L'ERCOLE AMANTE

Tragedia.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di

Francesco BUTI

Musica di

Francesco CAVALLI

Prima esecuzione:

7 Febbraio 1662, Parigi


Personaggi:

ERCOLE / basso

IOLE figlia del re Eutyro / soprano

VENERE / soprano

GIUNONE / soprano

HYLLO figlio d'Ercole / tenore

DEIANIRA moglie d'Ercole / soprano

MERCURIO / tenore

NETTUNO / basso

Ombra di EUTYRO padre di Iole / basso

CINZIA / soprano

TEVERE / basso

PASITHEA moglie del Sonno / soprano

Il SONNO personaggio muto / mezzosoprano

La BELLEZZA / soprano

L'Ombra di BUSSIRIDE / contralto

L'Ombra di LAOMEDONTE re di Troia / tenore

L'Ombra di CLERICA regina / soprano

Un PAGGIO / soprano

LICCO servo di Deianira / contralto


Coro musico de' Fiumi.
Coro musico delle tre Grazie.
Coro musico d'Aure, e Ruscelli.
Coro musico de' Sacrificanti al sepolcro d'Eutyro.
Coro musico d'Anime infernali.
Coro musico di Sacerdoti di Giunone Pronuba.
Coro armonico de' Tritoni, e Sirene.
Coro muto di Damigelle d'Iole.



Argomento

Avendo Ercole soggiogata l'Eocalia, Hyllo figlio di lui, e Iole figlia del vinto re Eutyro arsero di reciproco affetto, e non molto dopo innamoratosi della medesima anche Ercole la chiese per moglie al di lei padre, che non consapevole ancora dell'impegno di essa con Hyllo la promise, e informatone poi la negò, onde il semideo offeso di ciò l'uccise, che però tanto più divenuta Iole avversa al rifiutato amante, Venere come di lui amica, desiderosa di rendergliela propizia, e diffidando poter per ciò disporre di Cupido a sua voglia, ha ricorso a gl'incanti, a che Giuno altrettanto contraria studiosamente s'oppone; tra gli avvenimenti della qual gara avvistosi Ercole della rivalità del figlio, e insospettito (benché a torto) che questi gl'insidiasse alla vita, risolve di porlo a morte, ma sopraggiunta Deianira madre di lui, che per ministero della fama era stata a tal luogo tratta dalla gelosia si frappone per salvarlo senza però ottenere altro, che di accomunar a sé stessa un sì gran pericolo, onde Iole non scorgendo a ciò altro riparo, si risolve di dare all'infuriato eroe (purché perdoni ad Hyllo) qualche speranza di piegarsi ad amarlo, ad intuito di che Ercole sospendendo l'esecuzione de' suoi sdegni, manda (per assicurarsi dalla gelosia) il figlio prigioniero in una torre sul mare, e ordina (per liberarsi dalle contrarietà) che la moglie torni in Calidonia, quindi mostrandosi ogn'or più determinato, quando non ottenga le bramate nozze, di vendicarsene atrocemente contro Hyllo, riduce Iole alla necessità d'acconsentir più tosto a quelle, che di soffrir lo scempio di questi, il quale ricevuta di ciò novella, si precipita avanti a gli occhi della madre, (che andava per consolarlo) disperato nel mare, ma comparsa l'ombra d'Eutyro alla figlia, e con più ragioni, e particolarmente con la già seguita sommersione di Hyllo, dissuadendola dal maritarsi con Ercole, vien suggerito alla gelosa moglie da Licco suo servo, che con la veste lasciatagli già da Nesso Centauro, avrebbe ella potuto annichilare nello spirito del marito ogn'altro affetto ch'il suo; onde Iole più repugnante che mai di maritarsi con Ercole, appigliandosi anch'essa a simile speranza, si carica di applicare a suo tempo un tal rimedio, dal cui contatto cagionate poi nel semideo furiose smanie, che lo portano a gettarsi nelle fiamme, si scopre essere stato il di lui figlio salvato in vita da Nettuno per opera di Giunone, dalla quale venendo appresso manifestato, come Ercole in vece di ardersi era stato da Giove trasportato al cielo, e quivi sposato alla Bellezza, e che così libero dalle passioni umane, consentendo egli al matrimonio d'Hyllo, e Iole, aveva ottenuto alle sue felicità il consenso della medesima dèa, seguono parimente le nozze tra li due amanti.

PROLOGO

Scena unica

La scena rappresenta ne' lati montagne di scogli su li quali si vedono giacenti 14 fiumi, che bagnano i regni e le provincie che sono o furono sotto la dominazione della corona di Francia. Nella prospettiva si vede il mare, e nell'aria Cinzia che discende in una gran macchina rappresentante il di lei cielo.

CORO DI FIUMI

Qual concorso indovino

oggi al mar più vicino
del festoso Parigi
noi raunò dal gemino emisfero,
noi, che del franco impero
vantiamo il nobil giogo, o i bei vestigi?

TEVERE

Ah che mentre la terra

di lunga orrida guerra
già dileguati ammira i fati rei
ne' beati imenei
di Maria di Luigi
adorna Cinzia di più bei candori
noi testimoni elesse
di quei, ch'a spiegar va', gallici onori.

CORO DI FIUMI

A i di lei veri accenti

su dunque attenti, attenti.

CINZIA

Ed ecco o Gallia invitta
i tuoi pregi più grandi, e immortali
mira del primo ciel ne' puri argenti
come in tempio d'onor lampe lucenti
l'idee delle maggior stirpi reali.
Di queste il ciel con ammirabil cura,
e con stupor del tempo, e di natura,
scettri a scettri innestando, e fregi, a fregi
la prosapia formò de i franchi regi;
che qual fiume di glorie
da' monti di Corone, e fasci alteri
trasse i fonti primieri
ed accresciuto ogn'or da copiosi
torrenti di vittorie,
e da' più generosi
rivi di sangue augusto oltre gli Achei
per interrotto, e limpido sentiero
tra margini di palme, e di trofei
inondò trionfante il mondo intero.
Alfin tra l'auree sponde
della Senna guerriera
fissò la reggia in cui benigna infonde
grazie a nembi ogni sfera,
ed or più che mai prodigo
di contentezze eteree
ad ibera beltà franco valore
su talamo di pace unisce Amore.

CORO DI FIUMI

Dopo belliche noie

oh che soavi gioie!

A dolcezze sì rare oltre ogni segno

Gallia dilata il cor, non men, ch'il regno.

CINZIA

Ma voi che più tardate inclite Idee?
Uscite ad inchinare
Anna la gran reina,
che le bell'alme onde sperar si dée
che la serie divina
de' vostri alti nipoti il ciel confermi
ambo sono di lei rampolli, e germi.
Uscite a festeggiare
ch'in sì degna allegrezza a i vostri balli
nelle cerulee valli
già cede il campo ossequioso il mare,
e poiché qual dopo guerrieri onori
della beltà fu sposo Ercole al fine,
tal dopo mille allori
e nel primo confine
di sua florida etade il re de' Galli,
su queste scene a i lieti Franchi innante
per accrescer diletti
riprenda oggi i coturni Ercole amante,
e veda ogn'un, che desiar non sa
un eroico valore
qui giù premio maggiore
che di godere in pace alta beltà.

CORO DI FIUMI

Oh Gallia fortunata

già per tante vittorie,
di pace, e d'imenei l'ultime glorie
ti fanno oltre ogni speme oggi beata.

E a fin ch'a tuoi contenti

gioia ogn'or s'augumenti
ecco, ch'in te si vede
alba di nuove glorie un regio erede;
per splender più di doppio sole ornata
oh Gallia fortunata.

Le dette Idee discendono sul palco a danzare, quindi rientrate nella medesima macchina, questa si chiude, e le riporta in cielo.

ATTO PRIMO

Scena prima

La scena si cangia ne' lati in boscareccia, e nella prospettiva in un gran paese contiguo alla città d'Eocalia.
Ercole.

ERCOLE

Come si beffa Amor del poter mio!

A me cui cede il mondo
farà contrasto una donzella? (oh dio!)

Come si beffa Amor del poter mio!

Dunque chi tanti mostri
vide esangui trofei di sua fortezza
scempio farà di femminil fierezza,
e trafitto cadrà da un van desio?

Come si beffa Amor del poter mio!

ERCOLE

Ah Cupido io non so già

perché il ciel soffrir ti deggia?
Di Pluton l'orrida reggia
un di te più reo non ha.

ERCOLE

O di quale empietà
sacrilego tiranno ogn'or riempi
il credulo tuo regno?
Mentre ne' di lui tempi
l'adorate Cottine
di grazia, e di beltà
non celano altro alfine
ch'idoli abominevoli qua' sono
interesse, perfidia, orgoglio, e sdegno.
Così avvien per Iole
che l'altar del cor mio
sparga d'alti sospir malgrati i fumi,
e che vittima infausta io mi consumi.

Scena seconda

Cala dal cielo Venere con le Grazie in una macchina.
Venere, Ercole, coro di Grazie.

VENERE

Se ninfa a i pianti

di veri amanti
non mai pieghevole
niega mercé;
di ciò colpevole
amor non è.

CORO

Se ninfa a i pianti

di veri amanti
non mai pieghevole
niega mercé;
di ciò colpevole
amor non è.

VENERE

Scoglio sì rigido

mostro sì frigido
non regge il mar
ch'amato al pari non deva amar.

CORO

Scoglio sì rigido

mostro sì frigido
non regge il mar
ch'amato al pari non deva amar.

VENERE

Ogn'impero ha ribelli
trasgressori ogni legge
or come e questi, e quelli
giusta forza corregge,
sì con soave incanto
(ch'al dominio d'Amore
forza è la più conforme)
superare a tuo pro spero il rigore
che maligna fortuna,
sempre al mio figlio avversa
d'Iole in sen per tuo tormento aduna;
e godrai de' miei detti
oggi al giardin de' fiori i dolci effetti.

ERCOLE

O dèa se tanto alle mie brame ottieni
giusto fia ch'io t'accenda
tutte d'Arabia l'odorate selve,
e che tutte a te sveni
dell'Erimanto le zannute belve;
ch'il ciel non può versare
de i contenti d'Amor grazie più care.

VENERE

Vanne al loco, e m'attendi, e fa ch'Iole
pur vi renda pria che manchi il sole,
ch'io dell'armi provvista
onde sua ferità vincer presumo,
preverrò diligente i di lei passi
per dispor quivi pria, ch'ella vi giunga
rovente acuto strale,
che per te l'arda, e punga.

VENERE

Strale invisibile,

ch'inevitabile
tal forza avrà,
ch'all'insensibile
piaga insanabile
imprimerà.

VENERE

Su dunque ogni tristezza
sia dal tuo cor sbandita,
ch'in amor l'allegrezza
come al ciel più gradita
con più felicità le gioie invita.

VENERE, ERCOLE

Fuggano a vol

dal bell'impero
del nume arciero
le pene, e 'l duol.

CORO

E in lui così

gioie sol piovino,
e si rinnovino
quegli aurei dì.

VENERE, ERCOLE

Struggasi il gel

d'ogni fierezza
ogni amarezza
il cangi in miel.

CORO

E in lui così

gioie sol piovino,
e si rinnovino
quegli aurei dì.

La macchina di Venere rimonta al cielo.

ERCOLE

Infelice, e disperato
mentre mestissimo
vo notte, e dì,
qual di bene inaspettato
raggio purissimo
m'apparì?

ERCOLE, CORO

Ah che s'acceso un cor
avvien mai che disperi,
non sa come in amor
con sovrano poter fortuna imperi,
di tal nume alla possanza
nulla invincibile
già mai si dà
egli ogn'or con gran baldanza
fin l'impossibile
ceder fa.

Scena terza

Nel resto de' nuvoli di detta macchina essendo ascosa Giunone, questa si discovre assisa in un gran pavone.

GIUNONE

E vuol dunque ciprigna,
per far contro di me gl'ultimi sforzi
de' più pungenti oltraggi,
favorir chi le voglie ebbe sì intese
ad offendermi ogn'ora,
che ne gli impuri suoi principi ancora
prima d'esser m'offese?
Chi pria di spirar l'aure
spirò desio di danneggiarmi, e dopo
aver dal petto mio
tratti i primi alimenti al viver suo,
con ingrata insolenza
d'uccidermi tentando osò ferirmi?
Ah ch'intesi i disegni
ma non sia ch'a disfarli altri m'insegni.

Di reciproco affetto
ardon Hyllo, e Iole,
e sol per mio dispetto
l'iniqua dèa non vuole,
ch'Imeneo li congiunga? anzi procura
per il mio scorno maggiore,
ch'il nodo maritale ond'è ristretto
Ercole a Deidamia alfin si rompa;
a ciò ch'Iole a questi
del di lei genitore empio omicida
con mostruosi amplessi oggi s'innesti.
E con qual arte oh dio? con arti indegne
d'ogni anima più vil non che divina.

GIUNONE

Ma in amor ciò ch'altri fura

più d'amor gioia non è
e un insipida ventura
ciò ch'egli in dono, o ver pietà non diè.

In amor ciò ch'altri fura

più d'amor gioia non è.

Se non vien da grata arsura

volontaria all'altrui fé
cangia affatto di natura
come d'odio condita ogni mercé.

GIUNONE

Ma che più con inutili lamenti
il tempo scarso alla difesa io perdo?
Su portatemi o venti
alla grotta del Sonno, e d'aure infeste
corteggiato il mio tron versi per tutto
pompe del mio furor fiamme, e tempeste.

Giunone parte e fa cader dalle nuvole della sua macchina, Tempeste e Fulmini che formano una danza per fine del primo atto.

ATTO SECONDO

Scena prima

La scena si cangia in un gran cortile del palazzo reale.
Hyllo, e Iole.

HYLLO, IOLE

Amor ardor più rari

accesi mai non ha,
che quelli onde del pari
le nostre alme disfà
d'avverso ciel le lampe
contro di lui si sforzino,
ch'in vece, che l'amorzino,
l'arricchiran di vampe.

IOLE

Pure alfine il rispetto
di figlio al genitor fia ch'in te cangi
sì amoroso linguaggio.

HYLLO

Che più tosto il tuo affetto
non renda anch'egli al forte Alcide omaggio.

IOLE

Ah che forzar un core
no 'l puote altri che amore.

HYLLO

E di rivale il titolo odioso
qualunque altro bel nome,
che concorra con lui, rende ozioso;
una sol vita il genitor mi diede,
e per te, che mia vita
molto più cara sei
mille vite darei.

IOLE

E per te sol mio bene,
all'empio usurpator contenta i' cedo
il regno, e 'l mondo tutto, e te sol chiedo.

HYLLO, IOLE

Gare d'affetto ardenti

deh non cedete a i guai,
e nel goder non vi stancate mai,
che de' vostri argomenti
nell'uguaglianza sol tutta si sta
l'amorosa felicità.

Scena seconda

Paggio, Iole, e Hyllo.

PAGGIO

Ercole a dirti invia, ch'altro non bada,
che di saper, se nel giardin de' fiori
di condurti a diporto oggi t'aggrada.

IOLE

Come fia, che ciò nieghi?
D'un che sovra di me le stelle alzaro
son comandi anco i prieghi.

HYLLO

Ahi qual torbido, e amaro
velen presaga gelosia m'appresta,
di cui solo il timor già mi funesta.

IOLE

Non temere Hyllo caro:
che non potrà mai violenza ardita
togliermi a te, senza a me tor la vita.

HYLLO

E quando anche in tal guisa
ogn'un meco ti perda amato bene,
qual miglior sorte avrò, che cangiar pene?

IOLE

Da sì grave timor l'alma disvezza,
che quanto Ercol per me palesa affetto,
tant'ha rispetto, ed io per te fermezza.
Torna, digli, ch'io vado: Hyllo vien meco.

HYLLO

E quando io non son teco?
Se dovunque il mio piè giri, o la mente
t'adoro ogn'or presente.

Chi può vivere un sol istante

lunge dal bello che l'invaghì,
dica pur, ch'in lui morì
ogni pregio di vero amante;
d'amore il foco
per ogni poco
ch'intiepidiscasi ghiaccio diviene,
e le di lui catene
più strettamente avvolte
ogni poco, che cedano, son sciolte.

IOLE

O gloria

d'amor più nobile
con fede immobile
sempr'arde più;
memoria
non mai vi fu,
che la vittoria
mancassi tu.

Si sciogliono

qual or gl'instabili
rei più dannabili
Amor non ha.

Lo spogliono

di deità
poiché gli togliono
l'eternità.

Scena terza

Paggio.

PAGGIO

E che cosa è quest'amore?

Di cui parlan tanto in corte,
e canzon di mille sorte
di lui cantano a tutt'ore.

Egli è qualche ciurmadore

poi che a quel, che sento dire
(senza punto intender come)
mentre a stille dà il gioire
e il penar dispensa a some,
fassi il mondo adoratore
egli è qualche ciurmadore.

Di vederlo ebbi gran brame

ma poi seppi, ch'è impossibile,
ch'egli sia già mai visibile
perché sempre è con le dame,
e che queste al finger dotte
se lo tengano celato,
come s'ei stesse appiattato
dentro le cimmerie grotte.

Scena quarta

Deianira, Licco, Paggio.

LICCO

Buon dì gentil fanciullo.

PAGGIO

E buona notte.

LICCO

Ma dove in tanta fretta?

PAGGIO

A far da gran messaggio.

LICCO

Ascolta un poco, aspetta;
che so qual possa aver faccende un Paggio.

PAGGIO

E che tu sai? ch'Iole

ad Ercole...

LICCO

T'invia.

PAGGIO

Sì affé m'invia...

LICCO

A dirgli.

PAGGIO

È vero a dirgli...

LICCO, PAGGIO

Ch'al giardino de' fiori
ella si renderà com'ei desia.

PAGGIO

Sei tu qualche indovino?

LICCO

E ben famoso,
ch'in simil guisa a me nulla è nascoso.

DEIANIRA

Ah crudo, ah disleale,

ah traditore, ingrato,
ah scelerato, ed empio
dell'amor coniugale
tra noi tanto giurato.

DEIANIRA

Qui dunque hai scelto il luogo a farne scempio?
Ah Deianira ogni ristor dispera,
ch'a morir di dolor sei destinata.

PAGGIO

Che? cotesta straniera
anch'essa è innamorata?

LICCO

Così mi dice, ma d'amor ben vero,
come saggio io non credo,
ch'a gli uomini, poco, ed alle donne un zero.

PAGGIO

Basta per questa corte ogn'or volare
si vede un sì gran numero d'amori,
che non abbiamo a fare,
che ne vengan di fuori.
Ama Hyllo Iole riamato, e l'ama
Ercole assai malvisto, ama Nicandro
Licori, e questa Oreste, e Oreste Olinda,
e Olinda, e Celia scaltre
aman le gemme, e l'oro,
e Niso, ed Alidoro aman cent'altre.

LICCO

E perché ha in odio Iole
Ercole?

PAGGIO

Perché uccise Eutyro.

LICCO

Ed ama

il figlio poi di chi gli uccise il padre?
Ha la pianta in orrore, ed ama il frutto?
Che vuoi giocar ch'io so
la ragion che di ciò
ella in sé covane?
Un d'essi è troppo adulto, e l'altro è giovane

PAGGIO

Fin da principio Iole ardea per Hyllo
onde per compiacerla
le già date promesse
delle nozze di lei ritolse Eutyro
ad Ercole, ch'al fin sì mal soffrillo,
ch'una tal dalla figlia opra gradita
all'infelice re costò la vita.
E tu, ch'il tutto sai
non sai, ch'Ercol' m'attende? e ch'egli è amante?
E che fra quanti mai
ardono al mondo d'amorosa fiamma
non v'è di pazienza una sol dramma.

Scena quinta

Deianira, Licco.

DEIANIRA

Misera, ohimè, ch'ascolto.
Non so, se più gelosa
esser dèa come madre, o come sposa;
che comune è il periglio
alla mia fede coniugale, e al figlio;
almen con soffrir l'uno
schivar l'altro potessi: oh dio qual sorte
prefisse iniquo fato a i miei natali:
ch'io soffra a doppio i mali,
né per schivarne alcun basti mia morte.
O presagi funesti:
Ercol spirti non ha, se non feroci,
e non ferian già questi
i di lui primi parricidi atroci.
Come mal mi lasciai
strascinar da' miei guai
a queste eubee contrade,
ove il destin mi fabricò l'inferno:
ora, ahi lassa, discerno
quanto meglio era entro le patrie mura
di Calidonia sospirar piangendo
miei dubbi oltraggi, che con duol più orrendo
esserne qui sicura.

DEIANIRA

Ahi ch'amarezza

meschina me
è la certezza
di rotta fé!

Ahi come, ohimè,

la gelosia
di furie l'Erebo impoverì.
E l'alma mia
ne riempì.

S'in amor si raddoppiassero

tutti i guai, tutti i tormenti,
e ch'in lui solo mancassero
i sospetti, e i tradimenti
fora amor tutta dolcezza.

LICCO

Ah fu sempre in amor stolto consiglio
il cercar di sapere
punto di più, che quel basta a godere;
copron l'indiche balze
sotto aspetto villan viscere d'oro;
ma ben contrario affatto
l'amoroso terreno
sotto una superficie preziosa
sol cattiva materia ha in sé nascosa.
Onde chi vuole in lui
gir scavando tal'or con mesta prova
più s'inoltra a cercar peggio ritrova;
ben lo dicea, che noi sariam venuti
a incontrar pene, e rischi:
ah che d'Ercole irato
qualche stral ben rotato
parmi sentir, ch'intorno a me già fischi.

DEIANIRA

Ah Licco il cor ti manca, ohimè, che sia
di me senza il tuo aiuto?

LICCO

Ah Deianira:
dunque, dunque tu temi?
Io non ho già paura.

DEIANIRA

E in tanto tremi.

LICCO

Ma ve'; poiché nel mondo
ogni cosa ha misura;
forz'è che l'abbia ancor la mia bravura
e siccome tra quelli,
che se nemico ciel senza danari
chi ha quattro soldi è ricco:
così per bravo io solamente spicco
fra tutti quanti li poltron miei pari.

DEIANIRA

Dunque che far dovrem?

LICCO

N'han già cangiati
in guisa tal questi abiti villani,
che se guardinghi andremo
ad altro non potrà, ch'alla favella
Ercole riconoscerne: per tanto
avvertir ne conviene
che qualche beffa, o crocchio
(grazie, ch'alli stranier versa ogni corte)
non c'irriti a parlare, e di tal sorte
farem la guerra all'occhio.

Scena sesta

La scena si cangia nella grotta del Sonno.
Pasithea, il Sonno, coro d'Aure e Ruscelli.

PASITHEA

Mormorate

o fiumicelli,
sussurrate
o venticelli,
e col vostro sussurro, e mormorio
dolci incanti dell'oblio,
ch'ogni cura fugar ponno
lusingate al sonno il Sonno.

Chi da ver ama

vie più il diletto
del caro oggetto
che 'l proprio brama,
quind'è ch'io posi
la notte, e 'l die
le contentezze mie
del consorte gentil ne' bei riposi.

CORO

Dormi, dormi, o Sonno dormi

fra le braccia a Pasithea
ninfa aver non ti potea
più d'affetti a' tuoi conformi:
dormi, dormi o Sonno dormi.

Dormi, dormi o Sonno dormi

sovra a te gli amori istessi
lente movano le piume;
e al tuo cor placido nume,
gelosia mai non appressi
de' suoi rei sospetti i stormi
dormi, dormi o Sonno dormi.

Scena settima

Cala Giunone dal cielo.
Giunone, Pasithea, il Sonno, coro d'Aure e Ruscelli.

PASITHEA

O dèa sublime dèa,
e qual nuovo desio
a quest'umile albergo oggi ti mena?

GIUNONE

Zelo dell'onor mio
e della fede altrui
a me già sacra, e da sacrarsi, a cui
e frodi, e violenze altri prepara,
onde per fare a ciò schermo innocente
sol per una breve ora
di condur meco il Sonno uopo mi fora.

PASITHEA

Ohimè di nuovo esporre
di Giove all'ire ogni mio ben vorrai?
No, ciò non fia più mai.

GIUNONE

Non temer Pasithea,
che solo è mio pensiero
di valermi di lui con men che numi
di già soggetti al di lui pigro impero.

PASITHEA

E di ciò m'assicuri?

GIUNONE

S'ancor vuoi che te 'l giuri
sul germano di lui lo stigio Lete.

PASITHEA

Basta Giuno: quiete
son già le mie voglie al tuo desir sovrano.

GIUNONE

Porgilo dunque a me, diva, pian piano...

Giunone prende nel suo carro il Sonno e parte.

GIUNONE

Dell'amorose pene

sospirato ristoro,
vital dolce tesoro,
ch'il mondo più che Cerere mantiene
dal neghittoso speco
soffri di venir meco,
ch'Amore oggi dispone
contro l'empia insolenza
di straniera potenza
della sua libertà fatti campione.

TUTTI

Le rugiade più preziose

tuoi papaveri ogn'or bagnino,
e per tutto gigli, e rose
co' lor aliti t'accompagnino.

PASITHEA

Vanne, e fa breve dimora,

che s'il tuo tardar noioso
ad ogn'un tanto è penoso,
che sarà per chi t'adora?

E Amore ha ben la gloria

di saper nel Sonno ancora
tener desta la memoria.

Li Sogni giacenti per la grotta formano sognando la 3ª danza per fine del 2º atto.

ATTO TERZO

Scena prima

Si cangia la scena in un giardino d'Eocalia, e Venere cala dal cielo a terra, in una nuvola, che sparisce.
Venere, Ercole.

VENERE

Sol s'inarcan gli emisferi
per stupor
che trovar l'inferno io speri
più cortese oggi, ch'Amor,
ma per me fin dalla cuna
fu geloso ei del suo imper,
e vi soffre di fortuna
il tirannico voler,
che timor non gli arreca,
compagnia nel regnar pur che sia cieca.

ERCOLE

E per me cangi o dèale delizie del ciel con questo suolo
ed or perché non manda
la palude Lerneàe la selva Nemeà
nov'idre, altri leoni a far qui meco
gloriosi contrasti,
onde a te formi o dèa grati olocausti?

VENERE

Pur ch'io giunga a cangiar nel crudo seno
d'Iole il core, e te lo renda amante
ne trarrò tal piacere,
che fia d'ogni opra mia premio bastante,
mira quest'è la verga onde fa Circe
magiche maraviglie;
al di cui moto ubbidienti ancelle
per patto inalterabile son tutte
de' lidi Acherontei l'anime felle.
Or in virtù di sì potente stelo
dove tocco la terra
nascerà seggio erboso in cui riposte,
da spiriti lascivi a ciò costretti
le mandragore oscene
di pallido color la Lidia pietra
e d'amorose rondinelle i cori
faran ch'Iole allor, ch'in lui s'affida
cangi per te il suo sdegno in dolci amori.

(nasce di sotto terra la sedia incantata fatta di erbe e di fiori)

ERCOLE

Diva ad opre sì rare
insolito tremor tutto mi scuote,
e poi ch'esser non puote
timor (da me non conosciuto ancora)
forz'è che sia per inspirar superno
di futuro gioir presagio interno.
Ma pur nel pensier mio sceman di pregio
quelli, ch'a me prometti
sospirati diletti,
qual or lasso m'avveggio
ch'a far miei dì giocondi
tratte non fian tai gioie
dal mar d'amor, ma da gli stigi fondi.

VENERE

O di questa canzon

pur che tu goda
ch'importa a te?

Che sia per froda

o per mercé?
Pur che tu goda
ch'importa a te?

VENERE

Ch'altro è l'amare?
Ch'un guerreggiare,
ove in trionfo egual lieti se n' vanno
il valor, e l'inganno;
infelice non sai?
Che nel gran regno del mio figlio arciero
non v'è (tolto il penar) nulla di vero.
Prendi il crin, che fortuna
per mia man t'offre in dono.
Torbido rivo ancora
spegne sete infinita,
e per languida inedia un che si mora
non sceglie i cibi a sostenersi in vita:
ma mentre a te giusta ragion m'invola
se d'altro uopo ti sia
Mercurio invierò, che ratto vola.

VENERE, ERCOLE

E perché Amor non fa,

ch'all'amorosa schiera
sol delle gioie sue sia dispensiera
o ragione, o pietà?

E perché crudeltà

perché il rigor,
in guardia ogn'or le avrà?

Dunque per involarle ogn'arte ancor

lecita altrui sarà:
d'un ardente desio giungerà 'l segno
sì, sì, gioco è d'ingegno.

Scena seconda

Ercole, Paggio.

ERCOLE

Amor contar ben puoi
fra tuoi non minor vanti
che dell'ardir, che torre a me non seppe
co' latrati di Cerbero, e orrendi
strepiti suoi lo spaventoso abisso;
tu disarmato m'hai, sì ch'io, che colsi
ad onta del terribile custode,
con intrepida man l'Esperie frutta,
quasi di sostenere or non ardisco
l'avvicinar del bel per cui languisco.

ERCOLE

O quale instillano

in arso petto
rai, che sfavillano
di gran beltà,
umil rispetto,
bassa umiltà:
il ciel ben sa
a sì suprema
adorabil maestà,
s'ei pur non trema?

PAGGIO

Sarà com'hai disposto
Iole qui ben tosto.

ERCOLE

E dove la trovasti?

PAGGIO

Nel cortil regio a favellar d'amore.

ERCOLE

A favellar d'amor? con chi? deh dillo,
dell'amor mio?

PAGGIO

Dell'amor suo con Hyllo.

ERCOLE

Come? Dunque il mio figlio
mio rivale divenne?
A tal temerità sarebbe ei giunto?
Tu non hai ben compreso
semplicetto garzone.

PAGGIO

Eccoli appunto.

Scena terza

Ercole, Iole, Hyllo, coro di Damigelle, e Paggio.

ERCOLE

Bella Iole, e quando mai
sentirai
di me pietà?
Chi la chiede al tuo rigore
ha valore
per domare ogn'impietà
ma non sia, che teco impieghi
se non prieghi
e mesti lai;
bell'Iole, e quando mai?

IOLE

Quando il mio cor capace
fosse d'un lieve amor per chi m'uccise
il genitor diletto
aver per me dovresti
orrore, e non affetto.

ERCOLE

Ah bella Iole
a sì gran crime, e di sì gran castigo
degno, qual per me fora
l'impossibilità dell'amor tuo:
imputar mi vorrai
una prova fatale,
ed un impulso senza freno, oh dio,
dell'infinito ardor, dell'amor mio?
Quand'il tonante istesso
negarmi com'Eutyro, avesse ardito
un ben sì desiato, e a me promesso,
come già contro il sole, e 'l dio triforme
stato non fora contra lui men parco
di strali avvelenati il mio grand'arco.

IOLE

Io sola fui cagion, che il re mio padre
rompesse a te la data fede.

ERCOLE

Ah come
a ciò tu l'inducesti?
Dunque tu l'uccidesti.
Che d'un mal, che si feo,
chi la causa ne diè, quegli n'è reo.
Ma pon bella in oblio
sì funeste memorie, e sì noiose,
e qui meco t'assidi,
poiché depost'anch'io
l'innata mia ferocia, anzi cangiata
in conocchia la clava
ravisar ti farò, che quale ogn'altra
tua più devota ancella
non mai prenderò a vile
di renderti ogni ossequio il più servile;
qua gira gli occhi Atlante
e per somma beltà
mira quel, ch'oggi fa
Ercole amante:
ma non ne rider già
che se tale è il voler
del pargoletto arcier.

ERCOLE

Tutte son opre gloriose, e belle

tanto il filar, che sostener le stelle.

Sol per voler d'Amore,

chi in ciel Etho frenò
armenti ancor guidò
nume, e pastore:
e non ne riser no
gl'altri dèi, ch'il mirar,
che fan ben ch'in amar:

tutte son opre gloriose, e belle

tanto il filar, che sostener le stelle.

IOLE

Ma qual? ma come io sento
spuntare entro il mio petto
per te improvviso, e involontario affetto
onde forz'è ch'io t'ami
e ch'amor mio ti chiami.

HYLLO

Ohimè, ch'ascolto!
E non sogno? e son desto? e non già stolto?
Così cangiasi Iole?
Fragil feminea fede;
ben merta i tradimenti un, che ti crede.

ERCOLE

Hyllo, di che ti offendi?
Che senso ha tal linguaggio?
(Non mal l'intese il Paggio)
ami tu dunque Iole?

HYLLO

Io per un'empia
ingrata al padre, al mondo, al ciel spergiura,
che soffrissi nel cuor d'amor l'arsura?
Per una sì mutabile, ch'a un tratto
con subito contento
alla mia genitrice, a Deianira
tecò a far sì gran torto (ohimè) cospira?
Versi pria sul mio capo irato Giove
tutti i fulmini suoi,
e il più negro baratto m'ingoi.

IOLE

O me infelice, o misera, che fei?
Uccidetemi, oh dèi.

ERCOLE

Finora a te d'Eutyro
ne men di Deianira unqua non calse.
Parti, e ringrazia il ciel; che ben ti valse,
che d'esser mite oggi disposi.

HYLLO

A dio:

andrò morte a cercar per quelle balze.

Scena quarta

Ercole, Iole, Paggio.

ERCOLE

E tu a che pensi Iole?

IOLE

All'error mio,
se ben ciò che mia lingua
disse pur dianzi ah no, non lo diss'io.
E l'alma forsennatta,
nel frenetico errore
altra parte non ebbe
che di gran pentimento alto dolore.

ERCOLE

Deh non volere, o bella,
far con tai sentimenti
d'Hyllo più grave il fallo,
e le giuste ire mie tanto più ardenti;
di nuovo qui meco t'affidi, e pensa,
pensa meglio al tuo dire,
ch'or con rigide voglie, or con infide,
troppo è tentar di sofferenza Alcide.

IOLE

Ah chi sì tosto invola
all'attonita mente
l'impression più care? e del mio seno
la più tenera parte
per te di strano affetto
con recidiva d'incostanza imprime?
Chi l'avverso mio cor suolge ad amarte?
Ah che tra miei pensieri
più non ne trovo alcuno
ch'idolatra non sia de' tuoi desiri,
ah che non spiro più che i tuoi respiri.

ERCOLE

E pur potranno in breve
dell'instabil tuo spirto
le solite vicende
ricangiar tanto amore
in più crudo rigore.

IOLE

Ciò non temer, che sono
sì fortemente rannodati, e stretti
i lacci ond'è di nuovo
per te quest'alma avvolta,
che più come scamparne ella non vede,
chiedi qual pegno vuoi della mia fede.

ERCOLE

Dunque su di tua mano
per fermezza amorosa
quello porgimi sol d'esser mia sposa.

IOLE

No 'l rifiuto, ma lascia,
ch'in segrete preghiere
del genitore all'oltraggiato spirto
per addolcirlo in qualche guisa almeno
prima, ch'affatto a te mi doni in preda,
io licenza ne chieda.

ERCOLE

Pur che ciò sia sol cerimonia al vento
sì, sì, ne son contento.

Scena quinta

Torna ad apparir in aria Giunone nel suo carro col Sonno.
Giunone col Sonno, Ercole, Iole, Paggio.

GIUNONE

Sonno potente nume
fu qui pur opportuno il nostro arrivo;
dunque poiché tu sei
dell'innocenza amico,
e de' misfatti rei cotanto schivo,
che da loro fuggendo
d'inesorabil vol sazi tue piume,
co' più forti legami,
che mai tua fredda suora a te prestasse
impedisci pietoso al par, che giusto
oggi un crime il più nero,
che contro amor la frode unqua tentasse,
e con la verga a cui fu facil prova
le sempre deste luci
tutte velare ad Argo
vanne veloce, e in Ercole produci
un più cieco letargo.

IOLE

E quale inaspettato
sonno prodigioso
prevenendo Imeneo lega il mio sposo?

GIUNONE

Iole, Iole, ah sorgi
sorgi rapida, e fuggi, e t'allontana
dall'incantato seggio, e a me t'appressa
che di ben tosto risanarti è d'uopo
dal magico veleno,
ond'hai l'anima oppressa:
prendi, fiuta quest'erba,
che ne gli orti filliridi raccolsi,
il cui medico odore,
che le malie dilegua,
ti sanerà ad un tratto
dalle tartaree infezioni il core.

IOLE

O diva, o dèa, da quali
orridi precipizi
d'infedeltà, d'iniquità risorgo?
Ohimè! di quali errori
rea, quantunque innocente ora mi scorgo!

Pure il mio primo, e sol gradito fuoco,
ch'in me pareva estinto
mentre il cor mi ralluma,
con usura di fiamme
più che mai mi consuma.
Ma che pro? s'Hyllo intanto
l'unico mio tesoro
senza mia colpa a ragion meco irato,
a ragion da me fugge, e a torto io moro.

GIUNONE

Ah perché perdi Iole
in superflue querele
tempo sì prezioso, Hyllo non lunge
per mio consiglio in un cespuglio ascoso
tutto guata, e ascolta. Arma più tosto
arma figlia la mano
di questo acuto acciaro,
(ch'abile a penetrare ogni riparo
per me temprò Vulcano)
e mentre imprigionato
da i legami del Sonno i più tenaci
sta quel mostro sì crudo
d'ogni difesa ignudo,
vanne, e vendica ardita
con la morte di lui
le mie offese, e i tuoi danni,
ch'altro scampo non ha d'Hyllo la vita.
Vanne, e poiché spedita al ciel'io torno
ad ovviare in ciò l'ire di Giove
fa' ch'io vi giunga il crin di lauri adorno.

Scena sesta

Iole, Hyllo, Ercole che dorme, Paggio.

IOLE

D'Eutyro anima grande
a questo core, a questo braccio imbelle
tanto furor, tanto vigor comparti
che possa or qui sacrarti,
con insigne vendetta
(universal di cui desio rimbomba)
vittima sì dovuta alla tua tomba.
Prendi o mio genitor dall'arso lido
di Flegetonte, il sangue
di quest'empio tiranno,
che nel tuo nome uccido.

HYLLO

Ohimè, che fai?
Cessa.

IOLE

Deh lascia.

HYLLO

Ah cessa.

IOLE

Lascia se m'ami.

HYLLO

Ah che del pari io sono
tuo vero amante, e di lui figlio.

IOLE

Ah senti:

io non l'odio già più come uccisore
del caro padre mio (senti che dico)
che come avverso al comun nostro ardore
onde più che padre egli è nemico.

HYLLO

Lo placherò, quando non basti il pianto,
con la mia morte.

IOLE

E sì poco è gradita
la speme a te d'esser mio sposo (oh dio)
che per essa non pregi
punto di più la vita?

Scena settima

Mercurio d'un volo risveglia Ercole e parte.
Mercurio, Hyllo, Iole, Ercole, Paggio.

MERCURIO

Svegliati Alcide, e mira.

ERCOLE

E dove, o bella?
Dove? ah qui pur di nuovo
temerario importuno io ti ritrovo?
Ed a qual fine impugni
ferro micidial? per tor la vita
a chi s'ingiustamente a te la diede?
Ah se cotanto eccede
tuo scellerato ardir, giust'è la voglia,
che quel viver ingrato,
ch'a torto a te fu dato
ora a ragione io toglia.

IOLE

Ohimè, s'amore
nulla in te puote, arresta.

HYLLO

Ah genitore.

ERCOLE

E con sì dolce nome ancor mi chiami?

HYLLO

Non creder già, ch'io più di viver brami
che per mia miglior sorte
non so più desiar altro, che morte,
ma sol di parricida
l'ingiusto infame titolo rifiuto,
e s'ebbi di ciò solo un pensiero
sovra l'anima mia,
qual or sciolta ella sia,
ogni martir più fiero,
che chiuda Averno in sé, grandini Pluto.

IOLE

Alcide, ah ch'io fui quella
per vendicar Eutyro,
e per sottrarmi alle tue insidie, io quella,
che sola di trafiggerti tentai.
Quindi è, che s'Hyllo uccidi,
com'essend'io sola cagion, ch'ei mora,
di me stessa farò giustizia, e or'ora
morta qui mi vedrai.

Scena ottava

Deianira, Licco, Ercole, Iole, Hyllo, Paggio.

DEIANIRA

Ah che scorgo? il mio figlio
post'è in grave periglio?
Forz'è ben, che io mi scopra.

LICCO

Il ciel ti guardi
da cotanta follia,
che quando ancor (com'è suo stil) per gioco
Ercol l'ammazzi un poco,
tu ne puoi far de gli altri;
ma se n'uccide noi fia molto peggio,
che poi chi ne resusciti, no 'l veggio.

ERCOLE

Più di salvarlo tenti
più l'accusi, e tu menti,
ma ch'al tuo crime, o pure
a mie gelose cure
il tuo morir s'ascriva
soffrir più non saprei, no che tu viva.

DEIANIRA

Ah barbaro di fé, di pietà avaro.
Non basta avermi l'amor tuo ritolto,
ch'ancor toglier mi vuoi pegno sì caro;
fa' pur tua sposa Iole,
abbandonami pure a ogni martoro,
ma per solo ristoro
lasciami la mia prole.
Innocente, che sia,
chi propizio gli sia, se ingiusto è il padre?
E quand'anche sia reo, concedi il vanto
d'impetrarli perdono
d'una misera madre al largo pianto.

ERCOLE

In mal punto giungesti
e chi qua ti portò?

LICCO

Non fu già Licco;
chi m'insegna una tana?
Che quand'anche ella fosse,
d'un gran lupo affamato io mi ci ficco.

ERCOLE

Ambo morrete, e fra tant'altre prove
che fer di me già sì famoso il grido
dicasi ancor, ch'altri duo mostri uccisi
una moglie gelosa, e un figlio infido.

DEIANIRA

Ah crudo.

IOLE

Ah senti pria: s'alcuna spene

ch'io pieghi all'amor tuo, restar ti puote,
solo al viver di lui questa s'attiene;
s'ei mor, fia, ch'ogni speme anco a te pera,
e s'egli vive, spera.

LICCO

Ora ch'il crederia: quel grand'invitto
domator de' Giganti,
che i diavoli stessi ha trionfato
eccolo tra due femmine intrigato!

ERCOLE

E s'egli vive spera? ogni possanza
sovra l'anime amanti ha la speranza.
Vanne tu dunque, e torna al patrio nido,
e tu va' prigioniero
nella torre del mar, ch'altro riparo
sicuro aver non può mia gelosia,
e con Iole intanto io vedrò chiaro
del mio sperar, del viver tuo che fia?

Scena nona

Deianira, Hyllo.

DEIANIRA

Figlio tu prigioniero?

HYLLO

Madre tu discacciata?

DEIANIRA

E vive in sen di padre un cor sì fiero?

HYLLO

Ed in cor di marito alma sì ingrata.

DEIANIRA

Figlio tu prigioniero?

HYLLO

Madre tu discacciata?

DEIANIRA

Non fosse a te crudele,
e gli perdonerei l'infedeltà.

HYLLO

Non fosse a te infedele,
e lieve troverei sua crudeltà.

DEIANIRA, HYLLO

S'a te pietà non spero
ogni sorte a me fia sempre spietata.

DEIANIRA

Figlio tu prigioniero?

HYLLO

Madre tu discacciata?

DEIANIRA

Figlio...

HYLLO

Madre...

DEIANIRA, HYLLO

Ogn'or desti

a me dell'amor tuo segni più espressi,
ah voglia il ciel, che questi
non sian gli ultimi amplessi.

Scena decima

Licco, Paggio.

LICCO

A dio, Paggio.

PAGGIO

A dio, tutti.

LICCO

A rivederci;

che della donna a cui Ercol presume
di far sì facilmente cangiar clima,
non fu mai suo costume
d'obbedir alla prima.

PAGGIO

Oh che gran cose ho viste! ancor l'orrore
tutto mi raccapriccia.

LICCO

Ed è sol mastro Amore,
che si fatti bitumi oggi impiastriccia,
ma contro un sì pestifero bigatto
senti gentil garzone
impara una canzone.

LICCO, PAGGIO

Amor, chi ha senno in sé,

va già d'accordo,
ch'il più contento è in te
chi è il più balordo.

Ogni dolce, che puoi dare

è d'assenzio atro sciroppo
e le tue gioie più rare
o son false, o costan troppo:
e così in simil frode
lieto è più chi men vede, e crede, e gode.

La sedia incantata sparisce, e gli Spiriti ch'erano costretti in essa, entrano nelle statue del giardino, e animandole formano la 4ª danza per fine dell'atto terzo.

ATTO QUARTO

Scena prima

La scena si cangia in un mare sui liti del quale sono molte torri, ed in una di esse Hyllo prigioniero.
Hyllo.

HYLLO

Ahi che pena è gelosia

ad un'alma innamorata
ch'a i sospetti abbandonata
teme ogn'or sorte più ria.

Ad Alcide allor ch'Iole

crudelmente in ver me pia,
di sperar alfin concesse;
io credei, che m'uccidesse,
solo il suon di tai parole,
ma il morir manco duol fia.

HYLLO

Ma che veggio? ecco un messo,
che viene a dritta voga, è il Paggio? è desso.

Scena seconda

Apparisce nel detto mare il Paggio in una barchetta.
Paggio, Hyllo.

PAGGIO

Zefiri che gite

da' vicini fiori
involando odori
e qua poi fuggite;

fate alla mia prora

ch'oggi il mar si spiani,
voi pur cortigiani
siete de l'aurora.

Noto è a voi Cupido

che d'ogn'un fa giuoco,
e per l'altrui fuoco
or me trae dal lido.

A voi pur convenne

far l'ufficio mio,
così avessi anch'io
come voi le penne.

HYLLO

Che novella m'arrechi? è buona, o rea?
Ma che parlo infelice?
Sperar più verun bene a me non lice.

PAGGIO

Iole alfin astretta
di maritarsi al furibondo Alcide
con questo foglio a te mi spinse in fretta.

HYLLO

Porgilo dunque;

(legge il biglietto)

«Alla tua fé tradita,

chiedo giusto perdono,
se per serbarti in vita
ad Ercole mi dono.»
Che per serbarmi in vita? Oh cieco errore!
Ah, che ciò per me fia morte peggiore.
Torna veloce, oh dio,
torna veloce, e dille,
ch'essendo essa fedele all'amor mio,
se morrò, sì contento
scenderà questo spirto al basso mondo,
ch'in alcun tempo mai
non ne vider gli elisei un più giocondo.
Ma che, s'altrui si dona, o il duol atroce
di sì perfida sorte,
o la mia destra mi darà in tal punto
una sì amara, e sconsolata morte,
ch'affannosa, e dolente
quest'alma in approdar le stigie arene
infin quivi parrà mostro di pene.
Dille, che s'ella almeno
per costanza d'amor sarà pur mia
non farà di me strage altri ch'Alcide,
ma che s'ella mi lascia, ella m'uccide.
Saprai tu ben ridir queste querele?

PAGGIO

Pur ch'il mar infedele
non mi vieti il ritorno, e di già parmi
che ben voglia agitarmi: o numi algosi
correte al mio soccorso.

Si muove la tempesta in mare.

Scena terza

Hyllo.

HYLLO

E non si trova
fra gl'armenti squamosi
un cor benché gelato,
che qual già d'Arione
di quel meschin garzone
senta qualche pietade, e salvi insieme
gl'ultimi avanzi in lui d'ogni mia speme
ohimè, ch'il mar con cento fauci, e cento
tutte rabbia spumanti
non par ch'ad altro furioso aneli
ch'a divorar quel poverello. Ah date
a sì mortal periglio
pronto soccorso o cieli;
ohimè, che più tardate?

Il Paggio si sommerge.

HYLLO

Ah che quella voragine l'ingoia,
dunque forz'è, che disperato io moia:
e chi sia più che vieti
alla mia bella d'eseguire i suoi
mal'accorti decreti? a che più penso?
Che più tardo a finire
con un breve morire un duolo immenso?
Cerulei umidi numi,
ricevete propizi un sventurato,
che dal ciel, dalla terra, e da gl'abissi,
sempre a gara oltraggiato
viene a cercar tra le vostre acque in sorte
per gran favor la morte.
Hyllo, su al mar t'avventa;
che temi, orche, e balene?
O pur di'! ti spaventa
l'imagin del morir squallida, e tetra;
chi fugge gelosia nulla l'arretra:
su, su, dunque a morir, ché 'l chiaro nome
dell'amato mio sole
indorar mi potrà l'ombre più dense
del Tartaro profondo: Iole, Iole.

Hyllo si precipita in mare.

Scena quarta

Apparisce nell'aria Giunone, in un gran trono e cala in soccorso d'Hyllo.
Giunone, Nettuno, Hyllo.

GIUNONE

Salva, Nettuno, ah salva
quel troppo ardito giovine, e sovvienti,
che t'acquistò non favorevol grido
il negato soccorso
all'amoroso nuotator d'Abido.
Salvalo, o dio triforme,
che d'Ercole comun nostro nemico
all'alma inviperita
far non si può da noi più grande oltraggio
che di salvare il di lui figlio in vita;
poi che l'iniquo padre,
che qual rival geloso
la morte sol di quel meschino agogna,
vedendolo da noi ridotto illeso,
doppia ne ritrarrà smania, e vergogna.
Ah tu non m'odi? o vi repugni? adunque?
In quest'onde ver me già sì cortesi
quell'antica bontà del tutto è spenta?

Sorge dal mar Nettuno in una gran conchiglia tirata da cavalli marini, e in essa si vede Hyllo salvato.

NETTUNO

Eccoti, o dèa contenta;
che nulla al tuo voler negar poss'io;
né fu mia negligenza
ma ben sua renitenza il tardar mio;
né credo unqua più avvenne,
che dall'orribil gola
della vorace, e non mai sazia Dite
fosser ritorti a forza
contro la lor voglia i miseri mortali
come or succede in questo, o forsennato,
e chi rende al tuo gusto
di sì amabil sapor l'estremo fato?

HYLLO

D'un amor disperato
alla tantalea sete
il nettare più grato
è sol l'onda di Lete.

NETTUNO

Oh semplicetto ascolta,
ciò, che per suo diletto,
cantò Glauco talvolta.

NETTUNO

Amanti che tra pene

ogn'or gridate ohimè:
perché bramate di morir, perché?

Ah non negate mai fede alla spene.

Per chi vive il ciel gira,
e non sempre un sospira,
anzi lieto è tal'or chi mesto fu,
ma per chi more il ciel non gira più.

O stolti, ov'è il ristoro

nel morir poi? dov'è?
E che val più di vostra vita, e che?

Ah non si può dar mai più gran tesoro.

E sian pur buone o felle
stile al par cangian le stelle
né può sempre il destin gire all'in giù
ma per chi muore?

GIUNONE

Saggiamente a te parla, Hyllo, quel nume.

NETTUNO

Vanne veloce, e la gran diva inchina
a dio forma reina.

Hyllo entra nella macchina di Giunone, e Nettuno s'attuffa nel mare.

Scena quinta

Giunone, Hyllo, coro di Zefiri, che danzano, e suonano.

GIUNONE

Dunque del mio potere
diffiderai tu solo?

HYLLO

Diva a che viver più chi vive al duolo?
Ma pure ossequioso
ti chieggio umil perdono,
che quantunque penoso,
grato il viver mi fia poich'è tuo dono.

GIUNONE

Non lice a voi mortali
del destin preveder gl'alti decreti
quanto più strani tanto più segreti.
Quindi è che nel mirare
de' futuri nascosti
i preludi talvolta al fine opposti,
spesso ciechi lasciate
con i vostri giudizi infermi, e monchi,
che d'ignote venture
disperata ignoranza il fil vi tronchi.
Ma se a scorger giungeste
in quegli inesplicabili volumi
scritti in zaffiri a lettere di stelle:
sovente ammirereste
esser in lor prefisso,
ch'inaridisca a lente piogge un prato
e lo renda fecondo
di Sirio, e d'aquilon l'arido fiato;
che resti in picciol stagno
d'un Giasone, e d'un Tisi il legno absorto,
ch'a i naufragi conduca aura tranquilla,
e avversa tempesta al lieto porto.
Vanne dunque, e pur spera, e non t'annoi
il dar più fede a me, ch'a i sensi tuoi.

HYLLO

Diva dovunque io sia
non so se posi in cielo, o in terra il piede,
così di tue fortune
pur'incerta se n' va l'anima mia.

GIUNONE

Congedo a gl'orridi

suoi flutti altissimi
poi ch'il mar diè,
zefiri floridi
su festosissimi
volate a me,
e in danza lepida
da voi si venere
la mia virtù,
che sempre intrepida
contro di Venere
vittrice fu.

Sol gl'amor regnino

da quali spieghisi
onesto ardor,
e i cieli sdegnino
ch'in altro impieghisi
il lor favor:
desir che seguino
affetti ignobili
stian sempre in duol,
e si dileguino
dell'alme nobili
qual nebbia al sol.

Scendono sul palco Hyllo e Giunone e poi questa parte e rimonta al cielo nella sua macchina, nella quale i Zefiri invitati da essa formano la 5ª danza.

Scena sesta

Si cangia la scena in un giardin di cipressi pieno di sepolcri reali.
Deianira, Licco.

DEIANIRA

Ed a che peggio i fati ahi mi serbaro?

Ah che ben mi guidaro
gl'addolorati miei languidi passi
a trovare in alcun di questi sassi
come far sazio il mio destino avaro.

Ed a che peggio i fati ahi mi serbaro?

Alfin perduto ho il figlio
e già vicina è l'ora,
che dona ad altra sposa il mio consorte,
né perciò avvien ch'io mora?
Armi non ha da uccidermi la morte,
già che tanti dolor non mi sbranaro;

ed a che peggio i fati ahi mi serbaro?

DEIANIRA

Prendi Licco fedele
questi de' miei tesor poveri avanzi
per passar meno incomodi i tuoi giorni,
e rimira se puoi,
un dì questi sepolcri aprirmi in cui
d'ogni speranza di conforto ignuda
per non mirar più il sol mi colchi, e chiuda.

LICCO

Ah Deianira io non son tanto accorto
che possa in sì gran carichi servirti
di tesoriere insieme, e beccamorto:
né so s'abbi pensato,
ch'esser preso così quindi io potrei
per omicida, e ladro,
e con solennità condotto al posto
di sublime appiccato,
onde fora tra noi sorte ben varia,
tu morresti sotterra, ed io nell'aria.
Deh scaccia o Deianira,
desio sì forsennato,
che di quanti nell'urna abbia Pandora
e disastri, e ruine, e pene, e danni,
e dolori, ed affanni,
e angoscie, e crepacuori io ti so dire,
ch'il peggior mal di tutti è di morire.
Ma che pompa funebre
scorgo venir? tiriamoci in un lato
che qual lugubre aspetto a te fia grato.

Scena settima

Iole con la pompa funebre, coro di Sacrificanti, ombra d'Eutyro, Deianira, Licco, coro di Damigelle d'Iole.

CORO DI SACRIFICANTI

Gradisci o re,

il caldo pianto
ch'in mesto ammanto
afflitta gente
dal cor dolente
sparge per te!

Gradisci o re.

Tua sepoltura
i fior riceva
che selva oscura
germogliar fe':
e il sangue beva,
che per man monda
vacca infeconda
svenata diè,

gradisci o re.

IOLE

E se pur negli estinti
di generosità pregio rimane,
permetti o genitore,
che dopo aver io tanto (ahi lassa) in vano
per vendicarti oprato
ceda al voler del fato,
e che non già quest'alma,
ma sol di lei la sventurata salma
per l'iniquo tiranno
(per cui grato mi fora
più del talamo il rogo)
di sforzati imenei sottentri al giogo.

CORO

Ah ch'il real sepolcro
formando entro di sé dubbi mugiti:
ah, ah, (ch'esser ciò puote?)
tutto trema, e si scuote.

Rovina il sepolcro d'Eutyro, e apparisce l'ombra di lui.

EUTYRO

Che sacrifici ingrati?
Che prieghi ingiuriosi?
Che voti obrobriosi?
Porgonsi a me? così s'oltraggia Eutyro?
Così fia, ch'a sua voglia
fredda insensibil ombra ogn'un mi creda?
Farò ben, che s'avveda
l'omicida ladron, s'ancor m'adiro?
E se contro di lui
odio, rabbia, e furor più che mai spiro?
Dunque chi del mio sangue
fe' scempio ingiusto, del mio sangue ancora
far vorrà suo diletto? ah non fia mai:
e tu dar vita a i parti
di chi morte a me di è (figlia) potrai?

IOLE

Ben resistea l'avverso mio volere
d'Ercole alle preghiere,
e alla forza di lui pur fatta avrei
resistenza invincibile, ma d'Hyllo,
d'Hyllo a te già non men, ch'a me sì caro,
che delle nostre offese
non fu complice mai:
anzi che ne sofferse
al par di noi con amorosa, e immensa
compassione il duolo,
d'Hyllo, ohimè, di lui solo
il periglio mortale
m'astrinse a consentire
all'aborrite nozze,
com'unico riparo al suo morire:
dunque perdona, o genitor, l'intento
di queste sacre pompe
ch'Amor, che non ha legge
ogni legge a sua voglia o scioglie, o rompe.

EUTYRO

Tant'ha d'Eutyro il nudo spirto ancora
invisibil possanza,
che neglette, e schernite
le temerarie voglie
del nemico fellone,
saprà salvare insieme
l'innocente garzone.

DEIANIRA

O dio dunque lasciate,
ch'a me di chi v'offese offesa moglie
e di chi tanto favorir bramate
madre, ohimè, semiviva or sia concesso
d'accomunar con voi l'aspre mie doglie.
Per conservarmi il figlio
privarmi di marito,
o di remedio reo misero aborto;
o disperata speme. Hyllo è già morto.

IOLE

Ohimè, che di'!

DEIANIRA

Sul più vicino scoglio
della di lui prigion mentre attendevo,
che qualche picciol legno
colà mi conducesse
a consolarlo almen col mio cordoglio,
lo vidi all'improvviso, ohimè, dall'alto
cader nel mar d'un salto.
E se non lo seguii,
fu perché dal dolore, ahi, sopra fatta
caddi al suol tramortita,
e per man degli astanti
con mal saggia pietà quindi fui tratta.

EUTYRO

Dunque a qual altro fin, che per più strano
mio spregio, e scorno? Or di te far vorrai
un esecrabil dono
al barbaro inumano?
Ch'altra moglie trafigge, altra abbandona,
e né meno a suoi figli empio perdona.
Deh con giusto coraggio
saggiamente pentita,
rinunzia a un tanto error mentr'io ritorno
del fumante Cocito all'aria impura
alle sponde infocate
per unire in congiura
l'anime ch'il crudele a morte ha date:
e ben vedrai ch'in vano io non prefissi
di sollevar contro di lui gli abissi.

(l'ombra di Eutyro sparisce)

IOLE

Hyllo il mio bene è morto? altro che pianti
vuol da me tal dolore:
egli sol per mio amore
disperato s'uccise, ed io fra tanti
segni della sua fé sempre più chiari
fia ch'a morir dalla sua fede impari;
troppo io pregiai la vita, ed or m'avveggio
quanto il morir più vale;
questa spoglia mortale
scopo è sol di sventure, e degno seggio
d'Amor sono gli Elisei, ov'ei più splende
né tirannia, né duolo alcun l'offende.
Attendetemi dunque, alme dilette
d'Hyllo, e d'Eutyro in pace,
ch'a raggiungervi io corro, ombra seguace.

LICCO

Ferma ti prego, e poiché (grazie al cielo)
tornò l'orribil ombra a casa sua,
e ch'a me così torna, e fiato, e voce;
vuò dar grato consiglio a tutte e dua.
E che miglior rimedio?
A' tanti vestri spasimi di quello
a proporvi son pronto
ch'è di guarire ad Ercole il cervello?
Quand'egli si raccenda
per te del coniugal dovuto affetto,
e che non curi più nuovi imenei,
ditemi ciò non parvi
assai per consolarvi?
Dunque non ti sovviene, o Deianira,
che per ciò far mezzo sì raro avemo?
Veggio, ch'il duol estremo
ti rende smemorata, e quella veste,
che già Nesso centauro
in morendo a te diè, qui pur non vale?
Per far ch'Alcide allor che l'abbia in dosso
ogn'altro amor ch'il tuo ponga in non cale?

DEIANIRA

Chi sa, che fia ben ver?

LICCO

Ne farem prova.

IOLE

Ma ciò per ravvivare Hyllo non giova.

LICCO

Oh che strane domande!
Ma ben potrei risuscitare un morto,
s'a contentar due femmine mi posi,
ch'è d'ogni altro impossibile il più grande,
s'in vece, che per troppa impazienza
posar monte su monte
avesser li giganti a sasso a sasso
fabbricato il lor ponte;
al dispetto di Giove
sarian montati in cielo a far fracasso.
Si va di là dal mondo a passo a passo.
Né fia vano il tentare
di levarci un ostacolo cotanto
com'è d'aver con Ercole a cozzare.
Che poi dall'altro canto
chi sa? ch'Hyllo sentendosi bagnato
fatto più saggio non si sia pentito
e a nuoto salvato.

DEIANIRA, IOLE, LICCO

Una stilla di spene

oh che mar di dolcezza!
per un'anima avvezza
a languir sempre in pene.

Una stilla di spene,

benché tal'or mentita
nelle già fredde vene
riconduce la vita:

e per stupenda prova

fin con l'inganno giova.

Le Damigelle di Iole rimaste a piangere presso le rovine del sepolcro d'Eutyro, alla vista di quattr'Ombre si spaventano, e formano così con le dett'Ombre la 6ª danza, per fine dell'atto quarto.

ATTO QUINTO

Scena prima

La scena si cangia in inferno.
Ombra d'Eutyro, coro di Anime infernali, Clerica, Laomedonte, Bussiride.

EUTYRO

Come solo ad un grido,

che giunto a pena d'Acheronte al lido
formai, vi radunate anime ardite?

Su, così pur contro il comun nemico

vostro furore alla mia rabbia unite,
che più dunque s'aspetta?

Pera mora il crudel, su su vendetta.

CORO

Pera mora il crudel, su su vendetta.

CLERICA

regina di Cos

Pera mora l'indegno

di cui più scelerato unqua non visse,
che del troiano eccidio ancor fumante
non mai sazio di sangue
i miei poveri figli, e me trafisse,
o bella gloria in vero
d'un uccisor di mostri,
impiegare il vigore
con cui d'aver si vanta
sostenute le stelle
contro teneri parti, e madre imbelle.

Ah ver'un chiostro

più fiero mostro
di lui non ha.

E se il crudel

per nostro ufficio
oggi cadrà
mai sacrificio
più grato al ciel
altri fe', né mai farà.

Che più dunque si aspetta?
Pera mora il crudel, su su vendetta.

CORO

Pera mora il crudel, su su vendetta.

LAOMEDONTE

re di Troia

Pera mora il perverso

che d'un sol atto di pietà, che mai
tra le barbarie sue contar potesse,
qual mercenario vile
richiedendone il prezzo,
ne' contenti assai tosto
gl'avidi suoi desir quanto malvagi,
si pagò col mio sangue, e mille stragi.

Su su sbranamolo,

su laceramolo
giustizia il vol,
paghi egl'ancor
l'altrui dolor
col proprio duol.

Che più dunque s'aspetta?
Pera mora il crudel, su su vendetta.

CORO

Pera mora il crudel, su su vendetta.

BUSSIRIDE

re d'Egitto

Pera mora l'iniquo,

che dell'etereo Giove,
ingratissimo al pari,
ch'in legittimo figlio,
di sacerdoti, e vittime più degne,
con sacrilega man spogliò l'altari.

Pera l'abominevole; ma pera

della più cruda morte,
che per esempio eterno,
inventar possa mai l'irato inferno.

Quanti mai strazii,

nei negri spazii,
Pluto adunò
tutti s'unischino,
e assalischino,
chi ne svenò:
che più dunque s'aspetta?

Pera mora il crudel, su su vendetta.

CORO

Pera mora il crudel, su su vendetta.

EUTYRO

Se nel terrestre mondo

per iniquo favor d'ingiusto cielo
il suo corporeo velo
alla nostra mortal spoglia prevalse,
ad onta del suo orgoglio al fine impari,
che di sdegno, e di forze ogn'alma è pari.

Che? se più lo lasciamo

respirar impunito
in pace, e tirannia l'aure vitali,
crederà con ragione,
che fian di timid'ombre, e neghittose
i regni di Pluton tane oziose.

Su, su dunque ombre terribili

su voliam tutte in Eocalia,
nuova in ciel schiera stimfalia
contra il reo furie invisibili,
e con le vipere
onde Tesifone
tormenta l'anime
flagellamogli il cor;
fin ch'immenso dolor
con angoscie rabbiose il renda esanime.

CORO

Su, su dunque all'armi, su, su,

su corriamo a vendicarci,
ch'altro ben non può mai darci
il destino di quaggiù.

E che giova assordar quest'antri più

con il vano rumor de' nostri carmi?

Su, su dunque all'armi, all'armi.

EUTYRO

Ah più val più diletta,

che quante gioie ha il ciel una vendetta.

CORO

Ah più val più diletta,

che quante gioie ha il ciel una vendetta.

Scena seconda

La scena si cangia in un portico del tempio di Giunone Pronuba.
Ercole, Iole, Licco, Deianira, coro di Sacerdoti di Giunone Pronuba.

ERCOLE

Alfine il ciel d'Amor
per me si serenò,
e i nembi di rigor,
in gioie distemprò,
sol nel mio cor pur sento
un soave martir,
ch'abbia per gir più lento
dati il tempo i suoi vanni al mio desir.
Ma pur l'amata Iole
l'adorato mio sole ecco a me viene,
dunque affatto il mio sen sgombrate o pene,
che di sì rigid'alma
qual si sia la vittoria io n'ho la palma,
e l'ardente mio spirto
pospon tutti i suoi lauri a un sì bel mirto.

LICCO

Quando com'è tuo uffizio,
dar quella veste ad Ercole dovrai
per far di nozze tali il sacrifizio,
quest'altra in vece, il cui valor ben sai,
destramente da me prender potrai.

IOLE

Così farò: ma che? per diffidenza
di rimedio sì incerto, ho il sen ripieno
di gelosa temenza,
pur quando mi tradisca ogn'altro scampo,
soccorso mi darà pronto veleno.

ERCOLE

Deh non muovere Iole il piè restio,
ver chi dominator del mondo intero
solo in goder dell'alma tua l'impero
pon la felicità del suo desio.
E il sacro concento
sciolgasi omai, ch'a me di tali indugi
grado è d'immensa pena ogni momento.

CORO

Pronuba, e casta dèa

l'alme de' nuovi sposi
con lacci avventurosi
annoda, e bea.

E quieta, e gioconda

da' lor nestorea vita,
e gl'amplessi feconda
con progenie infinita.

ERCOLE

E di che temi, Iole, e di che tremi?

IOLE

Ecco il mio viver giunto
a un formidabil punto.

ERCOLE

Deh su porgimi ardita
la veste, ond'io ben tosto
per i nostri imenei
renda olocausto a i dèi.

CORO

Pronuba, e casta dèa

l'alme de' nuovi sposi
con lacci avventurosi
annoda, e bea.

E quieta, e gioconda

da' lor nestorea vita,
e gl'amplessi feconda
con progenie infinita.

ERCOLE

Ma qual pungente arsura
la mia ruvida scorza intorno assale?
Qual incognito male
d'offendermi temendo
serpe nascoso per le vene al core?
Qual immenso dolore, ahi, mi conquide?
E per dar morte a me tanto più dura
in vista de' contenti, oh dio, m'uccide?
E tu lo soffri, o genitore? E lasci,
ch'io, che con piè temuto
passeggiai della morte i regni illeso,
e che fin dalla cuna
di belle glorie adorni
tutti contai della mia vita i giorni,
or senz'avere a fronte
sanguinoso nemico (ah rio martire,
che della morte ancor vie più m'accora)
in ozio vil qui mora?
Senza che gloria alcuna
renda almen di me degno il mio morire.

Almen di nubi oscure
vela quest'aria in torno
sì che sorte maligna
di me grato spettacolo non faccia
all'implacabil mia cruda matrigna;
e per quando la tua
insensata pigrizia, (oh gran tonante)
il conquasso destina
dell'universo, ohimè, s'ora no 'l fai?
E a che riserbi il cielo?
Che nel perder Alcide a perder vai?
Ma l'atroce mia doglia
imperversando ogn'or pochi respiri
mi lascia più, deh s'il morire è forza,
ardasi la mia spoglia
né della terra, i di cui figli uccisi
s'esponga un rifiuto:
a dio, cielo, a dio Iole, eccomi Pluto.

LICCO

Che dite? Il mio non fu rimedio tardo,
ma un poco più (ch'io non credea) gagliardo.
Pur ciascuna di voi di già rimira
il penoso destin per sé finito
d'un amante importun, d'un reo marito.
E non piangete già,
che comunque ch'avvenga a un saggio core
dar non si può qui giù sorte migliore,
che di vivere in pace, e libertà.

IOLE

Qual tra perigli estremi
di strepitose, ed orride rovine
un ch'è salvato a sorte
stupido resta, sì rimasi anch'io
senza moto, né voce; ah perché dunque
Hyllo il mio caro ben, perché morto?

DEIANIRA

Ah Nesso mi tradì, deh ti perdoni
o Licco il ciel l'involontario errore;
a dolor su dolore
egualmente infinito
più resister non so, mostrami o morte
e del figlio la traccia, e del consorte.
Ma che? l'ombra del figlio
ecco ch'ad incontrarmi
ver me riede pietosa.

Scena terza

Iole, Deianira, Licco, Hyllo.

IOLE

Veggio, o di veder parmi?
Non atteso contento!
Ah che dar fede a gl'occhi il cor non osa.

DEIANIRA

Oh che opportun ristoro!

LICCO

Oh che spavento!

IOLE

Hyllo?

DEIANIRA

Figlio?

DEIANIRA, IOLE

Sei tu?

HYLLO

Mercé di Giuno

son io dal mar salvato
acciò per gl'occhi miei
versi in un mar di pianto il cor stemprato.
Se qual ridirlo intendo
vero è del caro padre il fato orrendo.

DEIANIRA

Ah figlio ahi troppo è ver, che mi rivedi
vedova afflitta, e sola.

IOLE

Pur mio ben ti consola,
che se perdesti il genitor crudele
me qui ritrovi, e l'amor mio fedele.

HYLLO

Ah dunque il ciel non seppe
farmi teco felice?
Senza misero farmi, e sventurato
con la mia genitrice?

LICCO

Oh ben tornato.

HYLLO

Ahi che con forza eguale a un tempo istesso
da gioia, e da dolore
tratto in contrarie parti
sento squarciarmi il core.

DEIANIRA

Ohimè dunque che fia?

LICCO

Forz'è ch'io rida
quel che è stato mai sempre
da che morte impugnò falce omicida,
ch'altri avvien, che si stempre
in pochi, ed altri in copiosi lutti.
Ma chi muore suo danno,
che tosto, o tardi si consolan tutti.

DEIANIRA

Saranno almen le ceneri d'Alcide
le più pompose de' funebri onori
e più sparse di lagrime, e di fiori.

HYLLO

Certo è che i miei singulti
non avran fin.

IOLE

Ma non fia già che solo
tu pianga amato ben, che se comune
ho teco il cor fia pur comune il duolo.

LICCO

Or che sorte è la mia?

Che senza averne voglia,
anch'io per compagnia
converrà che mi doglia.

DEIANIRA, IOLE, HYLLO, LICCO

Dall'occaso a gl'Eoi

ah non fia chi non pianga,
ch'oggi il sol de gl'eroi
estinto, ohimè, rimanga.

Dall'occaso a gl'Eoi

ah non fia chi non pianga.

Scena quarta

Cala Giunone nell'ultima macchina corteggiata dall'armonia de' cieli, ed apparisce nella più alta parte di questi Ercole sposato alla Bellezza.
Giunone, Deianira, Iole, Hyllo, Licco.

GIUNONE

Su, su allegrezza

non più lamenti
deh non più no,
ch'ogni amarezza
il ciel cangiò
tutt'in contenti
tutt'in dolcezza
non più lamenti

su, su, allegrezza.

Non morì Alcide

tergete i lumi
non morì no,
su nel ciel ride,
che lo sposò
il re de' numi
alla Bellezza
tergete i lumi

su, su, allegrezza.

GIUNONE

Così deposti alfin gl'umani affetti
così l'alma purgata
d'ogni rea gelosia
ciò che qui giù sdegnò, lassù desia.
Quindi ammorzati anch'io gl'antichi sdegni
per il vostro godere:
a me sì glorioso
consentii, ch'egli goda in su le sfere
un beato riposo,
onde a compire ogni desio celeste
sol de' vostri imenei mancan le feste.
Su dunque a i giubili
anime nubili
e felicissimi
i miei dolcissimi
nodi insolubili
al par d'amor v'allaccino,
e nelle vostre destre i cor s'abbraccino.
Se a pro d'un vero amore il giusto Giove
meraviglie non fa,
a che riserberà sue maggior prove?

IOLE, HYLLO

Oh dèa come n'arrequii.

DEIANIRA

Ch'a i detti tuoi
non lice a noi
fede negar né ossequi
oh dèa come n'arrequii.

IOLE, HYLLO

Che dolci gioie oh dèa
versi nel nostro seno,
il ciel benigno a pieno
che più dar ne potea?
Che dolci gioie oh dèa.

LICCO

Come a tante rovine
succeduto ad un tratto è un tanto bene
in fatti è ver qui giù danzano in giro
e si tengon per man contenti, e pene.

GIUNONE, DEIANIRA, IOLE, HYLLO, LICCO

Contro due cor ch'avvampano
tra loro innamorati
in van del ciel s'accampano
per guerreggiar i fati.
Da lega d'amore
fia vinto il furore
d'ogni contraria sorte:
d'un reciproco amor nulla è più forte.

Scena quinta

Ercole, la Bellezza, coro di Pianeti.

CORO

Quel grand'eroe, che già

laggiù tanto penò
sposo della beltà
per goder nozze eterne al ciel volò!

Virtù, che soffre alfin mercede impetra

e degno campo a' suoi trionfi è l'etra.

BELLEZZA, ERCOLE

Così un giorno avverrà con più diletto,

che della Senna in su la riva altera
altro gallico Alcide arso d'affetto
giunga in pace a goder bellezza ibera;
ma noi dal ciel traem viver giocondo
e per tal coppia sia beato il mondo.

TUTTI

Virtù che soffre alfin mercede impetra

e degno campo a' suoi trionfi è l'etra.

Le varie influenze di sette Pianeti scendono sul palco successivamente a danzare, e in fine anche un coro di Stelle.