ADMETO

Sostenetela, amici,
che le manca il vigore.

APOLLINE

Non dubitar di morte.
Si conduca la giovine dolente,
ove respiri alquanto:
Mercurio, non t'incresca
di farti un nuovo Atlante
a questo ciel tremante.

Scena terza

Proserpina.

PROSERPINA

Fuori, plebe orgogliosa:
fuori della mia reggia...
che gente ardimentosa
sotto l'ombra di Giove
Proserpina beffeggia?
Il mio Cerbero dunque, iniqua prole
lascerò che tu strozzi; il mio diletto
mastin dalle tre gole?
O degli ardenti pozzi io soffrirò,
che la fiamma tu spegna?
Deh masnadieri a depredar discesi
nelle stigie foreste,
non sapete, ch'il vostro
Giove quaggiù non regna,
e che de' ciechi abissi il mondo è nostro.

Su, su miei fidi al serto
le qui depositate
anime de' ciclopi
adattatevi, e dove
Vulcano il dotto artefice compone
di Lemnia Creta i loro novelli corpi
per richiamargli in vita,
riconducete pur al fabbro in dono
questa merce gradita:
e dite al zoppo dio,
che per brev'ora entro gli eterni pianti
non alloggia l'inferno alme arroganti.

Scena quarta

Admeto, Mercurio, ed Apolline.

ADMETO

Di mal accorto padre
Delia figlia malnata:
ti pose l'error mio
sì follemente in mano
d'ingratissimo dio.
Io maledico il canto,
e le corde, e le cetre, e i versi autori
di sì nocivi amori. Ah ben conosco,
ch'oggi son più mortali
del canto i vezzi, che d'Amor gli strali.
Ecco a sposo spergiuro
un ladro consigliero: ah ben tu sei
di due numi ridenti
fatta Delia lo scherno:
ma per meglio osservali, io qui m'interno.

MERCURIO

No, che restar non puoi,
che sei chiamato, o glorioso nume,
al maneggio del lume.
Né teco venir deve
la tessala bellezza
sulla celeste scena
con la salma terrena.

APOLLINE

Né qui lasciar io devo,
ch'a tante angosce muoia
Delia, da cui ricevo
tanto onor, tanta gioia.

ADMETO

Gran padre degli dèi,
l'alta tua provvidenza
ristori i danni miei.

APOLLINE

Ben può Giove invitarmi:
ma mentre lasci in terra
il mio ben, il mio sole,
Giove in ciel non mi vuole.

ADMETO

O medico dell'alme,
trova rimedio all'amoroso affanno.
Fosti amante ancor tu: trova tu schermo
al sol d'amore infermo.

APOLLINE

Regga pur Giove, regga
i volanti destrieri,
che ripien di cordoglio
tornar in ciel non voglio.
O venga Delia meco,
o resti Apollo seco:
così comanda Amore,
che di Giove è signore.

MERCURIO

Senti del ciel le strepitose trombe,
che gonfia il dio tonante.
Questi è Giove pentito,
che lassù ti richiama al ciel gradito.

APOLLINE

Quanto Giove più tuona,
più Delia m'imprigiona.

MERCURIO

Con la forza del canto
scender precipitosa
le donne di Tessaglia
fanno del ciel l'ammaliata luna.
Ma fa quest'importuna oggi col pianto,
ch'il sol ami la terra, e 'n ciel non saglia.

APOLLINE

Ecco avvivata dall'orribil bombo
aprì Delia le luci, e seco riede
il genitor timidamente audace.

MERCURIO

Ma vedi l'aurea face,
vedi Giove, che siede
del tuo carro al governo,
come ondeggia, e travia dal sentier dritto?
Mira, come all'afflitto
è caduta di man la bella sferza.
Raccoglila tu dunque, e 'n ciel ritorna.
Che presto, ohimè, nella stagion piovosa
per le fangose strade
Giove tracolla, e cade.

APOLLINE

Ahi poco ei tarda più
eccolo, eccolo a terra, eccolo giù.

MERCURIO

Impari a queste prove
a lasciar il pensiero
altrui d'un rio mestiero
anco lo stesso Giove.

Scena quinta

Giove in cielo sul carro della luce.

GIOVE

Non più t'arresti, o guidator del lume,

l'amoroso pensiero in terra omai:
torna, ch'approva ogni celeste nume,
quanto all'ospite tua Delia farai.
Godrem, se tolta dal mortal costume,
divina eternità tu le darai.
Pur che tu regga, o sol, quest'aurea face,
fa' di Delia tuo sol, quanto a te piace.

Scena sesta

Mercurio, Delia, Ermafrodito, Apolline, ed Admeto.

MERCURIO

Udisti, o infa, udisti
quanto gradisca alfin, Giove cortese,
un raggio di pietà. Ma tu pentita,
ch'al pentimento ogni donzella è presta,
non vuoi forse cangiare
le delizie di Tempe
con le glorie del cielo?
Tu non rispondi, o Delia, e fatta sei
di sì faconda irata,
mutola sì placata?

DELIA

Sospendi, anco sospendi
avido creder mio
a prestar fede, ancor che parli un dio.

ERMAFRODITO

Di greca gentilezza
ti spogli o donna, e vesti
barbara austerità, barbara asprezza?

APOLLINE

Apparecchiati pure,
bella incredula omai,
al salir meco a' sempiterni giri,
acciò, Delia, tu sia
eternamente mia.

ERMAFRODITO

Ma non risponde ancor ninfa dolente:
teme ella forse, teme, o dio canoro,
perché musico sei, musico amico
de' salti, e delle fughe,
per l'aereo sentiero
più degli strali tuoi
instabile, e leggero.

DELIA

La povertà del merto
mi tiene il core incerto.
L'immensità del dono
fa, che dubbia ancor sono.

ERMAFRODITO

Varia voglie, e sembiante,
cangia voce, e favella
quest'Iride novella
al suo bel sole avante.

DELIA

Se dianzi io t'adorai
con devota ignoranza
isconosciuto nume,
oggi, che dio del lume
ti scuopro, ah ben sarebbe
sacrilego il mio core
in non renderti onore.
S'adempia il tuo comando,
fa' dell'ancella tua
quanto a te piace, e quando.

APOLLINE

Sia con tua pace, Admeto

ADMETO

Una lagrima pure
sparger non mi vedrai;
se d'allegrezza forse occhio paterno
di quattro stille, e quattro
non adornasse le rugose guance.
E qual gloria maggiore,
che produrre i suoi parti
per farne dono al ciel, di cui son dono?
A te la consacrai dal dì, ch'aperse
a' tuo' bei raggi i lumi:
e Delia la nomai,
non dal gran Delo tuo, ma perché nacque
in quella dubbia luce,
ch'in partendo da noi forma ogni sera
nell'angol d'occidente
la tua bassa lumiera.

Sorgeva in oriente
allor Giove benigno:
era il celeste cigno
nel più fitto meriggio, ond'io previdi
a lei gloria nel canto, e dal tuo nume
favor cortese, e santo.

MERCURIO

Ancor'io lungamente
ho Delia vagheggiata:
ma poiché vuol tua sorte,
che del Sol sia consorte,
cedo, m'appago, e lodo
sì fortunato nodo.
Parto; ch'il ciel m'insegna
che tra gli dèi rivalità non regna.

ERMAFRODITO

Senti del gran tonante
il cenno, che t'affretta
già tante volte, e tante.

APOLLINE

Un gran rimbombo è questo:
orben a Giove sembra
ogni indugio molesto

MERCURIO

Affretta la partenza,
serenissimo sposo,
Giove, se tardi più, di carro è senza.

Scena settima

Apolline, Admeto, Ermafrodito, e Delia.

APOLLINE

O suocero gradito,
quando io giunga a posarmi
dal faticar diurno,
deposto il lume, e l'armi,
ozioso notturno,
di Delia troverò co' bianchi lini
le belle mani pronte
asciugarmi la fronte.
Sciorremo uniti il freno
a' miei stanchi destrieri;
gli laveremo all'oceano in seno:
e mentre pasceranno
entro a prato fiorito,
godrà la bella Delia i cari intanto
amplessi del fortissimo marito.

Aurea mia cetra in serbo
a te, suocero, io lascio,
ne sarai tu di lei
rozzo custode sol; ch'un saper tale
nelle tue dita volatrici infondo,
che non avrà mortale
di te più detto in animarla il mondo.

ADMETO

Cortese dio, non puoi
porgere a un re cantore
onoranza maggiore.

APOLLINE

Su, su porgimi alfin gli ultimi amplessi:
stringiti Admeto al sen la cara prole:
rendimi degno di licenza, e forma,
per altrui norma, il benservito al sole.

ADMETO

Gite pur fortunati
a que' chiostri beati: a te, mia figlia
del prencipe dell'ore
prego di nobil frutto il seno adorno.
Acciò mi scherzi intorno
alcun nipote degno
di mia fragil'età fido sostegno.

ERMAFRODITO

Sforzati in ogni guisa
di madre divenir, mentre sei moglie
di sì pregiato nume:
sempre regna felice
feconda genitrice.

DELIA

Addio tessale madri,

addio regno, addio patria, e padre addio.
Io non vi lascio, e solo
per sì bramate nozze
al ciel distendo il volo.
Ogni dì mi vedrete
sulla vermiglia sera
di gioia scintillare: allor direte
vaghe de' miei contenti,
or gode Delia or gode,
del Sol gli abbracciamenti.

ultima

La Luna, il Tempo, coro dell'Ore, e delle Stagioni, Apolline, Admeto, Delia, ed Ermafrodito.

LUNA

Vieni, o Sol del mio Sole,
stendi la bella mano,
e di donna mortal, di morte priva
comincia ad esser diva.
T'adempie le promesse,
o Delia, il dio di Delo:
chi crederia, che desse
la terra i fregi, e le delizie al cielo?
Nel mio cerchio sovrano
ecco Imeneo t'aspetta,
fanciulla, oggi per farti
mia cognata diletta.
Avrai nel bel sereno
cieli al piè, stelle al crine, e'l Sole in seno.

TEMPO

Noi famiglia del Sole
fida insieme, e volante,
Tempo, Stagioni, ed Ore,
eccoci pronti alle tue leggi sante.
Non fia mai, che divore
tue memorie il mio dente;
eterna in cielo, eterna in terra andrai:
che cessando la fama
di portar il tuo nome, alfin udrai
in teatro novello, in toschi accenti,
sulle venete rive
stuol di cigni canori
di Delia rinnovar gli antichi onori.

DELIA

Tutto è grata mercede

del vostro, e mio signore,
se la mia pura fede
gode un premio immortale,
tutto è celeste amore:
ch'io non ho merto a tante grazie uguale.

APOLLINE, CORO IN CIELO

Arder al Sole il core,

non ogni donna vale,

DELIA

Tutto è celeste amore.

ADMETO, CORO IN TERRA

Arder al Sole il core,

non ogni donna vale.

DELIA

Io non ho merto a tante grazie uguale.

TUTTI IN CIELO, IN TERRA

Arder al Sole il core,

non ogni donna vale.

ERMAFRODITO

S'altri al meriggio gode,

s'altri brama l'aurora,
il Sol la Sera adora,
e la Sera del Sol fatta è consorte:
ecco de' gran misteri
tolto, o mortali, il velo,
oggi la terra si marita al cielo.

CORO IN CIELO

O dive non tardate:

a queste nozze, a questi
spettacoli celesti il piè volgete.
Di bellezze non sia la vostra lite,
che Delia di beltà vince ogni bella.
Ma tra voi gareggiate
di canto, e di carole
in festeggiar negli imenei del Sole.

ERMAFRODITO

E voi, e voi, che fate

delle vostre bellezze
melense spettatrici?
Volete esser felici,
poverelle innocenti? Amate, amate.

Acciocché tu accordi gli occhi con l'orecchie, sappi, o squisito lettore, che nel rappresentarla si sono levati dall'opera più di 300 versi, e questo per non abusar della tua cortesia.

Egli è dovere, ch'il poeta lasci le sue gorghe, che sono le digressioni, e gli episodi, per dar luogo ai passaggi de' signori musici.

Onde non attribuire tu ad errore de' recitanti quello, c'hanno fatto per meglio servirti.