IL POTESTÀ DI COLOGNOLE

Dramma civile rusticale.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.
Da qui accedi alla versione estesa dell'opera.

Libretto di

G. A. MONIGLIA

Musica di

Jacopo MELANI

Prima esecuzione:

5 Febbraio 1657, Firenze


Personaggi:

ANSELMO potestà di Colognole, padre di Isabella / contralto

ISABELLA / soprano

CREZIA bambina tenuta in casa di Anselmo / altro

GORA vecchia nutrice d'Isabella, madre della Tancia / altro

TANCIA / altro

Leonora, sotto nome di LISA creduta sorella della Tancia e figliuola della Gora, ma veramente figliuola di Odoardo / contralto

ODOARDO giudice del potestà / tenore

DESSO tartaglia gobbo servitore d'Anselmo / tenore

LEANDRO / tenore

BRUSCOLO servitore di Leandro / tenore

FLAVIO / basso

CIAPO contadino di Flavio / altro

MORO monello / altro


Coro di Musici.
Truppe di Sbirri. - Truppa di Contadini soldati del paese.
Truppe di più Personaggi nella fiera.
Truppe di Contadini sul prato della villa di Flavio.
Ballo di Contadini, e Contadine.

Il dramma si rappresenta nel villaggio di Colognole.

Prefazione

Questo dramma civile rusticale fu il primo componimento giocoso, che uscisse dalla penna del suo autore, e lo compose per comandamento del serenissimo principe cardinale Giovanni Carlo de' Medici suo signore. Ebbe la fortuna d'esser rappresentato nell'apertura del sontuosissimo Teatro de' signori accademici Immobili sotto la protezione della medesima a. rev.; egli sortì tanto aggradimento, che gli restò per sempre il nome del Famoso potestà di Colognole; e non si recita commedia in qualunque genere in Firenze, che non se ne rinnovi la memoria, come del più giocondo, e più dilettevole dramma che udito vi si sia. Lo mise in musica il signor Jacopo Melani, del quale parla gloriosamente la fama; fu accompagnato da vaghi e ricchi adornamenti, balletti, abbattimenti, varietà di scene, con la veduta rappresentativa d'una fiera così numerosa di popolo, di botteghe d'ogni sorte di mercanzie, che rapiva gli occhi, e l'animo de' circostanti; le recite furono molte, e molte con un concorso pienissimo più una volta che l'altra, non solamente di persone della città e dello stato tutto, ma eziandio di paesi lontani, contribuendo molto all'applauso la somma virtù, e grazia de i recitanti. Ma perché in qualsisia genere di rappresentazione, l'osservare il costume del personaggio che s'introduce tanto nel parlare, che nell'operazioni, è 'l maggiore obbligo che sia imposto dalle buone regole della poetica a quei tali, che di ben comporre s'industriano, onde loro la più difficile fatica risulta, incontrerannosi nel leggere questo dramma molte voci proprie a i contadini delle nostre ville, le quali non saranno intese da chi non è nativo di Firenze, però si è stimato molto a proposito per facilitarne l'intelligenza, porre nel fine del dramma la dichiarazione non solamente de i vocaboli ma de i proverbi ancora, e dettati rusticali.

Il presente componimento scenico è stato rappresentato in diversi luoghi. Fu replicato in Firenze alla venuta del serenissimo arciduca Ferdinando Carlo d'Austria nel Teatro de' signori accademici Infuocati, in Bologna, in Pisa, ed in altre città della Toscana.

Argomento

Anselmo Giannozzi cittadino fiorentino, essendo potestà in Colognole, aveva seco condotto Isabella sua figliuola unica, della quale invaghitosi Leandro, giovane d'onesta nascita, ardentemente desiderava le di lei nozze, ma per esser'egli povero, Anselmo non v'acconsentì fin tanto, che per le bizzarre invenzioni di Bruscolo, servo di Leandro, non si dette a credere (essendo vecchio, e semplice, e avaro) che Leandro fosse oltre misura facoltoso sopra ogni altro gentiluomo della sua patria.

ATTO PRIMO

Scena prima

Villaggio di Colognole con la veduta di varie ville d'ogni intorno.
Isabella, Lisa.

ISABELLA

Son le piume acuti strali

ad un sen, nido d'amore.
Del riposo sotto l'ali
non ha quiete 'l suo dolore;
misera star non ponno
quest'occhi aperti al pianto, e chiusi al sonno.

LISA

Che stravaganza è questa?

pria che spunti l'aurora,
come vi siate desta?
Oh che strani capricci,
casca la guazza ancora,
torniamo a casa, che ci guasta i ricci.

ISABELLA

Messaggiera fedele

d'una carta amorosa,
che nel suo nero esprime
d'una candida fé note loquaci,
vanne a Leandro mio,
prendi, parti, ritorna; osserva, e taci.

LISA

Ben cento volte, e cento
il vostro genitor tutto adirato
vietovvi amar costui; deh vi sovvenga
che beffarsi del padre è gran peccato.
Pigliate il foglio.

ISABELLA

Eh Lisa

non hai provato amore,
se le colpe in amor danni, e correggi;
tiranneggiando un core,
vuol soggetto ogn'impero alle sue leggi;
vanne a Leandro.

LISA

Appena

son tre giorni, che venni
(benché nata in paese)
da nov'anni finiti ad abitarlo;
che bambina mi prese
vostro padre, e con voi
(lo rimeriti il ciel) fece allevarmi;
Leandro io non conosco.

ISABELLA

Aurate chiome,

nere pupille porta il mio tesoro,
e nel ciel del suo volto
vibran soli notturni i raggi d'oro,
pendon vermiglie piume
da' crini suoi fregio d'alati arcieri,
onde volano accesi i miei pensieri.
Ivi l'attendi, e vedi
de' suoi be' lumi al gemino splendore,
che da più vaga sfera
partir non puote un amoroso ardore.

Scena seconda

Lisa.

LISA

Ah pur troppo il conosco,
lo vidi, ed in un tratto
arsi per lui; se crede
Isabella ch'io porti
questa carta, s'inganna; no alla fé;
dar non mi voglio la scure sul piè.
Se nacqui contadina,
ho genio a farmi nobile;
forse 'l ciel mi destina
a miglior sorte, ché fortuna è mobile;
nel scoprire a Leandro
il mio sincero affetto,
libera vo' parlar senza rispetto.

LISA

Se d'amor un cor legato

è soggetto alla vergogna,
per morirsi disperato,
altro mal non gli bisogna.

Se Cupido cieco sta,

i rossori non apprezza;
la modestia fugge, e sprezza,
mentre sempre nudo va;
tenta in van chi presume
di far onesto un nume,
ché per dolce fallire al mondo è nato.

Se d'amor un cor legato

è soggetto alla vergogna,
per morirsi disperato,
altro mal non gli bisogna.

Scena terza

Ciapo, Flavio.

CIAPO

Padrone gli annual vanno sì magheri,
ch'io son tutto sgomento.
Il grano è pretto golpe, e poi nell'orto
s'enno perso i carcioferi, e gli spagheri;
non mignola un ulivo,
chi non ha 'l cor di preta
non puote star giulivo.

FLAVIO

Lascia 'l dolerti, attendi
a ben servirmi, il cielo
per me non fassi avaro;
io bramo sovvenirti, e che paventi?
Ma dimmi, come suole
Isabella il mio sole
spesso vagar per questi prati?

CIAPO

Uh, uhi,

o sur'el ciuco, o a piede,
che, chene su quest'aia
da imo a sommo valicar si vede.

FLAVIO

Le parli?

CIAPO

O signor fine,

l'è dignevole, e brulla.

FLAVIO

Ed in che tempo

suol qui portarsi?

CIAPO

Fate,

fatevi conto la ci viene a ugni otta.

FLAVIO

Vanne, e sagace osserva
quando di casa parta; indi a me torna
con dirmi ove soggiorna.

CIAPO

Ecc'un sovvallo

per mezzo die mi sciopera,
e vammi sotto un'opera.

Scena quarta

Flavio.

FLAVIO

Benché certo di morire,

pur scoprire
voglio 'l duol sin'or celato:
bocca chiusa e cor piagato
son la morte del gioire.

S'io vi provo severe, o luci belle,

di me potrete dire,
aspirando alle stelle,
fortuna ti mancò, ma non ardire.

Benché certo di morire,

pur scoprire
voglio 'l duol fin'or celato;
bocca chiusa e cor piagato
son la morte del gioire.

Scena quinta

Lisa, Flavio.

LISA

Ecco Leandro; ah no; ben l'assomiglia;
bionde chiome, occhio nero,
penna rossa al cappello,
la fortuna m'aiuta,
dirò scambiato aver questo da quello.
Signor, pigliate.

FLAVIO

E chi la carta invia?

LISA

La signora Isabella.

FLAVIO

E che m'impone?

LISA

Legga vosignoria.

FLAVIO

Prendi.

(le dà un maniglio)

LISA

Troppo favore;

io me lo goderò per vostro amore.

Scena sesta

Flavio.

FLAVIO

Ad aprir questa carta,
se fervido desio mie brame appresta
pavido gelo i miei pensieri arresta.
Leggasi, che più tardo? O fortunate
sparse lacrime mie,
se nel seno di lei pietà trovate.
Con amorosi accenti a sé mi chiama,
cor mio, che più si brama?

Scena settima

Flavio, Leandro.

LEANDRO

Flavio, tanto veloce?

FLAVIO

Leandro mio godete,
se di salda amicizia a voi mi stringe
indissolubil nodo,
godete, mentre io godo.

LEANDRO

Palesatemi, o caro,
onde gioia maggior tragga 'l mio petto,
la cagion del diletto.

FLAVIO

In fin pietosa

in dovuta mercede
alla mia pura fede
corrispondente amor dona Isabella;
con queste note a sé ratto mi chiama,
cor mio, che più si brama?

LEANDRO

Perfida lessi, e spiro?
Vivano i vostri affetti,
quali a voi gli desio.

FLAVIO

Godete a' miei diletti; amico, addio.

Scena ottava

Leandro.

LEANDRO

Così dunque, crudele,
oltraggi chi t'adora?
O d'un'alma infedele
tropp'altero rigore,
se spergiura d'amore
vanti tua ferità ne' miei tormenti,
di soavi contenti
co' finti detti tuoi
a che bearmi 'l seno?
Bella tiranna, vuoi,
t'intendo sì, che sia
colma d'affanni ognor l'anima mia,
più dolente in soffrire
dopo un finto goder vero martire.
Sovra 'l banco di speranza
mentre fido i miei contenti,
con moneta di tormenti
cambia amor la mia costanza.
Deh guarda, mio cor,
nelle fiere d'amor poco scaltrito,
chi troppo crede, al fin resta fallito.

Scena nona

Tancia.

TANCIA

S'io miro il volto del mio bel Ciapino,

parmi vedere il ciel d'amore in terra,
s'io non veggo, vonne a capo chino.

Dentro al mio cuore ho un trambustio di guerra,

egli ha filosomia di cittadino,
tante le cilimonie in sé rasserra.

Egli è un anno, e piue, che mi gaveggia,

e vuommi ben da vero, e non dileggia.

Ho pur la poca voglia

di lagorare, e s'io l'ho a dire schietta,
l'amor sì mi trascina,
che da sera a mattina
mi tiene scioperata;
da quella serenata,
che Ciapino m'ha fatto,
emmisi fitto a un tratto
il mal nemico addosso,
io ho più spine al petto, ch'un rosaio,
e più punture, che non ha un vespaio.

Ma la padrona viene,

voglio studiarmi un poco; io la vo' dire,
lagoro a mal'incorpo; il contadino,
perché 'n giolito viva il cittadino,
dura fatica per impoverire.

Scena decima

Isabella, Tancia.

ISABELLA

Verde prato, se fremente
il rigor d'austro nemboso
ogni pompa a te rapì,
mentre april sparse ridente
d'erbe e fior nembo odoroso,
di smeraldo t'arricchì;
tra 'l gioir,
tra 'l languir natura è instabile,
sol il tormento mio non è mutabile.

TANCIA

Il ciel vi salvi, e guati.

ISABELLA

È tornata Lisetta?

TANCIA

Signora none; uh l'è pur ben'affetta!

ISABELLA

Che vai facendo?

TANCIA

Poco,

per aver manco; che gammurra! ell'ene
tutta tutta d'ariento; e quei capegli,
cappizzi, gli enno begli;
dio ve la dia a godere
questa vesta sfoggiata;
fan pur il bel vedere
que' cappi rossi, e gialli
messi per tutto uguali!
In fatti que' coralli
paion corbezzoloni madornali.

ISABELLA

Lunge da gemme, ed ori,
anelante 'l mio core
della tua povertà brama i tesori.

TANCIA

Non ve lo credo affene,
ché chi non ha, non ene.

ISABELLA

Mendicando ristoro
all'amoroso affanno,
povera di gioir, ricca di pene,
lagrimar mi conviene,
mentre del viver mio troncan lo stame
d'avaro genitor l'accese brame.

TANCIA

A dir v'avete lie
anco 'l damo rattratto?
Egli è desso maniato;
in così poco lato
bigna pur che stia scomido.

ISABELLA

A' miei veri dolori
porgon lieve conforto
questi finti colori.

TANCIA

Io mi strabilio; e come
ci s'egli fitto?

ISABELLA

Tancia,

dimmi, vorresti aver così Ciapino?

TANCIA

Il ciel me ne deliberi,
ch'arei a far d'un damo sì piccino?
Sentite: il popol vuole,
e buzzica gagliardo,
che questo vostro damo
(ma fiasi per non detto)
abbia grand'amistà con Macometto.

ISABELLA

Eh, che son bizzarrie.

TANCIA

Dico ell'enno malie.
Chi lo fa me' di mene,
di su le veglie per virtù d'ancanti
delle fanciulle fa sparir che chene;
la Tonia è viva, e verde,
la stiè un mese smarrita,
e per la gran pagura,
quand'a casa tornoe rimescolata,
la s'ebbe a medicar per uppilata.
Abbiateci avvertenzia,
acciò, che quest'amore
non faccia progiudizio alla scoscienzia.

ISABELLA

E non t'avvedi ancora,
che del mio ben nel volto
splende sotto uman velo
raggio divino accolto,
e non s'uniron mai l'inferno, e 'l cielo?

Scena undicesima

Tancia.

TANCIA

Non c'è da ficcar chiodo,
predica quanto vuoi,
la l'intende a suo modo;
se non fa ben, ch'io rucoli;
amor è cosa dolce quanto 'l mele,
ma se c'entran gli scrupoli,
doventa amaro più, che assenzio e fiele.

Scena dodicesima

Desso, Tancia.

DESSO

Sorte mia, se la natura
mi stampò leggiadro, e snello,
di sì nobile fattura
ruppe subito il modello;
simile a mia beltà
non ci fu, né ci, ci, ci.

TANCIA

Adesso crepa.

DESSO

Né ci.

TANCIA

Il più scondito di costui.

DESSO

Né ci, ci.

TANCIA

A cercar ogni villa, ogni città,
non fu nel mondo mai.

DESSO

Né ci sarà.

TANCIA

O bene.

DESSO

E certo bene

parlai, ma se talora
ste, ste, stento un pochetto
esplicando il concetto,
è la facondia mia, che 'n un viluppo
mille parole scocca,
che poi tutte furiose
fanno agli urtoni nell'uscir di bocca.

TANCIA

Vo' dargli un po' di baia
con farlo cinguettare.

DESSO

Allora, o Tancia,

che volse la fortuna,
ch'io girassi a te, te,

TANCIA

Ho pur preso lo scrocchio.

DESSO

a te, te, te, te, te, te,

TANCIA

Che ti caschi la lingua.

DESSO

a te, te, un occhio,

subito fece amore
nella galera sua schiavo il mio core.

Scena tredicesima

Ciapo, Tancia, Desso.

CIAPO

Di vetta a quel burrone
io vidi pur, che gli erino.

TANCIA

Vo' dargli un po' di pasto.

CIAPO

Soppiatto nel macchione
vo' sentir ciò, che dichino.

TANCIA

Io non son vostra pari,
ed il mio cuor sta affritto,
al fin farae quel che nel cielo è scritto.
Per mene io v'amoroe,
affin che fiato avroe,
e la mia fede è schietta.

CIAPO

Deh, rozza malidetta.

DESSO

Labbri leggiadri,
occhiucci ladri,
non bramo più;
dal sen, che struggesi,
quest'alma fuggesi,
prendila tu.

TANCIA

Mi vuoi tu ben da vero?

DESSO

E ben ragione

cor mio, amando me,
che brami ancor'io sì,
io sì, sì, sì.

CIAPO

Non ci vo' più star sotto.

TANCIA

Meschina a mene, ecco Ciapino.

DESSO

Sì, sì.

CIAPO

Io vo' fare una sciarra.

DESSO

Io sì, sì, sì.

CIAPO

Ti tengo per un furbo, intendi eh?

DESSO

Io sì, sì, sì, io similmente te.

CIAPO

Son galantuomo, sai?

DESSO

E con chi, chi, chi l'hai?

TANCIA

Gli ha preso pelo.

CIAPO

E che sì, ch'io lo sdruco;

i la mastuco male, i la mastuco;
é me', ch'io me la colga.

TANCIA

Addio signore.

DESSO

Che bisbiglia costui?

CIAPO

La nostra signoria
rest'è in palazzo per servir la vostra.

TANCIA

Mostra, Ciapino, mostra:
tu 'ngrugni eh costolone?

CIAPO

Non ho io l'accasione?

TANCIA

Signore con licenza:
odi, se ti sei sdegno,
perch'io parlavo seco,
fa' pur la pace meco,
perch'io brullavo.

CIAPO

O come,

come la sta cosine,
non c'enno più ruvine.

TANCIA

Desso, totela in pace,
sei vago e bello, è vero;
ma però più di te Ciapin mi piace.

CIAPO

Totene pur lo 'mpaccio,
che quest'è per mio piatto; addio, gobbaccio.

Scena quattordicesima

Desso.

DESSO

Tu me la pagherai;
s'io son gobbo, e tu brutto, a tutti due
ha fatto la natura un grave oltraggio,
a me sopra le spalle, a te ne, ne, ne,

Scena quindicesima

Bruscolo, Desso.

BRUSCOLO

Tolga a me l'oro e l'argento,

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

di fortuna 'l fiero sdegno,

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

fin che 'n testa chiudo ingegno,

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

non tem'io morir di stento,

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

pazz'è ben chi non fa con modi scaltri,

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

quando non ha del suo, tor di quel d'altri.

DESSO

a te, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

Desso.

Che fai?

DESSO

ne, ne,

BRUSCOLO

Che stento!

Quanto mi muove a riso!

DESSO

a te, ne, ne, ne, ne, ne,

BRUSCOLO

Che ti venga la rabbia.

DESSO

A te nel viso.

Bruscolo, adess'è tempo d'aiutarmi.

BRUSCOLO

Bel modo di pregarmi!
che t'occorre?

DESSO

Poc'anzi

la Ta, Ta, Ta,

BRUSCOLO

Ta, Ta, Ta,

DESSO, BRUSCOLO

la Ta, Tarata, Ta, Ta,

(Bruscolo burlando sul Ta, Ta, suona la tromba)

BRUSCOLO

O che spasso.

DESSO

la Tancia

appunto in questo lato
m'ha ben co, co, co, co,

BRUSCOLO

Che dirai?

DESSO

con bel modo

tirato su, credendo,
che di me viva amante,
e poi ma ba, ba, ba, ba,
ba, ba, ba, ba,

BRUSCOLO

Che t'ha?

DESSO

ma ba, ba, ba,

BRUSCOLO

Baciato?

DESSO

oibò, ma ba, ba, ba, ba,

BRUSCOLO

Bastonato?

DESSO

né meno, ma ba, basta;
son qui per vendicarmi;
e poi con un villano
ridendo si partì presa per mano.

BRUSCOLO

O che semplicità!
Lasciar tanta beltà? Ma per tuo bene,
che far dev'io?

DESSO

Bisogna,

che tu con il demonio
spinga costei, che meco
faccia un indiavolato matrimonio.

BRUSCOLO

Sempre qualche merlotto
intoppa nella rete: oggi vedrai,
per gran virtù di magica fattura,
prodigi di natura.
Ma che robe son queste?

DESSO

Il mio padrone,

il potestà del luogo,
per un par di galline
che spe, spesso dà il torto a chi ha ragione,
dianzi mandommi in fretta
su pe, pe, pe, pe, pe, per questi colli,
dove pose sentenze a mieter polli.

BRUSCOLO

Affé, s'io non m'inganno
questi alle gotte sue mal non faranno.
Ma per formar l'incanto,
entriamo in casa.

DESSO

Aspetta.

BRUSCOLO

Che fai?

DESSO

Piglio la cesta.

BRUSCOLO

Di che temi?

Un folletto n'ha cura;
lo vuoi veder?

DESSO

No, no, mi fi, fi, fido,

e tremo di paura.

BRUSCOLO

Entra.

DESSO

Tu, tu,

BRUSCOLO

Passa.

DESSO

tu,

tu, tu, tu, tu,

BRUSCOLO

Va' dentro.

DESSO

tu, tu,

BRUSCOLO

Scoppia.

DESSO

Tu prima.

BRUSCOLO

Adesso vengo.

DESSO

E io ta, ta,

BRUSCOLO

O come

giunge a tempo il sovvallo! Un affamato
se ruba per campar, non fa peccato.

Scena sedicesima

Bruscolo.

BRUSCOLO

L'uom, che per necessità

di mangiar toglie al compagno,
l'elemosina si fa;
se del ciel fassi guadagno,
quando al prossimo si giova,
vedesi ben a prova il merto espresso,
non s'ha prossimo suo più che sé stesso;
mi perdoni 'l potestà,
s'io mi fo la carità.

L'uom, che per necessità

di campar toglie al compagno,
l'elemosina si fa.

Scena diciassettesima

Desso, Bruscolo.

DESSO

e io ta, ta, ta, ta, t'aspetto qua.

Scena diciottesima

Leandro.

LEANDRO

In grembo a Dori,

tremula l'onda,
d'austro a' rigori
mobile fronda
vantisi pur costante,
più che fermezza in sen di donna amante.

Del tempo alato

rapido piede,
d'Egeo sdegnato
volubil fede,
vantisi pur costante,
più che fermezza in sen di donna amante.

Scena diciannovesima

Isabella, Leandro.

ISABELLA

Leandro?

LEANDRO

Ingrata!

ISABELLA

E quali

avvelenati strali
vibra la vostra bocca?

LEANDRO

Perfida sempre scocca
da quei labbri mendaci,
sirena lusinghiera, accenti infidi;
se di novello affetto,
che vi s'annidi in petto,
scherzo la mia costanza, empia, pensate,
o quanto v'ingannate;
naufrago in mar d'amore
se ben langue 'l mio core,
mentre della ragion splendon le stelle,
sa schivar le procelle;
tra le sirti d'inganno
su su dunque cor mio non anco assorto
fuggi le scille, e ti ricovra in porto.

Scena ventesima

Isabella.

ISABELLA

Lassa, che fo? Che veggio?
Sogno, veglio, o vaneggio?
Voi d'amoroso foco
accesi spirti miei,
dalla fede dell'alma,
onde morte trionfi, omai partite,
se mi fugge il mio ben, da me fuggite.

ISABELLA

Lungi dall'idol mio

sfortunati pensieri
che volete ch'io speri?
Con mentito gioir
il mio vero martir più non tradite;
se mi fugge 'l mio ben, da me fuggite.

Dal mio seno infelice

che bramate, affannati
amori disperati?
Consolando 'l mio cor,
fugati dal dolor, mesti languite;
se mi fugge 'l mio ben, da me fuggite.

Scena ventunesima

Flavio, Isabella.

FLAVIO

E pur del vostro volto
su l'amoroso cielo,
finora, o cara, a' miei pensier rubelle,
d'ogni più lieto aspetto
prodighe vengo a rimirar le stelle.

ISABELLA

Flavio, senza speranza
chi nudre amore in sen, di senno è privo.

FLAVIO

Perché spero, sol vivo.

ISABELLA

Cada nel vostro petto
dal mio sdegno immortal vinto l'affetto.

FLAVIO

Che 'ncostanza!

ISABELLA

È fermezza.

FLAVIO

Or mi brama, or mi sprezza.

ISABELLA

Sempre oggetto di morte
fummi il vostro sembiante.

FLAVIO

Sì, ma benigna sorte
di me vi fece palesare amante.

ISABELLA

Che temerario orgoglio!
Mente ch'il dice.

FLAVIO

È veritiero un foglio.

ISABELLA

Che dite?

FLAVIO

I vostri ardori

uniformi conferma a' miei desiri.

ISABELLA

Flavio, adesso v'intendo; i vostri amori
son cangiati in deliri.

Scena ventiduesima

Flavio.

FLAVIO

Pur tropp'è vero,

per cruda beltà
il nudo arciero se penar ci fa,
dal nodo di ragione, alle sue voglie
mentre ci lega 'l seno, il senno scioglie.

Quel cor ch'adoro

con sincera fé,
sempre languendo, se non ha mercé,
fiero amor, se non fugge i propri mali,
posegli i dardi al seno, e al senno l'ali.

Scena ventitreesima

Desso, Bruscolo.

BRUSCOLO

Niente di più pretendo,
mille grazie ti rendo.
Per dovunque tu voglia, in ogni lato
la Tancia troverai
pronta ad amarti, ora che sei incantato.

DESSO

Ma do, do, do, do, do, dov'è la cesta?

BRUSCOLO

Il folletto cortese,
per torti la fatica,
in mano al tuo signor l'ha consegnata.

DESSO

Oh che gente garbata!

BRUSCOLO

Fin qui cammina bene:
Desso, ti sono schiavo.

DESSO

In ricompensa

di quanto per me fa, la sua persona
è d'affronti sicura,
tutta, tutta, è per lui la mi, mi, mi, mi,
la mi, mi, mi, mi, mi, la mia bravura.

Scena ventiquattresima

Gora.

GORA

Povertade e vecchiezza? O quest'è troppo.

Crudo ciel pur sei contento
di rapirmi ogni tesoro;
delle chiome è perso l'oro,
nella borsa non ho argento;
se fuggita la bellezza,
senza scorta di ricchezza,
quest'età
per corso natural a cader va,
sol per precipitar trova ogn'intoppo.

Povertade, e vecchiezza? O quest'è troppo.

Non bastava empio destino,
del mio mal non mai satollo,
torre a' labri 'l bel rubino,
ch'i monil togliesti al collo,
se sparita la vaghezza,
senza scorta di ricchezza
quets'età
per corso naturale a cader va,
corre a precipitarsi di galoppo.

Povertade e vecchiezza? O quest'è troppo.

Scena venticinquesima

Bruscolo, Gora.

BRUSCOLO

L'incontro è fortunato;
Gora, che fate?

GORA

Piango

le mie sventure.

BRUSCOLO

Almeno,

perch'io possa giovarvi,
ditemi la cagione.

GORA

L'asin del mio padrone,
dopo una servitù
nella mia gioventù di ben trent'anni,
e la Tancia, e la Lisa
perch'io conduca a onore
non vuol prestarmi un soldo. O guarda affanni!

BRUSCOLO

Né vi manca ch'argento?

GORA

E ti par poco?

BRUSCOLO

Delle vaste miniere
dell'adusto Perù,
farò, che Belzebù
vi dia l'oro in potere.

GORA

Dio me ne guardi; l'ho per ricevuto,
come c'entra peccato, io lo rifiuto.
A chi vive con fede,
o tardi, o accio, so che 'l ciel provvede.

BRUSCOLO

Parlai per farvi bene;
se non ebbi fortuna,
pazienza, addio.

GORA

Deh senti;

ma dato, e non concesso,
ch'io ci volga il pensiero,
riuscirà poi vero?

BRUSCOLO

Il temerne è pazzia.

GORA

Sol per veder s'io ti trovo in bugia,
ma non già per errare,
ho voglia di provare.

BRUSCOLO

Per Macone vi giuro
che l'incanto è sicuro.

GORA

Quando avrai le monete?

BRUSCOLO

Pria, che 'l sol vadi a sotto; or che direte?

GORA

Comanda ancora a me.

BRUSCOLO

(Qui l'aspettavo.)

Vorrei così ad un tratto,
quando vi venga fatto,
che di Leandro agli amorosi affetti
voi piegassi Isabella.

GORA

Se a praticarti duro,
io mi danno sicuro.
Troppo innanzi sei corso,
ci ho un tantin di rimorso.

BRUSCOLO

È modesto l'amore,
la desidera sposa.

GORA

Eh, non può stare;

non ha pan da mangiare.

BRUSCOLO

Nella dote confida.

GORA

Bisogna pur ch'io rida: egli non sa
che quel che piglia donna per bisogno
di molesti pensieri
s'aggrava il capo per necessità.

BRUSCOLO

Non pensate tant'oltre.

GORA

Chi va per la via retta,
vuol la coscienza netta.

BRUSCOLO

Se l'intenzione è buona,
gli errori inavveduti il ciel perdona.

GORA

La ragione è potente.

BRUSCOLO

Che dite?

GORA

Io t'avrò a cuore;

addio.

BRUSCOLO

Resto contento.

GORA

Sarà moneta d'oro, o pur d'argento?

BRUSCOLO

Doppie nuove.

GORA

T'ho inteso.

BRUSCOLO

Grand'avarizia!

GORA

Ma saran di peso?

BRUSCOLO

Che pazienza! squisite.

GORA

Io mi ti raccomando.

BRUSCOLO

È pensier mio.

GORA

Non sian di contrabbando,

e di stampa corrente.

BRUSCOLO

A' nostri guai

corrono sì, che non s'arriva mai.

Scena ventiseiesima

Notte.
Piazza del borgo di Colognole con la veduta della potesteria, prigione, e portici, e casa del Potestà.
Leandro, coro di Musici, truppa di Soldati e Contadini.

LEANDRO, CORO

Sotto notturno cielo

d'una fede tradita
al flebil suon d'armoniosi accenti
all'aure risonar fate i lamenti;
d'una bella infedele
rimproverate l'incostanza; e intanto
alle lagrime mie s'adegui 'l canto.

Qui suonano una sinfonia.

Scena ventisettesima

Anselmo a un finestrino, Leandro, coro di Musici, truppa di Soldati.

ANSELMO

Così mezzo tra 'l sonno

m'è parso di sentir un bisbiglio;
voglio chiarirmi, e poi
gli aggiusterò ben io.

DUE DEL CORO

Di Nereo cerulee l'onde

tra le spume
fur feconde.

Di quel nume

di Citera sul lido,
che produsse 'l bel Cupido.

ANSELMO

Son chiaro; in fede mia,

quest'è una serenata;
né si rispetta la potesteria?

UNO DEL CORO

Delle rapide piume

di quell'alato arciero,
che 'n mezzo a' rai dell'una e l'altra stella
della vaga Isabella
vanta 'l suo vasto impero,
ha più mobil l'infida il suo pensiero.

ANSELMO

Canton per mia figliuola? O quest'è il caso,

furbacci, adesso, adesso
mi leverò le mosche intorno al naso.

(parte)

TRE DEL CORO

Placida Teti,

tra' suoi tesori
alletta i cori;
ma sovra i curvi abeti,
perché fede non ha,
ogni cor avido,
fattosi pavido,
fugge la sua beltà.

Scena ventottesima

Leandro, coro di Musici, truppa di Soldati, Contadini, Anselmo su la porta, truppa di Sbirri.

ANSELMO

Olà, olà, famigli,

correte su, correte,
ognun di lor si pigli,
si mettino in segrete.

Qui segue un abbattimento tra' Soldati e gli Sbirri, e finisce l'atto primo.

ATTO SECONDO

Scena prima

Anselmo, Odoardo.

ANSELMO

Dovresti avermi inteso,
vo' formarne processo.

ODOARDO

Contro chi?

ANSELMO

Contro loro,

contro i musici.

ODOARDO

E come,

se non c'è noto il nome?
Non l'ammette 'l digesto,
lo proibisce 'l testo.

ANSELMO

Il potestà son io,
la voglio a modo mio, o quest'è bella;
non m'importa né testo, né scodella.
S'hanno a impiccar sicuro.

ODOARDO

Chi?

ANSELMO

Musici in malora.

ODOARDO

I musici chi sono?

ANSELMO

E s'addottora

gente tanto balorda?
I musici son musici.

ODOARDO

Ma dove

posson trovarsi?

ANSELMO

Al luogo

dove i musici stanno.

ODOARDO

Ch'ignoranza inaudita!

ANSELMO

Mandategli a citare.

ODOARDO

Allor, ch'io veda

apparir qualch'indizio,
gli chiamerò in giudizio.

ANSELMO

Questa in vero è garbata;
è dottore, e non sa chi questa notte
fece la serenata.

ODOARDO

Che personaggio egregio
da mandare in governo!

ANSELMO

Parente, voi, e 'l vostro privilegio
siate do buoi, e se nun fusse ch'io
rimedio a vostri errori,
non correrebbe una sentenza retta.

ODOARDO

Così appunto va detta.

ANSELMO

Di castigarli intendo.

ODOARDO

Gli conosceste?

ANSELMO

O buono.

ODOARDO

Dite dunque chi sono?

ANSELMO

Musici, e cento.

ODOARDO

O capo da sassate.

ANSELMO

Quanto v'insegno più, manco imparate.
Oggi di dargli bando
certo mi vo' sgarire.

ODOARDO

In sì crassa ignoranza mi confondo;
bisognerà bandire
la musica dal mondo.

ANSELMO

E né manco l'intende.

ODOARDO

O che pazzia!

Vuol castigare un reo, né sa chi sia.

ANSELMO

Nella sua balordaggine sta sodo.

ODOARDO

È un perdere 'l cervello;
oprate a vostro modo.

Scena seconda

Anselmo.

ANSELMO

Per tutto questo giorno
non mi venite intorno;
in cambio darmi aiuto, mi dà noia;
so essere a un bisogno
potestà, messo, spia, famiglio e boia.

Scena terza

Ciapo, Anselmo.

CIAPO

Messer 'l ciel vi guati
la vostra signoria,
e la mantenga gaia;
emmi stato qui mando un cavalletto,
che mi dice, ch'io appaia;
io son bell'e apparuto.

ANSELMO

Voi siete il ben venuto;
quest'è in causa de' musici.

CIAPO

L'è fiaba

ch'io fussi questa notte
con certi musichieri qui vicino
a strimpellar a zonzo il citarrino.

ANSELMO

Per non istar più a bada
voglio anco esaminarlo nella strada,
tiralo su.

CIAPO

Fa' piano,

ti pappi la rovella;
messere, e' m'arrandella;
ohi, ohi, e' mi si sbarbica
un braccio, e' mi si tribbia 'l nerbo, e l'osso;
i' non ci posso stare, i' non ci posso.

ANSELMO

Di' su; chi son coloro
ch'han fatto 'l bell'umore?

CIAPO

Che mi fori l'assillo,
se 'n pretta veritane i posso dillo;
ohi, ohi, messere abbiate compassione,
mi si fiacca 'l codione.

ANSELMO

Se tu v'eri presente?

CIAPO

Ohi, ohi, voi ne mentite per la gola,
perch'io ingollai a merenda
un bricin di pulenda,
e sotto il sol m'appollicai in tul letto.

ANSELMO

Morirai sul tormento,
se non confessi 'l vero;
qui si tratta l'onor di casa mia,
vanne di sotto la potesteria.

CIAPO

Se qualch'un non mi scioglia,
oimene, io moio, fatemi calare.
Bucegli mia, chi brucherà la foglia?
Capponi mia, chi vi darà beccare?

ANSELMO

Dove sono i capponi?

CIAPO

A casa mia.

ANSELMO

Son buoni?

CIAPO

Scusiti rari.

ANSELMO

Grassi?

CIAPO

Tutti sugna, messere.

ANSELMO

A farvi sopra

o vermicelli o riso
sarebbe un bocconcin da paradiso.
Scendilo.

CIAPO

Ohi, ohi, i son divinculato.

ANSELMO

Senti; di que' capponi,
per quietare il notaio,
portane più d'un paio.

CIAPO

Guato con me' disgusto,
che spesso ser Donato
rompe il capo a ser Giusto.

Scena quarta

Anselmo.

ANSELMO

Finalmente in paese,
per farsi ben volere,
bisogn'esser cortese.

Scena quinta

Desso, Anselmo.

DESSO

Or ch'io son incantato,
vi giuro alla fé
d'amor disperato,
belle donne per me ben proverete
che tutte cre, cre, cre, cre,

ANSELMO

Il mio bel manigoldo,

DESSO

cre, cre, cre, cre,

ANSELMO

se modo di servir non muterete,

DESSO

cre, cre, cre,

ANSELMO

tra poco...

DESSO

Cre, creperete.

ANSELMO

Creperai tu, furfante; io ben tra poco
ti manderò in galera;
dove sono i regali
che dovevi portar fino iersera?

DESSO

Eh, padroncino diletto,
so ben che 'n propria mano
ve gli ha dati 'l folletto.

ANSELMO

Che 'mbroglio è questo?

DESSO

È un co, co,

ANSELMO

Dimmi, che pensi?

DESSO

Co, co,

ANSELMO

ora ficcarmi 'n testa?

DESSO

Un co, un corno.

ANSELMO

O questa

ci calza.

DESSO

Io so, ch'i polli

vi son venuti in mano.

ANSELMO

Adesso, adesso,

o tu gli troverai,
o in prigione anderai.

Scena sesta

Desso.

DESSO

A questo vecchio avaro,
ch'ognun tratta da pollo,
mentre chi gli va intorno sempre pela,
la vo' far veder io ben in ca, ca, ca,
ca, ca, ca, ca, ca, ca, ben in candela.

Scena settima

Tancia.

TANCIA

Un disgusto in amor è un boccon aghero;

senza colpa, né peccato,
han carpato
il mio Ciapo, e fitto là,
sallo il ciel quando uscirà;
che genia vitiperosa!
Ogni mosca alfin si posa
sul groppone al caval maghero;

un disgusto in amor è un boccon aghero.

Scena ottava

Lisa, Tancia.

LISA

Tancia, Tancia.

TANCIA

Sorella,

la Tancia c'è per poco,
se non ci pon riparo,
e del certo e del chiaro
il batticuor l'ammazza.

LISA

Eh, povera ragazza,
come pianger ti veggio?

TANCIA

La non mi può ir peggio.
Il mio damo è in prigione.
Tu, che sai di crianza, e di ladrino
favella col padrone,
che me lo metta fuora il poverino.

LISA

Lasciane a me 'l pensiero: io ti prometto.

TANCIA

A far l'erba t'aspetto.

Scena nona

Lisa.

LISA

Che bisbetico male è 'l mal d'amore!

chi ci perde la sanità,
ogni giorno peggio sta,
e mai non muore;

che bisbetico male è 'l mal d'amore!

Scena decima

Odoardo, Lisa.

ODOARDO

Pur troppo vedo verità espressa,
che da fortuna è la virtude oppressa!

LISA

Signore io vi domando,
per grazia, e per giustizia,
mentre però, che 'n lui non sia malizia,
la libertà di Ciapo.

ODOARDO

In sì vaga fattura,
quanto scherzò natura!

LISA

S'ho usato impertinenza,
mi scusi dell'ardire;
risponda in carità vostr'eccellenza.

ODOARDO

Che brio! Che maestà! Tanto splendore
vibra in un punto solo
all'occhio 'l lampo, e le sue fiamme al core.
Quanto chiedi otterrai;
quanto vuol, tutto può beltà sì rara.

LISA

Al bisogno, signor, son bella poco.

ODOARDO

Che ti manca?

LISA

La dote;

ed usa in questi tempi manigoldi
un po' manco bellezza, e un po' più soldi.

ODOARDO

Puote bensì senza bramare argento
ogni avaro cuore,
delle gioie d'amore,
sol possedendo te, viver contento.

LISA

L'oro, che su' capelli
(e sian pur biondi e belli) lustra e splende,
tropp'è scarso, signor, se non si spende.

ODOARDO

Che prontezza sagace!
O che spirto vivace!
Lisa, 'l tuo vago aspetto,
che in sé tutte d'amor le pompe aduna,
tributario si fé nobile affetto;
augure ti son io d'alta fortuna.

Scena undicesima

Lisa.

LISA

La fortuna per me

non si trova, e più non c'è:
l'è d'accordo con Cupido,
perch'io peni notte, e dì;
dal mio pianto, e dal mio grido
l'uno, e l'altro si fuggì;
mio core or ti consola,
va' seguendo chi vola.
Quando gli giungerai?
Rispondi: mai, mai;
mai eh?

La fortuna per me

non si trova, e più non c'è.

Scena dodicesima

Isabella, Lisa.

ISABELLA

Lisa, come opportuna
ti incontro a' miei desiri!

LISA

Che m'imponete?

ISABELLA

Quando

a Leandro porgesti
la mia carta, che disse?
Si turbò? Venne lieto?

LISA

Amor soccorri,

se di fraude prodotto al mondo sei,
tu pur gli inganni miei.
Signora, alfin bisogna
dar bando alla vergogna,
e ch'io le dica schietta;
quella carta fu letta,
ma subito strappata in mille pezzi;
e poi con ghigni, e vezzi,
con dolci paroline,
con scherzi e con muine,
con promesse, minacce, il vostro amato
di me scoprissi (oimè mi sento 'l viso
diventare una fiamma) innamorato.

ISABELLA

Che parli?

LISA

Il vero; e poi

volse per forza ancora
darmi questo maniglio; ma signora
tenetelo segreto.
E ch'importa, ch'ei v'ami?
Pronti potete a seguir vostre voglie
aver più dami voi, che maggio foglie.

ISABELLA

Parti, Lisa, e mi lascia
per breve tempo quel maniglio.

LISA

E bene,

e volentieri; addio, signora. Vedo
a quel ch'io so, e a quel che gli altri fanno,
che van sempre congiunti amore, e inganno.

Scena tredicesima

Isabella.

ISABELLA

Se non giova esser fedele,

alma mia lascia l'amare;
il bell'idolo crudele,
se la costanza tua non sa placare,
fuggi, deh fuggi, amore,
se non brami immortale il mio dolore.

Lascia omai sincero affetto

desiar vaghezza infida,
delle gioie del mio petto
adorare è destin l'empio omicida.
Segui, deh segui amore,
e si brami immortale 'l mio dolore.

Scena quattordicesima

Leandro, Isabella.

LEANDRO

Misero, per dovunque il passo giro,
oggetti sol di pianto
il mio tormento consolar rimiro.

ISABELLA

La suave cagione
de' vostri amati affetti
per me questo v'invia;
sciolta da' vostri amori,
le catene vi rende; or le prendete;
quant'io godo per voi, per lei godete.

Scena quindicesima

Leandro.

LEANDRO

Ferma 'l passo, ove vai
bella sfinge d'amore?
All'incauto mio core
enigmi troppo ascosi a scioglier dai.
Ma, lasso, ove s'aggira
il mio folle pensiero?

Troppo comprendo 'l vero;
fu di Flavio il maniglio, e dal suo braccio
pender il veddi cento volte e cento;
per accrescer tormento al mio cordoglio,
come soave laccio
del suo petto l'infida a me lo porge;
quindi, aperto si scorge
da queste gemme, o dio,
quanto faccia 'l suo cuor, tra gli ori avvezzo,
della mia povertà fiero disprezzo.

LEANDRO

Gran tormento è povertà.

D'avara bellezza
s'un cor mendico un dì schiavo diviene,
se l'oro non spezza
le dure catene,
non speri mai goder la libertà;

gran tormento è povertà.

Tra barbari impacci

l'infelice mio cor stretto si vede.
Per torlo da' lacci,
tesoro di fede
nel regno d'amore possanza non ha;

gran tormento è povertà.

Scena sedicesima

Boschetto nel villaggio di Colognole.
Desso.

DESSO

Nel giuoco di fortuna
per cercar mia ventura
vo' mescolar le carte,
son be, be, bello, e bravo di natura,
e mi son fatto ri, ricco per arte.

Scena diciassettesima

Bruscolo, Desso.

BRUSCOLO

Fin che la non si scopre
ogn'uno è galantuomo.

DESSO

Amico, appunto

frettoloso ti cerco.

BRUSCOLO

È scoperto l'imbroglio;
hai veduto la Tancia?

DESSO

No.

BRUSCOLO

Respiro:

la dolente ragazza
chiama per ogni strada 'l tuo bel nome,
ratta ti cerca, e per trovarti impazza.

DESSO

Oh che gusto! ma senti;
a negozio maggiore,
ch'alle burle d'amore,
il mio sublime ingegno fa passaggio.

BRUSCOLO

L'abito in che ti vedo
richiede il buon viaggio.

DESSO

Bruscolo, se tu vuoi,
adess'è 'l tempo, ed aiutarmi puoi.

BRUSCOLO

Comanda pure, et ad un cenno solo
muovo tutto per te l'inferno a volo.

DESSO

Ci bisogna prestezza.

BRUSCOLO

Parla.

DESSO

Ora mi spedisco, e questa volta

vuol giovarmi d'aver la li, li, li, li,

BRUSCOLO

La che?

DESSO

la li, li, li, li,

BRUSCOLO

Per isbrigarti presto,
che linguaggio squisito!

DESSO

la li, li,

BRUSCOLO

La che?

DESSO

la li, li, li, li,

li, li.

BRUSCOLO

Che gente stolta!

DESSO

Gioverammi d'aver la lingua sciolta.

BRUSCOLO

Né manco un Cicerone.

DESSO

Sappi ch'al mio padrone
in ta, ta, tanto argento
rubai scudi trecento.

BRUSCOLO

Oh che burla leggiadra!
Ma dove gli hai riposti?

DESSO

In quel fardello;

e portar gli vorrei
in Alemagna, dove è un mio fratello,
che mi somiglia tutto
nel viso, e nelle rene,
ma non pa, pa, pa, parla tanto bene.

BRUSCOLO

Il viaggio è lontano,
perigliosi i confini.

DESSO

Però con un incanto
liberar mi vorrei dagli assassini.

BRUSCOLO

Come ci casca bene! in men d'un giorno,
e per strada sicura,
arriverai senza pagar vettura.

DESSO

E co, co, co, co, come?

BRUSCOLO

Sopra un cavallo alato.

DESSO

Per aria?

BRUSCOLO

A mezzo cielo.

DESSO

Ma quando?

BRUSCOLO

In questo punto.

DESSO

Non più dunque si tardi.

BRUSCOLO

Fa di mestiere solo,
perch'a' raggi del sole
non resti acciecato,
tener l'occhio bendato:
per non guastar l'incanto,
se chiamato per nome tu sarai,
non gli risponder mai;
quivi giunto, il destriero
ti posa 'n terra, e prima, ch'ei si muova,
smonta, apri gli occhi, e 'l tuo fratel ritrova.

DESSO

Venga 'l cavallo.

BRUSCOLO

Prima

bendati gli occhi.

DESSO

Sono in tuo potere.

(Bruscolo benda gli occhi a Desso)

BRUSCOLO

Piango la tua partenza.

DESSO

Non anderò.

BRUSCOLO

Va' pur; se per tuo bene

io ti devo lasciar, avrò pazienza:
or conduco 'l cavallo.

DESSO

O quante, o quante

nel vedermi così,
con la Tancia per me che tanto ardea,
direbber ecco lì
il bendato fanciul di Citerea.

BRUSCOLO

Eccomi Desso.

DESSO

Ed io son pro, pro, pronto.

BRUSCOLO

Già ti tengo la staffa.

DESSO

Ed io mo, monto.

BRUSCOLO

La valigia qui lego: ora sta bene;
adesso muove l'ali: addio.

DESSO

Ti resto

obbligato per sempre.

(Bruscolo tira in aria Desso)

BRUSCOLO

Quanto più sferzerai,
più presto arriverai.

DESSO

Scrivimi qualche volta,
che nu, nu, nu, nu, nu, nulla ti costa:
per risponderti solo,
ti giu, giuro imparar leggere apposta.

BRUSCOLO

Sei già lontano un miglio; Desso, addio.

DESSO

Vo più forte del vento;
a pe, pena lo sento.

BRUSCOLO

Non mentisce 'l dettato,
rubò per altri, ed egli sta impiccato.

Scena diciottesima

Desso.

DESSO

Che ventura,
se la dura,
senza pagar mai l'oste,
andar in Alemagna per le poste.

Scena diciannovesima

Ciapo, Desso.

CIAPO

Talor la granocchiella nel pantano
per allegrezza canta qua, quarà,
tribbia il grillo tre, tre, tre,
l'agnellino be, be, be,
l'assiuolo uhu, uhu, uhu,
ed il gal cucchericu;
ogni bestia sta gaia. Io sempre carico
di guidaleschi, a ugni otta mi rammarico.

DESSO

Che viaggiar felice
senza punto straccarsi!

CIAPO

Guata, guata,

l'è ben ridiculosa:
che stormenti enno quegli? Gobbo; gobbo,
rispondi, che t'arrapoli?

DESSO

Sto saldo

per non guastar l'incanto.

CIAPO

Almanco parla,

che ti pappi 'l rabbione.

DESSO

Che te, tentazione!

CIAPO

Io non son Ciapo,

s'io non ti svigno la pazzia dal capo.

(taglia corda, e Desso cade)

Scena ventesima

Desso.

DESSO

Come son giunto presto!

Scena ventunesima

Bruscolo, Desso.

BRUSCOLO

E che fracasso è questo?
Desso è caduto.

DESSO

Or è ben ch'io mi sciogli.

Leverò quest'imbrogli,
il ciel provveda al resto.

Scena ventiduesima

Desso.

DESSO

O bel luogo, ch'è questo!
Affé, che be, be, be, che ben l'intese,
chi disse tutto 'l mondo è un paese:
Alemagna (o che gusto!)
par Colognole giusto.

Scena ventitreesima

Tancia, Desso.

TANCIA

Il me povero Ciapo
per sbucar di prigione...

DESSO

La Tancia in Alemagna?

TANCIA

...è bisognato

che lampanti do scudi al sere snoccioli,
che lo carpi un corbello di gavoccioli.

DESSO

Gran virtù dell'incanto!
Sol per venirmi dietro,
io giurerei, che Bruscolo ha pregato,
d'andare anch'ella sul cavallo alato.
Tancia, come sei giunta
in Alemagna a un tratto?

TANCIA

Manca i rulli, ecco il matto.

DESSO

Il viaggio è pur lungo.

TANCIA

Ora t'ho colto;

cacciator di Cupido, i bracchi hai sciolto.
Che cianci di Lamagna?
so ch'io sono in Colognole,
e or ora dal podere
ho colto un cesto di perecotognole.

DESSO

Bugia non ti direi,
noi siamo in Ale, le, le,

TANCIA

Dove?

DESSO

in Ale, le, le, le,

TANCIA

A perder questo tempo.

DESSO

in Ale, le, le,

TANCIA

Son più pazza di te.

DESSO

in Ale, le, le...

Scena ventiquattresima

Bruscolo, Desso.

BRUSCOLO

Gran fortuna è la mia

DESSO

In Ale, le, le, le,

BRUSCOLO

se non si scopre

oggi questa magagna.

DESSO

Noi siamo in Ale, le, le, in Alemagna.
Bru, bru, Bruscolo?

BRUSCOLO

Incontro maledetto!

DESSO

In que, que, queste parti?

BRUSCOLO

M'appiglierò al partito.

DESSO

E che fa, fai,

Bruscolo?

BRUSCOLO

Che pruschelle,

e che linquasce è quelle?

DESSO

Quest'è un alemagnese,
che Bruscolo somiglia;
ma non è maraviglia,
che sian gli uomini uguali,
se qua, qua, quasi simile è 'l paese.

BRUSCOLO

Spionasce di guerre,
jezzunder, jezzunder,
le votre teste in terre.

DESSO

Signor, per quel pochino
ch'io v'inte, te, te, tendo,
voi mi scambiate; io son un poverino
venuto in Alemagna
a cercar mio fratello Bernabò.

BRUSCOLO

Iò, iò, iò, iò; non scelme
amiche pernepò.
Iò, iò, iò, iò.

DESSO

Se la Tancia sentisse,

d'es, essere in Colognole del certo
gli uscirebbe la fre, fre, frenesia.

BRUSCOLO

Votre sincularia
venir, e lanzemain; io la riceper,
schilth mecher, e pefer.

DESSO

Compito forestiero!
Mi condurrete voi da Bernabò?

BRUSCOLO

Iò, iò, iò, iò, iò.

DESSO

Ed io

volentier il favor riceverò.

BRUSCOLO

Iò, iò, iò, iò, iò. Al certo
l'aggiusto; in una stanza
or or lo serro, e pane, e acqua un mese
gli hanno da far le spese.

Scena venticinquesima

Gora.

GORA

Mi va peggio un dì che l'altro;

al partir di gioventù
il diletto fuggì,
il bel tempo sparì,
per non tornar mai più;
la memoria del bel passato
è un tormento del mal presente;
contro forza d'avverso fato
nulla giovami ingegno scaltro;

mi va peggio un dì che l'altro.

Scena ventiseiesima

Flavio, Gora.

FLAVIO

Come benigna sorte
a voi mi scorge!

GORA

Almeno

fuss'io buona a servirvi; al tempo già
la giovanile età se a chieder venne
quanto bramò, dal mio potere ottenne.

FLAVIO

Chiedo sol, che da voi
la cagion mi si sveli,
onde gli affetti miei portano sdegno
d'Isabella nel seno.

GORA

Or vi contento appieno;
per Leandro costei tanto rimiro
avvolta tra durissimi legami,
ch'avverrà ben un dì, che più non viva,
ma non mai che non l'ami, e a quel ch'io veggio
una sta male sì, ma l'altra peggio;
Flavio, se il vostro sen per questa avvampa
con nuovo ardor spegnete 'l primo fuoco;
son le donne tutt'una, e tutte in giuoco
natura fe' su la medesma stampa.
Se di pasta inzuccherata
formi un serpe spaventoso,
o vezzoso un vago augello,
la figura è ben variata
nella foggia e nel colore,
ma il sapore
tant'è questo, quant'è quello;
così, figlio, le donne o belle, o brutte,
hanno vario 'l sembiante,
ma nel restante sono a un modo tutte.

Scena ventisettesima

Flavio.

FLAVIO

Corrispondenti amori
godon Leandro ed Isabella! O quanto
inavveduto errai,
se di turbar tentai
d'un amico sì fido i dolci ardori!
Lungi da questo petto,
o mal nudrito affetto.

FLAVIO

Amare e non amare,

è nostra volontà,
e non forza invincibile;
donne non è impossibile,
che deggia la perduta libertà
anco tra' vostri lacci un cor trovare.

Amare, e non amare,

è nostra volontà,
e non forza invincibile.

Scena ventottesima

Flavio, Lisa.

LISA

Piango, ma con le lagrime nel core
le fiamme mai non spengo;
por termine al mio amore
tento assai, molto spero, e nulla ottengo.

FLAVIO

Quant'è vago quel volto!
Lisa, che fai?

LISA

Vo' dando

le spese al mio cervello.

FLAVIO

Passa per lo suo bello
un suave diletto
dall'occhio al seno. Dimmi,
come ti tratt'amore?

LISA

Amor fa meco

da quel gli è, mi tira
bastonate da cieco.

FLAVIO

Che delizioso incanto
formano i detti suoi dentro al mio petto!
Chi possiede 'l tuo affetto?

LISA

O questo non si dice.

FLAVIO

È Nencio? Pino? Mone?
Coccheri, o Parri?

LISA

Parla

un mio pensier, né di ragione è privo;
Lisa, se non ti tocca
un buon boccon, lascia stare il cattivo.

FLAVIO

Alle forze d'amore
forz'è, che 'l cor si renda;
fa' che meglio t'intenda.

LISA

Com'io non abbia un po' a rincivilire,
signore, a dirla a voi,
me ne vo' star fanciulla: è meglio dire
povera a me, che poverini a noi.

FLAVIO

Quand'io dunque t'amassi,
ti sarebbe gradito?

LISA

A bell'agio a' ma' passi;
non vi s'aguzzi tanto l'appetito.

FLAVIO

Sdegnerai l'amore mio?

LISA

Avrem tempo a parlarci.

FLAVIO

Ferma.

LISA

Addio.

Scena ventinovesima

Flavio.

FLAVIO

Un bel guardo lusinghiero

tese 'l laccio; io preda sono,
più m'avvolgo, e m'imprigiono,
s'a fuggir volgo 'l pensiero.

Raddoppiatevi, catene,

più non chiedo libertà,
per tanta beltà
son gioie le pene,
cara la servitù;
non scioglier più
nodi sì fortunati, o nudo arciero.

Un bel guardo lusinghiero

tese il laccio, io preda sono;
più m'avvolgo, e m'imprigiono,
s'a fuggir volgo 'l pensiero.

Scena trentesima

Bruscolo, Flavio.

BRUSCOLO

Affé, che l'ho aggiustato,
in cantina è serrato.

FLAVIO

La sorte a me t'invia.

BRUSCOLO

Che mi comanda?

FLAVIO

Amore

vuol dalla tua grand'arte
che sol tragga ristoro 'l mio dolore.

BRUSCOLO

Che pollastrone! Scopra
i sui desiri, ed io m'accingo all'opra.

FLAVIO

Al possesso di Lisa
ogni mio spirto aspira.

BRUSCOLO

Oggi nel vostro prato, ove cortese
fra scherzi, e giuochi un delizioso giorno
preparaste agli amanti del paese,
verrà Lisa; vi giuro
con incanto rapirla, e questa notte
darla in vostro potere.

FLAVIO

Parto, e nel tuo sapere
de' miei diletti le speranze affido.

Scena trentunesima

Bruscolo.

BRUSCOLO

O quanto me ne rido!
Ma con la più ingegnosa
delle mie furberie,
pria che tramonti 'l die,
vo' votargli 'l pollaio,
la cantina, la stalla, ed il granaio.

Scena trentaduesima

Leandro.

LEANDRO

È risoluto 'l mio core

in amore
di provar, se più dura
la sua costanza, o pur la mia sventura;
l'onde frementi
di fiero orgoglio,
rigido scoglio
divenuto 'l mio sen franger saprà;
di strali ardenti
d'altero sdegno,
immobil segno
l'infelice mio cor sempre sarà:
occhi tiranni
ferite sì,
cederà forse un dì
al suo lungo soffrir vostro rigore.

È risoluto 'l mio core

in amore
di provar, se più dura
la sua costanza, o pur la mia sventura.

Scena trentatreesima

Isabella, Leandro.

ISABELLA

Dolor lascia, ch'io parli, e poi m'uccidi;

sdegno per entro al seno,
onde non siano al cor saette ardenti,
non riserrar gli accenti,
l'infedeltate almeno
fin che del mio crudel da me si sgridi;

dolor lascia, ch'io parli, e poi m'uccidi.

LEANDRO

Bell'idolo severo,
una tradita fede
oggi pietà vi chiede;
Icaro sventurato,
a' rai di tanto sole
del vostro amor, se m'innalzaro i vanni,
misero perché vuole
che mi sommerga (o dio) flutto d'affanni?

ISABELLA

Tradir la mia costanza,
e con mentiti accenti
indi schernirmi? Altero
di vostra infedeltade,
per rustica beltade
gite, che 'n fin si deve a' vostri ardori
rozzo sen, duro cor, villani amori;
gite, ma vi sovvenga
che mi lasciate offesa.

LEANDRO

Agli occhi miei si spenga
del sol la bella face,
se volontaria colpa anco 'l pensiero
commise contro voi; sempre severo
inumano destino
neghi al mio cor la sospirata pace,
se dall'anima mia detto verace
candida veritade a voi non scioglie.

ISABELLA

Quante in una il crudel menzogne accoglie!
Ingrato, allor che Lisa
la mia carta vi diede,
con sprezzevole orgoglio
il lacerar quel foglio,
ditemi, non è oltraggio alla mia fede?

LEANDRO

Quando a me compartite
furon grazie sì rare?
Isabella, che dite?

ISABELLA

Quando a Lisa donaste,
firma del vostro amore,
il maniglio, ch'a voi da me si rese;
ah pur troppo son noti
i vostri tradimenti e le mie offese.

LEANDRO

Che maniglio? Che Lisa?
Che lettera? Chimere
inventate a' miei danni: a voi ben diede
(pegno della sua fede)
Flavio questo maniglio; ed io, che stretto
al suo braccio 'l mirai,
ah purtroppo 'l conosco, e a me diventò
nell'altrui infedeltade
testimonio fedel del mio tormento.

ISABELLA

Da Lisa a me fu dato,
a lei da voi donato.

LEANDRO

Da me non se le diede;
gemma sì ricca da fortuna avara
alla mia povertà non si concede.
A Lisa non parlai.

ISABELLA

E la mia carta?

LEANDRO

Non mi pervenne in mano.

ISABELLA

Io fui tradita.

LEANDRO

Io non commessi errore.

ISABELLA

Costante è la mia fé.

LEANDRO

Sald'è il mio amore.

ISABELLA

Odio Flavio.

LEANDRO

Aborrisco

Lisa a par della morte.

ISABELLA, LEANDRO

Con la medesma sorte.

LEANDRO

Cade estinto il mio tormento.

ISABELLA

Già rinasce 'l mio contento.

ISABELLA, LEANDRO

Di gelosi sospetti

ombre moleste
sparite sì:
dopo fiere tempeste
sorge da' miei diletti
nel mar d'amor più luminoso il dì;

ombre moleste,

sparite sì:
da' lacci di gelosia
alma mia se sciolta godi,
tra catene di fede il cor s'annodi.

Scena trentaquattresima

Anselmo, Leandro, Isabella.

ANSELMO

Scusin, s'io le disturbo,
la mia poca creanza;
ascolti (con licenza) una parola:
dicami, quando venne quest'usanza
di brancicar le mani a mia figliuola?
Risponda. E tu, civetta,
aspetta pure, aspetta.

LEANDRO

O nemica fortuna!

ISABELLA

Che venuta importuna!

LEANDRO

Il finger è prudenza.

ANSELMO

Guarda, che grugni acerbi!

LEANDRO

Signor, qui giunsi a caso.

ANSELMO

Non vo' saper di casi, né di verbi.

ISABELLA

Deh, non alzi la voce,
siamo in pubblica strada.

LEANDRO

Si quiet 'n cortesia.

ANSELMO

O, questa è atroce!

Gli è me', ch'io me ne vada;
vedere, ch'un garzone
tenga presa per mano una fanciulla,
e non voler, che il padre dica nulla?
Canchero, l'è una poca discrezione.

ISABELLA

Giuro, che non ho errato.

LEANDRO

I sospetti son vani.

ANSELMO

Dite 'l ver, voi facevi a scaldamani?

LEANDRO

Mente chi dirà mai, ch'io v'abbia offeso.

ANSELMO

Adesso sì v'ho inteso;
per non far una lite,
bisognerà star cheto: io sono Anselmo
del sangue de' Giannozzi buono, e vero,
e so mettermi l'elmo,
per cavarmi il cimiero.
M'intendete, canaglia?
La rabbia m'indemonia.

LEANDRO

Faccia grazia a sentirmi.

ISABELLA

Non gli neghi 'l favore.

ANSELMO

Voglion disonorarmi in cirimonia;
dite, ma presto.

LEANDRO

È noto ad Isabella

unica mia signora...

ANSELMO

Con tanti complimenti
finitela in malora.

ISABELLA

Lasciate, ch'a suo comodo favelli.

ANSELMO

O s'io non ti smostaccio, ch'io arrovelli.

LEANDRO

Sa Isabella, che meco
dimora un mio fedele,
che con guardo di lince
passa dell'etra a' più remoti regni;
e ne' celesti segni
intende, e sa quanto s'asconde, e serra,
onde predice a noi gli eventi 'n terra;
curiosa da me volle
saper se pur anch'io
appresi sì bell'arte;
a cui soggiunsi, in parte
saper, legger sul volto, e nella mano
la sorte, ch'a' mortali 'l ciel prefisse,
e a carattere ignoto in quelle scrisse;
d'impaziente desio
non potendo soffrir fervido moto,
la destra aperse, ed io
al primo incontro vidi
per lo suo genitore
di benefica stella influssi d'oro,
potendo tra poch'ore
trovare opulentissimo tesoro.

ISABELLA

(Che bizzarra invenzione!)

ANSELMO

Son pur il bel minchione,
la fortuna mi cerca, ed io la fuggo.

LEANDRO

Voi giungeste, sdegnato
minacciate; io vi narro
la pura verità; se troppo osai,
condonate, vi prego,
d'obbedir vostra figlia
a modesto desio.

ANSELMO

Di grazia padron mio
non vi partite ancora,
questa vostra virtù la m'innamora.
Tanto, che d'Isabella su la mano
vi si conosce la fortuna mia?

LEANDRO

Chi ne teme, dal ver tropp'è lontano.

ANSELMO

Riguardate un po' meglio in cortesia.

LEANDRO

Il servirvi è mio pregio.

ANSELMO

Mostra.

ISABELLA

Ma non vorrei,

(dissimular conviene),
che la curiosità recasse oltraggio
al mio nobil decoro.

ANSELMO

Qui non c'entra vergogna;
fin che trovi il tesoro,
vo' che tu mostri quanto gli bisogna.

ISABELLA

Obbedisco.

ANSELMO

Signore,

guardate 'l fatto vostro.

LEANDRO

Veda, che qui gli mostro
Venere a noi benigna;
che più dunque pretendo?

ANSELMO

Io non lo so, perché non me n'intendo.

ISABELLA

Quanto sete sagace!

LEANDRO

Amor mi rese scaltro.

ISABELLA

La fortuna è trovata.

ANSELMO

Ti darò una ceffata,
lascia toccar dell'altro;
toccate pure.

LEANDRO

Appieno

soddisfeci al mio intento.

ANSELMO

Troveremo il tesoro?

LEANDRO

In tanto argento.

ANSELMO

E quando?

LEANDRO

In questa notte.

ANSELMO

In che modo?

LEANDRO

Nel prato

di Flavio oggi v'attendo,
ove con vaghi scherzi
vuol render lieto il giorno. Ivi distinto
il modo, il tempo, il luogo,
da me vi sarà detto.

ANSELMO

Quivi dunque v'aspetto.

ISABELLA

Serva al signor Leandro.

LEANDRO

Reverente m'inchino.

ANSELMO

Per non avere a errare,
volete riguardare?

LEANDRO

No mio signore.

ANSELMO

O quanti

padri per l'avvenir con queste scuole
arricchiran per man delle figliuole.

Scena trentacinquesima

Leandro.

LEANDRO

Mio disperato amore,
per scherzo del tuo sdegno
di qual larve, o crudel, mi rendi autore?

Scena trentaseiesima

Bruscolo, Leandro.

BRUSCOLO

Padrone, ho da narrarvi
burle di maraviglia.

LEANDRO

A tempo, o caro,

giungi per consolarmi. In questo luogo,
mentr'io tenea per mano
la mia vaga Isabella,
venne Anselmo, e adirato
ambi ne minacciò; io per quietarlo
dissi, che della figlia entro la destra
leggea le sue fortune, e in questa notte
dissigli, ch'un tesoro
dovea trovar; frenai l'avaro sdegno:
pregommi a dirgli 'l luogo; io gli soggiunsi,
che di Flavio nel prato
oggi gli avrei svelato
distintamente quant'occorre; or vedi,
Bruscolo, in qual confuso labirinto
di noiosi pensieri io resti avvinto.

BRUSCOLO

Per far la conclusione,
signor dei vostri amori
il cielo v'ispirò quest'invenzione;
tranquillate la mente,
lasciatene a me 'l peso;
con voi sarò nel prato,
ov'anco a Flavio ho ordito
una burla solenne;
conseguirem l'intento,
sarà 'l vecchio gabbato,
vostra Isabella, io lieto, e voi contento.

Scena trentasettesima

Leandro.

LEANDRO

In amor l'usar inganni
sempre fu laudabil cosa,
e per trarre un sen d'affanni
lice oprar fraude ingegnosa.

LEANDRO

Nacque amor, ma non in vano

nacque pur l'inganno seco;
se ferisce da lontano,
tutti inganna a parer cieco.

Tra gli scherzi per trastullo

copre sol modi tiranni;
sempre inganna, se fanciullo
sembra al mondo, e carco è d'anni.

In amor usar inganni

sempre fu laudabil cosa,
e per trarre un sen d'affanni,
lice oprar fraude ingegnosa.

Scena trentottesima

Prato d'intorno alla villa di Flavio.
Tancia, Ciapo.

TANCIA

Accomida i sedili;
senti, Ciapo, a 'nvitare
se non mi fai la prima,
non ti vagheggio piue.

CIAPO

Egli è dovere;

io son ben crianzuto,
anco vo' dar rifiuto,
se la Tina, o la Nencia meco canta.

TANCIA

Vo' tribbiar cariole dell'ottanta.

CIAPO

Ecco i padroni.

TANCIA

Non mi far vergogna,

io mi rinfido in tene.

CIAPO

Già t'ho inteso;

e poi nel mezzo al cuore,
su le fiere d'Amore,
ho scritto per la Tancia: «LATO PRESO».

Scena trentanovesima

Ciapo, Tancia, Flavio, Leandro, Isabella, Lisa, Anselmo, Bruscolo, truppa di Ballerini.

FLAVIO

Compatischin: signori:
sono scherzi da villa.

LEANDRO

Graditi i suoi favori
ricevo in ogni tempo.

ANSELMO

Ovvia, fanciulle,

ponetevi a sedere.

BRUSCOLO

Qui da parte

concertiamo 'l negozio.

ANSELMO

E bene?

BRUSCOLO

E meglio,

se mi sortisce 'l giuoco,
riuscirà tra poco.

ISABELLA

Tancia, canta un rispetto.

TANCIA

Io non vorrei

parere impronta.

LISA

Allora,

che ti viene comandato,
ogni errore è scusato.

FLAVIO

Non ti mostrar villana.

TANCIA

Ubbidiroe per non parer provana.

FLAVIO

Cominciate a ballare.

TANCIA

Ciapo a tene.

Qui ballano la calata.

TANCIA

Le vostre signorie mi dicon canta,

e non mi dicon: saperai tu dire;
il cuor mi trema e la voce mi manca,
e la timenza non mi lascia dire;
ma io non vo' guatare alla timenza,
i' vo' cantare e far l'ubbidienza;
questo rispetto l'ho imparato a golo,
lo raccomando a te fior di fagiolo.

CIAPO

Giunsi alla tromba, ch'al suo spirto vilio

una doglia 'n prigione 'l ciel gli messe,
pallesco, fresco, e ammutillo inquilio,
d'un momento negli occhi un sasso strinse,
e sgroliando un gralimoso ulivo,
con un languirio me toppe, e affrisse;
e per la Tancia, che dell'altre ha 'l vanto,
dovento un acquidocciolo di pianto.

FLAVIO

Garbato; ma fermate,
ed il ballo mutate.

Qui si fa il ballo concertato, e dopo escono con fiamme quattro Diavoli volando per aria.

BRUSCOLO

Adesso è 'l tempo.

FLAVIO, ISABELLA, TANCIA, CIAPO

Oimè.

(fuggono)

LEANDRO, BRUSCOLO

Chi può si salvi.

ANSELMO, LISA

Aiuto.

LEANDRO

Ferma.

BRUSCOLO

Lascia.

Così vano timore;
quest'è la tua fortuna.

LISA

Ah traditore.

Qui Bruscolo porta via Lisa, e finisce l'atto secondo.

ATTO TERZO

Scena prima

Leandro, Bruscolo.

LEANDRO

Con sì belle apparenze,
ad imitare 'l vero,
come facesti?

BRUSCOLO

Posi

polvere, pece, e zolfo
in quel pozzo senz'acqua, e dentro ascosi
quell'amico, ch'a tempo il fuoco accese;
tirati da più corde,
sotto forma diabolica, onde usciro
quattro fanciulli, in aria
che fer volando spaventoso giro.

LEANDRO

Ma ch'avvenne di Lisa?

BRUSCOLO

Allor che meco

tremante io conducea la vaga preda,
gridò; a quella voce
corse turba veloce
di sbirri; lascio Lisa, ed il mio scampo
raccomando alle suola.
Mi seguiron, ma in vano.
Chi corre, corre, ma chi fugge vola.

LEANDRO

D'Anselmo il giusto sdegno
come placar potrai?

BRUSCOLO

Anco questo aggiustai;
poc'anzi, che d'accordo
restammo in questa notte
di cavare il tesoro,
lo pregai di soccorso; il vecchio ingordo
disse, non metterò nero sul bianco.
Anderà la querela sotto banco.
Noia mi dà, che 'l gobbo,
dop'essersi ben bene imbriacato,
di cantina è scappato
né so dove trovarlo.

LEANDRO

Il tutto scoprirà.

BRUSCOLO

Il ciel m'aiuterà.

LEANDRO

Ma del tesoro

che seguir deve? In fine
prevedo irreparabili ruine.

BRUSCOLO

A questa torre intorno
Anselmo porterassi
quattr'ore dopo, che sia spento 'l giorno;
io qui tutte fingendo
adunare a suo pro le furie inferne,
gli vo' far apparire
lucciole per lanterne.

LEANDRO

In te dunque m'acquieto; in te la sorte
rispose a' miei diletti, o vita, o morte.

Scena seconda

Bruscolo.

BRUSCOLO

Di così grande impresa
per non m'abbandonare 'n sul più bello,
deh, care furberie, state 'n cervello.

Scena terza

Moro, Bruscolo.

MORO

Più durar io non la posso;

donde l'è,
per ficcarsi intorno a me,
la disgrazia veloce ognor galoppa,
ma poi diventa zoppa
nel partirmisi da dosso;

più durar io non la posso.

BRUSCOLO

Bizzarro figurino!
l'ho per modello fino.

MORO

Quanto può e quanto sa,
alla vostra carità
si raccomanda un povero compagno.

BRUSCOLO

Tentare 'l voglio. Buon lustro calcagno.

MORO

È di calca anco questo;
buono specchio, e buon drago.

BRUSCOLO

Risponde a touno; adesso sì son pago;
ha vostrigi smorfito?

MORO

Sol per mettere in susto
con la smorfia gridavo.

BRUSCOLO

Per trappolare è bravo; tien lugagni?

MORO

Del giannicolo è in berta.

BRUSCOLO

Te la vo' dire aperta,
hai trovato riscontro; io son ruffante.

MORO

Io ti sarò costante.

BRUSCOLO

A me sei caro;

per i miei finti incanti
quest'è squisito raro;
seguimi dunque, e senti:
la prima lezioncina
insegna solo il viver di rapina.

MORO

Non te ne dar pensiero,
chiudo un'anima bigia in corpo nero.

Scena quarta

Campagna con veduta di fontane.
Tancia.

TANCIA

Questo mondo
è un ballo tondo;
girando ognun sgambetta,
quando s'è chinavalle, e quando in vetta;
a quest'usanza
più d'una danza
farò ben volentieri,
ma sopra il suon dello scacciapensieri.

TANCIA

Venga l'assillo, venga,

a chi vuol brighe, e chi l'ha, se le tenga.
So, che 'l diascolo è un gran furbo,
donde barbica un impaccio
sol lo miete il crudelaccio
con la falce del disturbo:

venga l'assillo, venga

a chi vuol brighe, e chi l'ha, se le tenga.

TANCIA

Se la Lisa è in prigione,
non ci posso far altro,
non so, che mi ci dire;
non voglio intisichire:
ecco qua il sermollino,
vo' sentir ciò che parla.

Scena quinta

Crezia, Tancia.

CREZIA

Mala cosa è servitù.

Lo star sotto a quest'e quello,
è un bordello,
ch'io non lo posso durar più;

mala cosa è servitù.
Zitti pur, che s'io ci cresco,
vo' goder la libertà,
se d'impacci un giorno i' esco,
alla fé non c'entro più.
Mala cosa è servitù.

TANCIA

La parla da saccente.

CREZIA

Tancia appunto

io ti cerco a distesa.

TANCIA

Che vuoi?

CREZIA

La mia padrona

al giardino t'aspetta.

TANCIA

Che vuol da me? Rispondi.

CREZIA

E che vuoi ch'io sappia:
delle donne i secreti son profondi.

TANCIA

Ragazza, chi t'arriva,
può dir nel valicar d'essere snello,
sei come lo stornello,
poca carne, e cattiva.

Scena sesta

Isabella.

ISABELLA

Perché ratto 'l mio pensiero
giunga al termin de' suoi mali,
della speme nel sentiero
anco amor gli presta l'ali.
Su dunque, che fate?
Pensieri volate,
ma se non vi sostiene amica sorte,
termina la caduta in grembo a morte.

Scena settima

Leandro, Isabella.

LEANDRO

Fin che non giunga a voi quest'alma amante,
son gli strali del cor sproni alle piante.

ISABELLA

Dolci labbri vezzosi,

che tra gli ostri d'amor fiamme chiudete,
voci tanto bramate,
sciogliete pur sciogliete, e 'l cor legate.

LEANDRO

Chiari lumi amorosi,

che le pompe più belle al sol rapite,
se col guardo piagate,
mirate pur mirate, e 'l cor ferite.

Insieme

ISABELLA

Dolci nodi io v'adoro,

un sen legato
prendete o caro, e sia
lieta tra' lacci sol l'anima mia.

LEANDRO

Dolci strali io v'adoro,

un sen piagato
prendete o cara, e sia
lieta tra' dardi sol l'anima mia.

ISABELLA

Da sì dolce dimora

il paterno comando omai m'invola.

LEANDRO

Ratto con voi se n' vola,

idolatra d'amor, lo spirto mio.

Isabella...

ISABELLA

Leandro...

ISABELLA, LEANDRO

Io parto, addio.

Scena ottava

Desso.

DESSO

Il medico mi dice:
be, be, bevete poco,
e molto ca, ca, ca, ca, camperete,
io bevo sol per non morir di sete.

(beve)

Piano vo, vo, vo, vo, vostra eccellenza
non gridi, s'io fo brindisi
per la mia sanità,

(beve)

male non mi farà; l'è scortesia.
Dunque non si può bere,
e né ma, ma, ma, ma, manco un bicchiere?
Galeno non lo dice, e se l'ha detto,
io voglio imbriacarmi, al suo dispetto.

(beve)

Vinus sensos amplificat,
et brillando laeti, ti, ti, ti, ti, ti
fi, fi, laeti fi, fi, fi, fi, ho tanto
i labbri asciutti, che no 'l posso dire;

(beve)

ora il proferirò; laeti fi, fi,
fi, fi, ah lingua, lingua,
con esser tanto secca
t'intendo, tu vorresti
sca, sca, scaponir me,

(beve)

scaponirò io te.
Adesso lo dirai, laeti, fi fi fi,

Scena nona

Desso, Tancia.

DESSO

laeti, fi, fi,

TANCIA

E dove

s'è fitto Ciapo?

DESSO

fi, fi,

TANCIA

Desso,

DESSO

fi, fi,

TANCIA

hai veduto Ciapino?

DESSO

laeti, fi, fi laetificat.

TANCIA

Garbata

risposta da par tuo.

DESSO

Io ti conosco,

tu sei briaca.

TANCIA

Buona sera nonna

t'ha carpato la monna.

DESSO

Povera Tancia, vedi
tu non puoi stare in piedi:
va, va, vattene a letto,
tu caschi.

TANCIA

O che diletto!

DESSO

Il be, bere un pochino,
come fo io per assaggiare il vino,
è ge, ge, gentilezza;
ma imbriacarsi poi, come fai tu,
è vituperio, sai? No 'l far mai più.

TANCIA

Se fussi più buon'otta,
vorrei pigliarmi gusto.

DESSO

Va', va' a casa,

e non sta, star più a bada,
che tu non vomitassi nella strada.

TANCIA

O se gli è cotto davvero!

DESSO

Se tu sei

co, co, cotta, tuo danno,
bisognava ber manco; in tutto il giorno
quest'è la prima volta, ch'io be, bevo.

(beve)

TANCIA

Zufola pura.

DESSO

Adesso

voglio ri, riposarmi;
Tancia t'hai sonno; io no, perché non sono
briaco come te; ma do, do, dormi,
briacuzza; il vin t'affanna,
fa la ninna fa la nanna,
fa la ninna.

TANCIA

Già russa,

il temporale è brusco,
viene una scroscia d'acqua,
e certo nella zucca il vin gli annacqua.

TANCIA

Gli è già sera, e il ciel s'annugola,

in ventavolo m'assidera,
il demonio il cuor mi frugola
di scaldarsi a quel fuoco, che desidera;
cieli, pietà, pietà,
darmi un po' di marito è carità.

Per fuggir la tramontana

si rintuzza nel contado
ogni golpe nella tana;
meschina in questi tempi io sol m'agghiado;
cieli, pietà, pietà,
darmi un po' di marito è carità.

Per non stare a freddo cielo

si rimpiatta infin la chiocciola,
poveruccia, questo gielo
fa sempre il naso mio star con la gocciola;
cieli, pietà, pietà,
darmi un po' di marito è carità.

Scena decima

Notte.
Pianura spaziosa con torre antica.
Bruscolo, Leandro, Desso dormendo, Moro, due Zappatori.

BRUSCOLO

L'ora è quasi vicina
il ciel senz'una stella
favorisce l'intento.

LEANDRO

Aspra contesa

tra speranza e timore
racchiudo in mezzo al core.

BRUSCOLO

Non guastate il concerto;
quanto vi dissi sol ponete in opra;
sì ben tramai l'inganno,
che non pavento, che già mai si scopra:
voi lì zappate. Moro
monta in cima alla torre; ivi t'ascondi,
e come t'insegnai,
al chiamar Bradagù, tosto rispondi.

LEANDRO

Quant'è scaltro costui!

MORO

Certo prevedo

pria, che finisca 'l giuoco,
che 'l vostro bell'ingegno,
con questo far da spiriti, tra poco
vuol che siam scongiurati con un legno.

BRUSCOLO

Ma viene Anselmo.

LEANDRO

Mi si gela il sangue.

BRUSCOLO

State a bottega.

LEANDRO

Ogni mio spirto langue.

BRUSCOLO

Andate ad incontrarlo.

LEANDRO

In te m'affido.

BRUSCOLO

A che tanta paura?

LEANDRO

Periglioso è 'l cimento.

BRUSCOLO

Io me ne rido.

Scena undicesima

Bruscolo, Leandro, Desso dormendo, Moro, Zappatori, Anselmo con lanterna.

ANSELMO

O che gran buio scuro!
qui devo trovar Bruscolo,
tra la nebbia e 'l crepuscolo
io piglio un'imbeccata del sicuro.

LEANDRO

Servo al signor Anselmo.

ANSELMO

O la mi scusi,

se l'ho fatta aspettar; son poco avvezzo
a ir di notte: o questa sì ch'è bella,
venga la rabbia, ho perso una pianella.

BRUSCOLO

Signor, non più discorsi.

ANSELMO

Ch'ho io da far?

BRUSCOLO

Vedete

il circolo che segno?

ANSELMO

Io guardo.

BRUSCOLO

Dentro

per l'appunto nel centro,
ove zappan coloro,
sta celato 'l tesoro.
Spirti terribili,
movete ratto il piè,
da Cocito spiegate orrido 'l vol
sovra la terra ad oscurare 'l sol;
invocato di Stige
l'orrido nume.

ANSELMO

Senti,

o tu muti discorso,
o lasc'ire 'l tesoro.

BRUSCOLO

O voi d'abisso

potenze formidabili.

ANSELMO

Sta' cheto,

zitto per carità.

BRUSCOLO

Tartaree deità,
con spaventosa mostra
che tardate a venir?

ANSELMO

Eh lasciatelo dire,
statevi a casa vostra.

BRUSCOLO

Bradagutto t'aspetto,
e in van mie voci spargo?
Vieni ad Anselmo vieni, e lo consola,
che dei suoi voti al tuo gran nome è largo.

ANSELMO

Che largo? tu ne menti per la gola;
acciò non m'entri addosso,
sto più stretto che posso.

(rovina la torre)

BRUSCOLO

Oimè.

LEANDRO

Cieli, soccorso.

MORO

Ohi, ohi.

ANSELMO

Son morto.

BRUSCOLO

Mai più parlo d'incanti.

DESSO

E che fracasso?

MORO

Oimè son tutto frollo.

ANSELMO

Vo' tornarmene a casa a rompicollo.

Scena dodicesima

Desso, Moro.

DESSO

Ma do, dove son io?

MORO

Vedessi almanco lume.

DESSO

Quest'è un albero.

MORO

Sent'un calpestio.

DESSO

Son del certo in campagna.

MORO

Io vo' far cuore.

DESSO

Intorno a queste cose
ci fusse almen un os, os,

MORO

Chi sei?

DESSO

os, os,

MORO

Consola

un affannato cuor con tue risposte.
Parla, chi sei?

DESSO

Un oste.

MORO

Un oste?

DESSO

un oste.

MORO

O bene.

DESSO

Finiran le mie pene.

MORO

Come ci hai tu buon vino?

DESSO

È briaco alla fé.
Domanda l'oste, s'ho buon vino a me.
Come sta la cucina?

MORO

S'intorbida il negozio.

DESSO

Oste.

MORO

Oste.

MORO, DESSO

Oste.

DESSO

Porta un lume.

MORO

Per certo

facciamo a non c'intendere.
Per il vero comprendere,
rispondi chi è l'oste, tu, o io?

DESSO

I, i, i, io.

MORO

Se dunque

l'oste tu sei, perché
domandi un lume a me?

DESSO

Io non son oste.

MORO

E né men io.

DESSO

Ma vedi una lanterna,

lascia, che io ti discerna.

(piglia la lanterna lasciata da Anselmo)

MORO

Guarda pur quanto vuoi.

DESSO

Ma tu chi sei?

MORO

Il diavolo.

DESSO

Il diavolo?

MORO

Sicuro.

DESSO

O, o, o, o,

MORO

Per la mia vita rendere,

gambe mie voi sappiatemi difendere.

Scena tredicesima

Desso.

DESSO

o, o, oimè, per da, darmi conforto,
chi pa, passa di qua,
mi dica in carità
s'io son vivo, o s'io son morto.

Scena quattordicesima

Desso, Bruscolo.

BRUSCOLO

In fin voglio chiarirmi.

DESSO

A saperlo non arrivo,
viver parmi, e parlar posso;
ma l'odor, che sento addosso,
non mi par punto da vivo.

BRUSCOLO

Troppo l'hanno scalzata,
per quest'è rovinata.

DESSO

Ecco iò, iò.

Perché non mi riserri
in ca, ca, ca, cantina, io fuggirò.

BRUSCOLO

Desso, ove vai? Per qual cagion ti parti
da chi lungi da te viver non può?

DESSO

Perché non m'hai condotto
a trovar Bernabò.

BRUSCOLO

Or or l'imbroglio;

e non conosci ancora,
Bruscolo, il tuo fedele?

DESSO

E dove sono?

BRUSCOLO

In Colognole, o caro.

DESSO

Io mi confondo,

son diventato il co, corrier del mondo.
Non ero in Alemagna?

BRUSCOLO

Io t'ho mandato

sopra il cavallo alato.

DESSO

Come sono in Colognole?

BRUSCOLO

M'è noto

per magica dottrina, appena giunto
che fusti in Alemagna,
t'incontrasti in un ladro, che fingendo
condurti al tuo fratello,
ti chiuse in una stanza,
i denari ti tolse, e con pensiero
di poi farti morire.

DESSO

Tu, tutto è vero.

BRUSCOLO

Io, ch'a par di me stesso
amo 'l mio caro Desso,
un demone spedii
dalle tartaree grotte,
e qui feci condurti in questa notte.

DESSO

Ti rimeriti 'l cielo. Adess'adesso
s'è partito di qui;
o che brutt'uomo!

BRUSCOLO

Chi?

DESSO

Quello che m'ha portato.

BRUSCOLO

Tu burli.

DESSO

Io l'ho veduto

nero come un carbone.

BRUSCOLO

Quanto fa l'apprensione. Vanne in casa,
che già spunta l'aurora.

DESSO

Ma de' trecento scudi
come la salderò?
Sia maledetto quel iò, iò, iò, iò.

BRUSCOLO

Da me Anselmo incantato,
del furto s'è scordato.

DESSO

Prego 'l ciel, che ti mandi
qualche gra, gra, gra, gra, grave bisogno,
per farti noto l'amor mio, qual sia.

BRUSCOLO

È troppa cortesia.

Scena quindicesima

Bruscolo.

BRUSCOLO

Per anco la fortuna

sua rota ferma tiene,
se la dura, la va bene;

io l'intendo così,

senza pensieri i dì passo giocondi,
non vo' tanti finimondi,
e pigliarla come viene;

se la dura, la va bene.

Scena sedicesima

Borgo con la potesteria.
Odoardo, Flavio.

ODOARDO

Qual potente cagione
a desiar vi forza
con tant'ardor la libertà di Lisa?

FLAVIO

Io tentai di rapirla; a me s'aspetta
sottrarla d'ogni danno.

ODOARDO

In queste forme

l'onestade s'offende?

FLAVIO

Alle sue nozze aspiro.

Scena diciassettesima

Gora, Odoardo, Flavio.

GORA

Per trovar Odoardo, in van m'aggiro.

ODOARDO

Toglietene 'l pensiero.

FLAVIO

E come?

ODOARDO

A dirvi 'l vero

sarà Lisa mia sposa.

FLAVIO

O che tormento.

GORA

Infelice, che sento?

FLAVIO

Mi propone la sorte
ottener Lisa, o l'incontrar la morte.

ODOARDO

Qual indiscreto ardire
la vostra lingua in questi detti scioglie?

FLAVIO

Bramo Lisa.

ODOARDO

È mia moglie.

GORA

Piano signor, statemi un po' a sentire;
quale statuto vuole
il poter dar marito alle figliuole,
senza dir nulla anco alla madre?

ODOARDO

Dove

non averan possanza
i prieghi miei, vi giungerà la forza.

FLAVIO

Perché non vi sortisca,
spargerò sangue, ed oro.

ODOARDO

È Lisa in mio potere,
Flavio indarno sperate.

GORA

Per certo v'ingannate,
non può Lisa esser vostra.

ODOARDO

E chi me 'l nega?

GORA

Il mio giusto volere.

FLAVIO

La mia destra, il mio ferro.

ODOARDO

Son gentil uomo anch'io, e 'n petto serro
ardor, e ardir.

GORA

Prostrata

eccomi al vostro piede
con la scorta del cielo,
dal mio fallir guidata.
Da voi già mi si diede
(son ormai quindici anni) in fasce avvolta
una figlia a nudrirsi; io che mirai
esser in quella ogni vaghezza accolta,
con la mia la cambiai.

ODOARDO

Gora, che dite voi?

FLAVIO

Son portenti d'amor i detti suoi.

GORA

Parlo purtroppo 'l vero;
la figlia, che vi resi,
morì di trenta mesi;
Lisa, Lisa non è, ma Leonora.

ODOARDO

Sarà dunque mia figlia.

GORA

Certa non son, se voi le siate padre,
so ben che vostra moglie era sua madre.
Per sincerarvi appieno,
guardate, che nel seno
una macchia di vino
troverete scolpita,
al bel fonte d'amore
ch'ogni assetato a inebriarsi invita.

ODOARDO

Se fia ver, quant'hai detto,
infinito diletto
portasti nel mio core.

FLAVIO

Voi, che provaste amore,
soccorrete pietoso alle mie pene.

ODOARDO

Se mia figlia diviene
vostra serva, e consorte,
sarà mio nobil pregio.

GORA

È pura verità, quanto v'ho detto.

FLAVIO

Ove potrò vedervi?

ODOARDO

In sul mercato

desioso v'aspetto.

GORA

Signor chiedo perdono.

ODOARDO

T'ho perdonato.

GORA

Scarica dal peccato
tutta lieta mi rendo:
la coscienza macchiata è peso orrendo.

Scena diciottesima

Flavio.

FLAVIO

Soffra chi vuol gioire;

del nudo arciero
a placar lo sdegno altero
lagrime invan si gettano,
l'armi sol di pazienza amor soggettano.

Tra le torbide procelle,

che in amor sommergon l'alma,
fa Cupido in lieta calma
scintillar amiche stelle.

Mio core a prova 'l sai,

quando meno sperai,
ha ristoro 'l tuo martire.

Soffra chi vuol gioire;

del nudo arciero
a placar lo sdegno altero
lagrime invan si gettano,
l'armi sol di pazienza amor soggettano.

Scena diciannovesima

Anselmo.

ANSELMO

Per dove 'l passo muovo
ogni ombra mi spaventa,
più non so s'io mi sono o carne, o pesce.

Scena ventesima

Bruscolo, Anselmo.

BRUSCOLO

A tempo Anselmo trovo;
sono a caval, se l'inganno riesce;
vi feliciti 'l cielo.

ANSELMO

Io n'ho bisogno.

Sei tu buona limosina? Per sempre
renunzio la tua pratica.

BRUSCOLO

Signore,

senta.

ANSELMO

Predichi in vano.

BRUSCOLO

Vi sono amico.

ANSELMO

Sì, ma da lontano.

BRUSCOLO

Volle la mia sventura,
che la torre cadesse,
perché troppo scalzaro i fondamenti;
in così breve tempo
poco operò nostr'arte;
seicento scudi solo
cavar potei; quest'è la vostra parte.

ANSELMO

Che persone onorate!

BRUSCOLO

Ascose sono

masse d'oro in quel luogo.

ANSELMO

E quando 'l resto

(la paura svanisce)
cavar potremo?

BRUSCOLO

O questo

dir non vi posso.

ANSELMO

Pure appresso a poco.

BRUSCOLO

Vuol Leandro partir da questo loco;
e per svelarvi il vero,
egli, non io, sa far sì bel mestiero.

ANSELMO

Né vi sarebbe modo
di trattenerlo?

BRUSCOLO

O bene,

io zimbello, e lui viene.
Languìa per vostra figlia
in amoroso ardore
Leandro un pezzo fa: ma non so poi,
s'ancor ei sia di quell'istesso umore;
di dargliela per moglie
muovete la pedina;
proponete 'l partito,
e s'accetta l'invito
stringete 'l parentado.
Se così non sortisce,
non ci vedo altro modo.

ANSELMO

In quanto a dote

come pretende assai?

BRUSCOLO

Non cura d'oro,

chi ad ogni suo piacer trova un tesoro.

ANSELMO

Bruscolo, così a un tratto
che non paia tuo fatto,
lodagli 'l parentado.

BRUSCOLO

In su la fiera

oggi di punto in bianco
diteglielo da voi; non è vergogna;
so che le volse bene, e se d'amore
guarisce un dì la rogna,
dura per lungo tempo 'l pizzicore.

ANSELMO

Vo' far come tu dici.

BRUSCOLO

Sortischin pur i miei pensier felici.

Scena ventunesima

Anselmo.

ANSELMO

Chi vuol meglio? In un giorno
trovar trecento scudi, e senza dote
levarsi dalle spalle una figliuola?
O quanto godo;
con questo modo
per arricchirmi
la fortuna si sbraca in favorirmi.

Scena ventiduesima

Fiera su per la piazza di Colognole con varie mercanzie.
Ciapo, Flavio.

CIAPO

Quel bucello, padrone,
egli è una buona tolta,
e paia bene, al certo questa volta
il mercato mi frutta:
ma in quanto poi con Mone
non vo' far a combutta.

FLAVIO

Risolvi a tuo piacere.

CIAPO

Tengo grasso el podere;
di sovesci, e litame
gli è zeppo quanto possa,
e lo divelgo né trasine fossa.

Scena ventitreesima

Flavio, Leandro, Ciapo.

FLAVIO

Servo al signor Leandro.

LEANDRO

In fin si vede

che chi è carco d'argento
per tempo in su le fiere
viene a mercar quant'è di bello, e vago.

FLAVIO

Se conseguir potesse 'l mio desire
le merci a me gradite,
dir mi potrei d'ogni dolcezza pago.

LEANDRO

V'intendo amico: a gran prezzo
ogni gemma più ricca amor concede.

FLAVIO

Con sì nobil tesoro
cerco a gli affanni miei comprar ristoro.

LEANDRO

Ma viene Anselmo.

FLAVIO

Et Odoardo 'l segue.

LEANDRO

Se Bruscol disse 'l vero...

FLAVIO

Se Gora non mentì...

LEANDRO, FLAVIO

Gioire spero.

Scena ventiquattresima

Anselmo, Odoardo, Leandro, Flavio, Ciapo.

ANSELMO

Già ch'è vostra figliuola,
io vi lodo 'l partito;
come si muta 'l mondo! Poco dianzi
volevi moglie, or cercate marito.

ODOARDO

Oltre a quel contrassegno
che sapete, ritrassi
anco dalla comare
sicurezze più chiare.

ANSELMO

Il suo spirto, il suo volto a chi ha giudizio,
che non sia una villana è certo indizio.

ODOARDO

Signor Flavio, son chiaro,
che Lisa è Leonora
unica mia figliuola.
Son qui per mantenervi la parola;
che dite?

FLAVIO

I vostri accenti

portano i miei contenti.

ANSELMO

È negozio aggiustato;
in tanto, che discorro
con il signor Leandro,
passeggin sul mercato;
e con i patti chiari
della dote, e del resto
aggiustin tutti i lor particolari.

LEANDRO

Signor, che si compiace
comandarmi?

ANSELMO

Mi piace,

come dice 'l proverbio, presto giugnere,
ed in un colpo pugnere;
poche parole, e buone,
perch'io non son, come certe persone,
che fanno una lunghiera
durante dal mattin fino alla sera,
senza concluder nulla,
cosa, che poi stordisce
chi sentendo gli sta.

LEANDRO

Loda la brevità,
e mai non la finisce.

ANSELMO

Se non è ver, ch'i moia,
questi cicalonacci
o io gli ho pure a noia;
non sanno uscir d'impacci,
imbrogliano 'l discorso,
gettan le ciance al vento.

LEANDRO

E né meno conclude; o che tormento!

ANSELMO

Non accade, ch'io dica
d'esser buon cittadino,
e di famiglia antica,
e di sangue cortese.

LEANDRO

Il tutto m'è palese.

ANSELMO

Ho della terra al sole,
il mio qualcosa vale;
con tutti uomo reale,
e di poche parole.

LEANDRO

Lo confermo.

ANSELMO

Or vi ristringerò
tutt 'l discorso mio n'una parola;
so che portasti affetto a mia figliuola,
la volete per moglie sì, o no?

LEANDRO

Come Bruscol m'impose
risponder voglio: appunto
volea partir da questo luogo.

ANSELMO

E dove

or volete cercando andar lontano
meglio pan, che di grano?
Là vicino alla torre
sapete pur quel che sotterra giace;
godiamlo, figliuol mio, in santa pace.

LEANDRO

Ad ogni vostro cenno
fu il mio voler soggetto.

ANSELMO

Siate voi benedetto.
S'hanno da far le nozze in questo giorno.

ODOARDO

Ecco appunto Isabella, e Leonora.

ANSELMO

Venghin pure in buon'ora.

Scena venticinquesima

Ciapo, Tancia, Flavio, Leandro, Isabella, Lisa, Anselmo, Odoardo, Gora.

LISA

Signor padre, mi paghi un po' la fiera.

ODOARDO

Flavio.

FLAVIO

Che mi comanda?

ODOARDO

S'appressi.

FLAVIO

Eccomi pronto.

ODOARDO

Quest'è roba a tuo conto.

LISA

Non v'intendo.

ODOARDO

È tuo sposo.

LISA

O cara sorte!

ODOARDO

Porgi la mano.

LISA, FLAVIO

In bel nodo d'amore,

mentre stringo la destra, io lego il core.

Scena ventiseiesima

Bruscolo, Desso e gl'istessi.

BRUSCOLO

A tempo giungo.

DESSO

Temo.

BRUSCOLO

Non dubitar.

DESSO

Muovo tremante 'l piede.

BRUSCOLO

Stiamo osservando; di scamparti giuro.

DESSO

Se 'l potestà mi vede,
mi fa impiccar sicuro.

ISABELLA

Signor padre, e per me?

ANSELMO

Sta' pur sicura;

di questa mercanzia,
cara figluola mia,
te n'ho provvista affé buona misura.

ISABELLA

Parlatemi più chiaro.

ANSELMO

Questo bel pollastrone è tuo marito;
dagli la fé.

ISABELLA

Obbedisco.

ISABELLA, LEANDRO

Così

il mio cor, che soffrì
quanti la servitù tormenti accoglie,
stretto in questi lacci insin si scioglie.

BRUSCOLO

Fin qui non può ir meglio.

TANCIA

Et io me mae

ho da restar cosine?

GORA

A tempo, e luogo

verrà la tua sorte ancora.

CIAPO

Messere, se gli è in vostro piacimento,
mi paierà con essa.

FLAVIO

Che dite Gora?

GORA

Io gliel'ho già promessa,

ma il non aver l'intero del corredo,
ritarda 'l matrimonio.

FLAVIO

Quanto manca

voglio donarvi.

CIAPO

Io la carpirò ora.

GORA

La limosina è grande.

TANCIA

Il bisogno è maggiore.

FLAVIO

Porgetevi la mano.

CIAPO, TANCIA

In amor così si giuoca,
ecco fatto il becco all'oca.

BRUSCOLO

Complimenti garbati!
Adesso, che legati
son nodi maritali, che da morte
posson solo esser sciolti,
signori, mi protesto,
che 'n quanto alla magia
non ne so straccio, e tutt'è furberia;
con astute invenzioni
tolsi al gobbo i capponi,
che portar vi dovea;
Flavio con vostro danno,
per darvi in preda la creduta Lisa,
ricopersi l'inganno.

ANSELMO

La cosa del tesoro è però vera.

BRUSCOLO

Non ho mentito in questo.

ANSELMO

Poch'importanza è 'l resto.

BRUSCOLO

Dissivi, che Leandro
sapea cavar tesori,
per terminar gli amori,
possedendo Isabella
erede del vostro oro,
ha ben saputo trovar un tesoro.

ANSELMO

O poveraccio me! Ma que' trecento
scudi?

BRUSCOLO

Quel vostro servo,

Desso, accostati.

DESSO

Vengo.

BRUSCOLO

Questo a voi gli rubò.

ANSELMO

O roba mia.

Tira innanzi!

BRUSCOLO

Io fingendo

mandarlo in Alemagna
sopra un cavallo alato,
il furto gli ho rubato;
quant'oprai, tutto feci
per sovvenire al mio padron; se degno
son di perdon da voi, sarà mia sorte;
eccomi ai vostri piedi,
è in vostra libertà mia vita o morte.

ODOARDO

O che 'ngegno elevato!

FLAVIO

Lo stupor mi sommerge.

ANSELMO

In questo stato

bisogna, ch'io ci stia, se già ci sono:
per amor, o per rabbia ti perdono.

DESSO

E di me, che sarà?

BRUSCOLO

Grazia vi rendo.

LEANDRO

Per lo povero Desso
caldamente vi prego.

ANSELMO

Non vo' pensar più a niente,
vi dichiaro padrone,
disponete del tutto: io vo' provare
quanto campa un poltrone.

ODOARDO

Venite Anselmo a preparare intanto
quanto richiede un sì felice giorno.

ANSELMO

Tancia, Bruscolo, Ciapo,
Desso, Gora, venite
ad assettar la casa.

TANCIA, CIAPO, GORA, BRUSCOLO, DESSO

Or ch'è placata

la fortuna contraria,
andran le botti con le gambe all'aria.

Scena ventisettesima

Lisa, Isabella, Leandro, Flavio.

LISA

Ma poi, che 'n questo giorno

ogni inganno vien noto,
tra Leandro, e Isabella,
incentivi d'amor gli sdegni occorsi
per cagion del maniglio,
fur colpa mia, se dissi,
che Leandro a me 'l diede,
mentre l'ebbi da Flavio, e menzognera,
come a voi palesai,
amante l'accusai.

ISABELLA, LISA, LEANDRO, FLAVIO

Così mio ben nel petto,

ove di puro affetto arde la face,
son le guerre d'amor nunzie di pace.