FARAMONDO

Dramma per musica.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di

Apostolo ZENO

Musica di

C. F. POLLAROLO

Prima esecuzione:

27 Dicembre 1698, Venezia


Personaggi:

GUSTAVO re de' Cimbri e de' Boemmi / tenore

SVENO figlio di Gustavo / contralto

ADOLFO figlio di Gustavo e amante di Clotilde / contralto

ROSIMONDA figlia di Gustavo / soprano

FARAMONDO re di Francia e amico di Gernando / soprano

CLOTILDE sorella di Faramondo e amante di Adolfo / soprano

GERNANDO re degli Svevi e amante di Rosimonda / contralto

TEOBALDO capitano di Gustavo / contralto

CHILDERICO figlio di Teobaldo e confidente di Rosimonda / soprano






Dedica all'altezza serenissima di Ferdinando terzo gran principe di Toscana

Que' rari avvenimenti, che formano la più bella parte alle storie, somministrano ancora gli eroi più illustri a' teatri, e ce li fanno goder presenti, benché il corso di molti secoli abbia procurato di tenerli lontani dalla nostra memoria. Ovunque eglino si lascin vedere in pubblico, quando ancora fossero inutili al rimanente degli uomini, son meritevoli dell'accoglienza de' principi, che dalle azioni passate prendono il disegno dell'avvenire, e sulla cognizione dell'altrui merito stabiliscono la sicurezza del loro. Io pertanto, serenissima altezza, ho scelto nel mio dramma uno de' più celebri principi dell'antica età, e qualunque possa riuscirne l'idea che ne ho fatta, ho voluto dedicarlo a voi, come ad uno de' più ragguardevoli della nostra. Né punto nuovo alla vostra gran mente, che abbraccia tutti i giri de' secoli, e tutte le vicende de' regni, giungerà il nome di chi gettò i fondamenti, e diede le leggi ad una monarchia sì possente; ed avrei molto di che pregiarmi, serenissima altezza, se in leggendolo ne' miei versi, tale il ritroverete, quale ve lo rappresentano, e la fama che se n'è sparsa, e la stima che voi ne fate. Comeché possa scemargli molto di merito la mia debolezza, mi è parso nondimeno degno di voi l'argomento, non essendo poco, che abbia potuto immaginarmi qualche cosa, che fosse convenevole in parte alla vostra grandezza, e che potete pretender con minor colpa l'onore del vostro compatimento. Questi è il solo oggetto che mi ha fatto risolvere ad una così ardita elezione, senza pensare che possa esservi profittevole la virtù del mio eroe. Ed infatti, serenissima altezza, non avete alcuna necessità di andar vagando per le storie, e di prendere altronde gli esempli, quando e così frequenti, e così illustri gli avete nella vostra famiglia. Vi bastano le paterne, e le dimentiche glorie, e voi riconoscete troppi vantaggi dalla vostra nascita, e troppi dalla vostra inclinazione, perché non abbiate a ricercarne di maggiori ne' tempi rimoti, e nelle nazioni straniere. Questa è una verità così chiara che non mi lascia alcun dubbio di parervi indiscreto nel dirvela, mentre gli applausi de' sudditi, e le penne degli scrittori v'hanno avvezzato a soffrirle, qualunque sforzo incontrario ne abbia fatto la vostra modestia. Ella è che nel desiderio che tengo, di dire quanto penso di voi, mi rimprovera di averne detto anche troppo, e quasi fa temere alla mia divozione di aver perduto il merito dell'offerirsi. Ma finalmente questo è 'l solo mancamento ch'io posso commettere in ciò che riguarda alla vostra persona, e può sperarne il perdono, perché è comune a quanti hanno l'alta fortuna di conoscervi o di preferenza, o di fama. Per altro ardisco di credere, che voi abbiate tutta la sicurezza, che questo mio fallo sia figlio di quel rispetto, con cui mi professo di esser'in ogni tempo.

 

Di vostra altezza serenissima,

 

Umil.mo Divotiss.mo & Oseq.mo Serv.re

 

A. Z.

Argomento

A Gustavo re de' Boemmi e de' Cimbri concesse il cielo tre figliuoli, Sveno, Adolfo e Rosimonda. Di questa invaghitosi Gernando re degli Svevi, fece per mezzo d'Ambasciatori richiederla al re suo padre per moglie, ma qualunque ne fosse il motivo o di politica, o di alterigia, ne riportò da Gustavo il rifiuto: del che oltremodo sdegnatosi, né potendo egli solo far la guerra ad un monarca, le cui forze erano di gran lunga maggiori delle sue, ricorse all'aiuto di Faramondo re della Franconia, principe suo confederato ed amico, da cui altre volte avea ricevuto la libertà, ed era stato rimesso nel regno. Faramondo, tuttoché fosse amico anche di Gustavo, al cui figlio Adolfo, che si tratteneva in sua corte, trattava allora di conceder in moglie la principessa Clotilde sua sorella, avendo nulladimeno maggior impegno di amicizia con lo Svevo, ruppe il trattato di nozze unissi co' Gernando, e vinto in una campale battaglia l'esercito di Gustavo, entrò armato nella Cimbria, ponendola tutta a ferro e fuoco. Gustavo sprovveduto di forze per porre argine ad un esercito vittorioso, fu costretto portarsi nella Boemmia per raccogliervi una nuova armata, ed intanto i due re collegati entrando nel Paese nemico de' Cimbri se ne impossessarono agevolmente, assediando nella sua metropoli Sveno e Rosimonda. Avendo ivi inteso, che Gustavo si appressava con nuove forze maggiori delle passate per far loro scioglier l'assedio, diedero un feroce generale assalto alla città, e riuscì a Faramondo il prenderla, e l'uccidervi di sua mano Sveno che n'era alla difesa.

La morte di questo principe dà occasione a tutto lo 'ntreccio del dramma, poiché quindi ne nasce che con giuramento inviolabile presso alla superstizione del gentilesimo, Rosimonda giura la morte di Faramondo, e Gustavo promette in consorte la figlia, e in premio la Cimbria, a chi verrà a presentargli il capo tronco del re nemico. Nel tempo stesso che Faramondo sull'imbrunir della notte prende la città, riesce a Teobaldo, uno de' capitani e 'l più confidente di Gustavo, far prigioniero nel campo de' Franchi la principessa Clotilde condottavi dal fratello, conforme al noto costume degli antichi popoli della Germania, che usavano condur seco nelle guerre tutta la loro famiglia. L'odio che spinge Teobaldo a' danni di Faramondo, non deve in lui condannarsi sino alla fine della favola, ove si scopre qual fosse Sveno creduto figliuolo di Gustavo, e Childerico stimato figliuolo di Teobaldo. Da queste azioni si dà cominciamento al dramma, che prende il nome di Faramondo dal suo attor principale.

Questi è quel Faramondo, che prima essendo re della Franconia, chiamato poscia dal suo coraggio alla conquista di un regno, in cui nulla avesse di parte la nascita o la fortuna, ma che fosse tutto del suo valore, passato il Reno, andò ad insignorirsi delle Gallie, e dando loro il nome di Francia fu il primo che con lo stabilimento della legge salica desse principio a quella in ogni tempo gloriosa, e formidabile monarchia. Del soggetto principale di questo dramma, per tacere mons. di Mezeray, de la Serre, Verdier, ed altri storici francesi, confesso d'esser singolarmente tenuto a mons. de la Calprenede, che non solo me ne ha dato il motivo ma ancora mi ha somministrata una parte del viluppo nella seconda parte del suo Faramondo, o sia della sua Storia di Francia.

ATTO PRIMO

Scena prima

Stanza di Rosimonda con letto.
Rosimonda che assisa sul letto sostiene Sveno moribondo.

ROSIMONDA

Sveno, germano, o dio!

SVENO

Moro, e ti chiede
l'ultima sorte mia sangue, e non pianto.
Sì, quel di Faramondo,
de l'iniquo uccisor...

ROSIMONDA

L'avrai, te 'l giuro.

Uditemi, o del cielo, o de l'Averno
numi temuti; odimi, o Stige, a Giove
nome ancor sacro; e tu bell'alma, ancora
nel proprio sangue avvolta
esci più tarda, e 'l giuramento ascolta.
Orribile vendetta
farò di chi t'uccise.
Placherò la grand'ombra
col sangue suo.
Lo seguirò spietata.
Sino al duro, a l'estremo
de' suoi giorni, o de' miei fatal momento.

SVENO

Rosimonda, già udii: moro contento.

ROSIMONDA

Sveno, Sveno! Ei spirò.
Già tutto passa
dal cadavere esangue
nel mio seno il furor.
L'infausto oggetto
mi si tolga dagli occhi.

(si chiudono le cortine del letto)

ROSIMONDA

Abbastanza son piena
de l'ira mia... Ma che mi giova un giusto
impotente furor? Già Sveno ucciso,
la città presa, il genitor lontano,
che far poss'io?

Scena seconda

Childerico esce da una porta difendendosi da' Soldati di Faramondo, poi dall'altra vien Faramondo con Séguito, e Rosimonda in disparte.

CHILDERICO

Sinché abbia spirto e vita,
del mio sen farò scudo a Rosimonda.

ROSIMONDA

(Che sia?)

FARAMONDO

Tanto ne l'ira? Olà, soldati,

gettinsi l'armi; e tu, guerrier, se a sdegno
per man d'un tuo nemico
non hai la vita, ei te la lascia in dono.
Un re ti salva, e Faramondo io sono.

ROSIMONDA

(Che udii?)

CHILDERICO

Gran re de' Franchi...

ROSIMONDA

(avanzandosi)

A me quel serto,
che del sangue real sol reso ingordo
il vassallo rifiuta,
barbaro Faramondo, a me rivolgi.
Vive ancora in quest'alma
una parte di Sveno. In Rosimonda
ciò che resta, trafiggi...

FARAMONDO

Tu Rosimonda?

CHILDERICO

(Impallidisce.)

ROSIMONDA

E quando,

in che, dimmi, ti offesi?
Quando mossero i Cimbri
guerra a' tuoi regni? E quando,
ne le vene de' Franchi
andarsi a dissetar l'aste boemme?
Dillo, spietato. Alma a le stragi avvezza,
de la tua crudeltà non ha rossore.

FARAMONDO

(A fronte di quegli occhi io perdo il core.)

ROSIMONDA

Parla: che dir potrai? Che t'ha costretto
di Rosimonda, e di Gustavo a' danni
l'amistà di Gernando?
Su, compisci i suoi voti;
compisci i tuoi. Fa' pur ch'io cada esangue.
Servi a l'empio Gernando.
Non puoi dargli il mio cor: dagli il mio sangue.

FARAMONDO

Principessa, son reo. Ma reo pentito.
Non è l'averti offesa,
non è fallo cui debba
cercar discolpa; e se l'avessi ancora,
la tacerei, per non lasciarti ingiusta.
O potesse il mio sangue
risarcire i tuoi danni!
Pur se non posso i mali,
soddisferò la tua vendetta almeno;
e placherò morendo
forse con l'odio tuo l'ombra di Sveno.

CHILDERICO

(Desta pietà.)

ROSIMONDA

Sì, la tua morte i' chiedo;

ma la chiedo al mio cor, non al tuo braccio.
Va', misero, e l'attendi
dall'odio mio. Quel volto
senza pena mirar più non mi lice.
Va', né turbar più almeno
quel riposo che resta a un'infelice.

ROSIMONDA

Più crudel negli occhi tuoi

mi si rende il mio dolor.

Sento già, che 'l fier tiranno

tu farai del mio riposo;
e in mirarti un novo affanno
turba i sensi, e passa al cor.

Scena terza

Faramondo, e Childerico.

FARAMONDO

Faramondo infelice!

CHILDERICO

Signor, traggi ne' mali
virtù dal tuo gran cor.

FARAMONDO

Deh se ti prende

pietà delle mie pene, a Rosimonda
vanne, e in dirle il mio duol servi al suo sdegno.
Chi sa, ch'io non le renda
la libertade e 'l regno? A questa sola
speranza vivo; e nel martir che sento,
Rosimonda a lei deve un gran contento.

CHILDERICO

Spera sì, ma di placar

quel destin che t'è spietato.

Cor non uso a paventar,

spesso a forza di costanza
cangia i numi, e vince il fato.

Scena quarta

Faramondo.

FARAMONDO

Siamo soli, o cor. Dimmi, che affetto è il tuo?
D'una beltà nemica.
Che giurò la tua morte, a che t'invogli?
Ti spaventi, infelice,
l'odio di Rosimonda;
l'amistà di Gernando.
Aimè! che 'l non amarla
non è più 'n tuo poter, misero core,
dolce amico, perdona.

FARAMONDO

Amo chi mi vuol morto:

l'amico mi è rivale.
Speranza di conforto

in me sei colpa.

Pietà non chiedo al duolo:

l'esser misero, solo

è mia discolpa.

Scena quinta

Gernando, e Faramondo.

GERNANDO

Faramondo, al tuo braccio
prima dovea la libertade, e 'l regno.
Oggi devo assai più. Devo l'acquisto
di Rosimonda.

FARAMONDO

In tuo poter, Gernando,

l'armi, e 'l fato l'han posta. Il più ti resta
ora a compir. Devi espugnarne il core.

GERNANDO

Lo faran mio necessitade, e amore.

FARAMONDO

In cor plebeo sveglia la tema affetti;
odi in alma real. Gernando, amico,
se ti è caro il riposo
del tuo core, e del mio; se amor tu cerchi
da quel di Rosimonda.

GERNANDO

Che far degg'io?

FARAMONDO

Tenta placarne il duolo,
mitigarne lo sdegno.

GERNANDO

Come?

FARAMONDO

La libertà rendile e 'l regno.

GERNANDO

Ah crudel! Qual consiglio?

FARAMONDO

Il so, Gernando;

crudel sembro, e son giusto. O qual poc'anzi
qui la vidi ancor sparsa
de la morte fraterna!
D'un sì funesto oggetto
non t'invogli il desio: ripara a tempo
generoso i tuoi mali; e men che puoi,
colpevol ti presenta agli occhi suoi.

GERNANDO

Per acquisto sì caro
che non tentai? che non soffersi? Il regno
torni de' Cimbri al suo signor: gliel rendo;
ma ch'io lasci il possesso
di Rosimonda? Amico, o tu ti penti
de l'antica amistade, o tu mi tenti.

FARAMONDO

Tolga il ciel, che a le sacre
leggi manchi quest'alma. Aver mi duole
offesa Rosimonda,
non servito a Gernando.

GERNANDO

Ah Faramondo,

dubito de' tuoi casi, e intendo i miei.
O tu nemico, o tu rival mi sei.

FARAMONDO

(Aimè!)

GERNANDO

Ti turbi?

FARAMONDO

Io l'amo: a che negarlo?

Ma l'amo d'un amor che non t'offende.
Rendila al padre; ed io
più non vedrolla: il giuro a' numi, e 'l giuro...

GERNANDO

Non dà fede quest'alma a cor spergiuro.
Saprà il ferro e la vita
serbarmi Rosimonda.

FARAMONDO

Tua la renda l'amor.

GERNANDO

Leggi non prendo

da un mio rival. Già da quell'ora oblio
un'amistà che hai tu primiero infranta.
E perché a te risparmi
più rossori il pensier, più pene il core,
ti lascio in libertà di non amarmi.

FARAMONDO

Qual fu, sarà quest'alma
anche in onta d'amor. Nulla ti chiedo,
che l'amistade offenda.
Chiedo sol che tu renda
la libertade a Rosimonda.

GERNANDO

Il prezzo

ne sarà il nostro sangue.

FARAMONDO

Addio, Gernando.

Vo' doverla al tuo cor, non al mio brando.

FARAMONDO

Son rival, non infedele:

e sol chiedo, al caro bene
che tu renda libertà.

Con lasciarlo in tante pene

tu gl'insegni crudeltà.

Scena sesta

Gernando.

GERNANDO

Va' pur: prevenirò gli empi disegni.
Col tuo morir mi si assicuri un dono
che m'han fatto gli dèi.
Questa vittima forse
piacerà a Rosimonda; e una vendetta
saprà forse ragion farmi in quel core.
Si affretti: e un colpo solo
non men che a l'odio suo, serva al mio amore.

GERNANDO

Alma tradita,

col vendicarti
vo' consolarti.

L'esempio imita

d'un infedele;
e col rimorso
d'esser crudele
non spaventarti.

Scena settima

Recinto d'alti cipressi dedicato alla Vendetta, tutto illuminato da notte, con apparato, ed ara nel mezzo.
Gustavo, Adolfo e Séguito.

GUSTAVO

Del tasso infausto, e del feral cipresso
si alimenti la fiamma; ecco da l'urna
questo latte vi spargo
misto col sangue: indi la destra, e 'l ferro
de le vittime uccise
nel seno immergo, e 'l cor ne getto al foco.
Popoli, figlio, in basse note, e meste
accompagnate intanto
d'un re, d'un padre il sacrifizio e i voti.

ADOLFO

(L'infelice amor mio vi versa il pianto.)

GUSTAVO

Ascolta, o da gli Elisi, ove passeggi,
ombra ancor sanguinosa, ancora inulta,
ciò che a quest'ara, a questo nume io giuro,
padre, re, sacerdote, ascolta, o figlio.
E tu, dèa, che d'Averno
l'ombre flagelli, e se' di pianto e d'ira
severa, inesorabile ministra;
la face irrita, il ferro scuoti, e attento
porgi l'alto tuo nume al giuramento.
Al crudel Faramondo, a chi m'uccide
ne la vita d'un figlio,
perpetua guerra, orrida morte io giuro.
Cada l'empia cervice, e penda il capo
da fatal asta, orrido oggetto a gli occhi
de la plebe minor: l'ossa insepolte
calchi rustico piede,
e a le ceneri sue l'urna si neghi.
Già da quest'ora l'uccisor felice,
che l'esecrabil testa
tronchi dal busto, e a me la rechi in dono
avrà di Rosimonda
le nozze, il giuro, e avrà de' Cimbri il trono.

ADOLFO

Crudel promessa, e ria!
Tu giuri l'altrui morte, e vuoi la mia.

Scena ottava

Teobaldo, e li suddetti.

TEOBALDO

Mio re, pronta qui veggo
l'orrida pompa; e solo
manca la degna vittima: io la reco.

GUSTAVO

Teobaldo, il sangue solo
chiedon Sveno e Gustavo,
di Faramondo.

TEOBALDO

E del suo sangue ha questa

non poca parte. Ella è Clotilde.

ADOLFO

(O dio!)

TEOBALDO

Sorella a Faramondo.

ADOLFO

(E l'idol mio.)

TEOBALDO

Prigioniera poc'anzi entro al suo campo
la feci: al furto arrise
la densa notte, e 'l franco
da la vittoria sua reso men cauto.

GUSTAVO

Qui la guida, Teobaldo: il sacrifizio.

(Teobaldo parte)

GUSTAVO

Piacque a la dèa. L'ombra di Sveno attende
più vittime da un padre.

ADOLFO

Ed è vero, o signor? Che di crudele
volgi ne l'ira tua? Sangue innocente
ne le vene ha Clotilde.

GUSTAVO

Sorella a Faramondo ha una gran colpa.
La purghi col morir.

ADOLFO

Nel minor sesso

infierir è viltà.

GUSTAVO

Quand'ella è giusta,

no 'l distingue vendetta.

ADOLFO

Ah, del nemico

Rosimonda è in poter. Potrà su lei
Faramondo punirti.

GUSTAVO

Le faranno di scudo

con l'amor di Gernando uomini, e dèi.

ADOLFO

Padre, re, se il mio pianto...

GUSTAVO

Invan tu cerchi

salvar Clotilde: il so, che l'ami, Adolfo,
e 'l tuo amor la fa rea d'un'altra, e forse
non minor colpa. Olà, ministri; il fuoco
si purghi, e l'ara: assai più degna è questa
vittima per la dèa.

ADOLFO

S'ami, ch'io viva,

sire, sospendi ancora
un sì colpo fatal.

GUSTAVO

Clotilde mora.

Scena nona

Clotilde con Teobaldo, e li suddetti.

CLOTILDE

Mora Clotilde pur. Nulla mi arriva
improvviso il morir. Dal primo istante
che cadei ne' tuoi ceppi,
tutto il previdi, e men feroce il resi
con mirarlo da lungi: ecco, Gustavo,
con intrepida fronte
ti presento il mio sen, ti faccio core.
Non m'aspettar men forte;
che il piacer non avrai del mio timore.

ADOLFO

(Preservatela, o numi.)

TEOBALDO

Questa virtù, di Sveno
giovi l'ombra a placar. Se gli anni, e 'l sesso
ti fan pietade, io stesso
sarò il ministro, io darò il colpo.

ADOLFO

Iniquo.

CLOTILDE

Morì Sveno, o Gustavo,
per man di Faramondo.
Per tua mora Clotilde, e 'l regal ferro
vendichi il regio sangue.

TEOBALDO

Che più badi, Gustavo?
Cotesta tua pietade è intempestiva.

GUSTAVO

O mia sorte crudel! Clotilde viva.

TEOBALDO

Ah se in petto a Gustavo ira vien meno,
a me si serba il vendicarti, o Sveno.

Scena decima

Adolfo, e Clotilde con Guardie.

ADOLFO

Siam pur fuori, o Clotilde,
tu di rischio, io di tema; e appena il credo.

CLOTILDE

Adolfo, in così strano
giro di casi esser può mai, che 'l core
per me serbi innocente? Avrai tu stesso
sparsi per la mia morte i voti al cielo?

ADOLFO

Può ben rabbia di stelle
turbare i regni, e por sossopra il mondo,
non mai cangiarmi il cor, far ch'io non t'ami.

CLOTILDE

Di quell'amor, che mi giurasti un tempo
ne la mia reggia, un testimon più caro
rendimi in Faramondo. A tante spade,
che vorran la sua morte,
non aggiunger la tua.

ADOLFO

Con questo petto

gli farò scudo anche del padre ad onta.

CLOTILDE

Di quest'orrido loco
fuggo la fatal vista. Adolfo, addio.
Serba a te in Faramondo anche il cor mio.

CLOTILDE

Conoscerò, se brami,

che t'ami
questo cor.

In man de la tua fede

egli ti giura amor.

Scena undicesima

Adolfo.

ADOLFO

Perdoni a l'amor mio Sveno trafitto,
la vendetta ch'ei chiede
in ogni altro è giustizia, in me delitto.

ADOLFO

Chi ben ama, ogni altro affetto

vuol che ceda, e 'l fa tacer.

Nel disio del caro oggetto

trova solo il suo piacer.

Scena dodicesima

Cortile interno che porta alle stanze di Rosimonda.
Giorno.
Rosimonda.

ROSIMONDA

Cor mio, non intendo.

Vien meno il furore,
il duol va crescendo.

Giurasti vendetta,

né forte ti sento.
Crudel ti pavento,
e vil non ti attendo.

ROSIMONDA

Pur giusto è l'odio mio. Chi lo disarma?
Qual non inteso affetto
turba l'idea? si oppone a' voti? e parla
a pro di Faramondo?
Che sarà mai? S'egli è pietade, è ingiusto;
vil s'è timor. Qualunque ei sia, da l'alma,
Rosimonda, il rigetta. O dio! Resisto:
tutta l'alma v'impiego; ed ei non tace.
Faramondo crudel, lasciami in pace.

Scena tredicesima

Gernando, e Rosimonda.

GERNANDO

Principessa, in vedermi
l'ire sospendi: io l'ho temute, e volli
prevenirle più giusto.

ROSIMONDA

Da la man, che li fece, i mali miei
non attendon conforto,
e 'l rifiutano ancor. Per te, Gernando,
Rosimonda è cattiva, e Sveno è morto.

GERNANDO

Ben sai, qual ne sia 'l reo.

ROSIMONDA

Quel, cui giova il delitto, autor n'è ancora.

GERNANDO

Faramondo l'uccise.

ROSIMONDA

E Faramondo

si punirà.

GERNANDO

Già da quest'ora ei cadde

da più colpi trafitto.

ROSIMONDA

Che? Faramondo estinto?

GERNANDO

Da l'or ch'ei Sveno uccise, a te nemico
meritò l'odio tuo.
E da l'or che te vide, a me rivale
anche il mio meritò. Col farsi ingiusto
poté farmi crudel.
Ma nel suo sangue
cercai, più che la mia, la tua vendetta.
De l'amor di Gernando è degno il colpo.
Rosimonda, io te l'offro, e tu l'accetta.

ROSIMONDA

Che i tuoi delitti approvi?
Che li gradisca? Anima ingiusta, e vile,
avea sete del sangue
di Faramondo, e ne attendea la morte,
ma non da te. L'onor tu mi togliesti
de la vendetta, e tu m'accresci i mali
col vendicarli. Ah iniquo,
più d'ogni offesa un tuo favor m'irrita.
L'hai tolta ad un amico;
a chi t'aborre ancor, togli la vita.

GERNANDO

De l'ira tua... Ma qual rumore? O sorte!

ROSIMONDA

Faramondo ancor vive?

GERNANDO

Qual mia stella maligna il tolse a morte?

Scena quattordicesima

Faramondo con Séguito, e detti.

FARAMONDO

Sino ad ora, Gernando,
tu mi credesti o prigioniero, o estinto.
Altrimenti il destino
di noi dispone. Illeso
trassi il piè da l'insidie; han vinto i miei;
Rosimonda, la reggia,
tutto è in mia mano, e prigionier tu sei.

ROSIMONDA

Che potrà far?

GERNANDO

Fuggan gli Svevi: ancora

resta a vincer Gernando.

FARAMONDO

Solo a che impugni inutilmente il brando?
Ma vedi: assai diverso
è 'l mio core dal tuo.
Tu mi volesti esangue, ed io ti salvo.
Vanne, libero sei: per te non cesso
d'esser, qual fui; tu m'odia; io son lo stesso.

ROSIMONDA

Generoso nemico.

GERNANDO

Addio, core infedele. Accetto il dono,
sol per farti pentir del tuo perdono.

GERNANDO

Verrò, crudel, verrò:

di quel cor punirò

l'infedeltà;

e a l'or farò, sleal,

che 'l gran dolor tu senta
d'aver data a un rival

la libertà.

Scena quindicesima

Rosimonda, e Faramondo.

FARAMONDO

Rosimonda, ecco il primo
testimon del mio duol. Libera sei.
Con la tua libertà quella ti rendo
di questa reggia. Al genitor Gustavo
fia reso il tolto; e quando
che oprar per te, più non mi resti, il mio
sangue verrò ad offrirti. Al tuo riposo
forse inutil non fia.

ROSIMONDA

(Ah, che più non lo speri, anima mia!)
Faramondo, il destino
tua nemica mi rese. Il giuramento
mi confermò. Voglio il tuo sangue. A Sveno
lo devo, e i doni tuoi
non bastano a cangiarmi. O dio! Più tosto
stringi le mie ritorte.
Se mi fai più infelice, io son più giusta.
Se mi se' più nemico, io son più forte.

FARAMONDO

Serba pur l'odio tuo.
Col darti libertà placar no 'l tento,
né ti chiedo pietà. Bastami solo,
che tu vegga il mio duolo.
Maggior te 'l mostrerei; ma temo in dirlo
farmi più reo. M'impone
un sì giusto timore,
ch'io t'asconda il piacer d'un mio tormento.

ROSIMONDA

(O Sveno! o Faramondo! o giuramento!)

FARAMONDO

Rosimonda, io ti lascio.
A gli occhi tuoi troppo funesto io sono.
Addio. L'ultimo istante
questo forse sarà, che tu mi vedi.
O tornerò, ma per morirti a' piedi.

FARAMONDO

Verrò a prender, volto amoroso,

le tue leggi, sol per placarti.

Sarai fiero, sarai sdegnoso;

e pur solo sia 'l mio conforto
spirar l'alma nel rimirarti.

Scena sedicesima

Rosimonda.

ROSIMONDA

Qual nemico m'han dato in Faramondo
Sveno e gli dèi? Promessa
questa vittima è a Dite.
La sua virtù può meritar che 'l pianga;
non che 'l risparmi. Il giuramento è dato.
Si può vincer un cor, ma non il fato.

ROSIMONDA

Ho da versar quel sangue,

e poi da sospirar.

Che fato avverso è 'l mio?

Far voti al ciel degg'io
per più penar.

Scena diciassettesima

Bosco situato fra 'l campo, e la città.
Gustavo, e Clotilde con Guardie.

GUSTAVO

Sì, Clotilde; il mio seno
han preso a lacerar due vari affetti:
d'odio per Faramondo;
d'amor per te. Quello il vuol morto; e questo
te salva e mia. Non sono
più per te quel Gustavo. Assai diverso
m'ha reso il tuo coraggio, e 'l tuo sembiante.
Mi temi re? Non disprezzarmi amante.

CLOTILDE

Se lusinga d'amor rattenne il colpo,
la vittima involata
ritorni all'ara. Amor, che d'odio è figlio,
si conformi al natal, segua il suo istinto.
Gustavo, in me ti addito
la metà di quel cor, che brami estinto.

GUSTAVO

Non t'abusar, Clotilde,
de l'amor mio; ti sia più caro il dono
de la tua vita, e temi
di tornarmi a irritar dopo un perdono.

CLOTILDE

Serba l'amore, o torna a l'odio; hai preso
un'alma ad espugnar troppo costante.

GUSTAVO

Clotilde, il so: disprezza
il genitor chi è già del figlio amante.

CLOTILDE

E chi non sa, Gustavo,
le scambievoli fiamme?

GUSTAVO

Adolfo t'ami.

Egli è suddito, e figlio;
io padre, e re. Mi cederà il tuo core;
e a l'ora...

CLOTILDE

E a l'ora a sdegno

avrò il figlio egualmente, e 'l genitore.

Scena diciottesima

Teobaldo, poi Adolfo, e li suddetti.

TEOBALDO

O suo disegno, o suo destin qui 'l tragga,
da la città poc'anzi uscito, i suoi
Faramondo precede;
né troppo è lunge.

GUSTAVO

Il mio crudel nemico?
Su, d'intorno, o guerrieri,
chiudete il varco. Al teso agguato ei cada.
Pietoso il cielo e giusto
qui me l'invia. Teobaldo
guidi al campo Clotilde. E tu m'attendi
col fatal teschio. Intanto
nemico, e amante, a più temermi apprendi.

(entra nel bosco co' suoi)

CLOTILDE

O dèi!

ADOLFO

Clotilde.

CLOTILDE

Adolfo, ah tu mi salva

Faramondo il germano.

ADOLFO

So che far deggio.

TEOBALDO

In lui tu speri invano.

CLOTILDE

Parto lieta su la tua fede,

e 'l tuo amore mi fa costanza:

se mi amate,
non ingannate,

care labbra, la mia speranza.

ADOLFO

Cor mio, tutto si tenti.
E chi serve in amor, nulla paventi.

(entra nel bosco)

Scena diciannovesima

Faramondo, poi Gustavo, e Adolfo.

FARAMONDO

Fra quest'ombre selvagge
sol mi lasciate alquanto. I foschi orrori
par che facciano invito a' miei dolori.

(lasciati i suoi soldati va a sedere a' piedi d'un albero)

FARAMONDO

Augelletti, che volate

di fronda in fronda,
chi è di voi che mi risponda?

Ah! 'l piacer voi mi negate

del vostro canto,

perché 'l mio non è che pianto:
pianto è sol, che 'l cor m'inonda.

Esce Gustavo dal bosco, e con ferro ignudo si avventa improvviso alla vita di Faramondo; Adolfo lo trattiene ponendosi innanzi di lui. Ed intanto accorrono alla difesa di Faramondo i di lui Soldati ch'erano in lontano.

GUSTAVO

Questo acciaro...

ADOLFO

Ti arresta.

GUSTAVO

Chi me trattiene?

FARAMONDO

E chi me insulta?

ADOLFO

Brami immergergli in sen? La strada è questa.

GUSTAVO

Tu Adolfo?

ADOLFO

In lui difendo

la tua gloria, signor. Un tradimento
vendicarti non dée del suo valore.

FARAMONDO

Amico Adolfo.

GUSTAVO

Figlio traditore,

aimè già d'ogn'intorno
lo circondano i suoi. Fatto è periglio
ciò che sperai trionfo. Iniquo figlio.

ADOLFO

(gettandosi allato del padre)

Faramondo, abbastanza
scudo ti fui. Più non se' solo. Or l'armi
volgo in altr'uso; e se feroce insulti
il regal padre, io lo difendo.

FARAMONDO

Adolfo,

né ingrato a te, né a lui nemico io sono.
Il fui pur troppo. A te, Gustavo, ho tolta
una corona, e a te la rendo. Feci
Rosimonda cattiva; ella è già sciolta.

GUSTAVO

Tu mi rendi, crudel, ciò che ben tosto
tormi i' potea. Se 'l fai costretto, è 'l dono
necessità; se volontario, è tema.
De' mali miei col sangue
risarcir tu mi devi. Eterna guerra
ti giura l'odio mio.
Struggerò il nome franco,
desolerò i tuoi regni,
vedrò tronco il tuo capo: e Rosimonda
ne sarà il prezzo. E tu, infedel, più padre,
non mi sperar. Da gli occhi miei per sempre
ti allontani il tuo fallo.
Temi il divieto; e se dal duro esiglio
vuoi far ritorno a un padre,
con quel capo a lui torna; e sarai figlio.

Scena ventesima

Faramondo, e Adolfo.

ADOLFO

Barbara legge!

FARAMONDO

Il mio crudel destino

tutto in me non si stanca.
Si sparge anco ne' miei. Tu del suo sdegno
non farti reo. Lascia d'amarmi: è giusto
l'odio che chiedo. Io l'uccisor di Sveno,
il distruttor de le tue terre io sono,
dammi Adolfo, la morte,
o nemico in vendetta, o amico in dono.

ADOLFO

Signor, da la tua vita
pende la mia. Clotilde
ne ha in ostaggio il mio cor.

FARAMONDO

Misera o quanto

le toglie ne' suoi ceppi iniqua sorte,
se te le toglie. Io per lei temo il cieco
impero di Gustavo.

ADOLFO

Io più 'l suo amor. Ma le farò di scudo.
Tornerò, Faramondo.

FARAMONDO

E 'l divieto?

ADOLFO

No 'l temo.

FARAMONDO

Il re?

ADOLFO

M'è padre.

FARAMONDO

Ira è crudel.

ADOLFO

Natura

può disarmarla.

FARAMONDO

Il rischio...

ADOLFO

A Clotilde si torni, e amor no 'l cura.

ADOLFO

Mor la vita senza il core;

more il cor senza il suo bene.

Ho la vita, ove ho l'amore;

senza amor non ho che pene.

Scena ventunesima

Faramondo con Guardie.

FARAMONDO

Da l'esempio del tuo l'amor che ho 'n seno,
ad esser forte impara.
Ite, o guerrieri. Altrove
mi chiama il fato. Entro a le tende in breve
ne attendete il ritorno.
Pace si renda, e libertade a' Cimbri.
Solo io parto ad ogn'uno
vieto il seguirmi. E se nemica stella
mi vorrà morto, a l'amor vostro i' chiedo,
che a l'autor si perdoni, e a l'alma esangue
diate omaggio di pianto, e non di sangue.

(partono le guardie)

FARAMONDO

Piacer, che l'affanno

mi tempri nel sen,
sei speme? od inganno?
sei raggio? o balen?

va' pur: non t'ascolto

bugiardo, o fedel.
Se speri, se' stolto:
se inganni, crudel.

Ballo di Schiavi cimbri, che con catene alla mano festeggiano alla lor libertà.

ATTO SECONDO

Scena prima

Vasta pianura con veduta di città in lontano.
Gustavo, Rosimonda, e Childerico.

GUSTAVO

Quanti perigli hai corsi
'a l'or che ti lasciai. Meco nel campo,
figlia, se' più sicura, io più contento.

ROSIMONDA

Signor, dacché t'abbraccio,
le stelle assolvo, e i mali miei non sento.

GUSTAVO

La tua beltade a' colpi
darà più lena. Esser dovrai tu moglie,
a chi di Faramondo
m'offrirà il capo.

ROSIMONDA

Infauste nozze.

CHILDERICO

E prive

dell'assenso de' numi.

GUSTAVO

Ha quel d'Averno,

quel di Gustavo. A confermarle il core
disponi, figlia.

CHILDERICO

(O iniqua legge!)

ROSIMONDA

(O amore!)

Scena seconda

Teobaldo, poi Gernando, e detti.

TEOBALDO

Quegli che a te se n' viene,
sire, è Gernando.

GUSTAVO

Il re de' Svevi?

Non ti mova un tal nome.

TEOBALDO

(A sdegno

giovi udir ciò ch'ei chiede.)

GUSTAVO

Venga: benché nemico, io l'assicuro
su l'onor mio, su la real mia fede.

GERNANDO

Signor, cessi una volta
l'odio tra noi. Tutto del franco a' danni
s'armi più giusto. Egli del par ci ha offesi,
te nel seno del figlio,
me ne l'amor. Dobbiam punirlo entrambi;
tu, perché fu crudele; io, perché infido.
Per la comun vendetta
io qui vengo ad offrirti e vita, e regno.

GUSTAVO

Lo gradisco; e que' nodi,
che già sciolse l'amor, stringa lo sdegno.

CHILDERICO

(Empia amistade!)

ROSIMONDA

(Barbaro disegno!)

GUSTAVO

Dal tuo valor, Gernando, il capo attendo
del franco re.

GERNANDO

L'avrai.

GUSTAVO

Qual ne sia 'l prezzo, in Rosimonda il sai,
ciò che approva Gustavo,
Rosimonda non sdegni.

ROSIMONDA

Seguirò il mio destin.

GUSTAVO

Gernando, addio.

Sta nel tuo brando il tuo riposo, e 'l mio.

Scena terza

Rosimonda, Gernando, Teobaldo, e Childerico.

GERNANDO

Principessa, a' tuoi lumi
tu devi il mio disegno. Io cerco in essi
la conferma dell'opra.

ROSIMONDA

(Empio, e lo credi?)

TEOBALDO

Gustavo i voti approva.

ROSIMONDA

Rosimonda detesta.

GERNANDO

In Faramondo

tutto impiega il tuo sdegno.

ROSIMONDA

Odio lui per destino; e tu nemico
per genio mio, per colpa tua mi sei.
Mi pongono in un giusto
abominio te il cor, quello gli dèi.

GERNANDO

Men crudele i' ti spero, a l'or che tronco
di Faramondo il capo
verrò ad offrirti; e di quel sangue a vista...

ROSIMONDA

Va' perfido, e v'immergi
tu stesso il ferro. A satollar lo sguardo
vanne in quel cor, cui tanto devi, ingrato.
Nel piagarlo ti scorda
che per lui vivi.
Il real capo attendo
più da la tua impietà, che dal tuo brando.
Sai qual premio ne avrai?
Io vorrò dopo il suo quel di Gernando.

ROSIMONDA

Nemico non ti temo;

amico non ti voglio;
e t'odio amante.

Autor del mio cordoglio,

rifiuto i doni tuoi:
amami, quanto vuoi,
sarò costante.

Scena quarta

Gernando, Teobaldo, e Childerico.

TEOBALDO

Gran re, dal tuo pensier non ti rimova
l'ira di Rosimonda.
Segui a compirlo, e sarà tua.

GERNANDO

Teobaldo,

Rosimonda mi sdegni;
me la nieghi Gustavo; il mondo, il cielo
mi aborrisca nel colpo: io non mi pento.
Mora pur Faramondo, e son contento.

CHILDERICO

(Empio!)

TEOBALDO

M'avrai ne l'opra

non inutil compagno.

GERNANDO

E tal t'abbraccio.

CHILDERICO

(Tant'odio anche nel padre?)

GERNANDO

Serba, o ciel, la vendetta al nostro braccio.

GERNANDO

Riposo, e calma

si cerchi al cor
pria ne lo sdegno,
poi ne l'amor.

Talvolta amando

la gode un'alma;
ma invan la chiede
nel suo furor.

Scena quinta

Teobaldo, e Childerico.

CHILDERICO

Padre, in che Faramondo
t'offese mai?

TEOBALDO

Nel dar la morte a Sveno

quest'alma anche trafisse.

CHILDERICO

A lui d'un figlio

tu pur devi la vita.

TEOBALDO

Io?

CHILDERICO

Già vicino

sotto a l'armi de' Franchi
era a cader. Di Faramondo il cenno
col sottrarmi al periglio
a te un figlio serbò.

TEOBALDO

No, Childerico:

egli m'ha ucciso, e non serbato un figlio.

Scena sesta

Childerico.

CHILDERICO

Che? desio di vendetta
ti fa scordar, che mi se' padre? e rompe
le leggi di natura un cieco sdegno?
Quant'odio, Faramondo, arma a' tuoi danni
l'ombra di Sveno estinto!
Non ti doler. D'ogn'altro
più quel di Rosimonda
era a temer: l'hai disarmato, e vinto.

CHILDERICO

Entro a quel sen per te

con armi di pietà
amor combatterà.

E a non esser sì spietato

anche il fato
dal suo esempio apprenderà.

Scena settima

Parte di giardino reale con gabinetto di verdura, contiguo alle stanze di Rosimonda.
Clotilde, poi Faramondo.

CLOTILDE

Date luoco, o spaventi.
Dolci affetti gioite.
Faramondo è pur salvo; e al caro Adolfo
devo sì bella vita.

FARAMONDO

E quella vita,

che Adolfo mi salvò, poco mi è cara,
se l'odia Rosimonda.

CLOTILDE

È sogno? o inganno?

Faramondo; signor...

FARAMONDO

Cessa, Clotilde

dal tuo stupor.

CLOTILDE

Ma come? tu fra' Cimbri?

Nel campo di Gustavo? In braccio a morte
solo, o dio! Chi ti guida?

FARAMONDO

Amore, e sorte.

CLOTILDE

Deh fuggi.

FARAMONDO

Eh non opporti.

Questa vita mi chiede
l'odio di Rosimonda.

CLOTILDE

E per placarla

mancan forse altre vie? Dal ciel le attendi
più opportune, e dal tempo.

FARAMONDO

A lei nemico
viver non posso; e di vederla ancora
sol bramo, anziché mora.
Questo solo disio per calli ignoti
quivi mi trasse. Io vo' morirle a' piedi.
Clotilde, ah se tu m'ami,
ecco il tempo, ecco il loco: a' voti arridi.

CLOTILDE

O troppo ne' tuoi mali anima invitta,
fra que' mirti ti ascondi. A noi fra poco
la tua bella nemica
verrà.

FARAMONDO

Dolce speranza, ancor ti sento,

diamole fede, mio cor; morrai contento.

CLOTILDE

Consolati, mio cor.

Quegli occhi hai da mirar,
che t'han piagato.

Se morendo ti puoi placar,

né più t'è crudo amor,
né ingiusto il fato.

Scena ottava

Clotilde, e Rosimonda.

ROSIMONDA

Benché di Faramondo
m'abbia il braccio fatal tolto un germano,
qui non vengo, Clotilde, a te nemica.
Duolmi che avverso fato
tal mi renda anche a lui; né possa almeno
rendergli in te la libertà, ch'io n'ebbi.

CLOTILDE

De' casi miei cura ne prenda il cielo.
Sol quei di Faramondo
mi fan pietà. Ne l'odio tuo lo piango.
Morrà, se morto il vuoi;
e pende il suo destin dagli occhi tuoi.

ROSIMONDA

Clotilde, se al mio core
chiedo la morte sua, non la paventi;
se la chiedo al mio fato,
se a l'onor mio, che posso dir? Crudele
mi vuole un giuramento, il padre, e Sveno.
Salvo il vorrei, né posso.

CLOTILDE

E s'ei perdono

qui ti chiedesse?

ROSIMONDA

Ah, non tentarmi.

CLOTILDE

Avresti

sì fiero cor?

ROSIMONDA

Morir tu devi, a l'ora

io gli direi, ma sospirando.

Scena nona

Faramondo, e dette.

FARAMONDO

E mora.

ROSIMONDA

Aimè! Desso egli è forse?

CLOTILDE

(In qual rischio il compiango?)

ROSIMONDA

È possibile mai?

FARAMONDO

Sì, tu mi vedi

principessa, a' tuoi piedi.
Se nieghi fede al guardo, or che diverso
da qual pria mi vedesti a te ritorno,
credilo, Rosimonda,
a quel dolor, che sul mio volto impresso
quasi ignoto mi rende anche a me stesso.

ROSIMONDA

Misero! e qual tuo fato
qui ti guida a morir? Qui dove ogn'alma,
ogni ferro, ogni voto
congiura a la tua morte,
a che vieni? che vuoi?

FARAMONDO

A cercar questa morte a' piedi tuoi.

CLOTILDE

(Frenar chi puote il pianto?)

ROSIMONDA

A me chiedi la morte?

FARAMONDO

Eccoti il capo

che vuoi reciso. Eccoti il sen, che aperto
brami a mille ferite.
Qui vi ricerca il core, unica fede
di quest'alma infelice, e lo trafiggi.
Eccoti il ferro stesso
reo del sangue fraterno, e qui lo immergi.
Tanti popoli invano, e tante spade
s'armano a' danni miei. Tu sola basti
a compir la mia morte.
Già dall'or che ti vidi, assai più fiera
l'han co' dardi che scocchi,
nel mio sen principiata i tuoi begli occhi.

CLOTILDE

(Che mai dirà?)

ROSIMONDA

(Sento mancarmi il core

fra pietade ed onore.
Vendicarmi non posso,
perdonargli non devo.
Che farò? che risolvo?) Ah Faramondo
qual duro passo è questo, in cui mi getti?
Un regno tu m'hai reso,
libertà tu m'hai data;
ma un fratel m'hai trafitto. Aimè. Può farmi
un perdono spergiura, e un colpo ingrata,
ma poiché te infelice, e me crudele
brami in onta del cor, sì, tu morrai.

Scena decima

Teobaldo con ferro alla mano, e detti.

TEOBALDO

E dal mio ferro or questa morte avrai.

ROSIMONDA

Aimè.

CLOTILDE

Ferma, spietato.

FARAMONDO

O qualunque tu sia, vieni, e m'uccidi.
Non difendo una vita,
ch'è in odio a Rosimonda, e ch'io detesto.

TEOBALDO

Sì, mori iniquo: il fatal colpo è questo.

ROSIMONDA

Ferma, Teobaldo: io te 'l comando: io figlia
del tuo sovran, tua principessa. Avverti,
che a la tua man non lice
pria del cenno real, su gli occhi miei
dar morte a Faramondo.
Non opporti, e ubbidisci.

TEOBALDO

Aspro divieto.

CLOTILDE

L'alma respira.

TEOBALDO

Ubbidirò. Ti serba

a supplizio più infame il tuo destino.
Dammi quel brando.

FARAMONDO

A ignobil man non cede

Faramondo il suo ferro.
Eccolo, Rosimonda,
a' piedi tuoi.

Scena undicesima

Childerico, e detti.

CHILDERICO

Che oggetto è questi?

ROSIMONDA

Arrivi

Childerico opportuno. Il re de' Franchi
commetto a la tua fede.
Nel mio soggiorno il custodisci; e a tutti,
fuorché al padre Gustavo,
ne divieta l'ingresso.

CHILDERICO

Avrò ne l'alma il real cenno impresso.

TEOBALDO

Si avvisi il re. Crudel nemico, addio.
Servirà il breve indugio
solo a farti morir per via più atroce.
Vendetta, che sia tarda, è più feroce.

Scena dodicesima

Faramondo, Rosimonda, Clotilde, e Childerico.

FARAMONDO

Rosimonda, ecco al fine
paghi i tuoi voti, e i miei. Son presso a morte;
né me ne duol. Ti prego sol, che in essa
il tuo sdegno si accheti,
né venga ad agitarmi oltre la tomba.
La tua pietà mi serbi
l'infelice Clotilde, e in lei sol'ama
Faramondo innocente.
Questa vittima sola
giurasti a' bassi numi;
né ti chiede di più l'ombra di Sveno.

ROSIMONDA

(Ah che se più l'ascolto il cor vien meno.)
Childerico, ove imposi,
lo guida. Faramondo,
vanne.

FARAMONDO

Clotilde, Rosimonda, addio.

CLOTILDE

Crudel partenza.

CHILDERICO

Empio destino, e rio!

FARAMONDO

(a Clotilde)

A te do l'ultimo amplesso;

(a Rosimonda)

e in partir l'ultimo sguardo
chiedo a te, volto amoroso.

Crudo il porgi, o pur pietoso,

ei farà del mio destino
sol diletto, e sol riposo.

Scena tredicesima

Rosimonda, e Clotilde.

CLOTILDE

Rosimonda, il suo duolo
non basta a soddisfarti? Ah tua vendetta
sia 'l poter farla.

ROSIMONDA

A che me preghi? Il padre

s'è da placar. Tu 'l puoi, Clotilde.

CLOTILDE

Io vado

a' piedi di Gustavo;
tenterò, quanto possa
tenerezza, ed affetto.
Pregherò; piagnerò: per l'altrui vita
darò la mia; darò l'amor, quand'altro
non mi resti ad offrir. Mio caro Adolfo,
il destin, non il cor mi fa infedele;
e per troppa pietade
a te sono spergiura, e a me crudele.

CLOTILDE

A' piè d'un re spietato

andiam, mio cor.

Se trovi crudeltà,

piangi il tuo fato.
Ma se ottieni pietà,

piangi il tuo amor.

Scena quattordicesima

Rosimonda.

ROSIMONDA

Faramondo è in periglio:
che far si dée: salvarlo? Onor me 'l vieta.
Ma lasciarlo morir me 'l vieta amore.
Sciegl'io de' mali almeno,
Rosimonda, il men fiero, e rendi ommai
o vita a Faramondo, o pace a Sveno.

ROSIMONDA

Da lo sdegno, e da l'amore,

agitata,
tormentata,

non ho pace, consiglio non ho.
Dar perdono più non lice:
far vendetta più non si può.
Se punisco, sarò infelice:
se perdono, spergiura sarò.

Scena quindicesima

Quartieri di soldati.
Gustavo con Guardie, e poi Adolfo.

GUSTAVO

Faramondo è in catene, e morir deve.
Degna d'atto sì illustre
s'apra la scena; e mole tal s'innalzi,
che Svevi, Cimbri, i numi stessi, e i cieli
obblighi spettatori.

ADOLFO

Benché reo, pur tuo figlio
mio re, mio padre a te ritorno.

GUSTAVO

E torni

in onta del divieto?
Esequisti la legge? O riedi forse
per formar del tuo petto ancor riparo
al prigionier nemico?

ADOLFO

Faramondo cattivo?

GUSTAVO

Questa volta le trame
cadranno a vuoto; e di tua colpa ommai
e padre, e re, vendicator m'avrai.

ADOLFO

La mano, ond'egli parte
caro mi rende il colpo.

GUSTAVO

Or farem prova

di tua virtù. Tra 'ferri
s'incateni il fellon. Sia questo il primo
castigo al suo delitto. E che? sì lenti
esequite il comando?

ADOLFO

Il regio sangue
ad insultar destra vassalla ancora
non principi in Adolfo.
Di ministri, o custodi
non v'è d'uopo, signor. Mi vuoi fra ceppi?
Aspettarli è altrui colpa;
fuggirli è mia viltà.

GUSTAVO

Ne le mie tende

sia custodito.

ADOLFO

Io vi precedo. Andiamo.

GUSTAVO

Va' pur: che per punirti
mi scorderò d'esserti padre.

ADOLFO

E a vista

del più atroce periglio
sempre a me sovverrà che son tuo figlio.

ADOLFO

Se a' piè ti morirò,

la destra bacerò,
che mi dà morte.

Sia fiero il tuo rigor:

l'affetto del mio cor
sarà più forte.

Scena sedicesima

Clotilde, e Gustavo.

CLOTILDE

Gustavo, alfin tu vedi
lagrimosa Clotilde, e qual poc'anzi
la bramasti a' tuoi piedi.
Signor, pria che gli esponga,
tu intendi i voti. Io ne l'altrui ti chiedo
o la mia vita, o la mia morte. O salvo
dammi il fratello, o in me l'uccidi ancora.
Se m'ami, ah come puoi
condannar Faramondo, e amar Clotilde?
Ti vo' più giusto. Estingui
tutto l'amore, o tutto l'odio; e sia
per tuo, per mio riposo
men crudele il tuo cuore, o men pietoso.

GUSTAVO

Clotilde, ancor ben noti
non hai tutti i tuoi mali. Adolfo è avvinto
non men che Faramondo.
Due vittime son queste
egualmente a te care.
L'un t'è fratel, l'altro t'è amante; e parla
nel tuo tenero core
per quel natura; e a pro di questo amore.

CLOTILDE

È ver: m'è caro Adolfo,
e in me accresce i timori il suo periglio.
Ma al fin tu gli se' padre, ed ei t'è figlio.

GUSTAVO

Non t'adular, Clotilde.
No: denno ambi morir. Sveno mi chiede
di chi l'uccise il sangue.
Questo i' giurai: né puote
rivocarsi il decreto.
Ne la vita di Adolfo
posso usarti pietà. Se salvo il brami,
Clotilde, odi la legge: i' ti vo' mia.
Dammi fede di sposa, e salvo e' sia.

CLOTILDE

Che la destra i' ti stringa, a l'or che calda
fia del sangue fraterno?
No, tiranno crudel. Se Faramondo
deve morir, mora anche Adolfo; io l'amo;
ma aborrir saprò il figlio
nel delitto del padre. Adolfo mora:
il duol de la sua morte
sarà tua pena, e mia vendetta ancora.

GUSTAVO

Qui se le guidi Adolfo. In questi primi
impeti del dolor mal si conosce
il più sano consiglio. Addio, Clotilde.
Se di quanto hai più caro
perdi una parte, l'altra,
che salvar puoi, non trascurar. Più giusta
il tuo, e 'l mio cor dall'esser empio assolvi.
Qui vinca i tuoi rigori
la vista del tuo amor. Pensa, e risolvi.

Scena diciassettesima

Adolfo, e Clotilde.

ADOLFO

Pensa, amabil Clotilde,
ma risolvi in mio pro.

CLOTILDE

Mio caro Adolfo,

l'iniqua legge udisti?

ADOLFO

L'udii: né i rischi miei
fecermi orror. La tua pietà temei.

CLOTILDE

Dolce mio ben, perdona.
I tuoi ceppi, i tuoi mali
sol per me tu sostieni. In tal periglio
ti gettò l'amor mio. Posso salvarti,
e lo dovrei. Pur quella,
quella son io, che ti condanno; e sento,
che l'orror di tua morte
non è a quest'alma il più crudel spavento.

ADOLFO

Io peria, se a tal prezzo
tu mi salvavi. In te quest'alma ho viva;
e in te la perdo, o cara.
Lascia pur, che quest'occhi
io chiuda col piacer de la tua fede;
con l'onor del tuo affetto.
Nega altrui quella destra
che mia sperai.
Morrò contento, e solo
avrò duol, che 'l mio sangue a trar non basti
Faramondo di rischio, e te di affanno.

CLOTILDE

Resisti, anima mia.

ADOLFO

Pur chi sa, che morendo
non ti plachi gli dèi? Ma se altrimenti
stabilito han lassù, cara ti sia
la rimembranza mia.
Né aborrir, te ne prego,
figlio innocente in genitor tiranno.

CLOTILDE

A tal segno tu m'ami?
Ed io son la crudel che ti condanno?

ADOLFO

Clotilde, addio. Tu piangi, e perch'è figlio
d'amor, temo il tuo pianto.
Il vedermi ti affligge, e forte in seno
t'ispira una pietà per me funesta.
Addio, Clotilde. Adolfo
qui per l'ultima volta
una morte che il salva, in don ti chiede.
Se la vita gli dai, questa è tua colpa.
Ma se 'l lasci morir, questa è tua fede.

ADOLFO

Ho due vite, ma cara e gradita

m'è sol quella, che vien dal tuo amor.

Poiché tor mi si deve una vita;

morir lascia la parte più vile,
e in te serba la parte miglior.

Scena diciottesima

Clotilde.

CLOTILDE

Empia Clotilde! Egli va a morte; e posso
io troncargli que' nodi,
io sospender quel colpo, e pur l'affretto?
Ah no: si salvi Adolfo.
Non abbia amor sì puro
ricompensa sì ingiusta.
Si ritorni a Gustavo,
al suo amor si prometta...
Ma che? Fede ad un empio? A chi mi niega
la vita d'un fratello, e in lui m'uccide?
Eh dopo Faramondo
mora Adolfo, e Clotilde, e si punisca
quell'alma iniqua e ria
con la morte d'un figlio, e con la mia.

CLOTILDE

Si punisca l'empio sì

né la vita... o dio! di chi?
d'un suo figlio? Ah ch'io l'adoro,
e darei col vendicarmi
più fomento al mio martoro.

Qui segue ballo di Soldati.

Scena diciannovesima

Palagio delizioso contiguo alle tende di Gustavo, che serve di stanza a Rosimonda, e di prigione a Faramondo.
Gernando, e Teobaldo.

TEOBALDO

Il rapir Rosimonda, il far Gustavo
prigionier nel suo campo,
ardua impresa è, signor.

GERNANDO

Darà le forze

chi m'ispira il disegno.

TEOBALDO

Ma più facil sentier ti s'apre, o sire,
per ottener ciò ch'ami.

GERNANDO

E quale?

TEOBALDO

Il capo

del rival Faramondo.

GERNANDO

In quelle soglie

v'ha chi 'l difende.

TEOBALDO

E n'è custode il figlio.

T'accingi al fatal colpo. Ad un mio cenno
ei libero l'ingresso
ti lascerà.

GERNANDO

Cor mio, ti sveglia a l'ire.

TEOBALDO

Eccol. Già lieto sei. Nulla si niega
a re che chiede, a genitor che prega.

Scena ventesima

Childerico, e li suddetti.

GERNANDO

Childerico.

CHILDERICO

Gran re.

GERNANDO

Favor ti chiedo,

che se 'l nieghi, è mia pena;
se lo concedi, è tua fortuna.

CHILDERICO

A l'alma

fia la gloria de l'opra alta mercede.
Parla, o signor.

GERNANDO

L'ingresso,

al rival Faramondo un re ti chiede.

CHILDERICO

Sire, di Rosimonda
servo a le leggi. A custodir m'ha dato
ella il re franco, ed ora
un suo divieto a te ne chiude il varco.

GERNANDO

Childerico, rammenta
cui compiacer ricusi. Onta è un rifiuto
né sono avvezzi a tollerarne i regi.

CHILDERICO

Mi si può tor la vita;
non mai l'onor. Temo chi è re, ma temo
più l'infamia del nome.
E se impegno di fé, zelo di onore
fa che ti nieghi, alto monarca, un dono,
la cagion del rifiuto
più merita il tuo amor, che il tuo perdono.

GERNANDO

Non lo sperar.
Questo mio braccio...

TEOBALDO

Accheta,

sire, il giusto tuo sdegno.
Sol col figlio mi lascia. Otterrà il padre
ciò che il re non ottenne.

GERNANDO

Sì, Teobaldo. Usa ogn'arte, ogni consiglio;
perché non sia a Gernando
amico il padre, ed inimico il figlio.

GERNANDO

Se non paventi

d'un re 'l furor,
hai poco ingegno,
ma troppo cor.

Può sfortunato

farti il tuo sdegno,
ma può beato
farti il suo amor.

Scena ventunesima

Teobaldo, e Childerico.

TEOBALDO

Childerico, la morte
già si prepara a Faramondo. Il danna
inevitabil legge.
Tu a che 'l difendi?

CHILDERICO

A Rosimonda io servo.

TEOBALDO

Padre ti son.

CHILDERICO

Né cosa

da me vorrai, che me ne renda indegno ancora.

TEOBALDO

Nel furor di Gernando
temo il tuo rischio.

CHILDERICO

Io più lo temo

in quel di Rosimonda.

TEOBALDO

Di vendetta, mio figlio,
ti prega un padre.

CHILDERICO

Or sono

più vassallo, che figlio.

TEOBALDO

Il tuo rifiuto

mi offende.

CHILDERICO

Onor mi scusa.

TEOBALDO

E un padre offeso

non diventa tua colpa?

CHILDERICO

La cagion ch'è tua offesa, è mia discolpa.

TEOBALDO

Ah figlio, figlio! A che m'astringe un cieco
impeto di vendetta? Uopo è svelarti
ciò che ancor può affrettarmi i giorni estremi.

CHILDERICO

Se ad un figlio l'affidi, invan ne temi.

TEOBALDO

L'odio che in me tu vedi
parto è del mio dolor: parto è di un seno
nel cor trafitto, e in un suo figlio ucciso.

CHILDERICO

Come?

TEOBALDO

E uscì l'empio colpo

di man di Faramondo.

CHILDERICO

Ma, signor, d'un sol figlio, e quello io sono,
gli dèi ti fecer dono.

TEOBALDO

Ah Childerico.

Sveno ancor fu a me figlio, a te germano.

CHILDERICO

Sveno che di Gustavo...

TEOBALDO

Sì, e la spada crudele ad ambo il tolse.

CHILDERICO

Gran cose narri.

TEOBALDO

Ahi troppo vere.

CHILDERICO

E Sveno

qual fu? Come ingannasti,
ed a qual fin, Gustavo?

TEOBALDO

Altro non lice,

né qui giova svelarti,
hai noto quanto basta ad irritarti.

CHILDERICO

Di Faramondo a' danni il cor s'accende;
ma se 'l ferissi inerme,
cinto or di ceppi, e a la mia fé commesso,
padre, non lui, ma offenderei me stesso.

TEOBALDO

Lascia dunque a Gernando...

CHILDERICO

Né a Gernando, né ad altri, infinché ho vita,
farò strada a un delitto.

TEOBALDO

E un fratello trafitto,
un genitor dolente
a pietà non ti move?

CHILDERICO

Qui son vassallo, e sarò figlio altrove.

TEOBALDO

Ti rifiuto per figlio.
Padre più non ti son; ti son nemico.
Parto, d'un nuovo sdegno
ripien contro un ingrato;
pien d'un nuovo furor contro me stesso.
O sdegni miei troppo perduti! O arcano
scoperto altrui per mio periglio invano!

Scena ventiduesima

Rosimonda, e Childerico.

ROSIMONDA

Childerico.

CHILDERICO

I tuoi cenni,

principessa qui attendo.

ROSIMONDA

Qui 'l prigionier mi guida.
E m'arreca il tuo brando.

CHILDERICO

Mia gloria è l'ubbidirti.

ROSIMONDA

Risolvetevi ommai, dubbi miei spirti.

CHILDERICO

Dal seren di quegli occhi vezzosi

già comprendo che amor vincerà.
L'ira estinta li fa più amorosi,
e più vaghi la dolce pietà.

Scena ventitreesima

Rosimonda.

ROSIMONDA

Rosimonda, ti getta
in gran rischio il tuo amor. Temi del padre
l'ira, il pubblico grido,
l'ombra fraterna, i numi, e 'l giuramento.
Ah che a un cor che ben ami,
il rischio del suo amor fa più spavento.

ROSIMONDA

In onta de la sorte

amor mi vuol pietosa.
Mi chiede il cor vendetta.
Quando la brama, è forte;
e quando può, non osa.

Scena ventiquattresima

Childerico, poi Faramondo e Rosimonda.

CHILDERICO

A te vien Faramondo. Ecco il suo brando.

ROSIMONDA

Seco mi lascia.

CHILDERICO

Il tuo voler mi elegge.

ROSIMONDA

Dubbi più non v'ascolto: amor mi regge.

Scena venticinquesima

Rosimonda, e Faramondo.

ROSIMONDA

Tu non se', Faramondo,
prigionier di nostr'armi, e giusta guerra
non ti trasse ne' ceppi.
Il tuo amor vi ti pose;
e 'l mio onor te ne scioglie.
Prendi; questi è 'l tuo ferro; e pria che inciampo
maggior ti si appresenti, esci dal campo.

FARAMONDO

Rosimonda, qual mai
crudel pietà è la tua? Se mi vuoi morto,
a che darmi la vita?
Quella spada che stringi,
volgi prima in altr'uso, e 'l sen mi svena.
Non voglio libertà, che sia mia pena.

ROSIMONDA

M'è più cara la gloria,
che l'odio mio; né che m'additi, ho d'uopo,
le vie del vendicarmi. Ha forze il padre,
ne ha Rosimonda. Vanne
a custodir tuoi regni,
a difender te stesso
da l'odio di Gustavo,
da quel de' tuoi rivali, e poiché 'l rio
destin così richiede, ancor dal mio.
Vanne.

FARAMONDO

Andrò, Rosimonda: andrò per altra

mano a morir. Saprò nel primo incontro
a Gustavo, a Gernando, a chi nemico
mi assalirà, stender ignudo il petto.
Addio. Più non resisto.

ROSIMONDA

Ferma.

FARAMONDO

Così la libertade accetto.

ROSIMONDA

Faramondo, m'ascolta. Io devo il prezzo
esser de la tua morte.
Qualunque ad assalirti
verrà nemico, è tuo rivale, e cerca
nel tuo sen Rosimonda.
Se m'ami, altrui contendi
ciò che ti è caro, e se non vuoi te stesso,
almeno Rosimonda in te difendi.

FARAMONDO

Se sol può la mia morte
unirti a illustre sposo, e farti lieta,
lascia ch'io mora.

ROSIMONDA

Il mio voler te 'l vieta.
Se temi l'odio mio, di maggior colpa
non lo aggravar morendo.
E perché in te s'estingua
questo fiero disio, sappi che solo
tu se' degno d'amarmi; e tu 'l saresti
de l'amor mio, se no 'l vietasse il fato.
Poich'esser tua non posso,
non lasciarmi d'altrui. Vivi.

FARAMONDO

Ah, che il solo

dolor basta a svenarmi.

ROSIMONDA

Ogn'indugio è fatal. Vanne, e fintanto
che de' tuoi, de' miei casi
decida il ciel, prescrivi
leggi al tuo duolo, io te 'l comando, e vivi.

Insieme

ROSIMONDA

Vanne e vivi con la speranza

di placar
del tuo fato la crudeltà.

Puoi sperar

che io vinca la tua costanza
se 'l mio core già sente pietà.

FARAMONDO

Vado e vivo con la speranza

di placar
del mio fato la crudeltà.

Vo' sperar

che io vinca la mia costanza
se 'l tuo core m'ha qualche pietà.

ATTO TERZO

Scena prima

Stanza nel palagio di villa di Rosimonda.
Gustavo, e Rosimonda.

GUSTAVO

Tu contumace al padre,
al fratello spergiura,
tu salvar Faramondo?

ROSIMONDA

Ei s'era posto

volontario ne' ceppi.

GUSTAVO

Anzi ve 'l trasse

l'orror del suo delitto.
Te chi mosse a salvarlo?

ROSIMONDA

A lui non volli

dover la mia vendetta.

GUSTAVO

Odio ch'è giusto,

non ha tanti rispetti. Ah figlia, figlia,
tu arrossisci richiesta,
e colpevole se' di maggior fallo.

ROSIMONDA

Io, padre?

GUSTAVO

A un vile affetto,

senz'aver al tuo sangue,
a' dèi patri, al mio sdegno alcun riguardo,
consegnarti te stessa.
Svela pur la tua colpa.
Non la devi temer, se l'hai commessa.

ROSIMONDA

Padre, un affetto è amore
di noi più forte, e tu medesmo il sai.
Nel suo poter discolpe
pur non cerco al mio fallo.
Amo, sì, Faramondo.

GUSTAVO

E tanto ascolto?

ROSIMONDA

Ma l'amo da nemica, e da tua figlia.

GUSTAVO

Non dovea una mia figlia
salvar mai Faramondo.

ROSIMONDA

Il voglio estinto.

GUSTAVO

Ma libertà gli desti.

ROSIMONDA

Per punirlo più giusta.

GUSTAVO

Vattene; a me si aspetta
di te far, e di lui giusta vendetta.

ROSIMONDA

Vuoi vedermi il cor trafitto?

Nel mio amore il puoi mirar.

La mia colpa è tua vendetta:

che se amor fa il mio delitto
anche amor fa il mio penar.

Scena seconda

Gustavo.

GUSTAVO

E 'l crudel Faramondo
con l'odio, e con l'amor così trionfa
del sangue di Gustavo?
Qual de' figli mi svena;
qual mi rende infedel. Se tutto i' seguo
l'impeto che mi trae, cose udrà 'l mondo
non più intese, e che fede
ne le venture età trovino appena.
Già l'attonita mente altro non volge,
che 'l suo furor. Me pieno
fa de' suoi mostri, e solo
mi trova genitor l'ombra di Sveno.

Scena terza

Clotilde, Adolfo, e Gustavo.

CLOTILDE

Gustavo, or che al tuo sdegno
una vittima è tolta, io qui per l'altra
ti porgo i prieghi miei.

GUSTAVO

Sarà cambiata

la vittima, e non tolta.
T'unirò al tuo amator.

ADOLFO

Padre, qual colpa,

qual legge la condanna?

GUSTAVO

Il mio furore,

il tuo orgoglio, il tuo amore.

ADOLFO

Ah, pria che que' be' lumi
chiuda un eterno oblio, sia tua Clotilde.
Volontier te la cedo.

CLOTILDE

Io sola, Adolfo,

ho ragion sul mio cor.

ADOLFO

Non ti sgomenti

il vederla costante.

GUSTAVO

Tarda è la tua pietade.
Più non son genitor, né son più amante.

Scena quarta

Teobaldo con Childerico, e detti.

TEOBALDO

Signore, anche Teobaldo
nega d'esser più padre.
Costui dacché le leggi
trascurò di vassallo, ha violate
quelle ancora di figlio.

CHILDERICO

In che son reo?

TEOBALDO

La fuga del re franco è suo delitto.
In custodia ei l'avea.

CHILDERICO

Rosimonda...

TEOBALDO

Gustavo

qui è il re. Tu servi a lui. Fellon gli fosti;
e un padre accusator prova è del fallo.
A te tocca il punirlo.
Tu se' giudice, io padre, ed ei vassallo.

GUSTAVO

Saran paghi i tuoi voti. A me si rechi
seggio, e carta, o custodi.
Ha, Teobaldo, il tuo esempio
di che farmi arrossir. Per minor colpa
tu puoi perder il figlio. Io senza interno
rimprovero del cor non posso i miei
dannar, benché più rei.
Si cerchi una vendetta,
ch'abbia più di piacer, meno di orrore.

(si asside, e scrive)

ADOLFO

De l'idol mio pietà ti prenda, amore.

CLOTILDE

A che per la mia vita
far voti, Adolfo? Ambo vivremo, o assieme
morremo; e là, fra l'ombre
troveremo l'eliso,
o 'l farem col mirarci,
tu lieto ne' miei lumi, io nel tuo viso.

GUSTAVO

Se ha cuor forte, ed amante, il fiero invito
ricusar non potrà.

CHILDERICO

Nuncio quel foglio

temo di nuovi mali.

GUSTAVO

Teobaldo.

TEOBALDO

Sire.

GUSTAVO

Il foglio prendi, e 'l reca

nel vicino ostil campo a Faramondo.
Odi ciò che risolve.

TEOBALDO

Lieto al cenno obbedisco.

GUSTAVO

E voi frattanto,

riserbate al gran colpo il sangue, o 'l pianto.

Scena quinta

Clotilde, Adolfo, e Childerico.

CHILDERICO

Quai mi stracciano l'alma
dubbi pensieri, e mal intesi ancora?

ADOLFO

Stabilito anche prima
già s'era il mio destin. Lieto i' moria,
te salva, anima mia.

CLOTILDE

Adolfo, il cielo unisce
ciò che 'l mondo disgiunge.
Tu che sposa mi amasti,
compagna mi rifiuti, e al ciel contrasti?

CHILDERICO

Taccio? o parlo? che fo?

ADOLFO

Temo la morte

or ch'è comun. Deh tu la sfuggi, e dammi
la mia prima costanza.

CLOTILDE

E vuoi, ch'io viva,

te estinto, e viva altrui? che sposi l'empio
spargitor del tuo sangue? il fier Gustavo?
questa è la fede tua? questa a me chiedi?
Il tuo solo periglio
ti trova forte? il mio più vil ti rende?
o men fedel? che non t'imiti, or brami?
o lo paventi? Adolfo,
o tu mai non mi amasti, o più non m'ami.

CHILDERICO

Principi al giusto affanno
legge imponete. A questi orrori in seno
vi assicuro il sereno.

ADOLFO

Ah Childerico,

qual sentier?

CLOTILDE

Quale speme?

CHILDERICO

Al maggior uopo

vi si aprirà lo scampo. A' detti miei
date fede, e gioite.

Insieme

ADOLFO

Di tua beltà saran custodi i dèi.

CLOTILDE

Di tua virtù saran custodi i dèi.

ADOLFO

E troppo caro

quel volto a' numi

ben ponno, a chi no 'l crede,
del lor poter far fede

i tuoi be' lumi.

CLOTILDE

Se il volto ho vago,

tu me 'l fai caro.

Non l'amo, perché è mio:
sol perché l'ami, anch'io

d'amarlo imparo.

Scena sesta

Childerico.

CHILDERICO

Childerico, che pensi? Un grande arcano
può preservar più vite.
Ma se lo sveli, il genitor tu perdi.
Tregua, miei spirti. Il colpo è lunge ancora.
Più vicino e' s'attenda; e in me la colpa
sembri necessità: poi si risolva.
Forza a l'or fia che reo
o la natura, o la pietà mi assolva.

CHILDERICO

L'alma brilla

in sen tranquilla,
e nel mezzo del terror

mi fa cor
con la sua pace.

So, che 'ncerto è 'l ben che spero,

ma sia vero,
o sia fallace,

dolce inganno sempre piace.

Scena settima

Collinetta con grotteschi a' piedi,
su cui è attendato l'esercito di Faramondo.
Faramondo.

FARAMONDO

Torno a' miei fuor di ceppi. A me si offerse
men crudel Rosimonda.
La mia vita è suo dono, e vuol che il serbi.
Union di gran beni
non mai sperati; e pure un novo a l'alma
peso si accresce, e men la sento in calma.
Che farà?... ma Gernando
qui con Teobaldo? A qual disegno ha mira
non veduto mi giovi
l'udirli. Il cielo a me li guida, o amore:
amor che ha pur pietà del mio dolore.

Scena ottava

Gernando, Teobaldo con Guardie, Faramondo nascosto.

TEOBALDO

Signor, non t'inoltrar. Quelle che miri
son de' Franchi le tende.

GERNANDO

Amico, in parte

siamo, ove alcun non è che osservi, o possa
scoprir le occulte nume.

TEOBALDO

I cenni attendo.

GERNANDO

Già nel campo de' Cimbri
sono i miei Svevi, alme feroci, e degne
d'ubbidire a Gernando.

TEOBALDO

Io di Gustavo

tengo a fianco guerrieri, a me ben noti
per coraggio e per fede.

GERNANDO

Rosimonda disegno
mal guardata rapir. Nel punto stesso
Gustavo prigionier chiedo al tuo braccio.

TEOBALDO

Sire, il mio re?

GERNANDO

De l'alma

ricomponi il tumulto. Io qui non cerco
l'eccidio del tuo re. Quel cerco solo
de l'empio Faramondo.
Te ne accerti il mio onor. S'amo la figlia,
non odio il padre; odio 'l rival che l'ama.

TEOBALDO

Non più; che a te consacra
la sua vita Teobaldo, e la sua fama.

GERNANDO

L'opra ricusa indugi.

TEOBALDO

Ad affrettarla

verrò.

GERNANDO

Che non ti deggio?

TEOBALDO

Ecco dal colle

scender le franche genti.
Parti.

GERNANDO

Addio: ti sovvenga,

che gran pena a chi spera
vendicarsi e goder, sono i momenti.

FARAMONDO

(Iniqui, andrà l'empio disegno a' venti.)

(va ad incontrare i suoi che scendono dalla collina)

GERNANDO

Voglio stragi, e cerco affetti:

vo' ferir, e vo' baciar.

Cadrà l'empio, avrò la vaga,

che m'offende, e che m'impiaga,
ei rivale a' miei diletti,
ella ingrata al mio penar.

Scena nona

Faramondo, e Teobaldo.

FARAMONDO

A me viene Teobaldo.

TEOBALDO

Al re de' Franchi

quella, che gli disia,
Gustavo il re de' Cimbri
pace, e salute in questo foglio invia.

FARAMONDO

(legge)

«Faramondo, a più vite
funesta è la tua fuga.
Ho Clotilde in tua vece, ho Childerico,
Adolfo, e Rosimonda;
per sangue, o per amor vite a te care.
Priaché 'l giorno tramonti,
se non riedi a' tuoi ceppi, esse cadranno.»...
Nemico ingiusto, e genitor tiranno.
«Voglio 'l loro, o 'l tuo sangue: uno di questi
colpi è da farsi, o tu sia vile, o forte.
Così giura Gustavo,
tuo nemico crudel fino alla morte.»

TEOBALDO

Che risolvi?

FARAMONDO

Ritorna

al tuo signor crudel, mostro, non padre.
Verrò, digli, verrò; ma qual io devo,
e qual ei non m'attende.

TEOBALDO

Vien pure a tuo piacer. Da pochi istanti
o l'altrui morte, o 'l tuo destin dipende.

Scena decima

Faramondo con Soldati.

FARAMONDO

Andiam, fidi guerrieri. Io vi precedo
duce e compagno; e l'opre usate or chiedo.

FARAMONDO

A l'armi, su.

Mio cor, questa è virtù:
servir senza mercede,
amar senza speranza.

Giova così

sperar, che possa un dì
più merto aver la fede,
più gloria la costanza.

Scena undicesima

Padiglione reale.
Gustavo con Guardie.

GUSTAVO

Fieri spirti di rege oltraggiato,
dolci affetti di padre amoroso,
deh lasciatemi in riposo.
Sì tacete... o dio! pavento
ne la vita de' figli il giuramento.

Scena dodicesima

Teobaldo, e Gustavo.

TEOBALDO

Signor, di Faramondo
nuncio dal campo a te ritorno.

GUSTAVO

Al foglio,

Teobaldo, e che rispose?

TEOBALDO

Verrà, disse, verrà, ma qual ei deve,
qual non l'attendi.

GUSTAVO

Ogn'ora

verrà nemico, e tal l'attendo: ei forse
pensa armato atterrirmi;
ma s'inganna il crudele. Olà, qui tosto
mi si guidino i rei.

Scena tredicesima

Adolfo, e li suddetti.

ADOLFO

Padre...

GUSTAVO

Tu Adolfo,

fuor di ceppi?

ADOLFO

Gernando

Rosimonda ha rapita.

GUSTAVO

O dèi! La figlia?

Su tosto andiam.

TEOBALDO

Rammenta

il tuo grado, signor.

ADOLFO

De' tuoi guerrieri

le difese a me cedi; ed io con esse...

GUSTAVO

Vanne, Adolfo; il tuo ferro
punisca il reo: la prole
involata mi renda.
Opra da figlio, e i primi falli emenda.

Parte Adolfo con le Guardie di Gustavo.

Scena quattordicesima

Gustavo e Teobaldo con Guardie, che ad un suo cenno escono da varie parti.

TEOBALDO

Disarmato è già il re. Non si trascuri
il favor de la sorte. Olà.

GUSTAVO

Teobaldo

quai guerrieri son quelli?

TEOBALDO

Signor, per tua salvezza
qui ti sono infedel.

GUSTAVO

Come!

TEOBALDO

Già sei

prigionier di Gernando.

GUSTAVO

Temerario al tuo re?

TEOBALDO

Cedimi il brando.

(Gustavo dà mano alla spada)

GUSTAVO

Pria nel tuo sen.

TEOBALDO

Non mi obbligar col ferro

a un eccesso maggior. Cedi.

GUSTAVO

La vita

pria lascerò.

TEOBALDO

Già reso inerme è 'l braccio.

(Teobaldo lo disarma con l'aiuto de' suoi, e fa incatenarlo)

TEOBALDO

Ogni scampo ti è tolto.

GUSTAVO

Empio, mi svena.

E togli te di rischio, e me di pena.

TEOBALDO

Catenato a Gernando...

Scena quindicesima

Faramondo con visiera, Adolfo con Séguito, e detti.

FARAMONDO

Ecco gli iniqui.

ADOLFO

Su ferite, uccidete.

TEOBALDO

Aimè.

GUSTAVO

Qual nume

ha pietà de' miei casi?

Fuggono le Guardie di Teobaldo.

Teobaldo cade ad un colpo di Faramondo.

FARAMONDO

Pur cadesti, o malvagio. Or fra ritorte
la pena attendi.

TEOBALDO

O forte!

FARAMONDO

E tu Gustavo,

non isdegnar, ch'io stesso
franga l'indegno laccio...

(discioglie Gustavo e presa di terra la di lui spada gliela presenta)

FARAMONDO

...e dell'ilustre spada armi il tuo braccio.

GUSTAVO

O qualunque tu sia, lascia che al seno,
amico eroe, ti stringa.

(lo abbraccia)

Scena sedicesima

Rosimonda, Clotilde, Gernando, e detti.

ROSIMONDA

E a Rosimonda
parte del caro amplesso
permetti, o genitor.

GUSTAVO

Figlia, e qual fato

libera mi ti rende?

ROSIMONDA

Il forte braccio

che te sciolse da' nodi.

CLOTILDE

Ei fu che invitto

pose in fuga gli Svevi.

ADOLFO

Fe' prigioniero il rapitor lascivo.

ROSIMONDA

Trasse noi di periglio.

TEOBALDO

E 'l miro?

GERNANDO

E vivo?

GUSTAVO

Ma qual se' tu, cui tanto devo?

FARAMONDO

Io sono...

(Faramondo si alza la visiera dell'elmo)

quello, gran re...

GUSTAVO

Qual fiero oggetto, o lumi,

vi si appresenta? Ed ho potuto io stesso
al mio crudel nemico
porger' il dolce amplesso?
Né me 'l disse in quel punto
il mio sangue? il mio cor?

ROSIMONDA

Rammenta...

GUSTAVO

Iniquo,

lasciami ne' miei ceppi.
Odio la libertà, s'ella è tuo dono;
e se vieni per farti
arbitro di mia vita, al tuo furore
saprò torne il piacer, saprò svenarmi:
né al risoluto cor mancheran l'armi.

(getta da sé la spada datagli da Faramondo)

FARAMONDO

Del tuo furor l'impeto affrena, e mira
quale a te m'appresento.

CLOTILDE

(La virtù di quell'alma ancor pavento.)

FARAMONDO

Miei guerrieri, abbastanza
vi fui guida a' perigli: ite, e lasciate
libero a' Cimbri, e al mio destino il campo.

Partono le Guardie di Faramondo.

GERNANDO

(Che mai farà?)

FARAMONDO

Gustavo,

ubbidisco a la legge
che m'imponesti. Armato,
mi vedesti poc'anzi
sol per tua libertà. Seppi il tuo rischio,
lo temei, te n' difesi, e 'l ciel m'arrise.

GUSTAVO

Che ascolto?

FARAMONDO

Or che se' salvo,

non mi resta a temer, che l'altrui morte
nel tuo furor. Ti chiedo
ciò ch'è mio: tu me 'l devi. Io di quell'ire
propria vittima son. Vengo a morire.

ROSIMONDA

Grand'alma.

ADOLFO

(Invitto eroe.)

GUSTAVO

(Cor di Gustavo,

come langue il tuo sdegno? E come a vista
del tuo nemico il perdi?) Ah Faramondo,
hai vinto l'odio mio. Ma che mi giova
se salvar non ti posso?
Giurata ho la tua morte, e 'l giuramento
ebbe i numi presenti.
Sarò a forza crudele; e innanzi a l'ombra
di Sveno, ombra tu esangue,
sparso andrai del mio pianto, e del tuo sangue.

FARAMONDO

Signor, giusto è quel colpo,
che scender dée, né mi si tardi. Il chiedo
per mio castigo al padre,
per mia pace a la figlia.

CLOTILDE

Il cor si spezza.

ROSIMONDA

Padre, il colpo funesto
non ho cor di mirar. Lascia ch'io parta
e tu, crudel, che ancora
dopo il divieto mio sprezzi la vita,
non creder solo a Dite
passar. Ti seguirà quella, che stimi
tua nemica, e che t'ama.

FARAMONDO

Tu?

ROSIMONDA

Sì, che non è giusto
che tu mora, e no 'l sappi.

FARAMONDO

O me beato!

ROSIMONDA

Sia debolezza, o sia
ragion, vuol darti almeno
quest'ultimo piacer l'anima mia.

ROSIMONDA

Se 'l dirvi, che v'amo,

può farvi tranquille,
sì, v'amo, o pupille;
né 'l vo' più tacer.

È tutto in me estinto

quel primo rigore;

e amore
m'ha vinto

col vostro poter.

Scena diciassettesima

Gustavo, Faramondo, Clotilde, Adolfo, Gernando, e Teobaldo.

CLOTILDE

Ed io.

FARAMONDO

Clotilde, il tuo dolor m'ascondi.

Lieta vivi al tuo amante; e un sì bel nodo
tu conferma, Gustavo.

GUSTAVO

Amor, che nacque

in me fra l'ire, or da pietade è spento.
Sia di Adolfo Clotilde: al nodo assento.

FARAMONDO

Di Gernando non chiedo
a te 'l perdon. Né tuo vassallo ei nacque;
e prigioniero io 'l feci.

GERNANDO

(Mia fortuna crudel, così ti piacque.)

FARAMONDO

Riconosci, Gernando,
qual ti serbo il mio cor vicino a morte.
Libero a' tuoi ritorna, e se ti offesi
ne l'amar Rosimonda,
d'involontario error perdon ti chiedo.

GERNANDO

Faramondo, già sgombra
da gli occhi miei la cieca notte. Or veggio
qual amico in te perdo, e orror ne sento.

FARAMONDO

(si cava l'elmo, e dà la sua spada a Gustavo)

Ora il crine dell'elmo, ora del ferro
disarmo il fianco; a te lo porgo; ed egli
quella tinta, che prese iniquo e rio
del tuo figlio nel sen, perda nel mio.

GUSTAVO

Lacrime, non uscite. Ah Faramondo,
anche amico mi dai tanto dolore?
L'apparato funesto
già ti attende al gran colpo.

FARAMONDO

Andiam.

GUSTAVO

Teobaldo

sia custodito al mio furor.

TEOBALDO

Sicuro,

crudel, del tuo destino, il mio non curo.

FARAMONDO

(a Clotilde e Adolfo)

Voi restate, e qui godete

fortunati il vostro amor.

Ch'io do bando a' miei tormenti,

del mio bene i dolci accenti
rimembrando a questo cor.

Scena diciottesima

Clotilde, e Adolfo.

CLOTILDE

Misero! e qual mi lasci?
Chi avria potuto, Adolfo,
dirmi ch'essendo tua sarò infelice?

ADOLFO

Ti consola: chi sa? Riguardo i numi
avranno a un tanto eroe; né 'l vorran morto.

CLOTILDE

Siete, amabili voci, il mio conforto.

CLOTILDE

Sì voglio ancor sperar

dal ciel pietà.

Poi lieta in te a goder
il suo intero piacer

alma verrà.

Scena diciannovesima

Recinto nel campo di Gustavo a foggia di anfiteatro.
Gustavo, Faramondo, Gernando con Séguito.

GUSTAVO

Tu Sveno, voi giurati
numi d'Averno, orribil dèa, severa
punitrice de l'ombre, ommai reggete
l'impotente mio braccio;
de la vittima stessa
più teme il sacerdote, e l'are vostre
con più d'orror non fur di sangue intrise.
Ricordate a Gustavo
qual fu Sveno trafitto, e chi l'uccise.

Scena ventesima

Childerico, e detti.

CHILDERICO

Sire ti arresta. Il colpo
è ingiusto, e i numi offende.

GUSTAVO

Qual se' tu, che prescrivi
leggi al tuo re?

CHILDERICO

M'ascolta, e poi ferisci.

GUSTAVO

Parla.

CHILDERICO

Che qui Teobaldo

a te si guidi, imponi.

GUSTAVO

Venga.

CHILDERICO

E d'alto favor prometti ancora

meritar la mia fé.

GUSTAVO

Purché spergiuro

non mi voglia richiesto, a te lo giuro.

CHILDERICO

Del sangue del tuo figlio
Faramondo è innocente.

GUSTAVO

Ei Sveno uccise.

CHILDERICO

Né fu Sveno tuo figlio.

Scena ventunesima

Teobaldo, Clotilde, Adolfo, e detti.

TEOBALDO

(Aimè! tradito io son.)

GUSTAVO

Non fu mio figlio?

CHILDERICO

Te 'l confermi Teobaldo. Ei gli fu padre.

GUSTAVO

Childerico, il tuo capo
mi placherà, se menti.

CHILDERICO

Non rifiuto la pena.

TEOBALDO

Astri inclementi.

GUSTAVO

Dimmi, rea di più colpe, anima infame,
qual fu Sveno? Chi padre
gli fu? Perché ingannarmi? Il tuo timore
già ti accusa al mio sguardo, o traditore.

TEOBALDO

Perdon ti chiedo.

GUSTAVO

Parla.

TEOBALDO

Io fui di Sveno

padre.

GUSTAVO

Ma come? e quando?

TEOBALDO

E lunga, e molta

serie di casi in brevi note ascolta.
De la guerra fatal, mossa da' Cimbri
contumaci al tuo scettro,
ben ti dée sovvenir. Fu a l'or, che nacque
Sveno. Te chiama a l'armi
il periglio, e la gloria; e a la mia fede
è commesso il bambino.
Pugni, vinci e ritorni. Amor di padre
a l'or m'insegna i mal'orditi inganni.
Vago che un dì regal diadema in fronte
sfavillasse a un sol figlio,
che in pari età m'avea concesso il cielo,
in luoco del tuo Sveno, il mio ti porgo.
Tuo lo credi, tuo l'ami, e tuo lo piangi,
quando l'odi trafitto.
Ma più misero padre,
io piango la sua morte, e 'l mio delitto.

ADOLFO

Che strani eventi!

GUSTAVO

E del mio figlio, iniquo

qual fu la sorte?

TEOBALDO

Ei vive.

Te 'l rendo in Childerico, e a me perdona.

CHILDERICO

Io quel?

GUSTAVO

Ma chi m'accerta,

che tu ancor non m'inganni.

TEOBALDO

Il mio dolore,

l'odio mio te 'l confermi.
Perch'era padre a Sveno,
l'uccisor volea morto.
Perché non l'era a Childerico, io stesso
bramar potea, che ne versassi il sangue.

GUSTAVO

Figlio.

CHILDERICO

Padre, mio re.

GUSTAVO

L'indole eccelsa

mi ti addita, e 'l mio cor. Tanta virtude
non potea d'un tal padre esser mai figlia.
Pur t'abbraccio.

CLOTILDE, ADOLFO

O contento.

FARAMONDO, GERNANDO

O maraviglia.

GUSTAVO

D'un mio figlio la vita
fa vano il giuramento. Or, Faramondo,
vivi, e scorda i tuoi mali. Or ti concedo
Rosimonda in isposa, ed ella ommai
venga a goder di sì felici eventi.

FARAMONDO

Non mi opprimete il cor, dolci contenti:
sol Gernando, il tuo amor...

GERNANDO

Vani rispetti.

Sia pur tua Rosimonda.
La colpa mia già me ne rese indegno;
né ti dée minor prezzo
un re, cui desti e libertade, e regno.

GUSTAVO

Ommai l'illustre scena,
che tragico apparato esser dovea
al cader del gran re, popoli, or sia
spettacolo giulivo a la sua gloria.
Tutta cada in Teobaldo...

(qui principia a comparire la macchina)

GUSTAVO

...l'ira, e mora il fellon.

CHILDERICO

No, viva: il dono,

che ti richiedo, è questi.

GUSTAVO

Viva sì, che al suo inganno
io sol devo l'onor del mio perdono.

CLOTILDE

Sposo, germano, or sì felice io sono.

Scena ventiduesima

Rosimonda, e detti.

GUSTAVO

Figlia, di Faramondo,
già deciso è 'l destin.

ROSIMONDA

Giurata avea

la sua morte il mio labbro.
Dovea compirsi il giuramento, e tacqui.
Orch'ei morì, ti chiedo,
padre, cader per quella mano istessa
che lui trafisse; ah seco
fa' che compagna io m'appresenti a Sveno.

GUSTAVO

Poiché brami la morte,
io ti guido a morir.

FARAMONDO

Ma in questo seno.

ROSIMONDA

O dèi!

FARAMONDO

Sposa.

CHILDERICO

Germana.

ROSIMONDA

Tu vivo e mio? Tu a me german? Quai beni
tutti ad un punto? ed in me fede avranno?

CLOTILDE

Fu di tanto piacer fabbro un inganno.

ADOLFO

Tutto udrai.

GUSTAVO

Qui ti basti

saper che se' felice. Or plauda ogn'alma
a la virtù d'un core
che de l'odio trionfa, e de l'amore.

Scendono dalla macchina i Seguaci della virtù, che accompagnano il canto del Coro col ballo.

TUTTI

Bella virtù,

che rendi forte un cor,
d'odio, e d'amor
t'è gloria trionfar.

Anche al destin

fa forza il tuo poter;
ed al piacer
ti guida il tuo penar.