L'ISOLA DISABITATA

Azione teatrale.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di

Pietro METASTASIO

Musica di

Franz Joseph HAYDN

Prima esecuzione:

6 Dicembre 1779, Esterháza


Personaggi:

COSTANZA moglie di Gernando / soprano

SILVIA di Costanza sorella minore / soprano

ENRICO compagno di Gernando / basso

GERNANDO consorte di Costanza / tenore






Argomento

Navigava il giovane Gernando colla sua giovanetta sposa Costanza e con la piccola Silvia ancora infante, di lei sorella, per raggiungere nell'Indie Occidentali il suo genitore, a cui era commesso il governo di una parte di quelle; quando da una lunga e pericolosa tempesta fu costretto a discendere in un'isola disabitata per dar agio alla bambina ed alla sposa di ristorarsi in terra delle agitazioni del mare. Mentre queste placidamente riposavano in una nascosta grotta, che loro offerse comodo ed opportuno ricetto, l'infelice Gernando con alcuni de' suoi seguaci fu sorpreso, rapito e fatto schiavo da una numerosa schiera di pirati barbari, che ivi sventuratamente capitarono. I suoi compagni, che videro dalla nave confusamente il tumulto, e crederono rapite con Gernando la bambina e la sposa, si diedero ad inseguire i predatori; ma, perduta in poco tempo la traccia, ripresero il loro interrotto cammino. Desta la sventurata Costanza, dopo aver cercato lungamente in vano lo sposo e la nave che l'avea colà condotta, si credé, come Arianna, tradita ed abbandonata dal suo Gernando. Quando i primi impeti del suo disperato dolore cominciarono a dar luogo al naturale amor della vita, si rivolse ella, come saggia, a cercar le vie di conservarsi in quell'abbandonata segregazion de' viventi; ed ivi dell'erbe e delle frutte, onde abbondava il terreno, si andò lunghissimo tempo sostenendo con la picciola Silvia, ed inspirando l'odio e l'orrore da lei concepito contro tutti gli uomini all'innocente che non li conosceva. Dopo tredici anni di schiavitù, riuscì a Gernando di liberarsi. La prima sua cura fu di tornare a quell'isola, dove aveva involontariamente abbandonata Costanza, benché senz'alcuna speranza di ritrovarla in vita.

L'inaspettato incontro de' teneri sposi è l'azione che si rappresenta.

Parte prima.

Sinfonia

ATTO UNICO

Scena prima

Parte amenissima di picciola e disabitata isoletta a vista del mare, ornata distintamente dalla natura di strane piante, di capricciose grotte e di fioriti cespugli. Gran sasso molto innanzi dal destro lato, sul quale si legge impressa un'iscrizione non finita in caratteri europei.
Costanza, vestita a capriccio di pelli, di fronde e di fiori, con elsa e parte di spada logora alla mano, in atto di terminare l'imperfetta iscrizione.

Recitativo

COSTANZA

Qual contrasto non vince
l'indefesso sudor! Duro è quel sasso,
l'istromento è mal atto,
inesperta la mano; e pur dell'opra
eccomi al fin vicina. Ah sol concedi
ch'io la vegga compita,
e da sì acerba vita
poi mi libera, o ciel. Se mai la sorte
ne' dì futuri alcun trasporta a questo
incognito terreno,
dirà quel marmo almeno
il mio caso funesto e memorando.

(legge l'iscrizione)

«Dal traditor Gernando
Costanza abbandonata, i giorni suoi
in questo terminò lido straniero.
Amico passeggero,
se una tigre non sei
o vendica o compiangi... i casi miei.»
Questo sol manca. A terminar s'attenda
dunque l'opra che avanza

(torna al lavoro)

Scena seconda

Silvia frettolosa ed allegra, e detta.

SILVIA

Ah germana! Ah Costanza!

COSTANZA

Che avvenne, o Silvia? Onde la gioia?

SILVIA

Io sono

fuor di me di piacer.

COSTANZA

Perché?

SILVIA

La mia

amabile cervetta,
in van per tanti dì pianta e cercata,
da sé stessa è tornata.

COSTANZA

E ciò ti rende

lieta così?

SILVIA

Poco ti pare? È quella

la mia cura, il sai pur, la mia compagna,
la dolce amica mia. M'ama, m'intende,
mi dorme in sen, mi chiede i baci, è sempre
dal mio fianco indivisa in ogni loco:
la perdei; la ritrovo; e ti par poco?

COSTANZA

Che felice innocenza!

(torna al lavoro)

SILVIA

E ho da vederti

sempre in pianti, o germana?

COSTANZA

E come il ciglio

mai rasciugar potrei?
Già sette volte e sei
l'anno si rinnovò da che lasciata
in sì barbara guisa,
da' viventi divisa,
di tutto priva e senza speme, oh dio!
Di mai tornar su la paterna arena,
vivo morendo: e tu mi vuoi serena?

SILVIA

Ma per esser felici
che manca a noi? Qui siam sovrane. È questa
isoletta ridente il nostro regno;
sono i sudditi nostri
le mansuete fiere. A noi produce
la terra, il mar. Dalla stagione ardente
ci difendon le piante, i cavi sassi
dalla fredda stagion; né forza o legge
qui col nostro desio mai non contrasta.
Or di', che basterà, se ciò non basta?

COSTANZA

Ah tu del ben, che ignori,
la mancanza non senti. Atta del labbro
a far uso non eri, o del pensiero,
quando qui si approdò; né d'altro oggetto
che di ciò che hai presente
serbi le tracce in mente. Io, ch'era allora
quale or tu sei, paragonar ben posso,
(Oh memoria molesta!)
con quel ben che perdei, quel che mi resta.

SILVIA

Spesso esaltar t'intesi
le ricchezze, il saper, l'arti, i costumi,
le delizie europee; ma con tua pace
questa assai più tranquillità mi piace.

COSTANZA

Silvia, v'è gran distanza
dall'udire al veder.

SILVIA

Ma pur le belle

contrade che tu vanti
d'uomini son feconde; e questi sono
la specie de' viventi
nemica a noi. Tu mille volte e mille
non mi dicesti...

COSTANZA

Ah sì, tel dissi, e mai

non te 'l dissi abbastanza. Empii, crudeli,
perfidi, ingannatori,
d'ogni fiera peggiori,
che sia pietà non sanno;
non conoscon, non hanno
né amor, né fé, né umanità nel seno.

(piange)

SILVIA

E ben, da lor qui siam sicure almeno.
Ma... tu piangi di nuovo! Ah no, se m'ami,
non t'affligger così. Che far poss'io,
cara, per consolarti?

(la prende per mano)

Brami la mia cervetta? Asciuga il pianto,
e in tuo poter rimanga.

COSTANZA

Ah troppo, o Silvia mia, giusto è ch'io pianga.

(abbracciandola)

Aria - Se non piange un'infelice

COSTANZA

Se non piange un'infelice,

da' viventi separata,
dallo sposo abbandonata,
dimmi, oh dio, chi piangerà?

Chi può dir ch'io pianga a torto,

se né men sperar mi lice
questo misero conforto
d'ottener l'altrui pietà.

(parte)

Alla replica dell'aria si vede passar di lontano a vele gonfie una nave, dalla quale scendono sul palischermo Gernando ed Enrico in abito indiano che sbarcan poi sul lido.

Scena terza

Silvia sola.

Recitativo

SILVIA

Che ostinato dolor! Quel pianger sempre
mi fa sdegno e pietà. Prego, consiglio,
sgrido, accarezzo, ed ogni sforzo è vano.
Ma l'enigma più strano è che, qualora
consolarla desio,
il suo pianto s'accresce, e piango anch'io.
Seguiamo almeno i passi suoi...

(nel voler partire s'avvede della nave)

Ma... quale

sorge colà sul mar mole improvvisa?
Uno scoglio non è. Cangiar di loco
un sasso non potrebbe. E un sì gran mostro
come va sì legger! L'acqua divisa
fa dietro biancheggiar! Quasi nel corso
allo sguardo s'invola:
porta l'ali sul dorso, e nuota, e vola!
A Costanza si vada:
ella saprà se un conosciuto è questo
abitator dell'elemento infido;
e almen...

(nel partire vede non veduta Gernando ed Enrico)

Misera me! Gente è sul lido.

Che fo? Chi mi soccorre? Ah... di spavento
così... son io ripiena...
che a fuggir... che a celarmi... ho forza appena.

(si nasconde fra' cespugli)

Scena quarta

Gernando, Enrico in abito indiano dal palischermo, e Silvia in disparte.

ENRICO

Ma sarà poi, Gernando,
questo il terren che cerchi?

GERNANDO

Ah sì; nell'alma

dipinto mi restò per man d'Amore,
e co' palpiti suoi l'afferma il core.

SILVIA

(Potessi almen veder quei volti.)

ENRICO

È molto

facile errar.

GERNANDO

No, caro Enrico; è desso:

riconosco ogni sasso. Ecco lo speco
dove in placido oblio con Silvia in braccio
lasciai l'ultima volta
la mia sposa, il mio ben, l'anima mia,
e mai più non la vidi. Ecco ove fui
da' pirati assalito:
qua mi trovai ferito,
là mi cadde l'acciaro. Ah caro amico,
ogn'indugio è delitto;
andiam. Tu da quel lato,
da questo io cercherò. L'isola è angusta;
smarrirci non possiam. Poca speranza
ho di trovar Costanza;
ma l'istesso terreno
ch'è tomba a lei, sarà mia tomba almeno.

(parte)

Scena quinta

Enrico, e Silvia in disparte.

SILVIA

(Nulla intender poss'io.)

ENRICO

Tenero in vero

è il caso di Gernando. Appena è sposo,
dée con la sua diletta
fidarsi al mar. Fra gl'inquieti flutti
languir la vede; a ristorarla in questa
spiaggia discende; ella riposa, ed egli
da barbari rapito,
tratto a contrade ignote,
in servitù vive tant'anni, e senza
notizia più del sospirato oggetto.

SILVIA

(Pur si rivolse al fin. Che dolce aspetto!)

ENRICO

Parla a ciascun l'umanità per lui,
l'obbligo a me. La libertà gli deggio,
primo dono del ciel. Spietato ogni altro
sarebbe; ingrato io sono
se manco a lui. D'abborrimento è degna
ogni anima spietata;
ma l'orror de' viventi è un'alma ingrata.

Aria - Chi nel camin d'onore

ENRICO

Chi nel camin d'onore

stanco sudando il piede,
per riportar mercede
d'un nobil sudor,

non palpita, non langue,

per lui spargendo il sangue,
e cento rischi, e cento
va lieto ad affrontar.

(parte)

Scena sesta

Silvia sola.

Recitativo

SILVIA

Che fu mai quel ch'io vidi!
Un uom non è: gli si vedrebbe in volto
la ferocia dell'alma. Empii, crudeli
gli uomini sono, e di ragione avranno
impresso nel sembiante il cor tiranno.
Una donna né pure: avvolto in gonna
non è come noi siam. Qualunque ei sia,
è un amabile oggetto. Alla germana
a dimandarne andrò... Ma il piè ricusa
d'allontanarsi. Oh stelle!
Chi mi fa sospirar? Perché sì spesso
mi batte il cor? Sarà timor. No; lieta
non sarei, se temessi. È un altro affetto
quel non so che, che mi ricerca il petto.

Aria - Fra un dolce deliro

SILVIA

Fra un dolce deliro

son lieta e sospiro:
quel volto mi piace,
ma pace non ho.

Di belle speranze

ho pieno il pensiero;
e pur quel ch'io spero
conoscer non so.

(parte)

Parte seconda.

Scena settima

Gernando solo affannato, indi Enrico.

Recitativo

GERNANDO

Ah presaga fu l'alma
di sue sventure. In van m'affretto; in vano
cerco, chiamo, m'affanno: un'orma, un segno
dell'idol mio non trovo. Ov'è l'amico?
Forse ei più fortunato... Enrico... Enrico?
Cerchisi... Oh dio, non posso: oh dio, m'opprime
la stanchezza e il dolor! Là su quel sasso
si respiri e si attenda...

(nell'appressarsi Gernando vede l'iscrizione)

Come! Note europee? Stelle! Il mio nome!
Chi ve l'impresse e quando?

(legge)

«Dal traditor Gernando
Costanza abbandonata, i giorni suoi
in questo terminò lido straniero...»
Io manco.

(s'appoggia al sasso)

ENRICO

Ah mi conforta!

Sai Costanza ove sia?

GERNANDO

(appoggiato al sasso)

Costanza è morta.

ENRICO

Come!

GERNANDO

Leggi.

(accennando l'iscrizione)

ENRICO

Infelice!

(legge piano le prime parole, e poi esclama.)

«I giorni suoi

in questo terminò lido straniero.
Amico passeggero,
se una tigre non sei
o vendica o compiangi...» Appien compita
l'opra non è.

GERNANDO

Non le bastò la vita.

(cade piangendo sul sasso)

ENRICO

Oh tragedia funesta! Ah piangi, amico;
le lagrime son giuste. Io t'accompagno,
t'accompagnano i sassi. Unico in tanto
dolor, ma gran conforto, è che rimorsi
almen non hai. Facesti
quanto da un uom richiede
e l'amore e la fede,
e la ragione e l'onestà. Non piacque
al ciel di secondarti. Or non ti resta
che piegar, come pio, la fronte umìle
ai decreti supremi; e, come saggio,
abbandonar questa crudel contrada.

GERNANDO

Abbandonarla! E dove vuoi ch'io vada?
Ove speri ch'io possa
più riposo trovar! Questo è il soggiorno
che il ciel mi destinò.

ENRICO

Ma che pretendi?

GERNANDO

Respirar, fin ch'io viva,
sempre quell'aure istesse
che il mio ben respirò; di questi oggetti
nutrire il mio tormento;
tornare ogni momento
questo sasso a baciar; viver penando;
compire il mio destino
col suo nome fra' labbri, a lei vicino.

ENRICO

Ah Gernando, ah che dici!
E la patria? e gli amici?
E il vecchio genitor?...

GERNANDO

L'ucciderei,

se in questo stato io mi mostrassi a lui.
Va'; per me tu l'assisti:
mi fido di te. Se del mio caso ei chiede,
raddolcisci narrando il caso mio.

ENRICO

E tu speri ch'io possa...

GERNANDO

Amico, addio.

Aria - Non turbar quand'io mi lagno

GERNANDO

Non turbar quand'io mi lagno,

caro amico, il mio cordoglio:
io non voglio altro compagno
che il mio barbaro dolor.

Qual conforto in questa arena

un amico a me saria?
Ah la mia nella sua pena
renderebbesi maggior!

(parte)

Scena ottava

Enrico solo.

Recitativo

ENRICO

Non s'irriti fra' primi
impeti il suo dolor. Merita il caso
questo riguardo; e s'ei persiste, a forza
quindi svellerlo è d'uopo. Olà. Dovrebbe
colà sul palischermo alcun de' nostri
trovarsi pure.

(escono due marinari)

ENRICO

Olà. Conviene, amici,

rapir Gernando. Ei, di dolore insano,
non vuol con noi partir. V'è noto il sito
dove colà fra' sassi
scorre limpido un rio? Selvoso è il loco,
e all'insidie opportuno. Ivi nascosti,
ch'egli passi aspettate,
e alla nave il traete. Udiste? Andate.

(partono i marinari)

Scena nona

Enrico innanzi dalla sinistra, Silvia indietro dal medesimo lato, avanzandosi verso la destra senza vederlo.

SILVIA

Dov'è Costanza? Io non la trovo. A lei
tutto narrar vorrei.

ENRICO

(la sente e si rivolge)

Che miro! Ascolta,

bella ninfa.

SILVIA

Ah di nuovo

tu sei qui!

(in atto di fuggire)

ENRICO

Perché fuggi? Odi un momento.

SILVIA

(dalla scena)

Che vuoi da me?

ENRICO

Solo ammirarti, e solo

teco parlar.

SILVIA

(dalla scena)

Prometti

di parlarmi da lungi.

ENRICO

Io lo prometto.

(Che sembiante gentil!)

(scostandosi)

SILVIA

(avvicinandosi)

(Che dolce aspetto!)

ENRICO

Ma di tanto spavento
qual cagione in me trovi? Al fin non sono
un aspide, una fiera. Un uomo al fine
render non ti dovria così smarrita.

SILVIA

(turbandosi)

Un uom sei dunque?

ENRICO

Un uom.

SILVIA

(fugge spaventata)

Soccorso! Aita!

ENRICO

Ferma.

(la raggiunge e la trattiene)

SILVIA

Pietà, mercé! Nulla io ti feci:

non essermi crudel.

(inginocchiandosi)

ENRICO

(la solleva)

Deh sorgi, o cara:

cara, ti rassicura. Ah mi trafigge
quell'ingiusto timore.

SILVIA

(Ch'io mi fidi di lui mi dice il core.)

ENRICO

Di', se cortese sei come sei bella:
la povera Costanza
dove, quando restò di vita priva?

SILVIA

Costanza? Lode al ciel, Costanza è viva.

ENRICO

Viva! Ah Silvia gentil, ché al sito, agli anni
certo Silvia tu sei, corri a Costanza.
A Gernando io frattanto...

SILVIA

Ah dunque è teco

quel crudel, quell'ingrato?

ENRICO

Chiamalo sventurato,

ma non crudele. Ah, non tardar: sarebbe
tirannia differir le gioie estreme
di due sposi sì fidi.

SILVIA

Andiamo insieme.

ENRICO

No; se insieme ne andiam, bisogna all'opra
tempo maggior. Va. Qui con lei ritorna;
con lui qui tornerò.

(in atto di partire)

SILVIA

Senti: e il tuo nome?

ENRICO

(come sopra)

Enrico.

SILVIA

(con affetto)

Odimi. Ah troppo

non trattenerti.

ENRICO

Onde la fretta, o cara?

SILVIA

Non so. Mesta io mi trovo
subito che mi lasci; e in un momento
poi rallegrar mi sento allor che torni.

ENRICO

Ed io teco vivrei tutti i miei giorni.

(parte)

Scena decima

Silvia sola.

SILVIA

Che mai m'avvenne! Ei parte
e mi resta presente? Ei parte, ed io
pur sempre col pensier lo vo seguendo?
Perché tanto affannarmi? Io non m'intendo.

Aria - Come il vapor s'ascende

SILVIA

Come il vapor s'ascende

in aria a poco a poco,
così l'ardente foco
s'accresce nel mio cor.

Oimè, che fuoco orribile,

che fiera smania è questa;
tiranno Amor, t'arresta,
non tanta crudeltà.

(parte)

Scena undicesima

Costanza sola.

Aria - Ah che in van per me pietoso

COSTANZA

Ah che in van per me pietoso

fugge il tempo e affretta il passo:
cede agli anni il tronco, il sasso;
non invecchia il mio martir.

Non è vita una tal sorte;

ma sì lunga è questa morte,
ch'io son stanca di morir.

(finita la seconda parte dell'Aria, s'abbandona a sedere sopra un tronco alla sinistra, e ripete sedendo la prima parte)

Recitativo

COSTANZA

Giacché da me lontana
l'innocente germana
mi lascia in pace, al doloroso impiego
torni la man.

(torna al lavoro)

Scena dodicesima

Gernando e detta.

Arietta - Giacché il pietoso amico

GERNANDO

(senza veder Costanza)

Giacché il pietoso amico

lungi ha rivolto il passo,
quell'adorato sasso
si torni a ribaciar.

Recitativo

GERNANDO

(la vede)

Ma... Chi è colei?

Donde venne? Che fa?

COSTANZA

Tu sudi, e forse

resterà sempre ignoto,
infelice Costanza, il tuo lavoro.

GERNANDO

Costanza! Ah sposa!

(l'abbraccia: Costanza si rivolge e lo riconosce)

COSTANZA

Ah traditore! Io moro.

(sviene sopra il sasso)

GERNANDO

Mio ben!... Non ode. Oh dio!
Perdé l'uso de' sensi. Ah qualche stilla
di fresco umor... dove potrei... Sì; scorre
non lungi un rio; poc'anzi il vidi... E deggio
l'idol mio così solo
abbandonar? Ritornerò di volo.

(parte in fretta)

Scena tredicesima

Enrico, e Costanza svenuta.

ENRICO

Ignora il caro amico
le sue felicità. Da me s'asconde;
rinvenirlo non so... ma su quel sasso
una ninfa riposa!

(s'appressa e l'osserva)

Silvia non è; dunque è Costanza. Oh come
ha pien di morte il volto!

COSTANZA

(comincia a rinvenire)

Aimè!

ENRICO

Costanza?

COSTANZA

(senza guardarlo)

Lasciami.

ENRICO

Ah del tuo sposo

vivi all'amor verace.

COSTANZA

(come sopra)

Lasciami, traditor, morire in pace.

ENRICO

Io traditor! Non mi conosci.

COSTANZA

Oh stelle!

(si rivolge e lo guarda con ammirazione e spavento)

Gernando ov'è? Tu non sei più l'istesso?
Ho sognato poc'anzi, o sogno adesso?

ENRICO

Non sognasti e non sogni. Il tuo Gernando
vedesti, a quel che ascolto:
di lui l'amico or vedi.

COSTANZA

E mi ritorna innanzi? Ei che ha potuto
lasciarmi in abbandono!

ENRICO

Ah l'infelice

non ti lasciò, ma fu rapito.

COSTANZA

Quando?

ENRICO

Quando immersa nel sonno

tu colà riposavi.

(accennando la grotta)

COSTANZA

Chi lo rapì?

ENRICO

Di barbari pirati

un assalto improvviso. Ei si difese,
ma, nella man ferito,
perdé l'acciaro; il numero l'oppresse,
e restò prigionier.

COSTANZA

Ma sino ad ora...

ENRICO

Ma sino ad or non ebbe
libero che il pensiero; e a te vicino
col suo pensier fu sempre.

COSTANZA

Oh dio, qual torto,
mio Gernando, io ti feci!

ENRICO

Eccolo al fine

sciolto da' lacci: eccolo a te. Ritorna
fido e tenero sposo
a renderti il riposo,
a calmare il tuo pianto,
a viver teco ed a morirti accanto.

COSTANZA

Ah mio Gernando, ah dove sei?

(incamminandosi alla sinistra)

ultima

Silvia dalla destra e detti; indi Gernando dal lato medesimo.

SILVIA

Costanza,

Costanza? Il tuo Gernando
in van cerchi colà. Per te poc'anzi
quinci al fonte affrettossi, ed assalito
ritornar non poté.

(accennando alla destra)

COSTANZA

Stelle! Assalito?

Da chi? Perché?

ENRICO

Perdona;

il fallo è mio. Perch'ei ti tenne estinta
e qui restar volea, rapirlo a forza
a' nostri imposi.

COSTANZA

Andiamo

a toglierlo d'impaccio.

(vuol partire)

SILVIA

Aspetta: io tutto

già lor spiegai.

COSTANZA

Che aspetti ancor? Tant'anni

non attesi abbastanza? È tempo, è tempo
che di mia sorte amara
io trovi il fine.

(rivolgendosi per partire si trova fra le braccia di Gernando)

GERNANDO

In queste braccia, o cara.

COSTANZA

Ed è vero?

GERNANDO

E non sogno?

COSTANZA

Gernando è meco?

GERNANDO

Ho la mia sposa accanto?

ENRICO

Quegli amplessi, quel pianto,
quegli accenti interrotti
mi fanno intenerir.

SILVIA

(va ad Enrico)

Che pensi, Enrico?

Di te Gernando è più gentile. Osserva
com'ei parla a Costanza:
e tu nulla mi dici.

ENRICO

Eccomi pronto,

se pur caro io ti sono,
a dir ciò che tu vuoi.

SILVIA

(tenera e lieta molto)

Se mi sei caro?

Più della mia cervetta.

ENRICO

E ben, mi porgi

dunque la man: sarai mia sposa.

SILVIA

Io sposa?

Oh questo no! Sarei ben folle. In qualche
isola resterei
a passar solitaria i giorni miei.

COSTANZA

No, Silvia, il mio Gernando
non mi lasciò: tutto saprai. Non sono
gli uomini, come io dissi,
inumani ed infidi.

SILVIA

Quando Enrico conobbi, io me ne avvidi.

COSTANZA

A torto gli accusai. Dell'error mio
or mi disdico.

SILVIA

E mi disdico anch'io.

(porgendo la mano ad Enrico)

Quartetto - Sono contenta appieno

COSTANZA

Sono contenta appieno,

appresso al caro bene
mi scordo le mie pene,
mi scordo il sospirar.

GERNANDO

Che più sperar poss'io

or che il mio ben trovai,
accanto a suoi bei rai
io resto a giubilar.

SILVIA

Se del mio core i moti,

caro, vedessi oh dio,
vedesti, idolo mio,
quanto ti sappia amar.

ENRICO

Prendi d'amore in pegno,

cara, la man di sposo;
più fido ed amoroso
di me non puoi trovar.

COSTANZA, GERNANDO

Di due cori innamorati

serba Amore i lacci amati.

SILVIA, ENRICO

Ne' soffrir ch'entri lo sdegno

il tuo regno a disturbar.

GERNANDO

Cari affanni...

COSTANZA

Dolci pene...

GERNANDO

Ah Costanza!...

COSTANZA

Caro bene!

ENRICO

Silvia cara!

SILVIA

Oh, quai contento.

ENRICO

Cara sposa.

SILVIA

Oh, bel momento.

TUTTI

Oh giorno fortunato,
oh giorno di contento!
Andiamo le vele al vento,
andiamo a giubilar.