LA FIDA NINFA

Dramma per musica.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di

Scipione MAFFEI

Musica di

A. L. VIVALDI

Prima esecuzione:

6 Gennaio 1732, Verona


Personaggi:

ORALTO corsaro e signor di Nasso isola dell'Egeo / basso

MORASTO / soprano

NARETE pastor di Sciro / tenore

LICORI figlia di Narete / soprano

ELPINA figlia di Narete / contralto

OSMINO / contralto

GIUNONE / contralto

EOLO / basso


Accompagnamenti e comparse.

Di Corsari con Oralto.
Di Pastori e Ninfe.
Di Venti con Eolo.



ATTO PRIMO

Scena prima

Boschereccia, montuosa, con veduta da un lato del palazzo d'Oralto.
Oralto e Morasto.

MORASTO

Qual mai, signor, degno compenso e quali
a si gran merto eguali
grazie render poss'io di tanto dono?
Il mio destin tu cangi in un baleno
e di schiavo, qual fui gran tempo e sono,
tuo ministro mi rendi e a me t'affidi.
Che debb'io dir? Questa per te disciolta
non imbelle mia destra a tua difesa
s'armerà sempre e prode
di tua vita sarà fedel custode.

ORALTO

Ben, Morasto, tu 'l sai; perfin d'allora
ch'io di te feci nella Tracia acquisto,
con occhio amico io ti mirai d'ognora.
Or uopo avendo di fedel compagno
che regga in parte e vari uffizi adempia,
te solo io scelsi; in avvenir disciolto
e di custodia immune, i' vo' che solo
il benefizio mio sia tua catena.
Ma quando avvenga di por l'armi in opra,
fa' che uguale alla fé valor si scopra.

MORASTO

Non fia leggera impresa
il secondarti nell'ardir per esso
in quest'isola hai regno e sol con esso
tutto l'Egeo poni in terror; di rado
tornano i legni tuoi senza gran prede,
e ad un trionfo ognor l'altro succede.

ORALTO

Ma quanto ha mai che 'l più gradito acquisto
non feci dell'altr'ier! Col padre loro
due giovinette e vaghe ninfe.

MORASTO

E dove

potesti far sì rara preda?

ORALTO

A Sciro.

MORASTO

A Sciro?

ORALTO

Or le vedrai, ch'esse e alcun altro,

della maggior sorella
secondando il desio,
dal guardato recinto uscir permisi
e gir vagando tra lo scoglio e 'l rio.
Ma sai tu che colei
col volto suo fa sul mio cor vendetta?
Ora all'armi t'appresta e a non tradire
il tuo sembiante e la mia speme; è nostro
quanto acquistar si può con forza e ardire.

ORALTO

Chi dal cielo o dalla sorte

fatto grande non si trova,
faccia sé col suo valor.

Tutto il mondo è del più forte:

alma vile a che mai giova?
Povertà vien da timor.

Scena seconda

Morasto.

MORASTO

O mia diletta Sciro, o sospirata
mia dolce patria, così dunque ancora
d'avari predator gioco pur sei!
Ma a ricercar costoro
come ancor non m'affretto e a chieder loro
de' genitori miei
e della cara mia ninfa novelle?
Dapoiché gli è pur ver che tanti affanni
non seppero già mai svelar dal core
un amor che mi strinse in sì verd'anni,
e che due gran portenti
di fermezza immutabile vid'io
nel mio crudo destin, nell'amor mio.

MORASTO

Dolce fiamma del mio petto,

ben cangiarmi nome e stato
poté il fato,
ma non mai cangiarmi il cor.

A vagar fu il piè costretto,

ma il pensier in sé ristretto
e in te fisso stette ognor.

Scena terza

Elpina e Osmino.

ELPINA

Ciò ch'io ti dico è vero:
nelle patrie mie selve un sì leggiadro
pastor, come tu sei, non rimirai.

OSMINO

Ciò ch'io ti dico il giuro:
ne' miei sì lunghi in tante parte errori
ninfa così gentil non vidi mai.

ELPINA

Ma tu forse mi beffi.

OSMINO

E che mai pensi?

Altro pregio io non vanto
che lingua ognor verace e cor sincero;
ciò ch'io ti dico è vero.

ELPINA

Credimi pur che, quando
del tuo carcere uscito
a discior me corresti,
sentii rapirmi il core.
Crudo liberatore
tu mi legasti allor, non mi sciogliesti.

OSMINO

Questi soavi detti
empion di tal dolcezza il petto mio,
che già tutti i miei guai pongo in oblio.

ELPINA

Ed io per te fin posi al pianto amaro,
ch'ognor m'inondò il sen, da che rapinne
questo crudo corsaro.

OSMINO

(D'aleggiar mio tormento
così scherzando io tento,
ma la gentil sorella
non si può amar da scherzo,
tanto è leggiadra e bella.)

ELPINA

Dimmi, pastore,

OSMINO

ninfa, mi spiega,

ELPINA

s'io ti dò il core,

OSMINO

se amor mi lega,

ELPINA, OSMINO

e quale avrò del mio penar mercé?

ELPINA

Altro io non chiedo,

OSMINO

non altro io bramo,

ELPINA

se l'alma cedo,

OSMINO

se servo ed amo,

ELPINA, OSMINO

che trovar nel tuo seno amore e fé.

Scena quarta

Licori e Narete.

LICORI

Selve annose, erme foreste,

dite voi se mai vedeste
alma afflitta al par di me.

O ricetto d'infelici,

scoglio infausto, aspre pendici,
viver qui vita non è.

LICORI

Questo dunque è 'l gioir che di mia etade
m'apprestava il destin nel più bel fiore?

NARETE

Figlia, in preda al dolore
non ti lasciar cotanto.
Che giova, oimè, sempre disfarsi in pianto?
Or di': ti diè più noia il fiero Oralto?

LICORI

No 'l vidi più, ma 'l suo ferino ingegno
fa' che sempre io paventi; io temo, o padre,
tempo più del suo amore che del suo sdegno.

NARETE

Tu resisti, ma pur ti sforza
non irritarlo;
furor pazzo più si rinforza
col provocarlo.

LICORI

Di quest'empio ladron...

NARETE

Deh taci, figlia,
ch'un di costor s'appressa.

Scena quinta

Morasto e detti.

MORASTO

Eccoli al fine. O ciel! traveggo? O dèi!
Non è questi Narete?
Non vegg'io qui la mia Licori? È dessa.

NARETE

Che ha costui, che te sì attento mira?

MORASTO

Ah certo è dessa! Ah che, se l'occhio errasse,
errar non puote il cor. Mi scuopro, o taccio?

NARETE

Pur segue; andiam, Licori, usciam d'impaccio.

(partono)

MORASTO

Dunque la ninfa mia
ch'io di più riveder speme non ebbi,
quella il cui dolce nome in questi faggi
ho tante volte inciso, è qui presente?
Se ben cresciuta sì di membra e d'anni,
i lineamenti suoi pur raffiguro.
Me in quest'abito barbaro e con questo
bosco sul labro, trasformato tanto
da estranio clima e da disagi e guai,
non fia ch'alcun ravvisar possa mai.
Ma, o ciel, trovarla in così duro stato
dirassi dono o crudeltà del fato?

Scena sesta

Elpina e detto.

ELPINA

Deh, come volentier ciò che di noi
esser debba, a costui chieder vorrei!

MORASTO

Giovinetta gentil, di che paventi?
Non isdegnar ch'io teco
favelli alquanto.

ELPINA

Il padre mio m'impose

che da soldati io fugga.

MORASTO

Di me non dubitar, ché sempre amico
a que' di Sciro io fui, da che approdando
molt'anni sono a quella spiaggia, io vidi
amore e cortesia regnarvi. Allora
i' vi conobbi Alceo, conobbi Silvia;
dimmi, son eglin vivi?

ELPINA

Vivi, ma solo al pianto ed al dolore.

MORASTO

Ahi, che si spezza il core.

ELPINA

Poich'ebber già due figli, or d'ambo privi
hanno in odio la vita.

MORASTO

E come d'ambo?

ELPINA

Osmin, ch'era il maggiore,
vago fanciullo e per comun volere
a la mia suora destinato, a Lemno,
dov'eran iti pe' solenni giuochi,
da' soldati di Tracia lor fu tolto.

MORASTO

O fiera, a me pur troppo nota istoria.

ELPINA

L'altro, bambino ancor, segnando appena
d'incerta orma l'arena,
portato via dai lupi
si tien che fosse, poiché incustodito
non si trovò di lui se non fra 'l sangue
una lacera spoglia,
dove la selva si congiunge al lito.

MORASTO

O prosapia infelice! Io più non posso
il pianto trattener; forz'è ch'io parta.

Scena settima

Elpina.

ELPINA

Egli se n' va senza pur dirmi addio.
Ma dov'è il pastor mio?
Esser lieta non so lungi da lui,
né ragionar vorrei mai con altrui.

ELPINA

Aure lievi che spirate,

il mio ben deh ricercate,
e poi ditemi dov'è.

Ravvisarlo è agevol cosa,

ha la guancia come rosa,
biondo ha 'l crin, leggiadro il piè.

Scena ottava

Osmino e Licori.

OSMINO

Troppo disconverrebbe
a volto sì gentil sì austero core.
S'amata esser non vuoi,
nascondi gli occhi tuoi;
e se a fallo ed a colpa
vien per te ancor con nuova legge ascritto,
te che lo desti e 'l tuo sembiante incolpa,
non punire altrui del tuo delitto.

LICORI

Tu non m'intendi ancor? Fin da' prim'anni
amore in odio ho preso: al fier destino
piacque così; t'accheta
e d'altro parla o lungi porta il piede.

OSMINO

Ma io non son sì ardito
che amor ti chiegga; un ragionar cortese,
un conversar gentil
indifferenza non offende.

Scena nona

Elpina e detti.

ELPINA

Or ecco

ch'egli è pur qui. Ma che discorre?

LICORI

Or come

in sì misero stato
di vaneggiare hai cor? Se vanti senno,
pensa di libertà, pensa di scampo.

ELPINA

Mio pastorel gentile,
dimmi: di che favelli con Licori?

OSMINO

O bella ninfa, lasciami, ti prego,
ch'altra cura or mi stringe. E credi forse
che la comun salvezza
poco a cuore mi sia? Sappi ch'io molta
col ministro d'Oralto
vo stringendo amistà; sappi che a forza
egli serve al corsaro, io di tentarlo
non lascerò.

LICORI

O questa sì d'uom saggio

opra sarà.

ELPINA

M'ascolta: io non vorrei

che tu parlassi con Licori, io sento
certo affanno nel sen che mi contrista.
Non so che sia, ma parmi
ch'una gelida mano
mi stringa il cor; meco te n' vieni altrove.

OSMINO

Vanne ch'or or ti seguirò; ma dimmi:
quand'altri a sé non manca,
l'accorarsi che giova? Uom franco e lieto
in gran parte delude il suo destino
e pronto è sempre ad afferrar ventura.
Lascia però che miglior sorte io speri,
già che sol per virtù de' tuoi begli occhi
mi tornarono in sen dolci pensieri.

ELPINA

Così mi bada? È un tristo, è un traditore,
ora il conosco; il lascio e me ne vado,
e quand'ei di parlarmi avrà desire,
farò vendetta e no 'l vorrò più udire.

LICORI

A sì vani pensier dà bando omai.

OSMINO

Non siam, non siam, Licori,
(mi credi) àrbitri noi de' nostri cuori.

LICORI

Alma oppressa da sorte crudele

pensa invan mitigar il dolore
con amore, ch'è un altro dolor.

Deh raccogli al pensiero le vele,

e se folle non sei, ti dia pena
la catena del piè, non del cor.

Scena decima

Oralto e Morasto.

ORALTO

Odi, Morasto: a colei vanne e dille
che a la clemenza mia
troppo mal corrisponde,
dille ch'assai m'offende
quel suo da me fuggir, che muti stile,
né faccia ch'in mio danno usi il suo piè
la libertà, ch'egli pur ha da me.
Dille che pensi ch'io soffrir non soglio,
e che sempre alla fine
con chi può ciò che vuol vano è l'orgoglio.

MORASTO

Ubbidirò, signor, ma intanto scusa
di rozza pastorella aspro costume,
e stupor non ti dia,
ch'usa alle selve, ognor selvaggia sia.

ORALTO

Se fera è fatta, io la terrò qual fera.

MORASTO

Per mansuefarla usar si vuol dolcezza.

ORALTO

Ma se questa non può, potrà la forza.

MORASTO

Crudeltà diverrebbe allor l'amore.

ORALTO

Crudeltà che di poi le sarà cara.

MORASTO

La trarrebbero a morte ira e dolore,
onde quel ben, di cui goder vorresti,
tu stesso a te torresti.

ORALTO

Or non richiesto tuo consiglio cessi,
ch'io te a servir non a garrire elessi.

ORALTO

Cor ritroso, che non consente,

ben sovente
è capriccio, non onestà;

niega all'uno, poi dona all'altro

che più scaltro
senza chiedere ottener sa.

Scena undicesima

Morasto.

MORASTO

In cor villano amore
non amor, è furore.
Ma lode al ciel che dopo tal comando,
senza dare ad Oralto alcun sospetto,
io ragionar potrò con la mia ninfa,
e scoprir se più in lei vive l'affetto.
Già no 'l debbo sperar, ben so che al vento
seri van gli affetti de' prim'anni acerbi;
troppo di rado avvien che adulta donna
d'un fanciullesco amor memoria serbi.

MORASTO

Dimmi, Amore:

in quel core
vive il mio nome ancor? Ahi, troppo spero.

Delle dure

mie sventure
fora troppa mercede un suo pensiero.

Scena dodicesima

Narete, Licori ed Elpina.

NARETE

Vieni, gran meraviglia
debbo narrarti, o figlia:
nel folto di quel bosco alcune piante
ho vedute pur or di note impresse,
ed ho veduto in esse
di Licori e d'Osmino
scolti ed intrecciati in mille guise i nomi.

LICORI

O che mi narri tu!

ELPINA

Com'esser puote?

LICORI

Qual mai ferro gl'incise?

ELPINA

Qual mano segnò mai sì fatte note?

NARETE

E di più Sciro, Sciro in cento tronchi
agli occhi si presenta.

ELPINA

Alcun altro infelice
forse da nostre spiagge
in schiavitù fu tratto a questi lidi.

LICORI

Forse l'istesso Osmino,
dai traci involator condotto intorno,
fece anche qui soggiorno?

NARETE

O dell'eccelso, annoso, intatto bosco
driadi pietose, amabil geni amici,
adempiere a voi tocca i fausti auspici.

LICORI

Amor, che forse co' be' dardi tuoi
quelle note segnasti,
deh se i nomi accoppiasti,
le salme accoppia ancor tu che lo puoi.

NARETE

Itene, o figlie, ed a Giunon regina
la qual di noi fu tutelar mai sempre,
perch'a nostri desiri omai si pieghi;
fate l'are avvampar, volare i prieghi.

NARETE

S'egli è ver che la sua rota

giri e volga la fortuna,
fissa ancor ne' nostri danni
rimaner più non potrà.

Tempo è ben che si riscuota

quel destin che ad una ad una
le sventure per tant'anni
contra noi vibrando va.

ATTO SECONDO

Scena prima

Porto di mare.
Morasto e Licori.

MORASTO

Leggiadra ninfa, Oralto il mio signore,
che tu con tua beltà servo ti festi,
forte si duol di te. Perché, se seco
ei gode ragionar, tu dispettosa
il fuggi sì? Ben se' schiva e ritrosa.

LICORI

Tal per natura io sono, e se non fossi,
tal qui farmi vorrei.

MORASTO

Ma tu non pensi

che in sua mano ora sei, ch'egli qui regna?

LICORI

Sopra i voler non si dà regno; al primo
cenno di ferità ch'io scorga in lui,
in mar mi getto e sua
più non sono, né d'altrui.

MORASTO

O generoso cor! o mia speranza!
Ma dimmi: s'altri di men fiero aspetto
premio dell'amor suo
chiedesse l'amor tuo?

LICORI

Perderia il tempo e l'opra.
Prima faran gli augei nell'onde il nido
e prima i pesci lo faran ne' boschi,
che si vegga Licori
vaneggiar fra gli amori.

MORASTO

Perché si fiera voglia? amasti mai?

LICORI

Ne la tenera etade amor provai,
ma il caro amato oggetto
appena mi mostrar gl'invidi dèi,
e pria di possederlo io lo perdei.

MORASTO

O me felice a pieno!
Che più bramar poss'io?
Ma il gran giubilo mio
forza per ora m'è chiuder nel seno.

LICORI

Il mio core a chi la diede

serva fede,
né già mai si cangerà;

sia costanza o sia follia

questa mia,
e sia fede o vanità.

Scena seconda

Osmino ed Elpina.

OSMINO

Sì di leggér t'adiri?

ELPINA

Vattene pur; de' brevi miei deliri
picciol vanto fia 'l tuo,
tu cangiasti desio
e l'ho cangiato anch'io.

OSMINO

Io pur t'amo qual pria, tu temi in vano.

ELPINA

Forse ch'io no 'l conosco, e ch'io non leggo
nel tuo volto l'inganno!

OSMINO

Elpina, il giuro:

io son lo stesso ancora,
e gli affetti pur son quai prima furo.

ELPINA

Egli è vano dirmi ognora

ch'il tuo core è ancor qual fu;

che se 'l labro il dice ancora,

gli occhi tuoi no 'l dicon più.

ELPINA

Ma una parola che t'usci pur dianzi,
assai m'ha reso di saper bramosa,
chi tu sia e di qual gente.

OSMINO

O in questo, Elpina,

appagarti non posso,
perch'io stesso no 'l so.

ELPINA

Come no 'l sai?

Curi dunque sì poco i prieghi miei?
Tacendo anche, il dicesti;
qualche barbaro sei.

OSMINO

Questo non già, mentre di Sciro io sono,
ch'ora intesi a te ancor desse la culla.

ELPINA

Tu della patria mia?
Ma come altro non sai?

OSMINO

Perché a' miei tolto sì fanciullo io fui,
che a penar pria che a vivere imparai.

ELPINA

Ma né pure il tuo nome
e né pur quel del genitor t'è noto?

OSMINO

Il mio nome fu Osmino, e perché seppi
dai rapitor più volte
ch'allor piangendo io chiamai Silvia, ho sempre
sospetto avuto che tal fosse della
mia genitrice il nome; e il padre tuo
me n' giva appunto a interrogar, se a Sciro
ninfa si trovi di tal nome, a cui
fosse un figlio rapito,
come rapito io fui.

ELPINA

Che sento? Osmin di Silvia! Ora comprendo
perché d'Osmino e di Licori i nomi
veggansi qui sopra le scorze incisi.
Volo a recar sì gran novella.

(parte)

OSMINO

E dove,

dove se 'n va costei?
La vo' seguir, ché dietro l'orme sue
m'avverrà forse di trovar colei,
per cui perdo me stesso.
Dall'idea di quel volto
divellere il pensier mi sforzo in vano,
talché miser m'avveggio
che ben tosto io vaneggio.

OSMINO

Ah! ch'io non posso lasciar d'amare

quel dolce foco che 'l cor m'accende.

Son troppo belle, son troppo care

l'accese luci del mio bel sole
e sento trarmi dov'egli vuole,
son certa forza che non s'intende.

Scena terza

Oralto e Narete.

NARETE

Deh! s'egli è vero, Oralto,
ch'un valoroso cor sempre è gentile,
con fronte men severa
ascolta mia preghiera.

ORALTO

Di' ciò che vuoi.

NARETE

Tu hai nelle tue mani

me vecchio vil con due fanciulle imbelli.
Che vuoi tu far di così inutil preda?
Alle ardite tue navi
noi possiam dare incarco e non soccorso.
Odi però ciò ch'io propongo: a Sciro
di lieti campi e di fecondi armenti
mi fe' ricco fortuna; io, se 'l consenti,
farò che d'ogni cosa oro si tragga,
e per nostro riscatto a te si dia
tutta quant'è l'ampia sostanza mia.

ORALTO

O quanto io mi compiaccio
in udir tua sciocchezza, insano vecchio!
Tu di mandre e di greggi,
tu di paschi e di piante
vo' che mi parli; ma la generosa
arte di correr mari
non fia che da un bifolco Oralto impari.

NARETE

Deh ti piega, deh consenti,

mira il pianto, odi i lamenti
e ti muova oro o pietà.

In sciagure sì infelici,

in disastri sì funesti
anche tu cader potresti.
Anche noi fummo felici,
ma sua sorte uomo non sa.

Scena quarta

Osmino e Licori.

LICORI

O fortunata schiavitù!

OSMINO

O felice

esilio mio!

LICORI

Parmi pur anco un sogno.

Come pria non m'avvidi,
quanto, Alceo, rassomiglia
il volto tuo negli occhi e nelle ciglia!
Ora intendo perché dei nostri nomi
sien qui le piante impresse.
Ma dimmi il ver: servasti entro al tuo petto
la memoria e l'affetto?

OSMINO

Per te son tutto amore.

LICORI

Or ti prepara

a tutti raccontarmi i casi tuoi,
fin da quando cadesti in man de' traci.

OSMINO

Che gran venture a un tratto! Intera trovo
dei genitor contezza,
e di sì cara ninfa acquisto io faccio.

LICORI

Acquisti ciò ch'è tuo
e ciò che d'altri esser non volle mai.
Ma oimè questa impensata
nostra immensa allegrezza
troppo vien compensata
da mortale amarezza.
Che sarà mai di tutti noi? Ricusa
il corsaro crudel ogni partito.

OSMINO

Prima però ch'io porga
di nuovo a' lacci il piede, io certo penso,
penso far pruova almen di ciò che possa
un'alma disperata.

LICORI

Empia fortuna,

tu mi rendesti adesso
l'amato mio pastore
per farmi un'altra volta ancor sentire
di perderlo il dolore.

LICORI

Amor mio, la cruda sorte

mi ti rende per mia morte,
e non già per sua pietà.

Se tu ancor sei fra catene,

or le tue con le mie pene
il mio cor pianger dovrà.

Scena quinta

Osmino.

OSMINO

Che nuova scena è questa? E che ricorda
costei d'antichi amori?
Che di traci favella? Io non comprendo,
e qualche error per certo
la sua mente confonde;
ma con ninfa sì bella
per non perder favor, con ogni cura
scaltro seconderò tanta ventura.

Scena sesta

Oralto e Morasto.

ORALTO

Io pensar ben potea che inutil fosse
con così rozza gente esser cortese:
nati e nutriti in selve,
son poco men che belve;
ma costei che indomabile si mostra,
che d'un sol guardo farmi lieto sdegna
e che né pur vuoi farmi
onor con ingannarmi,
io farò che si penta
che il suo stato meglio intenda e senta.

MORASTO

Non durerà, signor, tanta alterezza;
sii certo che in brev'ora
noi la vedrem cangiar pensieri e voglie,
qual serpe che ad april cangi sue spoglie.

ORALTO

Al lor destin condurle assai fia meglio,
e volgendo al Soldan tosto le prore,
assicurarmi con sì nobil dono
questo piccolo regno. Io già mi pento
del mio debile spirto, esca dal petto
ogni tenera cura,
né cangi Oralto in questo dì natura.

ORALTO

Ami la donna imbelle,

cui non dieder le stelle
alma capace d'altro che d'amor;

ma l'uom nato a gran cose

sdegni cure amorose
ed abbia sol nel seno ira e valor.

Scena settima

Morasto, poi Licori.

MORASTO

Mio cor, non è più tempo
di starsi neghittosi; a tutto rischio
tentar si vuol di por Licori in salvo
da la costui fierezza e da l'orgoglio.
Ma non vien ella da questa parte? Amore,
m'assisti tu, ch'or palesarmi io voglio.
Ninfa, leggiadra ninfa, al fin non posso
tener più chiusa la mia fiamma in seno;
sappi dunque ch'io t'amo e che il mio ardore
sol con la vita mia può venir meno.

LICORI

Così dunque degg'io,
d'ogni parte infestata,
aver perpetua noia?

MORASTO

Anzi diletto e gioia
recarti intendo.

LICORI

Ciò non altrimenti

tu conseguir potrai
che lasciandomi in pace.

MORASTO

Ferma se' forse non mi amar già mai?

LICORI

Ferma qual quercia antica in alto monte.

MORASTO

E pur tu m'amerai fra pochi istanti.

LICORI

Forse in animo hai tu d'usar gl'incanti?

MORASTO

Ma che dico amerai, se già tu m'ami?

LICORI

Or veggo che sei folle e che deliri.

MORASTO

E m'ami allora più che più t'adiri;
e se mi scacci, è sol perché mi brami.

LICORI

Colgami la saetta, s'io ti bramo.
Aborron l'agne il lupo, i lupi il veltro;
ma più 'l mio cor chi d'amor parla aborre.

MORASTO

Dolci lusinghe e teneri sorrisi
non fur già mai si cari ad alma amante,
come a me son le tue ripulse e sdegni:
questi certo mi fan che tu se' mia.

LICORI

Folle son io che ancor ti bado.

MORASTO

O dèi,

non reggo più. Deh, mia Licori amata,
tanto svanì...

Scena ottava

Osmino e detti.

OSMINO

Mio ben, godi tu forse

di star lungi da me? Sai tu ch'errando
e di te ricercando, in van m'aggiro?
Tutti gli affanni miei, quand'io son teco,
al mio destin perdóno,
e 'l mio stato obliando, altro non chieggio.

MORASTO

Che veggio, oimè, che vegg'io!

LICORI

Da te non parte questo cor già mai,
e sol per te dentro quest'aspro scoglio
mi può giungere al cor gioia e contento.

MORASTO

Che sento, oimè, che sento!

LICORI

Ma por gran cura ci convien che Oralto
non ci colga mai qui. Miseri noi,
s'egli del nostro amor punto s'avvede.
Lascia però ch'io parta, e tu ben sai
che farà il cor cammin contrario al piede.

Scena nona

Morasto e Osmino.

MORASTO

Qual freddo gelo il sen m'opprime e tutti
m'instupidisce i sensi!
Forse alcun genio infausto
m'offuscò sì che a un tratto
e travedere e trasentir m'ha fatto?

OSMINO

Amico, o qual dolcezza
porta nell'alme amore!
Questo possente affetto
scaccia ogn'altro pensiero; esser signore
ei vuol di tutto il core.

MORASTO

Già, 'l so, già 'l so.

OSMINO

Ma tu non sai qual piena

di contentezze or tutto il sen m'inondi.

MORASTO

M'allegro assai di tue venture, or vanne.

OSMINO

Forse tu mi deridi,
ma se provassi mai...

MORASTO

Il credo -dissi- or qui mi lascia omai.

OSMINO

Qual serpe tortuosa

s'avvolge a tronco e stringe,
così lega e ricinge
amore i nostri cor.

Ma quanto è dolce cosa

esserne avvinto e stretto!
Non sa che sia diletto
chi non intende amor.

Scena decima

Morasto.

MORASTO

Destin nemico, sei tu sazio ancora?
Puoi tu per istraziarmi
vie trovar più crudeli?
Ma che dunque dicea
d'aver in odio amore e quella fede
servare ancor che da fanciulla diede?
Qual si prendon di me funesto gioco
ella e fortuna? Deh trovata mai
non l'avess'io! Ch'anzi la perdo or solo,
se non più me la toglie il cielo o 'l fato,
ma un rival fortunato.

MORASTO

Destino avaro!

Perché costei
lasso io perdei,
lungo ed amaro
pianto versai.

Or senza fine

deggio dai lumi
versarlo a fiumi,
sol perché al fine
la ritrovai.

Scena undicesima

Narete.

NARETE

Addio, mia bella Sciro; addio per sempre
verdi colli, erbe fresche, aure soavi.
Intesi al fin la nostra sorte: Oralto
fra due giorni in Egitto
tutti ci condurrà; più non avanza
lampo alcun di speranza.
O ben morta Leucippe,
benché morta in verd'anni,
prima di questi affanni.

NARETE

Non tempesta, che gli alberi sfronda

e percuote la messe e flagella,
portò mai nel mio sen tal dolor;

né torrente che vinca la sponda,

né saetta che avvampi o procella
al mio spirto diêr mai tal timor.

Scena dodicesima

Osmino, Licori, Elpina e Morasto.

OSMINO

Mira, o Morasto, queste afflitte ninfe
che implorano da te soccorso e aita?
Non sa che sia pietà
chi per esse non l'ha.

MORASTO

Mal può prestar soccorso
chi negli stessi mali involto giace.

LICORI

Sarai tu sì crudel, Morasto?

MORASTO

Io dunque

sono il crudel?

OSMINO

Licori,

lascia che il preghiam noi;
e' ti rimira in modo
che mi reca sospetto. Fa' più tosto
che ci raddoppi Elpina i caldi prieghi
ed il suo soave parlar c'impieghi.

ELPINA

Dunque t'occupa sì Licori il core
che parlarmi anco sdegni,
e a lei ti volgi che mi parli?

OSMINO

Elpina,

ancor dubitar puoi
quanto cari mi sian gli accenti tuoi?

LICORI

Che favellare è questo!
Parmi con essa ancora
aver tu filo d'amorosi intrichi.
Ché lei non lasci, e d'esortar Morasto
perché non t'affatichi?

MORASTO

A tal segno aborrito
da te son io che condannar mi vuoi
a sentir dal tuo amante i sensi tuoi?

LICORI

Così sugli occhi miei?

OSMINO

Ninfa, che mai fec'io?

MORASTO

Soffrir più non potrei.

ELPINA

Del tutto io già t'oblio.
Chi non provò nel sen gran gelosia
non sa che sia
dolor.

MORASTO, LICORI

E pur vien di leggér

in cor ch'ama da ver.

OSMINO, ELPINA

E poi si fa talor
disdegno, odio, furor.

Ballo di Marinari ch'escono dalle navi.

ATTO TERZO

Scena prima

Deliziosa piena di fiori.
Narete, Licori ed Elpina.

ELPINA

Or vedi tu, Licori,
s'anche qui ci son fiori?

LICORI

Elpina, in questo

empio scoglio e funesto anche un bel fiore
a me sol spira orrore.
I nostri verdi colli,
e 'l chiaro ruscelletto
che gorgogliando ne discende, ognora
mi stanno innanzi e gli occhi lagrimosi
non chiudo al sonno mai, ché non mi sembri
ne' vaghi prati o ne' boschetti ombrosi
fra le mie bianche agnelle
tesser ghirlande ed intrecciar fiscelle.

ELPINA

Ma dì: non vogliam non sederci alquanto
su questo cespo erboso
e i dolor nostri raddolcir col canto?

NARETE

Ripugna il nostro stato al bel desiro.
O figlia, i nostri canti
a Sciro dènsi, deh serbiamgli a Sciro.

ELPINA

Cerva che al monte

lieta se n' corre,
cerca del fonte,
salta e trascorre,
pago sì fa il suo cor libertà.

Ma piaggia fiorita,

ameno boschetto,
erbetta gradita,
canoro augelletto
rallegrar chi n'è privo non sa.

Scena seconda

Oralto e detti.

ORALTO

O là fra voi raccolti
che machinate? Ognun si parta e sola
resti Licori.

ELPINA

Ahi che sarà?

NARETE

Signore,

sovvienti...

ORALTO

Ancor non parti?

Morto si' tu, s'un'altra volta il dico.

NARETE

Numi, voi custodite un sen pudico.

Scena terza

Oralto e Licori.

ORALTO

Ninfa, ben dir poss'io
che, quando in questa terra io te condussi,
condussi il foco nell'albergo mio.

ORALTO

Ben talor meco m'adiro,

e discaccio il molle affetto
dal feroce cor severo.

Ma che val? Nell'alma mia

-non saprei dir per qual via-
torna tosto quel desiro;
e qualora io ci rifletto,
mal mio grado e a mio dispetto
trovo te nel mio pensiero.

ORALTO

Però se a tua ventura
sai gir incontro, essa ti porge il crine;
ché dove gli altri in barbaro e lontano
suolo saran condotti,
tu, se a gradire ed a riamar t'appresti,
meco qui rimarrai,
e mia donna sarai.

LICORI

Tolgalo il ciel; del padre mio infelice
della sorella il fier destino anch'io
vo' più tosto seguir; mi tenti in vano.

ORALTO

Tu certo indegna sei
d'aver gli affetti miei;
certo fa grand'errore
chi far ti cerca onore.
Tu non t'accorgi ancor d'esser mia schiava,
tu non pensi che intero
ho sovra te l'impero
e ch'è sol cortesia
il chieder ciò ch'io posso
prendermi a voglia mia.

LICORI

Erri di molto; in serve membra io l'alma
sempre libera avrò; de le tue mani
può sempre uscir chi può del mondo uscire.
Sappi che già fermato ho nel mio core,
tosto ch'oltraggio meditar ti vegga,
di lanciarmi nel mare,
ove più cupo appare.

ORALTO

Tanto funesto ed odioso oggetto
io dunque, o iniqua, ti rassembro?

Scena quarta

Morasto e detto.

MORASTO

A tempo

per certo giunsi; in gran periglio i' veggo
Licori ed opportuno
ben è l'avviso che al corsaro io reco.
E che fa a sì grand'uopo
quel suo pastor ch'era pur ora seco?

ORALTO

Or vien, ch'io voglio trarti
in parte ove insegnarti...

MORASTO

Signore, in sottil legno
un messagger d'Alconte
pur ora è giunto.

ORALTO

In breve tu vedrai...

MORASTO

Ricca e non usata preda
offre la sorte; ma il messaggio anela
che sì tronchi ogn'indugio.

ORALTO

Ov'è egli? Seco

fa' ch'io parli; son pronto, eccomi teco.

Scena quinta

Licori, Elpina e Narete.

ELPINA

Pur ti lasciò colui
che più del lupo e più dell'orso io temo.
In quella fratta ascosa
rimirando mi stetti e ad ogni moto
mi palpitava il core.

LICORI

In così estremo,

padre, crudel periglio,
qual mai
mi dai,
qual prenderò consiglio?

NARETE

Fuggi, figlia, ed in quella occulta grotta
ad appiattarti corri;
va' seco, Elpina, lo rimaner qui voglio.

LICORI

Vado, sì, dove a te piace,

ma non spero aver mai pace;
corro sì, ma in ogni loco
di fortuna sarà gioco,
poiché meco ognor verrà
ira, amor, spavento e duol.

Ov'io vada, o padre amato,

il mio fato
ritrovar ben mi saprà,
benché ascosa ai rai del sol.

Scena sesta

Morasto.

MORASTO

Dal tiranno di Patmo
chiamato, Oralto or or si parte. Cieli,
questo, s'io qui rimango, è pur quel punto
che bramai sì. Ma se in mia man qui resta
Licori, e qual mai deggio
aspra pensar vendetta?
Ah ben lo so: dentro munita nave
lei co' suoi porre col suo vago e a Sciro
mandarla tosto, e dove il vento gira
girmene io solo in strana opposta parte
a viver sempre di dolore e d'ira.

MORASTO

Vanne, ingrata, e per vendetta

a me basti
che a conoscer sii costretta
di qual uomo ti privasti,
e che intenda a tuo sconforto
quanto è il torto
ch'or mi fai.

Nel mio cor sì generoso

nel mio petto si amoroso
quanto errasti,
troppo tardi allor vedrai.

Scena settima

Osmino e Narete.

OSMINO

Questo clamor di marinari, questo
affrettar di soldati
con presagio funesto
mi feriscono il cor. L'ora fatale
s'appressa forse che, quai vili armenti,
a vender tutti ci trarrà l'avaro,
crudel corsaro?

NARETE

A questo egli ci serba.

OSMINO

All'antro ov'è Licori
n'andrò; pria che sia presa,
spirerò in sua difesa.

NARETE

Pan, ch'ognun venera

qual dio possente,
quell'alma tenera
soccorri tu.

OSMINO

Pietà ti stringa

d'un'innocente
che di Siringa
leggiadra è più.

Scena ottava

Elpina e detti.

ELPINA

Padre, nel tenebroso orrido speco
Licori è già nascosta.
Io da prima v'entrai
tremante e paurosa
e lagrimava io già, quando Licori
mi fe' scoppiar in riso;
perché, seder credendo
sovra un macigno, in fresca onda che quivi
chetamente zampilla
tutta s'immerse. Il velo suo rimira
quant'è ancor molle e come ancora stilla.

NARETE

Età felice, che in ogni tempo
a rallegrarsi le voglie ha pronte.

Scena nona

Oralto, Morasto e detti.

ORALTO

Morasto, io parto; il collegato Alconte
a lui ratto m'appella. Il mio ritorno
oltre al secondo o forse al terzo giorno
non tarderà. Tu veglia intanto e attento
l'isola custodisci; anzi tutt'altro
costor rimetti in ceppi.
Ma la ninfa dov'è, ch'io di condurmi
t'imposi?

MORASTO

In van, signore,

l'ho ricercata in ogni parte, in vano
ho trascorso più volte
il bosco, il colle, il piano.

ORALTO

Narete, o là fa' tu che senza indugio
sia qui Licori; io meco
condur la voglio.

OSMINO, ELPINA

O dèi!

NARETE

Ahi, signor, che chiedesti!
A' sommi dèi piacesse
che tua far si potesse.
Pur or quando giungesti,
o acerbo caso! io distemprava in pianto
i miseri occhi miei.
O sventurata figlia!
Mira; ecco quanto mi riman di lei.

ORALTO

Questo è 'l suo velo.

NARETE

Insano impeto e cieco

occupò l'infelice,
che d'improvviso ascesa
de l'alto scoglio in cima
dove nereggia il più profondo flutto,
disperata lanciossi.
Accorremmo con strida,
ma oimè che sol la spoglia sua trovossi
galleggiar sovra l'onde:
mira com'è stillante.

OSMINO

Al cupo fondo

nelle sue veste involta
la misera fu tratta.

ELPINA

O sfortunata!

ORALTO

O stolta!

OSMINO

Ad avvisarla io corro.

(parte)

ORALTO

Dunque adempié costei con pazze voglie
la sua fiera minaccia? In cor di donna
tanto furor s'accoglie?

ORALTO

Perdo ninfa, ch'era una dèa,

e 'l suo prezzo, ch'era un tesor.

Vendicarmi,

disfogarmi,
turba rea,
al ritorno ben saprò.
Voi malnati allor farò
scopo e segno al mio furor.

Scena decima

Morasto, Narete ed Elpina.

MORASTO

Dite Elpina, Narete,
l'amaro caso è vero?
O pur finto l'avete?

NARETE

Donde mai tanto ardore?
Qual interesse ha in ciò costui?

ELPINA

Scoprire

dobbiamogli il fato o pur celare?

MORASTO

Ancora

sì crudeli mi siete?
Ancor mi sospendete?

MORASTO

Dite, oimè, ditelo al fine:

deggio viver o morir?

Sta mia vita in sul confine,

pronta è già l'alma ad uscir.

Scena undicesima

Licori, Osmino e detti.

LICORI

Grazie, o padre, agli dèi.

OSMINO

Già sale in nave

il fier corsaro, ei già discioglie e muove.

MORASTO

Ahi misero! Per me morta è Licori,
ma per altrui brillante è più che mai.

ELPINA

Ora l'armi e 'l comando
si restano a Morasto.

OSMINO

Ei nobil alma ha in seno
e cor gentile.

ELPINA

Il porci in libertade

è in suo potere. Pietà, signor, pietade.

NARETE

Fuggi quest'aspro scoglio,
lascia il crudo ladrone e vieni a Sciro.
Quivi di campi e di fecondi armenti
dovizia io ti prometto; e se a tua patria
girne di poi vorrai,
ricco e lieto v'andrai.

ELPINA

Non fu con tanta gioia accolto Alcide,
poiché di mostri e belve
purgate avea le selve,
con quanta esser tu puoi,
venendo a Sciro e conducendo noi.

ELPINA

Cento donzelle

festose e belle
t'incontreranno
con fronde e fior.

Con suoni e canti

lieti e brillanti
a te verranno
cento pastor.

LICORI

Deh fa' che tu ti pieghi,
se alcuna cosa ponno
o le lagrime o i prieghi.

MORASTO

Tu ancor mi prieghi? Tu, spietata ninfa?
Esser debb'io di tanto don cortese
a chi sì indegnamente
mi dileggiò, m'offese?
Dritto non fora in me andar pensoso
su la più fiera e più crudel vendetta?
Ma non temer Licori;
avanti l'alba in libertà sarai
e teco il tuo pastor che tanto adori.
N'andrai contenta a Sciro sì; ma sappi,
sappi infedel, che chi ciò ti concede
non è Morasto, è Osmino:
quell'Osmino, o crudel, a cui la fede
per romperla tu desti;
quegli, ingrata, cui tanto amar fingesti
al dolce tempo dell'età primiera.

ELPINA

O numi, qual portento!

LICORI

Padre, che fia? che sento?

MORASTO

Or vanne pur, né ti dia forse noia
il timore d'avermi ognor presente,
qual perpetuo rimprovero; la bella
e si da me già sospirata Sciro
in tant'odio or mi cade
ch'anzi che ad essa io trar prometto il piede
a l'iperboree estreme aspre contrade.

MORASTO

Fra inospite rupi

co' serpi e co' lupi
a viver men vo.

Pur ch'io pur non veggia

un'alma sì ingrata,
che infida e spietata
tradisce e dileggia,
contento io sarò.

LICORI

Ciel, tu m'assisti; al solo Osmino io sempre
nutrii fede ed amore,
né per altro segu'io questo pastore,
se non perch'ei pur or creder mi feo
esser Osmin d'Alceo.

MORASTO

Che intendo? O scellerato!
Dunque così mentire il nome ardisci?
Così inganni e tradisci? Io nel tuo sangue
farò...

NARETE

Ferma e t'accheta;

pongasi tutto in chiaro, udiamlo prima.

OSMINO

Io tutti chiamo in testimonio i dèi
che nulla finsi e ch'il mio nome è Osmino
e che quanto allor dissi, Elpina, a te
tanto dissero a me
quegli stessi corsar che appunto a Sciro
bambino mi rapiro.

NARETE

Dunque rapito a Sciro
tu fosti, e fur corsar che ti rapiro?
Ma quanto avrà che ciò segui?

OSMINO

Ben tosto

del quarto lustro il second'anno appressa.

NARETE

O provvidenza eterna,
ch'ogni cosa governa! Osmin d'Alceo,
parlare io posso appena,
Osmin d'Alceo e di Silvia
è questi sì, ma non il tuo, Licori.
Quei non fu da corsari, e non a Sciro
fu tolto: a Lemno e dai traci, e fu tolto
forse tre anni innanzi.

MORASTO

E che fingi tu mai?
Non ebbe Alceo più d'un Osmino.

NARETE

È vero,

ma i genitori tuoi,
dopo aver te perduto,
a Tirsi in fasce ancor nome cangiaro,
ed Osmin il chiamaro.

ELPINA

Fia questi adunque il fanciullin smarrito,
di cui la veste in molto sangue intrisa
nel bosco si trovò vicina al lito.

OSMINO

Forse quel sangue era d'un fido veltro,
del quale udii che, a gran fatica ucciso,
fu poi gettato in mar.

NARETE

Il tutto è chiaro.

Ma non vedete voi
che l'un negli occhi e nella fronte ha il padre,
l'altro nel labro tutta
ci ricorda la madre?

MORASTO

O sommi dèi,

per quali occulte vie
conducete i mortali!

LICORI

E a quanta gioia

serbaste i giorni miei!

LICORI

Dalla gioia e dall'amore

il mio seno è quasi oppresso:

questo è Osmino, io sento il core

farmi fede ch'egli è desso.

MORASTO

Così da morte a vita
in un punto risorgo.

OSMINO

A me germano

dunque, amico, tu sei.

ELPINA

Licori, il cielo

ti ristorò dalle sventure tue,
un Osmino perdesti
ne ritrovi due.

MORASTO

Al mio furore

deh perdona, cor mio;
tu vedi ch'ei non era altro che amore.

LICORI

E per voler te solo, io te sprezzai,
talché odiar mi facea lo stesso amore.
E se pur altri amai,
infedel mi facea la sola fede.

NARETE

Certo più fida ninfa il sol non vede.

LICORI

Ma perché porti tu quel fiero nome?

MORASTO

Posto mi fu dai traci.

ELPINA

O quanta a Sciro

porterem gioia e meraviglia, e come
saranci tutti intorno!

NARETE

Al buon Alceo

parmi veder giù per le crespe guance
di sua letizia in segno
le lagrime cader senza ritegno.

LICORI

Ma che indugiar? Diansi ben tosto a' venti
inclementi le vele,
ché periglioso è più del flutto infido
questo lido crudele.

MORASTO

Si, in questa notte istessa,
già che i numi alla fine il varco apriro,
questo scoglio si fugga
torni Sciro a Sciro.

(s'incamminano tutti per partire, e al parlar d'Elpina s'arrestano)

ELPINA

Ma non vegg'io nubi raccorsi e al cielo
parte velar della serena faccia?

LICORI

Pur troppo è ver, minaccia
tempesta e nembi d'improvviso velo.

OSMINO

Non però mai questo timor prevaglia
a quel d'Oralto che tornar potria.

MORASTO

Di questo a fronte leggér' cosa sia
e d'Euro e d'Aquilon l'aspra battaglia.

NARETE

No no, non tardiam già; sperar ci giova
ne l'alma dèa, che al cielo e all'aria impera;
e perché suo valor per noi si muova,
fervida a lui facciam volar preghiera.

NARETE

Te invochiamo, o Giunone; a te nel tempio

arderan l'are, penderanno i voti;

tu frena i venti insani e fa' che scempio

non osin minacciare a' tuoi devoti.

Partono e la scena si muta in orrida e tenebrosa montagna con bocca chiusa di grandissima spelonca. Segue sinfonia, dopo la quale comparisce da una parte Giunone sopra nuvole con corteggio d'Aure, che così parla:

GIUNONE

Da gli egri mortali

per schermo de' mali
al cielo preghiera
non mandasi in van.

A' patrii lor nidi

n'andranno i miei fidi,
ché d'aria sì nera
indarno si teme,
e in vano ora freme
lo strepito insan.

GIUNONE

Però ad Eolo ne vengo
c'ha in questo mondo ampio e superbo albergo,
perché a mio senno io voglio
ch'oggi de' venti suoi freni l'orgoglio.

Qui precipita la gran porta della grotta ed apparisce la reggia d'Eolo, lavorata nelle viscere del monte con ricchi ornamenti di natura e d'arte.

Ei si vede nell'ultimo fondo con gran turba di Venti, altri d'orrido, altri di grazioso aspetto. Segue bizzarra sinfonia, e fra tanto egli viene avanzando col suo accompagnamento.

GIUNONE

Amico nume, che se ben sotterra
incavernato stai,
in mare, in aria, in terra
sommo poter pur hai,
talché in questi tre regni
dir si può che tu regni,
da l'eterea magione
a te se n' vien Giunone.

EOLO

O del supremo Giove
consorte eccelsa, o arbitra del mondo,
qual mai cagion ti muove
a scender dalle stelle in questo fondo?
Leggér per certo non sarà disio,
ché qui non ti vid'io per fin da quando
fiero venisti ad intimar comando
contro l'Iliaca gente a te rubella
di scatenar procella.

GIUNONE

Mente diversa or qua mi tragge; stuolo
sacro al mio nonne solo ed a me caro
di feroce corsaro i ceppi sciolse,
e in ver la patria volse ardita prora.
Tu puoi far che in brev'ora i desiati
porti afferri, se a' fiati procellosi
tanto d'uscir bramosi argin tu metti,
e i tieni avvinti e stretti.

EOLO

Pronto eseguisco, al popol mio feroce
legge sarà tua voce.

EOLO

Spirti indomabili,

qual nuovo fremito?
Vano è l'orgoglio,
in queste orribili
due grotte rapidi
inabissatevi.
Sbucar non sperisi
per lungo spazio.
I ceppi ferrei
che giova mordere?
Sotto 'l mio imperio
qui convien fremere,

spirti indomabili.

Fa entrare i cattivi e tempestosi Venti in due gran caverne, che sono da l'una parte e da l'altra; poi ripiglia.

EOLO

E perché lieti a la bramata riva
giungan tuoi fidi, o diva,
eccoti in libertà leggiadri e snelli
i miti venticelli.

Qui si fanno avanti gli altri Venti che, salendo su le nuvole, ciascun di essi dà mano a una de l'Aure e, condottele in terra, formano insieme un ballo.

GIUNONE

Molto ti debbo, o re;
ma nuova grazia io bramo ancor da te.
Volgendo gli anni, nell'Italia bella
sappi che fian di questi miei pastori
su nobil scena armonica e novella
favoleggiati un giorno i casti amori.

GIUNONE

Per udir sì bei casi
in via porransi a stuolo
l'alme d'amor devote.
Non osino in que' di spiegare il volo
maligno Austro piovoso,
o Borea impetuoso;
ma Zeffiro d'amore anch'ei ripieno
l'aria renda soave e 'l ciel sereno.

EOLO

Non temer che splenderà

sovra l'uso in cielo il sol,
e per tutto riderà
d'erbe e fiori adorno il suol.

(si ripete dal coro)

GIUNONE

Ma giovar ciò non potrà

al meschin servo d'Amor,
perch'ei seco porterà
le procelle dentro il cor.

(si ripete dal coro)

Segue altro ballo, ora a tenor del suono, ora del canto di queste ariette.