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La divisione del mondo

LA DIVISIONE DEL MONDO

Dramma per musica.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.

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Libretto di Giulio Cesare CORRADI.
Musica di Giovanni LEGRENZI.

Prima esecuzione: 4 febbraio 1675, Venezia.


Interlocutori:

GIOVE fratello di Nettuno e Pluto

tenore

NETTUNO fratello di Giove e Pluto

tenore

PLUTONE fratello di Giove e Nettuno

baritono

SATURNO padre delli suddetti

baritono

GIUNONE moglie di Giove

mezzosoprano

VENERE

soprano

APOLLO

contralto

MARTE

contralto

CINZIA sorella d'Apollo

soprano

AMORE figlio di Venere

soprano

MERCURIO

contralto

DISCORDIA

altro


Coro di Deità con Giove, Semidei armati con Marte, Aure con Giunone, Amorini con Venere, Raggi con Apollo, Pleiadi con Cinzia, Tritoni e Glauchi con Nettuno, Furie con Pluto.



Generosissimi eroi

A voi, che per lunga felicità di religioso governo meritate esser gli arbitri della terra, offerisce la mia musa di Divisione del mondo. In questo presentatovi dramma ubbidisco all'impulso di riverito comando, e risveglio insieme dal loro antico letargo i numi della favolosa gentilità. De' vestigi d'un adombrato dominio è gran simulacro la pianta. Che vi stabilisce nel regno. Vedrete nel risorto triumvirato de' coronati figli di Rhea, simboleggiata con tre potenze in un trono, l'adorata immagine del vostro aristocratico impero. E chi non ravvisa nella maestà della vostra fronte, ove continuo risplendono vigilanti lumi di provvidenza, lo stellato soglio d'un Giove? E gli oceani inesausti della facondia dove più signoreggiano, che nel vostro petto, circoscritto esemplare della vasta signoria d'un Nettuno? Dove inoltre (ma con misterioso padronaggio in voi trasferite) più internano le radici le preziose giurisdizioni d'un dio del centro, che nella profondità di quel senno, che vi costituisce custodi eterni de' tesori della sapienza? Tanto ha voluto rappresentarvi in queste veraci espressioni il mio tributario spirito, per maggiormente qualificare sotto la tutela eccelsa del vostro inchinato nome le umili oblazioni del mio povero, ma divoto ingegno. Raccoglietele dunque, o generosi con quella serenità di sembiante, che mi promette l'augusta munificenza del real genio, a cui, per vivere o per degli astri, nacquer le sorti gloriose del vostro immortal diadema. E senza più mi consacro, generosissimi eroi.

Venezia 4 Febbraio 1675

Vostro eterno umiliss. servitore.

Giulio Cesare Corradi

A chi legge

Eccoti, o benigno lettore, un parto, che per esser concepito dal mio debole ingegno merita il tuo nobile generoso compatimento. Confesso la temerità della penna che ha voluto spiccare un volo nel cielo, là dove tant'aquile di perspicace intelletto han saputo far pompa di se medesime al sole del tuo rilucente sapere. Ne spero però compatito l'ardire, mentre non per gareggiare col volo di quelle, ma per illustrami ai raggi della virtù, seguii l'orme di chi s'incammina alla gloria. Questa mi balenò su gl'occhi nell'acquisto, che feci di servire attualmente a' cavaliere, il quale compiacendosi d'abilitarmi alla struttura del presente dramma me n'additava con tal'impiego la luce. Ne rimira tu dunque il composto, e mentre più serve all'apparenze, che al medesimo, potrai agevolmente discernere, che il comando di dover scrivere non ebbe altr'oggetto, che d'incontrare maggiormente il tuo genio; a cui per bene adattarsi se mi negò le forme la propria insufficienza, ha potuto in mia vece supplire la virtù del signor maestro Legrenzi, il quale con la dolcezza dell'armoniose sue note ti fa sentire nel mio dramma de' cieli una melodia di paradiso. Intendi con senso cattolico le solite poetiche forme, e vivi felice.

Argomento

Dalle penne greche, e latine nacque con eterno volo la fama de' superbi giganti nella guerra di Flegra contro Giove il supremo fra numi; ma fulminato dall'alta destra l'orgoglio insano, restò sepolta sotto le proprie ceneri l'alterigia degli empii, che insegnò con suoi gemiti ridir le vittorie del cielo alle spelonche del Mongibello, e Vesuvio. Quindi Giove spezzando le catene all'antico padre Saturno, già prigioniero de' suddetti, assicurò sulla strage de' ribelli titani il vasto regno de' cieli, e poiché videsi dalle bellezze di Venere sorger più cruda guerra riunì la pace de' numi co' la Divisione del mondo, assegnando a Nettuno lo scettro de' mari, ed a Pluto l'impero di Dite.

Si finge:

che Venere lontana dal marito Vulcano fuggisse con Amore suo figlio nel cielo per disseminare fiamme amorose nel cor de' numi, al cui arrivo ingelosita Giunone accaggionasse da quella reggia l'esilio d'Amore.

Che lo stesso disceso nell'inferno suscitasse la discordia conducendola in cielo co' suoi ministri per concitare nel seno de medesimi, sdegni, gelosie, guerre, e furori.

Che infine Cinzia sorella d'Apollo fosse dallo stesso destinata per isposa a Nettuno, ma divenisse, come narrano le favole consorte di Pluto.

Atto primo
Scena prima

Allo scoppio d'un fulmine s'alza la tenda, e si vede il proscenio occupato da nuvole, quali dopo vari moti formano un leone coronato nel mezzo; indi a poco a poco dileguate si scorge la scena tutta nuvolosa con Giove nel mezzo sull'aquila. Nettuno, e Pluto assistiti da numerose Deitadi schierate in aria a difesa del cielo contro i titani rimasti già fulminati sulle cime dell'Olimpo.
Giove, Nettuno, e Pluto.

GIOVE

Per espugnar dell'Etra il vasto impero

scagliò destra Flegrea balze volanti:

temeraria arroganza. Alfin sepolto

sotto de' marmi suoi cadde l'orgoglio;

nella reggia de' numi

dal precipizio assicurato è 'l soglio.

Qui sparisce il monte con i giganti fulminati, e Giove con tutte quelle Deità discende dalla parte superiore all'inferiore del cielo, e l'aquila licenziata rivola alla sublimità delle sfere.

GIOVE

Non arda del ciglio

più l'ira severa,

l'aligera arciera

disarmi l'artiglio:

già de' titani a scorno

spunta nel ciel delle vittorie il giorno.

NETTUNO

Trafitta...

PLUTONE

Sconfitta...

NETTUNO E PLUTONE

L'audacia restò.

NETTUNO

È sciocco 'l mortale

se guerra ti move.

PLUTONE

Al braccio di Giove

resista chi può.

NETTUNO

Trafitta...

PLUTONE

Sconfitta...

NETTUNO E PLUTONE

L'audacia restò.

Sparendo in questo mentre a poco a poco la nuvola insieme con le macchine si scopre la reggia maestosa di Giove con lontani di sotto, e di sopra tutti tempestati di gioie.

GIOVE

Dell'avvinto Saturno, ite o germani,

a discior le catene.

NETTUNO

Al basso mondo

ratto mi condurrò!

PLUTONE

Sull'Etra in breve

vedrai per man di Pluto

guidar disciolto il genitor canuto.

Scena seconda

Giunone, Giove, Nettuno, e Pluto.

GIUNONE

A che giova, o gran tonante,

circondar il crin d'allori,

se lo stral di bel sembiante

l'alme impiaga, e strugge i cori?

Arma la destra pur d'acceso telo;

dubito ancor di nova guerra in cielo.

GIOVE

Qual periglio fra noi la pace uccide?

GIUNONE

Di Venere l'indegna

un sol guardo lascivo.

NETTUNO E PLUTONE

Venere in ciel? (Oh sospirato arrivo!)

GIUNONE

Dell'odiato consorte

si ribella agl'amplessi,

seco fugge Cupido,

già tra sue fiamme impure

ardono mille sdegni;

la discordia in amor crollo è de' regni.

GIOVE

Esule dalle sfere

n'andrà l'arcier bendato,

e di Vulcano al seno

ritornerà Ciprigna.

NETTUNO

(Oh nemico destin!)

PLUTONE

(Sorte maligna.)

NETTUNO E PLUTONE

Alto motor, le sue ragioni ascolta.

GIOVE

Tacete voi: partite:

nel suo voler indipendente è Giove.

GIUNONE

A' grave eccelso ogni rigor conviene.

NETTUNO

Perdo l'idolo mio.

PLUTONE

Perdo 'l mio bene.

Scena terza

Giunone, e Giove.

GIUNONE

Deh mio sposo adorato,

se la pace tu brami al cor di Giuno

scaccia la dea lasciva,

l'aspetto suo d'ogni piacer mi priva.

GIOVE

Che paventi?

GIUNONE

La fede

mi vacilla nel petto.

GIOVE

Nasce vil il timor.

GIUNONE

Troppo possenti

di vezzosa beltà sono le prove.

GIOVE

Che può far Citerea?

GIUNONE

Vibrar un guardo, e trionfar di Giove.

GIOVE

Bella non piangere

t'adorerò.

De' tuoi lumi 'l raggio amato,

de' tuoi crini il filo aurato

l'alma in petto a me legò.

Bella non piangere

t'adorerò.

Scena quarta

Giunone.

Dell'amato mio nume

ben con ragione 'l core

nutre nel petto mio timida speme,

s'amor, e gelosia nacquero insieme.

Deh fermate pensieri gelosi,

non rapite la gioia dal cor,

vi conosco nemici ai riposi,

so, che ladri voi sete d'amor.

Deh fermate pensieri gelosi,

non rapite la gioia dal cor.

Deh partite gelosi pensieri,

non rubate la pace dal sen,

so, che l'ombra d'aspetti severi

può dell'alma turbarmi 'l seren.

Deh partite gelosi pensieri,

non rubate la pace dal sen.

Scena quinta

Cinzia, Apollo, che sopraggiunge.

CINZIA

Lontananza in amor quanto sei fiera!

Non mirar il ben gradito,

e portar il cor ferito,

pena dà troppo severa.

Lontananza in amor quanto sei fiera!

CINZIA

Pluto amato, ove sei?

APOLLO

(Pluto amato, ove sei!) Questi di Cinzia

sono i casti pensieri?

CINZIA

Ohimè.

APOLLO

Quest'è la fede

che riserbi a Nettuno?

Incostante germana, a tuo malgrado

t'obbliga il mio voler sposa a quel nume.

CINZIA

Senti...

APOLLO

Ammutisca il labbro?

Di tue ruine il cieco nume è fabbro.

CINZIA

Se vuol amor così,

questo mio cor che può?

Per chi già m'invaghì

fede cangiar non so.

Se vuol amor così,

questo mio cor che può?

Se lo destina amor,

dimmi, che far dovrò?

Lo stral, che vibra ardor

per altri m'infiammò.

Se lo destina amor,

dimmi, che far dovrò?

Scena sesta

Mercurio volando, e Apollo.

MERCURIO

Luminoso signor, com'opportuno

qui Mercurio ti trova.

APOLLO

(Contro di Cinzia il mio poter non giova!)

MERCURIO

Odi, nume del giorno.

APOLLO

E che richiedi,

volante messagger?

MERCURIO

Venere brama

teco di favellar.

APOLLO

D'impura diva

non apprezzo gli amori,

che pretende da me?

MERCURIO

Forse desia

unir col foco tuo copia d'ardori.

APOLLO

Sol con vergini pure,

sul fiorito permesso,

gode 'l nume de' carmi,

nel lor vago candor amar sé stesso.

MERCURIO

O s'un giorno solcassi

il mar d'amor entr'un bel sen di latte,

vedresti allor, fatto nocchiero accorto,

che fra due poppe è delle gioie il porto.

APOLLO

Di lascivo orator stile facondo

non farà mai che d'impudica fiamma

arda quel dio, che dà luce al mondo.

Sfortunato quel cor

ch'è prigionier d'amor;

si crede, ch 'l piacer venga volando,

ma non si può penar se non amando.

Infelice quel sen,

che prova 'l suo velen

si pensa, che 'l martir voli fuggendo,

ma non si può languir, se non godendo.

Scena settima

Mercurio.

Quanto poco erudito

nelle scole d'amor Febo si rende!

Di due bei lumi al foco

ogni petto di ghiaccio alfin s'accende.

Chi non ama non ha core,

o s'ha cor conviene amar.

Pupilletta

vezzosetta

tropp'ha forza nel ferir,

tropp'è scaltra in saettar.

Chi non ama non ha core,

o s'ha cor conviene amar.

Vago labbro

di cinabro,

tropp'è caro in far gioir,

tropp'è dolce nel baciar.

Chi non ama non ha core,

o s'ha cor conviene amar.

Scena ottava

Giardino nel ciel di Venere.
Marte, Venere, coro d'Amorini, alcuni de' quali portano seco in mano l'asta, l'elmo, lo scudo, e l'usbergo di Marte.

MARTE

Vieni, vieni, o Ciprigna,

nel ciel del tuo sembiante

quanto son vaghe in scintillar le stelle!

Fra l'eteree facelle,

della gran lampa a scorno,

potrebbe un guardo illuminar il giorno.

VENERE

Da' rai di tue pupille

nascono i miei splendori,

sì come nasce al mondo

dalla luce del sol, luce ai vapori.

MARTE

Sovra strato di rose,

fra tuoi labbri vivaci,

ove ridono i fiori ridano baci.

(qui presi per la mano vanno a sedere sul margine di deliziosa fonte circondata da mirti, e rose)

VENERE

Chi non sa che sia gioire

lo dimandi a questo sen.

MARTE

È un piacer, che fa languire

star in braccio del suo ben.

VENERE

È l'amar dolce martire...

MARTE

Un bel volto è ciel seren.

VENERE E MARTE

Chi non sa che sia gioire,

lo dimandi a questo sen.

Scena nona

Amor piangente, Marte, e Venere.

AMORE

Decreto crudel,

spietato rigore!

Il nume d'amore

bandito è dal ciel.

Decreto crudel,

spietato rigore!

MARTE

Piange Cupido!

VENERE

Figlio, e che t'induce

sì mesto a lacrimar?

AMORE

Del dio tonante

severissimo impero;

madre, 'l tuo fido arciero

abbandonar ti dée.

VENERE

Doglia improvvisa?

Se potessi morir, m'avresti uccisa.

Per qual cagion?

AMORE

Non so, ma ben nel mondo

farò vedere in breve

chi può vantar più generose prove:

d'amor lo sdegno, od il furor di Giove.

Non si ritardi più, pensieri all'armi.

Di Megera

più severa

sorga l'ira a vendicarmi.

Non si ritardi più, pensieri all'armi.

(Amor sdegnato parte dal cielo)

VENERE

Fra mortali in qual parte

ricovrato n'andrà?

MARTE

Bella, che temi?

Dalle dame più vaghe in seno accolto

avrà sicuro il nido:

non mancano ricetti al dio di Gnido.

Ritorniamo al piacer?

VENERE

Volgi 'l bel ciglio,

ne' tuoi lumi vedrò l'armi del figlio.

Scena decima

Mercurio, e li suddetti, e poi Giove.

MERCURIO

Partite, partite,

lasciate 'l riposo,

che Giove sdegnoso

il passo qua move:

se volete goder fuggite altrove.

VENERE E MARTE

Andiam.

GIOVE

Numi lascivi,

indegni di calcar le vie del polo,

così fra sozzi amplessi

sete vergogna al ciel, scorno a voi stessi?

MARTE

L'affetto, o gran motor.

GIOVE

Taci, nel grembo

d'un'impura beltà, da un crine avvinto

giace il nume dell'armi?

E spogliato il tuo sen d'usbergo e scudo

fatt'è campo di Marte un petto ignudo?

VENERE

Giove sai pur, ch'amor...

GIOVE

Tronca gl'accenti

lusinghiera sirena,

la fede coniugal così s'offende?

MERCURIO

(Torto, che fa 'l consorte oggi si rende.)

GIOVE

Nella reggia d'Apollo

cauto guida costei.

VENERE

(Di nuovo amante

vuol condurmi nel sen sorte benigna.)

GIOVE

Custodita rimanga

e sia l'occhio del ciel Argo a Ciprigna.

MERCURIO

O che bizzarro gioco!

Non vol ch'avvampi, e la consegna al foco.

VENERE

Ch'io lascia di goder no 'l creder no.

Troppo dolce è quel diletto

che nel petto

cieco amor mi distillò.

Ch'io lascia di goder no 'l creder no.

Troppo cari son que' baci

che vivaci

vago labbro al cor donò.

Ch'io lascia di goder no 'l creder no.

(parte Venere con Mercurio)

GIOVE

Spegnerti 'n sen l'ardor io ben saprò.

MARTE

Non tanto rigore

s'un sguardo m'accende.

Qual cor non si rende

ai colpi d'amore?

Non tanto rigore

s'un sguardo m'accende.

Scena undicesima

Nettuno, e Plutone, che conducono Saturno sprigionato a Giove.

NETTUNO E PLUTONE

Sommo nume de gl'astri,

eccoti 'l genitor.

GIOVE

Padre, t'abbraccio.

SATURNO

Gloria de' tuoi trionfi

è la mia libertade, o germe invitto.

Per oppugnarti 'l cielo

fur de gl'empi Tifei vane le prove?

Non teme ardir il fulminar di Giove.

PLUTONE

Tempo è ormai che del mondo

si divida l'impero.

GIOVE

Farò pago il desìo; ma pria dall'Etra

bramo lungi Ciprigna.

Perché rieda al consorte

vanne in breve, o Saturno,

entr'i lucidi alberghi al dio di Delo

voglio purgar di sue lascivie il cielo.

SATURNO

Grand'impresa m'imponi:

n'andrò, ma sento, ahi lasso,

che fra dure catene

consumate le membra

il perduto vigor mi nega il passo.

NETTUNO

Io d'appoggio al tuo braccio,

PLUTONE

Io di sostegno al fianco,

NETTUNO E PLUTONE

Servir dovrò senza restar mai stanco.

SATURNO

Porgetemi la destra,

delle viscere mie dolce ristoro.

NETTUNO E PLUTONE

(Con tal mezzo vedrò l'idol ch'adoro.)

SATURNO

Cari figli, al vostro aspetto

mi respira il core in sen.

GIOVE

Dolce padre...

NETTUNO E PLUTONE

Amato oggetto...

GIOVE, NETTUNO E PLUTONE

Tu rendesti alle sfere il bel seren.

SATURNO

Cari figli, al vostro aspetto

mi respira il core in sen.

GIOVE

Ma qua Giuno se n' viene

sanar le vo' di gelosia le pene.

(si ritira in disparte)

Scena dodicesima

Giunone, e Giove.

GIUNONE

Gelosia la vol con me.

Del mio cor fa schermo e gioco,

il suo gel peggior del foco

dà tormento alla mia fé.

Gelosia la vol con me.

GIOVE

Giuno!

GIUNONE

Dov'è Ciprigna?

GIOVE

Ne gl'alberghi d'Apollo

per mio cenno soggiorna.

GIUNONE

Ancor sull'Etra

disonesto vapor la luce eclissa?

GIOVE

Taci, che già prefissa

sua partenza è dagl'astri.

GIUNONE

A' suoi diletti

Giove intanto ricorre.

GIOVE

Chi può goder il sol la notte aborre.

GIUNONE

Forse l'ombra son io?

GIOVE

Di mie pupille

tu sei luce gradita.

GIUNONE

Ah, se Venere è in ciel, Giuno è tradita.

Ma pur s'a te non cale

lasciarmi in preda ai guai,

tanto t'aborrirò, quanto t'amai.

GIOVE

Crudeltà rara, adorabile,

il tuo sdegno al cor impera.

Quanto più ti fai severa,

nel mio sen ti rendi amabile.

Crudeltà rara, adorabile,

il tuo sdegno al cor impera.

Crudeltà mi sei dolcissima,

offro l'alma al tuo rigore!

Quanto più mi dai dolore,

nel mio sen ti fai gratissima.

Crudeltà mi sei dolcissima,

offro l'alma al tuo rigore!

Scena tredicesima

Giunone.

Affetti miei gelosi

a torto vi lagnate,

fido è l'idolo mio:

ma pur pavento ohimè!

l'adorato mio nume,

stelle dite dov'è?

Torbidi miei pensieri,

non m'affliggete più: move al mio core

guerra la gelosia, battaglia amore.

Non può dir d'esser amante,

chi geloso il cor non ha:

amo i rai d'un bel sembiante,

ma l'amar temer mi fa.

Non può dir d'esser amante

chi geloso il cor non ha.

Non può star d'esser gelosa

chi d'amor serva si fa:

vive l'alma ognor dogliosa,

per timor d'altra beltà.

Non può star d'esser gelosa

chi d'amor serva si fa.

Scena quattordicesima

Palazzo trasparente nel ciel d'Apollo.
Venere, ed Apollo.

VENERE

E quando cessate

pupille spietate

di farmi languir?

Girando,

brillando,

s'un guardo movete,

le rote voi siete

d'eterno martir.

E quando cessate

pupille spietate

di farmi languir?

APOLLO

Puoi tentarmi,

puoi pregarmi,

che giammai t'adorerò.

VENERE

Sei pur nume degl'ardori;

ostinato ne' rigori,

cinto il sol di gel vedrò?

APOLLO

Puoi tentarmi,

puoi pregarmi,

che giammai t'adorerò.

VENERE

Cieca talpa d'amor, ancor non vedi

come per te vezzose

queste guance di rose

son baciate dal crine?

APOLLO

Delle rose, che m'offri odio le spine.

VENERE

Mira come tranquillo

per l'assetato cor un mar di latte

t'apre l'ignudo seno.

APOLLO

Di quel latte che porgi odio 'l veleno.

VENERE

Dunque piegar non vuoi l'alma ritrosa?

APOLLO

Fiera peste de' cori,

disonesta beltà. Parti? T'invola.

VENERE

Così, ingrato, m'offendi?

APOLLO

Parti, che in van pretendi

recar'ombre a quel nume

che fa splender ognor l'eterea mole,

non può macchiar sozzo vapor il sole.

Né pietosa, né severa

tua bellezza lusinghiera

questo cor m'annoderà.

Viver voglio in libertà.

VENERE

Perché tanta crudeltà?

APOLLO

Viver voglio in libertà.

Né tiranno né clemente

il tuo guardo ognor ridente,

questo sen mi ferirà.

Viver voglio in libertà.

VENERE

Perché tanta crudeltà?

APOLLO

Viver voglio in libertà.

Scena quindicesima

Marte, e Venere.

MARTE

(Ch'intesi! Ohimè Ciprigna

altro affetto procura!

In petto femminil fede non dura.)

VENERE

Sospirato gradivo.

MARTE

Ahi voci indegne.

VENERE

Così parli mio nume?

MARTE

A me son note

le tue perfidie.

VENERE

Ingiusta

è l'offesa di Marte.

MARTE

L'alma da te delusa,

anzi da te tradita,

a gran ragione d'infedeltà t'accusa.

VENERE

Io rea d'infedeltà?

MARTE

Parti, ti guida

al vago Apollo in braccio.

VENERE

(Sorte ingrata, m'udì!) Senti!

MARTE

Più cauto

io partirò: tu segui

l'incostanza dell'onde,

di lieve piuma il moto,

d'aura leggera i vanni;

lusinghe di beltà son tutte inganni.

Crudi lumi dispietati

a tradir chi v'insegnò?

Rispondete,

non tacete,

fu difetto di mia fede,

o rigor ch'in voi s'armò?

Crudi lumi dispietati

a tradir chi v'insegnò?

Falsi labbri lusinghieri

a mentir chi v'insegnò?

Palesate,

sì parlate,

fu l'error di mia costanza,

o la fé, che in voi mancò?

Falsi labbri lusinghieri

a mentir chi v'insegnò?

Scena sedicesima

Venere.

Crudo Apollo mi fugge,

Marte offeso mi scaccia, il fato iniquo

mi rapisce il conforto:

se privo è di piacer il cor è morto.

Lascivetto dio de' cori

abbi tu di me pietà.

Non usarmi i tuoi rigori,

non peccar di crudeltà.

Lascivetto dio de' cori

abbi tu di me pietà.

Scena diciassettesima

Nettuno, Venere, Pluto, che sopravviene.

NETTUNO

Dell'infocate brame

tarpa l'ali al desio,

fermati in questo seno

e se brami goder, vieni al cor mio.

PLUTONE

Per accoglier Ciprigna

t'offre indegno ricetto:

riconosci quest'alma

e se brami goder, vieni al mio petto.

VENERE

(O sventura del cor, strano martoro!

Sprezzo chi m'ama, e chi mi fugge adoro.)

NETTUNO

Non rapirmi la gioia.

PLUTONE

Non rubarmi il contento.

VENERE

Da me che pretendete?

NETTUNO

La dovuta mercede.

PLUTONE

Il guiderdon d'amore.

VENERE

Fuggo i vostri deliri. È pazzo il core.

NETTUNO

All'assetato labbro,

deh porgi il mel de' baci.

PLUTONE

Co' le nevi del seno

tempra l'accese voglie.

Scena diciottesima

Saturno, e li suddetti.

SATURNO

Indegni, e quale

lubricità lasciva

stimola i vostri affetti, o cieca prole?

Così con atti impuri

fate oscurar di vostre glorie il sole?

NETTUNO

Padre, di quel bel crine

all'aurate catene...

PLUTONE

Di due luci serene

ai saettanti rai...

NETTUNO E PLUTONE

Chi resister può mai?

SATURNO

Per rintuzzar d'un occhio arcier gli strali

saldo riparo è la prudenza, o figli.

Vieni meco, o Ciprigna,

né conturbar del volto

il purgato sereno:

voi procacciate in tanto

scettro alla mano e non delizie al seno!

Oh malcauta gioventù!

Vi lega un crin di Venere,

vi manda un guardo in cenere,

e se godete un dì

quel bel che vi ferì,

effimera del cor la gioia fu.

Oh malcauta gioventù!

Oh follia di verde età!

Un riso il cor fa piangere,

un vezzo il sen può frangere.

E se vi dà talor

qualche diletto amor,

provate, ch'il piacer un lampo fu.

Oh follia di verde età!

Scena diciannovesima

Venere, e li suddetti.

VENERE

Udiste, o folli amanti?

Dell'antico Saturno

ubbidite all'impero

e cangiate col foco anco pensiero.

Che servite,

ch'adorate,

godo sì, ma non sperate

d'ottenerne poi mercé:

vostr'amor non fa per me.

Che penate,

che piangete,

rido sì, ma non credete,

che poss'io gradir la fe',

vostr'amor non fa per me.

Scena ventesima

Nettuno, e Plutone.

PLUTONE

Co' le nozze di Cinzia

qualche gioia, o Nettuno,

almen sperar ti lice:

ma negl'ardori suoi Pluto è infelice.

NETTUNO

Della triforme diva

io le tede non curo,

sol per Ciprigna avvampo.

PLUTONE

Mi struggo anch'io di que' bei lumi al lampo.

NETTUNO

Odi: ciascun di noi costante, e fido

vo' che serva la diva.

PLUTONE

Unito, e pronto

teco sempre sarò

NETTUNO E PLUTONE

(Ami chi vol'amar, goda chi può.)

NETTUNO

Mi basta sperar

chi già mi schernì

mi poss'anch'amar:

vo' creder così

per più non penar.

Mi basta sperar

chi già mi schernì.

Amor se vorrà

in braccio al mio ben

condur mi saprà:

le piaghe del sen

sanar mi potrà.

Amor se vorrà

in braccio al mio ben

condur mi saprà.

PLUTONE

Ti seguo.

Scena ventunesima

Cinzia, e Plutone.

CINZIA

(O grato arrivo!)

PLUTONE

(O strano incontro.)

CINZIA

Lieta nel tuo sembiante

mille gioie ravviso:

sul labbro mio tu riportasti il riso.

Arresta il piè!

PLUTONE

Che vuoi?

CINZIA

Di tant'affetto

bramo qualche mercede.

PLUTONE

Sposa sei di Nettuno. È sua la fede.

In amor ci vuol costanza,

né si cangia ognor pensiero:

è ribelle al nume arciero

chi tradì l'altrui speranza.

In amor ci vuol costanza.

Darsi in preda a più d'un core

è ragion di petto infido:

non pretende il dio Cupido

che si muti ognor sembianza.

In amor ci vuol costanza.

Scena ventiduesima

Cinzia.

Con sagace pretesto

s'invola agl'occhi miei Cinzia infelice!

Per godere un momento,

s'ogni raggio di speme al cor è tolto,

a piangere in eterno

dentro l'ombre dei guai riede il mio volto.

Son amante né trovo pietà.

Al mio core

dice Amore

gode al fin chi sta penando:

penerò, ma non so quando

cesserà la crudeltà.

Son amante né trovo pietà.

Il desire

di gioire

si mantien co' la speranza

spererò, ma qual possanza

nel mio sen la speme avrà?

Son amante, né trovo pietà.

Scena ventitreesima

Amore, e Discordia.

AMORE

Vuol veder l'arcier bendato

se può far vendetta, o no.

Contro il cielo e contro il fato

per pugnar l'inferno armò.

Vuol veder l'arcier bendato

se può far vendetta o no.

Qui sorge in cielo un denso globo d'oscure nuvole lampeggianti, dal cui seno si vede uscir la Discordia corteggiata da' suoi Ministri.

AMORE

Gran ministra di sdegni,

madre d'ogni rancor Discordia audace,

vieni, scuoti tua face:

oggi unita allo stral di mia faretra,

un abisso d'orror porta sull'Etra.

DISCORDIA

Eccomi pronta Amor.

Queste chiome sanguinose,

queste serpi velenose

s'uniranno al tuo furor.

Eccomi pronta Amor.

AMORE

I miei cenni intendesti.

A più d'un nume infonderai nel seno

dispetti, gelosie, rabbia e veleno.

DISCORDIA

Sdegni in ciel seminerò.

AMORE

Vendicato io mi vedrò.

DISCORDIA

Ministri pallidi

che d'angui squallidi

il crin cingete,

su veloci,

su feroci,

all'impresa v'accingete:

vendicate d'Amor l'offeso telo,

chi pace avrà se la Discordia è in cielo?

Segue il ballo di Ministri della Discordia usciti dagl'infuocati vapori della medesima.

Atto secondo
Scena prima

Grottesca agghiacciata nel ciel di Saturno.
Giunone, ed Apollo.

GIUNONE

O gran nume del giorno,

l'orme de' tuoi splendori

va tracciando 'l mio piede.

APOLLO

Da me Giuno, che chiede?

GIUNONE

Dimmi s'a Giove in seno

nelle tue stanze or Citerea soggiorna.

APOLLO

Troppo m'offendi, o diva!

Arde lungi dal sol fiamma lasciva.

GIUNONE

Ah ben so che Ciprigna

teco, o Febo, s'annida.

APOLLO

Erra, o Giuno 'l tuo cor: partì l'infida.

Ma ne' gelati alberghi

miro Cinzia che giunge,

scusami se ti lascio,

seco di favellar desio mi punge.

GIUNONE

L'ombra de' miei sospetti

ancor non si dilegua,

ma fra dubbio e pensiero,

tormentata in amor spero, e dispero.

La speranza è una sirena,

che con voce allettatrice

mi fa lieta, ed infelice,

mi dà gioia, e mi dà pena.

La speranza è una sirena.

La speranza è una gran maga,

che con arte lusinghiera

or è infida ed or sincera,

or mi sana ed or m'impiaga!

La speranza è una gran maga.

Scena seconda

Cinzia, che si scuote dalla forza di Apollo.

CINZIA

Lasciami.

APOLLO

Invan resisti

al mio giusto voler.

CINZIA

Legge tiranna

l'anima mia non soffre.

APOLLO

Sposa sei di Nettuno.

CINZIA

Non lo decreta il cielo.

APOLLO

Lo prescrive il dover.

CINZIA

(Ragion perversa!)

A miei desiri è la fortuna avversa.

APOLLO

Cessa da tuoi deliri, ama quel nume

al cui petto convien, che pur t'annodi;

dona tregua al martir, t'accheta, e godi.

(si ritirano)

Scena terza

Nettuno, e li suddetti.

NETTUNO

Care soglie gradite,

deh scoprite

del mio fulgido sol l'orme adorate.

Palesate che miro! (O strano incontro!)

APOLLO

Gran germano di Giove: ecco la diva

che t'offre al cor un godimento eterno.

NETTUNO

Cinzia (finger m'è d'uopo) al sen t'accolgo.

CINZIA

(Dalla reggia del ciel passo all'inferno.)

APOLLO

Su su lieti a festeggiar.

Il piacer v'annidi in braccio,

più bel nodo, o più bel laccio

Imeneo non può formar.

Su su lieti a festeggiar.

Insieme

CINZIA

Vuol il destin, ch'io non lo possa amar.

NETTUNO

Vuol il destin, ch'io non la possa amar.

APOLLO

Il gioir v'esulti 'n seno,

mentre giorno più sereno

Febo in ciel non sa recar.

Su su lieti a festeggiar.

Scena quarta

Nettuno, e Cinzia.

NETTUNO

Cinzia, perché sospesa?

CINZIA

Nettun, perché confuso?

NETTUNO

Chi ti conturba?

CINZIA

Il fato.

Chi t'affligge?

NETTUNO

La sorte.

CINZIA

Soffro pene d'inferno.

NETTUNO

Provo strazii di morte.

CINZIA

Palesami il tuo duolo.

NETTUNO

Non celarmi il tuo affanno.

CINZIA

Ahi mi cruccia in amor destin tiranno.

NETTUNO

Sdegni forse mie nozze!

CINZIA

Forse quest'alma aborri?

NETTUNO

Non odio il tuo sembiante.

CINZIA

Non disprezzo tua fé.

Insieme

CINZIA

Sei vezzoso e gentil, ma non per me.

NETTUNO

Sei vezzosa e gentil, ma non per me.

Scena quinta

Plutone, e li suddetti.

PLUTONE

Di quest'orbe a calcar le vie gelate

giunge, o Nettun, del nostro cor la fiamma.

NETTUNO

Ciprigna? (E che risolvo!)

CINZIA

(Amor che veggio!)

(verso Nettuno)

Già che lieto Imeneo

non porge al nostro sen laccio gradito,

e ch'una fé discorde

tra noiose catene ognor tormenta,

cedimi al bel, ch'adoro, e son contenta.

NETTUNO

Scoprimi chi t'accese.

CINZIA

Pluto è l'idol mio.

NETTUNO

Ti consegno al suo cor.

CINZIA

Pago è 'l desio.

PLUTONE

Nettun, grazie ti rendo,

sai pur, che di Ciprigna

quest'alma è prigioniera,

non è del foco mio Cinzia la sfera.

CINZIA

Crudel, dunque il mio affetto

nel tuo rigido sen loco non trova?

PLUTONE

Non ho più cor: se voglio amar non giova.

CINZIA

Forse un dì pregherete

che di voi mi riderò.

Sarò sorda alle querele,

né costante, né fedele,

vostr'amor io gradirò.

Forse un dì pregherete

che di voi mi riderò.

Sarò cieca a vostri pianti;

quanto più sarete amanti,

tanto più v'aborrirò.

Forse un dì mi pregherete

che di voi mi riderò.

NETTUNO

Pur alfine partì.

PLUTONE

Da me pur s'involò. Mira colei

che con un raggio de' suoi splendori

cangia un orbe di gelo in ciel d'ardori.

NETTUNO

Meco in disparte a contemplarla vieni.

PLUTONE

Che bel seno di latte!

NETTUNO

Che bei lumi sereni!

(si ritirano in disparte)

Scena sesta

Venere, e poi Saturno.

VENERE

Voglio aver più d'un amante.

Arder bramo a più d'un foco,

un sol volto al genio è poco,

un sol cor non è bastante.

Voglio aver più d'un amante.

SATURNO

Ancor, ancor Ciprigna

dalla tua mente è la ragion sbandita?

Casta riedi al consorte,

o tra ceppi di gelo

imprigionata, e avvinta,

farò, ch'in ciel rimanga

degl'ardori tuoi l'impura fiamma estinta.

VENERE

D'affumicato fabbro

soffrir non posso i rugginosi baci,

troppo noioso.

SATURNO

Taci.

Contro sacro imeneo

l'opra non solo, anco il pensier fa reo.

VENERE

Di quel zoppo difforme

stringermi al seno, e condurmi 'n braccio?

Piuttosto andrò delle catene al laccio.

PLUTONE

Con soccorso opportuno

l'amata diva al genitor s'involi.

NETTUNO E PLUTONE

Furto sì bello il nostro cor consoli.

(la rapiscono su gli occhi del padre)

VENERE

Temerari!

SATURNO

Fermate!

Scena settima

Marte, e suddetti.

MARTE

Olà, chi tenta

le rapine nel ciel? Numi, cedete.

(l'invola ai fratelli)

NETTUNO E PLUTONE

Tu m'involi il mio ben.

SATURNO

Partite, indegni.

MARTE

Ma s'offeso son io, ti fuggo iniqua.

(abbandona Venere, e parte)

NETTUNO E PLUTONE

Nel mio petto t'annida.

VENERE

(seguendo Marte)

Marte, non mi lasciar.

MARTE

Seguimi infida.

SATURNO

Quai successi rimiro!

NETTUNO

Tanto ardir?

PLUTONE

Tanto orgoglio?

NETTUNO

Vendicarmi vogl'io.

NETTUNO E PLUTONE

Battaglia avrà delle battaglie il dio.

SATURNO

Figli, saggio consiglio

nell'impero del cor i sensi accheti:

tropp'audace è l'impresa.

NETTUNO E PLUTONE

Non conosce ragion un'alma offesa.

NETTUNO

Crudi pensieri armatevi,

rinvigorite il cor.

D'ogni pietà spogliatevi,

vibrate ira e furor.

Crudi pensieri armatevi,

rinvigorite il cor.

PLUTONE

Fiamme di sdegno unitevi,

voglio rigor in sen.

In questo cor nutritevi,

giacché pugnar convien.

Fiamme di sdegno unitevi,

voglio rigor in sen.

Scena ottava

Giove, e Saturno.

GIOVE

Nell'agghiacciate stanze

l'impuro ardor di Citerea non miro,

al suo consorte, o padre,

forse tornò: la tua prudenza ammiro.

SATURNO

Quanto Giove t'inganni!

Dal mio ciel fuggitiva

fatta è preda d'altrui la dea lasciva.

GIOVE

Come! Preda d'altrui! Narrami, e quando?

SATURNO

Conduco a questi alberghi

la sfrenata bellezza.

Dolcemente l'esorto

far ritorno a Vulcan: m'ascolta e ride;

al foco dei suoi lumi

arde Pluto e Nettuno Ognun rapace

al mio braccio l'invola. Ira di Marte

quinci ad ambo le toglie.

Sgrido le accese voglie,

chi riprendo non m'ode: onta e furore

sveglia in ciascun rivalità d'amore.

Figli senza rispetto,

nume senza decoro,

diva senza onestà, padre schernito,

mi sconvolgono i sensi,

né fu giammai possente

per far saldo riparo

a un torrente di mali età cadente.

GIOVE

Dell'anima agitata

le potenze confuse

abbino tregua, o padre,

e se varia la sorte

anco per noi si vede,

l'inchioderò sulla sua rota il piede.

SATURNO

Credi pur, che non è stabile

il seren della fortuna.

Nel suo cielo il riso è labile,

nel suo mar tempeste aduna.

Credi pur, che non è stabile

il seren della fortuna.

Scena nona

Giove.

Armatevi nel cor pensieri offesi.

Nella magion terrena

esuli caccerò Marte e Ciprigna,

Pluto nel tetro abisso

seppellirà del cor la fiamma impura

e Nettun rilegato

del salso mar infra l'algose sponde,

darà tomba al suo foco in mezz'all'onde.

Troppo noiosi agl'occhi miei son resi.

Armatevi nel cor pensieri offesi.

D'ogni mal cagione è Amore.

Col dardo

d'un guardo

ti punge nel seno,

ma d'atro veleno

s'infetta il tuo core.

D'ogni mal cagione è Amore.

Il riso

d'un viso

t'invita a godere;

lo credi piacere,

ma è tutto dolore.

D'ogni mal cagion è Amore.

Scena decima

Galleria nel ciel di Mercurio.
Giunone, e poi Mercurio.

GIUNONE

Resto in dubbio di gioire,

di penare ancor non so!

Al mio duol, al mio martire

chiedo ognor se pace avrò.

Un pensier mi dice sì,

l'altro poi risponde no.

Resto in dubbio di gioire,

di penare ancor non so!

MERCURIO

Qual di luce divina

fulgido raggio il mio ricetto adorna!

GIUNONE

Cilenio, in te soggiorna

la pace del cor mio.

MERCURIO

Chiedi, ch'io t'offro

quanto da me dipende:

ogni cenno, che dai legge si rende.

GIUNONE

Nella reggia di Marte, ove Ciprigna

pompe di sue lascivie al ciel dispiega

vanne, ammonisci, e prega,

dille, che senza indugio

al consorte ritorni, e se ricusa

d'ubbidir l'impudica

avrà Giuno nemica.

MERCURIO

Già parto.

Scena undicesima

Marte, e li suddetti.

MARTE

Arresta il piè. Troppo superbi

sono, o diva, i tuoi sensi.

GIUNONE

Nume guerrier, che pensi?

MERCURIO

Deggio ubbidir.

MARTE

Non voglio.

GIUNONE

Temerario è l'orgoglio.

MARTE

Pertinace è l'ardire.

GIUNONE

Tu sfidi 'l cor a prepararsi all'ire.

MERCURIO

Deh, placate il furor.

MARTE

Giuno s'accheti

verso l'amata diva.

GIUNONE

E pur dall'Etra

n'andrà lungi colei;

bramo tregua al mio duol, pace agli dèi.

È possibile mio core

che non goda un dì seren?

Tormento geloso

l'amato riposo

m'invola dal sen.

È possibile mio core

che non goda un dì seren?

È possibile mio core,

che non possa un dì gioir?

Geloso sospetto,

l'amato diletto

mi cangia in martir.

È possibile mio core,

che non possa un dì gioir?

Scena dodicesima

Marte, e Mercurio.

MARTE

E che, forse al tonante

le gioie sue l'idolo mio comparte?

MERCURIO

Non già.

MARTE

Perché di sdegno

Giuno armata si vede?

MERCURIO

Cieco furor da gelosia procede.

(parte)

MARTE

Chi m'invola Ciprigna, agl'astri, al cielo

tenta rapir la luce.

Invan Febo riluce.

Ove 'l mio sol risplende:

ciò, che Giuno desia Marte contende.

Al mio core

chi d'amore

mai spezzar può le catene?

In difesa del mio bene

forte scudo ognor sarò;

ch'io non l'ami? O questo no.

Scena tredicesima

Venere, e Marte.

VENERE

Fortunata Ciprigna! Al sen di Marte

pur ti ridona amore.

MARTE

(Finger vogl'io.) Non ti conosce il core.

VENERE

O Ciel! Tu non ravvisi

colei ch'a te si piega?

MARTE

Sì: mia nemica è la beltà, che prega.

VENERE

Tu nemica m'appelli?

MARTE

Tu spietata m'inganni e ancor favelli?

VENERE

Piansi l'error...

MARTE

Nel pianto

fosti corretta almeno.

VENERE

D'ogni suo fallo ha pentimento il seno.

Perdono cor mio,

ti voglio adorar.

Bellezza tradita

quest'alma è pentita

di farti penar.

Perdono cor mio,

ti voglio adorar.

MARTE

Volgi nella mia reggia, o diva, il piede.

VENERE

Amato tesoro,

non darmi martoro,

non farti bramar.

Perdono cor mio,

ti voglio adorar.

Scena quattordicesima

Marte.

Ah che troppo lusinga

d'un bel volto gentil il labbro, il crine!

Ma i vezzi suoi son tradimenti alfine.

Belle, col dir di sì

troppo sapete fingere.

Vantate cor costante,

ma poi più d'un amante

al sen volete stringere.

Belle, col dir di sì

troppo sapete fingere.

È pazzo chi vi crede,

a dar sicura fede

chi mai vi può costringere?

Belle, col dir di sì

troppo sapete fingere.

Scena quindicesima

Amore, e Cinzia.

AMORE

Vittoria Cupido!

Tra l'ire e furori

a guerre maggiori

i numi disfido.

Vittoria Cupido!

Ecco Cinzia.

CINZIA

Che miro!

AMORE

Questa, che all'orbe in seno

spande tremoli argenti,

per mia sola cagion vive in tormenti.

CINZIA

Tu Cupido sull'Etra?

Tosto a Giove ti svelo.

AMORE

Fermati, dove vai?

CINZIA

Porgi catene, e le catene avrai.

AMORE

Contro l'arcier de' cori

bella sei troppo ardita.

CINZIA

Mi condanni ad amar, né son gradita.

AMORE

Bianca diva sospendi

di scoprirmi al tonante

e spera di goder se sei costante.

Questo strale

ch'è fatale

sa ferir e può sanar.

Martire, e diletto,

piacere, e dispetto

prova ognor chi vuol'amar.

Questo strale

ch'è fatale

sa ferir e può sanar.

Scena sedicesima

Apollo, e Cinzia.

APOLLO

E qual nube di duolo,

adorata germana,

t'offusca i vaghi rai?

Dove le gioie son, fuggano i guai.

CINZIA

Dove le gioie son, Febo t'inganni.

Questo petto racchiude

ogni pena più ria:

non conosce gioir l'anima mia.

APOLLO

Forse grato diletto

non ti porge Imeneo?

CINZIA

Per me spenta è sua face.

APOLLO

Come?

CINZIA

Sì, sì, Nettuno

APOLLO

(Qualche menzogna accusa.)

CINZIA

Sprezza le nozze, e la mia fé ricusa.

APOLLO

Mendace; ah del tuo core

son bugiardi pretesti.

CINZIA

Il ver Cinzia t'espone.

APOLLO

Non più: riedi al consorte.

CINZIA

(Crudo destin, se puoi, dammi la morte.)

Questo cor non è più mio.

Se dicessi

che volessi

nel mio sen cangiar'amore,

si risveglia il prim'ardore

e mi niega ogni desio.

Questo cor non è più mio.

Se tentassi,

se bramassi

di voler mutar affetto,

son costretta a mio dispetto,

d'ubbidir al cieco dio.

Questo cor non è più mio.

Scena diciassettesima

Apollo.

Dietro l'orme di Pluto

stolta germana

il tuo furor ti guida.

Ma punir ti saprò. Sull'Etra intanto,

seminando di rai lume fecondo,

Febo si porta ad illustrar il mondo.

Gran follia l'innamorarsi.

È servire ad un bel volto;

pazzia d'un cor ch'è sciolto

il voler incatenarsi.

Gran follia l'innamorarsi.

Chi non ama è fuor di pene.

Né si fa d'amor ribelle,

tante in ciel non son le stelle

quante inventa amor catene.

Chi non ama è fuor di pene.

Scena diciottesima

Armeria nel cielo di Marte.
Venere.

Son pur care le gioie al mio petto,

son pur crude le pene al mio cor.

Se gradito dall'alma è il diletto,

è nemico del seno il dolor.

Son pur care le gioie al mio petto,

son pur crude le pene al mio cor.

Quanto, quanto di Marte

la tardanza mi punge!

Fuggono l'ore ed il mio sol non giunge.

Ma qual di dolce oblio

improvviso sopor mie luci ingombra!

Già che queste pupille

l'adorato splendor mirar non ponno,

per non vegliar penando,

mi consegno al riposo in grembo al sonno.

(qui s'asside in una parte della scena a dormire)

Occhi miei sì, sì dormite.

Raddolcite i vostri guai,

e chiudendo i mesti rai,

il dolor nel cor sopite.

Occhi miei sì, sì dormite.

Scena diciannovesima

Giove, Venere addormita, e Giunone in disparte.

GIOVE

Ecco l'impura diva. Omai nel petto

si risvegli 'l furore

parta, fugga dal ciel. Fermati o core,

quanto è bella costei!

GIUNONE

Giuno, che miri!

GIOVE

Ma se vezzi e sospiri

per trionfar de' numi

sono della beltà rigide forme,

parta, fugga dal ciel. Ferma che dorme!

GIUNONE

Parta! Ferma! Che tenta

l'agitato consorte!

GIOVE

Portentose bellezze.

GIUNONE

Intesi, o sorte!

VENERE

(sognando)

Vago nume, amato bene.

GIOVE

Sogna!

GIUNONE

Mio cor che fai?

VENERE

Troppo lunghe son le pene.

GIUNONE

Voglio scoprirmi, no.

GIOVE

Vinto Giove vedrò?

VENERE

Troppo tardo è il mio contento.

GIOVE

Son legato, mi sciolgo.

GIUNONE

O ciel che sento!

GIOVE

Ah che quel biondo crine

labirinto è dell'alme.

GIUNONE

Ancor sospeso

su quel volto si rende!

GIOVE

Miro spenta la luce eppur m'accende.

GIUNONE

Voi, che battendo l'ali aure leggere,

tutte dell'ampio ciel le vie scorrete,

rapidamente chete

involate costei!

Due Aure portano Venere a volo per l'aria.

GIOVE

Chi rapisce 'l mio ben? Ferma. Ove sei?

GIUNONE

Chi rapisce il tuo ben? Contro Ciprigna

così movi lo sdegno?

Parta, fugga dal ciel, poi ferma. Ah indegno.

Sì, sì dalla tua mente

il mio nome scancella. A questi lumi

togli l'odiato aspetto,

violator delle leggi,

distruttor della fede. Al basso mondo

fama darò del temerario eccesso,

acciò scorga il mortale

che sai reggere altrui, ma non te stesso.

GIOVE

Odi, frena il rigor.

GIUNONE

Lasciami infido.

Se giusto è Cupido

vendetta farà.

Sprezzarmi costante,

tradirmi fedele,

son tutte querele

d'offesa beltà.

Se giusto è Cupido

vendetta farà.

Se retto è il mio fato

vendetta farà.

Rapirmi le gioie,

rubarmi i contenti,

son tutti lamenti

d'offesa beltà.

Se retto è il mio fato

vendetta farà.

Scena ventesima

Giove.

Giove che pensi? A quale

cieco abisso d'errori Amor ti guida?

Chi corregge è lascivo?

Chi punisce vien reo?

Ah che sol di Cupido

questi fur tradimenti: e forse occulta

tien sull'Etra sua forza;

ma s'accese l'ardor, l'ardor s'ammorza.

Amor fa quanto sai,

deluso ti vedrò.

L'ardore

del mio core

in gel si ricangiò.

Amor fa quanto sai,

deluso ti vedrò.

Cieco, bendato dio

di te mi riderò.

Lo strale

ch'è fatale

per me già si spezzò.

Cieco, bendato dio

di te mi riderò.

Scena ventunesima

Amore, Marte, e Mercurio.

AMORE

Involata alle sfere...

MARTE

Al mio seno rapita...

AMORE

È la madre d'Amore?

MARTE

È la dèa mia gradita?

MERCURIO

Tanto Giuno m'espose.

AMORE

A che Marte t'accingi?

MARTE

Che risolvi, Cupido?

MERCURIO

A voi s'aspetta

Venere rintracciar e far vendetta.

AMORE

S'abbandoni le sfere.

MARTE

Si discenda dal polo.

AMORE E MARTE

Vedrà Giuno, vedrà

se vendicarsi sa di sdegno acceso.

MARTE

Un Marte irato...

AMORE

Ed un Cupido offeso.

MERCURIO

Un campo di battaglia il ciel s'è reso.

MARTE

Un pensiero di cruda vendetta

mi raddoppia le furie nel cor.

Questa destra, ch'all'ira s'affretta

è ministra di cieco furor.

Un pensiero di cruda vendetta

mi raddoppia le furie nel cor.

Grave offesa di gioia rapita,

mi risveglia lo sdegno nel sen.

Già feroce quest'alma schernita

s'arma d'odio, di rabbia, e velen.

Grave offesa di gioia rapita,

mi risveglia lo sdegno nel sen.

Scena ventiduesima

Saturno, Nettuno, Pluto, Mercurio.

SATURNO

Dove, dove mal cauti

ciec'audacia vi guida?

MERCURIO

Giunge novo furor: convien ch'io rida.

NETTUNO E PLUTONE

Lasciami genitor.

SATURNO

Né vi raffrena

il paterno comando? A vostri sdegni

non è l'affetto mio salda catena?

PLUTONE

Mantice all'ira mia

è di Marte l'ingiuria.

SATURNO

Sordi siete a mie voci?

NETTUNO

Son un aspe crudel.

PLUTONE

Sono una furia.

Qui si vede calar grandissima macchina, che arriva dall'altezza della gloria sino al pavimento della scena formando maestosa scala di nuvole per la quale discende Giove corteggiato da moltitudine di Numi, e Dive celesti.

Scena ventitreesima

Giove, Saturno, Nettuno, Pluto, Mercurio.

GIOVE

Olà germani audaci,

bramo pace sull'Etra.

MERCURIO

Ecco il tonante.

SATURNO

Se la pace tu vuoi resti diviso

il retaggio paterno.

NETTUNO

S'eseguisca...

PLUTONE

Sì sì.

GIOVE

Reggo le sfere,

regga il mare Nettun,

Pluto l'inferno.

NETTUNO

Al mio trono...

PLUTONE

Al mio scettro...

NETTUNO E PLUTONE

Cedi unita Ciprigna.

GIOVE

(O memoria funesta.)

Fu rapita dal ciel in ciel non resta.

NETTUNO

Tra l'onde mobili

del regno instabile...

PLUTONE

Tra le caligini

del nero baratro...

NETTUNO E PLUTONE

Discenderò.

NETTUNO

Ma s'il mio bene

non stringo al cor...

PLUTONE

Ma se mie pene

non sana amor...

NETTUNO

Agli astri...

PLUTONE

Ai numi...

NETTUNO E PLUTONE

Al ciel guerra farò.

Scena ventiquattresima

Mercurio, Giove, Saturno.

MERCURIO

Ogni petto, ogni core

arde per Citerea.

GIOVE

Beltà più degna

plachi l'ira agl'amanti.

SATURNO

Or che da numi

Giove è reso temuto,

tu esibirai prudente

Teti in moglie a Nettuno, io Cinzia a Pluto.

GIOVE

Saggio consiglio, andiam.

MERCURIO

Vanne, o tonante

fa' che splenda sull'Etra un dì giocondo.

SATURNO

Un Giove sol può regolare il mondo.

Sia pur crudo iniquo il fato

placa alfine il suo rigor.

Fiero è sì, ma cangia stato,

fisso ancor, varia tenor.

Sia pur crudo iniquo il fato

placa alfine il suo rigor.

GIOVE

Benché sia la sorte errante,

mi promette un dì seren.

Quella dèa che par vagante

ferma in cielo ancor divien.

Benché sia la sorte errante,

mi promette un dì seren.

Scena venticinquesima

Mercurio.

Porti pur il destin la guerra altrove,

pace mi basta ove il suo regno ha Giove.

In ciel non sorgono,

più non si scorgono

di litigi ombre funeste:

le tempeste

sono placate;

lieti, o numi, festeggiate.

Segue il ballo di Numi, e di Dèe.

Atto terzo
Scena prima

Marittima.
Venere già portata dall'Aure sulla cima d'uno scoglio.
Venere.

(si risveglia)

Chi mi tolse alle sfere!

Chi da Marte m'invola!

Venere dove sei?

Sovr'inospite scoglio!

O ciel qui sola.

Lumi potete piangere,

non riderete più.

Il cor, che lieto fu

nel duol si sente a frangere.

Lumi potete piangere.

Qui si vede nell'orizzonte sopra lucido carro a sorgere Febo dall'onde, qual fecondo viene avanzandosi illumina la scena.

Ma dall'onde risorto

Febo qua giunge ad indorar le arene:

all'ingrato amator spiega tue pene.

Scena seconda

Apollo, e Venere.

APOLLO

Belle spiagge a voi ritorno.

Flagellando i foschi orrori,

vinte già da miei splendori,

fuggon l'ombre e riede il giorno.

Belle spiagge a voi ritorno.

VENERE

Apollo.

APOLLO

Olà, chi sei?

VENERE

D'Eto e Piroo

frena il rapido corso:

a un'afflitta beltà porgi soccorso.

APOLLO

Non può de' miei destrieri

retrocedere il moto.

VENERE

I sol ti prego

sull'aurata quadriga

ricondurmi alle stelle.

APOLLO

Nemmen deve mia luce

accoppiarsi mai teco:

direbbe il mondo tutto

che fra l'ombre lascive il sol è cieco.

VENERE

Son le bellezze mie tanto neglette?

APOLLO

Fuggo da tue lusinghe.

VENERE

Ah, no, t'arresta.

APOLLO

Chi disonesta nacque

potrà le fiamme sue spegner nell'acque.

Vezzose pupillette

io non vi voglio amar.

Sete in beltà perfette,

ma pronte all'ingannar.

Vezzose pupillette

io non vi voglio amar.

Labretti lusinghieri,

io non vi so bramar.

Sete in beltà sinceri,

ma finti al sospirar.

Labretti lusinghieri,

io non vi so bramar.

Scena terza

Marte, e Venere.

MARTE

Anelante mio cor dà fine ai guai!

Se ricerchi 'l tuo sol, mira i suoi rai.

VENERE

O sospirato arrivo. In me pietoso

volgi, o nume guerrier, volgi lo sguardo.

MARTE

Eccomi ancor che tardo

giunse Marte opportuno.

VENERE

Chi mi trasse quaggiù?

MARTE

Frode di Giuno.

VENERE

Della superba diva

dunque fu l'opra?

MARTE

Sì.

VENERE

Deluso alfine

vedrà l'empio rigore.

MARTE

Sdegno ci scioglie, e c'incatena amore.

VENERE

Del popolo squamoso

il più fido natante a me t'arrechi.

Sorge dall'onda un delfino, che s'accosta al lido per ricevere Marte sul dorso.

MARTE

Già sul dorso m'assido. Ohimè, che veggio?

Sovra gemmata conca

il tridentato nume

a noi se n' viene.

Partiam, partiam.

VENERE

Bramo osservar sue pompe.

MARTE

Partiam, mia dèa.

VENERE

Non voglio.

MARTE

Astri v'intendo:

mi trovo in porto, e il naufragio attendo.

Scena quarta

Nettuno sopra pomposa conchiglia tirata da cavalli marini, e corteggiato da glauchi, e tritoni, Venere, e Marte.

NETTUNO

Onde voi, ch'ognor fremendo

vi frangete in duro scoglio,

ben comprendo,

che volete

palesar il mio cordoglio.

Questo torbido cor perde il sereno;

io reggo il mar, e la tempesta ho in seno.

Ma qual di Citerea fulgido raggio

quaggiù discese a serenar mie luci?

Seco gradivo! Olà!

MARTE

Lascia, ti prego,

lascia il ceruleo regno,

dell'algoso rival fuggi lo sdegno.

VENERE

Con gelose apparenze

dell'idol mio vo' tormentar l'affetto.

NETTUNO

Che fate al mio cospetto.

VENERE

Alto monarca,

il fasto sol di tue grandezze ammiro.

NETTUNO

Quanto di prezioso

dagl'esperii s'estende ai lidi eoi,

adorato mio ben, è tuo se vuoi.

MARTE

M'ami Ciprigna?

VENERE

Sì.

NETTUNO

E me tu sprezzi?

VENERE

No.

MARTE

Non obliar mie gioie.

NETTUNO

Per me serba il diletto.

MARTE

Che pretendi?

NETTUNO

Che vuoi?

VENERE

Concedo

le lusinghe a Nettuno, a Marte i baci.

Accostatosi Marte allo scoglio Venere si pone anch'essa per fuggire a sedere sopra il dorso al delfino, e parte unita con Marte per l'onde.

VENERE E MARTE

È dolce il tormento

che gioia predice.

Insieme

VENERE

Amando,

mi torna felice.

MARTE

Penando,

mi rende contento.

VENERE E MARTE

È dolce il tormento

che gioia predice.

Scena quinta

Nettuno.

Dell'instabil mio regno

mostruose falangi

sorgete su, che fate?

Suscitate nell'onde

atre procelle infeste.

Chi la calma non vuol provi tempeste.

Qui adiratosi il mare sorgono vari mostri fra l'onde.

Scena sesta

Giove in macchina con Mercurio venendo a placar Nettuno.

GIOVE

Pace, pace, o dio del mar:

placa 'l cor, non fremer più.

Il seren, che brami tu,

Giove sol ti può recar.

Pace, pace, o dio del mar.

NETTUNO

Nel mio petto, o tonante,

è troppo irato, è troppo offeso il core:

lascia, ch'in grembo all'onde arda il furore.

GIOVE

Chi ti risveglia in sen foco di sdegno?

NETTUNO

Resta l'alma schernita

da chi l'alme consola,

Venere a Marte unita

qui m'alletta, mi scherne, e poi s'invola.

MERCURIO

Anch' ad onta di Giuno

la sua diva rinvenne, il nume amante?

Calamita de' cori è un bel sembiante.

GIOVE

(Tropp'infesta è colei.) Dunque fia vero

ch'un germano di Giove,

di Saturno la prole

a sordida beltà schiavo si renda.

NETTUNO

Lasso, che deggio far?

GIOVE

Tentar l'emenda.

NETTUNO

Ma qual beltà fia, ch'i miei sensi accheti?

GIOVE

La gran figlia di Vesta:

per consorte a Nettun degna è sol Teti.

NETTUNO

Teti?

GIOVE

Sì, sì, quel volto

potrà rendere paghi i tuoi desiri.

Vieni, ch'in cielo accolto

darai tregua al penar, pace ai martiri.

(Giove discende con Mercurio sul lido)

NETTUNO

Rendimi in calma Amor.

Non più scogli

di cordogli

non più venti di sospir:

in porto del gioir

guida il mio cor.

Rendimi in calma Amor.

Scena settima

Giove, Giunone, e Mercurio.

GIUNONE

Mio cor fosti presago. Ancor sleale

segui di Citerea l'orme lascive?

GIOVE

Mia bella, in te sol vive

ravveduto l'affetto.

GIUNONE

A che le sfere

abbandona 'l sovrano?

GIOVE

Per placare il germano

qua mi trasse il desio.

GIUNONE

Tu m'aborri, crudel.

GIOVE

T'amo, cor mio.

MERCURIO

Che sento!

GIUNONE

Ah quelle voci

nel tuo petto sopprimi.

GIOVE

Eppur fido t'adoro.

GIUNONE

Il falso esprimi.

GIOVE

In che Giove peccò?

GIUNONE

D'altra bellezza

arse all'impuro foco.

GIOVE

Errai, no 'l niego. Il tuo perdono invoco.

GIUNONE

Ma la fé che macchiasti?

GIOVE

Ancor illeso

resta l'onor primiero.

MERCURIO

Ogni fallo d'amor sempre è leggero.

GIUNONE

Dunque l'ardor.

GIOVE

È spento.

GIUNONE

Il cor?

GIOVE

Pianse pentito.

GIUNONE

L'alma?

GIOVE

D'averti offesa

pena nel sen dogliosa.

GIUNONE

O fedel, o sleal vivo gelosa.

GIOVE

Resta, Cilenio, al suolo

scaccia dal sen di Giuno un duol sì rio.

GIUNONE

Tu m'aborri crudel.

GIOVE

T'amo cor mio.

Labretti sdegnosi

che il sen mi ferite

fermate, sentite,

sanatemi il cor:

non tanta bellezza

o meno rigor.

Sdegnose pupille

che foco vibrate,

sentite, fermate,

sopite l'ardor:

non tanta bellezza,

o meno rigor.

(Giove ripostosi sulla macchina ritorna al cielo)

Scena ottava

Giunone, e Mercurio.

GIUNONE

Da me Giove s'invola!

MERCURIO

Diva non ti lagnar, ch'ama te sola.

GIUNONE

Non ti credo o dio d'amor!

Mostri pace a questo seno

poi crudele fai guerra al cor.

Non ti credo o dio d'amor!

Sei bugiardo o nume arcier!

Offri gioie a questo petto

l'alma poi non sa goder.

Sei bugiardo o nume arcier!

GIUNONE

Ma pur ministre erranti,

qua traeste Ciprigna.

MERCURIO

A Marte in grembo

la cagion del tuo mal partì poc'anzi.

GIUNONE

Seco Marte s'unì!

MERCURIO

Su queste sponde

fe' l'adultera diva

scena di sue lascivie al re dell'onde.

GIUNONE

Pria che d'Atlante in mar s'attuffi il die,

scopo sarà delle vendette mie.

Tosto, mio fido Cilenio,

al mio figlio Vulcano il passo affretta,

l'ingegnosa sua rete

digli, ch'a me consegni,

vo' che ferreo rigor plachi i miei sdegni.

MERCURIO

Godi, e lascia goder

se brami pace al cor,

vola all'amato ardor

fuggi l'altrui piacer.

Se brami pace al cor

godi, e lascia goder.

GIUNONE

Che tardi?

MERCURIO

Il fallo, o diva

troppo fiera punisci.

GIUNONE

Olà taci: non più: parti. Eseguisci.

Scena nona

Giunone.

Qual nell'ondoso mar pino volante,

combattuto da venti aspira al porto,

così l'alma di Giuno,

da gelosia percossa,

sol di Giove nel sen spera conforto.

Torna in braccio all'idol mio

cor amante o penerò.

Il penar è troppo rio,

se chi bramo in sen non ho.

Torna in braccio all'idol mio

cor amante o penerò.

Se non segui 'l bel, ch'adoro,

alma mia non gioirò.

Se non scacci il mio martoro,

infelice ognor sarò.

Se non segui 'l bel, ch'adoro,

alma mia non gioirò.

Scena decima

Infernale di fiamme trasparente ripiena d'orridi mostri con faci accese nelle mani.
Cinzia, e Amore che sopraggiunge.

CINZIA

Ciechi abissi, eterni orrori

qui tra voi bramo languir,

che se un amante cor

non trova alcun ristor

il duol, ch'in sen chiudete

uguaglia il mio martir.

Ciechi abissi, eterni orrori

qui tra voi bramo languir.

Ma con passo anelante

ver me giunge Cupido.

E qual affar nel seppellito mondo

della perduta luce

ove l'odio risiede Amor conduce?

AMORE

Tutto l'orbe girando

cercai la madre a volo. Or tu che fai?

CINZIA

Vo chiedendo quaggiù pace a' miei guai.

AMORE

Questo orror che tu miri a Cinzia insegna

ch'ov'eterno è il martir pace non regna.

CINZIA

E pur, o nume arciero

coll'aurea tua saetta

quella pace puoi dar che bramo, e spero.

Cupido, pietà.

Col dardo infocato

nel cor d'un ingrato

stempra il gel di crudeltà.

Cupido, pietà.

AMORE

Consolarti vogl'io, diva triforme.

Ma su trono di foco

ecco il tartareo re. Vanne in disparte.

Tosto vedrai ciò che può far Cupido.

CINZIA

Bendato dio nel tuo poter confido.

(si tirano in disparte)

Scena undicesima

Plutone sopra trono infuocato corteggiato da un coro di Furie.

PLUTONE

Cieco Amor, nume fierissimo

sei l'inferno del mio sen.

So, che l'Eumenidi

spietate affliggono;

so pur che gl'aspidi

empi trafiggono:

ma prov'io con duolo asprissimo

che più crudo è il tuo velen.

Cieco Amor, nume fierissimo

sei l'inferno del mio sen.

(discende dal trono avendo osservato Amore)

Ma qui l'arcier che mi tormenta il core?

Olà furie, s'arresti.

AMORE

E sa piagar, e sa fuggir Amore.

Amore ferito con l'aureo sua dardo il cor di Pluto fugge dall'inferno a volo.

PLUTONE

Ohimè. Qual nova piaga

lo sdegno ammorza, ed il furore abbatte?

Già mi serpe nel seno

un amoroso ardor, ch'ogn'altro ardore

rende nell'alma estinto:

Cinzia son tuo trofeo, Cupido ha vinto.

CINZIA

(Portentosa ferita.) Ah crudo nume,

mira come tra l'ombre

obliando del ciel l'argentea luce

dietro l'orme di Pluto il core è spinto.

PLUTONE

Cinzia, son tuo trofeo, Cupido hai vinto!

CINZIA

Dunque il fosco de l'alma

rasserenar poss'io?

PLUTONE

Se l'aligero dio

per te il cor mio piagò,

quanto ti disprezzai,

tanto t'adorerò.

Scena dodicesima

Saturno, Plutone, e Cinzia.

SATURNO

Che veggio! Astri ch'ascolto! Amica sorte

seconda 'l mio desir. Qual divin raggio

a Pluto aprì della ragione i lumi?

PLUTONE

Cinzia co' suoi costumi

i miei sensi imprigiona.

SATURNO

Labbro, che casto ride, occhio, che vibra

un innocente ardor, guancia vezzosa

che l'onestà raccoglie,

fra modeste lusinghe un sen, ch'è nudo,

trionfa alfin d'ogni rigor più crudo.

PLUTONE

Cinzia, bramo tue nozze.

CINZIA

A' tuoi sponsali

ecco pronto il cor mio.

SATURNO

Felice evento!

Se pago è 'l figlio, è il genitor contento.

Gran dèa del terzo giro,

gran monarca di Dite,

liet'il mio piè seguite.

PLUTONE

E dove? E dove?

SATURNO

Nel regno della luce, ov'è ben giusto

che spettator divenga

a vostr'alti imenei Saturno e Giove.

PLUTONE

La speranza, ed il martire

gran fortuna è dell'amar;

fa goder se fa languire,

fa gioir se fa penar.

La speranza, ed il martire

gran fortuna è dell'amar.

CINZIA

Pupille serenatevi,

gioisci amante cor,

miei spirti consolatevi:

v'annodi il dio d'amor.

Pupille serenatevi,

gioisci amante cor.

Scena tredicesima

Reggia nel ciel di Cinzia.
Venere, e Marte.

VENERE

Vaghe soglie d'argento

pur vi ricalca 'l piede.

MARTE

Pari a questo candor splende mia fede.

S'armi Giuno di sdegno,

frema Giove sugl'astri,

per te sempre il mio petto

sarà scudo ai disastri.

VENERE

O gradita costanza.

MARTE

Eterno, o diva

il mio affetto ti giuro.

VENERE

Amo i tuoi rai, né d'altri rai mi curo.

MARTE

Bella, del dio temuto

negli alberghi ritorna.

VENERE

Verrò; teco, mio sol l'alma soggiorna.

MARTE

Che più brami, amante cor?

Che più cerchi o mio desire;

spegne l'alma ogni martire,

scaccia i petto ogni dolor.

Che più brami, amante cor?

Scena quattordicesima

Venere.

Anco in onta di Giuno

l'orme del dio guerrier seguir vogl'io;

sprezzo il fato più crudo,

a rio tenor la mia costanza è scudo.

L'armato rigore

non temo di stelle.

Due luci più belle

son gli astri d'amore.

Non temo di stelle:

due luci più belle.

Quest'alma si ride

del fato severo.

Un occhio, ch'è nero

l'impero ha del core.

Quest'alma si ride

del fato severo.

Scena quindicesima

Nettuno, Apollo, che sopraggiunge.

NETTUNO

Che volete di più pensieri amanti?

Gode l'alma il suo sereno,

se stringete un sole al seno,

voi rapite al cielo i vanti.

Che volete di più pensieri amanti?

APOLLO

Così dunque di Trivia

rotta è la fede e l'amor suo sprezzato?

NETTUNO

Febo, non ti doler, forz'è del fato.

APOLLO

Ah che forse rifiuti

per un bacio lascivo, un casto amplesso?

Gli astri non incolpar s'è tuo l'eccesso.

Negli amanti è poca fede.

Son bugiardi i giuramenti;

incostanti al par de' venti

mai fermezza in lor si vede.

Negli amanti è poca fede.

NETTUNO

Non più di Citerea

ardo all'impuro foco:

son consorte di Teti,

del sovrano motor, servo ai decreti.

APOLLO

Di Cinzia che sarà?

Scena sedicesima

Saturno, Pluto, Cinzia, e li suddetti.

SATURNO

Nembi di gioie

le diluviano in seno.

APOLLO

E come?

SATURNO

Al re dell'ombre

sospirato imeneo sposa la rese.

PLUTONE

Un suo guardo pudico alfin m'accese.

CINZIA

Luminoso germano,

non irritarti, no.

NETTUNO

Placati, o nume,

del bramato piacer giunse alla meta.

APOLLO

Al voler del destin Febo s'accheta.

Ogni bella, ch'è vezzosa

ama sol per bizzarria.

Trovi guerra, o trovi pace,

vol seguir chi più le piace,

vuò goder chi più desia.

Ogni bella ch'è vezzosa

ama sol per bizzarria.

Provi gioia o pur tormento

il dolor è suo contento,

il piacer sua pena ria.

Ogni bella ch'è vezzosa

ama sol per bizzarria.

Qui si vede a poco a poco discendere una gran macchina, sopra la quale Giove conduce la Discordia, e Amore incatenati.

PLUTONE

Sovra lucidi globi

ecco 'l motor delle rotanti sfere.

SATURNO

Già gli fu d'Imeneo noto il piacere.

Scena diciassettesima

Giove, Mercurio, Discordia, e Amore incatenati, e li suddetti.

GIOVE

Rendeste o tiranni

la pace al mio soglio.

Son vinti gl'inganni,

fiaccato è l'orgoglio.

DISCORDIA

Mi trafigge il dolor.

AMORE

M'ange il cordoglio.

NETTUNO

Qual portenti rimiro!

PLUTONE

La ministra d'Averno...

CINZIA

Il dio d'amore...

CINZIA E PLUTONE

Gemono fra catene!

SATURNO

Premio d'un mal oprar son le pene.

AMORE

Chi soccorre Cupido?

GIOVE

Troppo con le tue frodi

irritasti lo sdegno;

nume crudel, sei di soccorso indegno.

DISCORDIA

Per me, che languida

tra ceppi ho il piè,

non trovo ohimè!

chi al re dell'etera

chieda pietà.

Numi, è troppa crudeltà,

s'è il mio mal tra voi prefisso.

GIOVE

Chi è nemica del ciel piombi all'abisso.

Viene precipitata da Giove nell'inferno.

SATURNO

Sempre d'eccelse imprese

Giove, ti miro adorno.

PLUTONE E NETTUNO

Rida a tue glorie, a' miei sponsali il giorno.

GIOVE

Or voi ne' bassi regni

del mondo già diviso,

con l'adorate spose

ite o numi, a goder gioie amorose.

NETTUNO

Io di Tetide in sen rapido volo.

(parte)

Insieme

CINZIA

Io con Pluto il mio ben, parto dal polo.

PLUTONE

Io con Cinzia il mio ben, parto dal polo.

PLUTONE

Il tuo guardo che sempr'è sereno,

del mio petto conforto si fa.

CINZIA

Quell'ardore, che porti nel seno,

di quest'alma la gioia sarà.

Il tuo guardo che sempr'è sereno,

del mio petto conforto si fa.

Scena diciottesima

Giunone, e li suddetti.

GIUNONE

Cilenio.

MERCURIO

Alta reina.

GIUNONE

Ormai scena giocosa apri a miei lumi;

fa' che Marte, e Ciprigna

sian obbrobrio a sé stessi e scherno ai numi.

In questo mentre s'apre la suddetta macchina di Giove, in mezzo alla quale si scopre Marte, e Venere allacciati nella rete per fraude di Giunone, e resi ludibrio di numerose Deitadi, che per ogni parte gli circondano.

GIUNONE

Vi do bando, o miei sospiri,

fra martiri

questo cor non vive più.

Mai riposa

chi gelosa

l'alma tiene in servitù.

Vi do bando, o miei sospiri

fra martiri

questo cor non vive più.

Scena diciannovesima

Giove, Saturno, Giunone, Mercurio. Amore, Venere, e Marte nella rete scherniti da tutti gli Dèi.

SATURNO

Spettacolo gentil.

GIOVE

Nobil pensiero.

GIUNONE

Così Giuno punisce

una dèa, ch'è lasciva, un dio ch'è fiero.

MARTE

Vincesti, sì vincesti.

VENERE

Ne' tuoi lacci cadei.

VENERE E MARTE

E le vergogne mie son tuoi trofei.

SATURNO

Numi rei sì, sì penate,

vi castigh'il vostro errore,

per cagion del dio d'amore

gran vergogna al ciel voi fate.

Numi rei sì, sì penate.

GIOVE

Udite, o numi impuri: il cor, che reo

geme tra ferrea rete,

perdono avrà se pentimento avrete.

MARTE

Da tuoi cenni sovrani

Marte...

VENERE

E Ciprigna...

VENERE E MARTE

Immortal re dipende

e da Giuno, e da te perdono attende.

GIUNONE

Tu disponi, o tonante.

GIOVE

A voi lascivi

ogni colpa condono. Il mondo apprenda,

che preghiera nel ciel mai giunge invano.

Resti Marte fra gl'astri

e Ciprigna, ed Amor rieda a Vulcano.

MERCURIO

Sono i lacci disciolti. Uscite, uscite

di vostra libertà lieti gioite.

AMORE

Madre.

VENERE

Figlio vien meco,

delle viscere mie parte più cara;

Marte ti lascio.

MARTE

Ahi dipartenza amara.

Amati contenti

partite da me,

l'ardore

del core

più vivo non è.

Amati contenti

partite da me.

VENERE

Soavi piaceri

fuggite dal sen,

la palma

dell'alma

perduto ha il seren.

Soavi piaceri

fuggite dal sen.

GIOVE

Or tu, mia bella diva

placa l'anima gelosa,

già la mia fé sulla tua fé riposa.

GIUNONE

Più tiranna non è fortuna,

più nemico non trovo Amor,

l'una gioie nel petto aduna,

l'altro toglie le pene al cor.

Più tiranna non è fortuna,

più nemico non trovo Amor.

Fine del libretto.

Generazione pagina: 14/01/2016
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Locandina Atto primo Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta Scena quinta Scena sesta Scena settima Scena ottava Scena nona Scena decima Scena undicesima Scena dodicesima Scena tredicesima Scena quattordicesima Scena quindicesima Scena sedicesima Scena diciassettesima Scena diciottesima Scena diciannovesima Scena ventesima Scena ventunesima Scena ventiduesima Scena ventitreesima Atto secondo Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta Scena quinta Scena sesta Scena settima Scena ottava Scena nona Scena decima Scena undicesima Scena dodicesima Scena tredicesima Scena quattordicesima Scena quindicesima Scena sedicesima Scena diciassettesima Scena diciottesima Scena diciannovesima Scena ventesima Scena ventunesima Scena ventiduesima Scena ventitreesima Scena ventiquattresima Scena venticinquesima Atto terzo Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta Scena quinta Scena sesta Scena settima Scena ottava Scena nona Scena decima Scena undicesima Scena dodicesima Scena tredicesima Scena quattordicesima Scena quindicesima Scena sedicesima Scena diciassettesima Scena diciottesima Scena diciannovesima