ATTO UNICO

scena Prima
unica

Il teatro rappresenta una camera nella casa di Lisinga, ornata al gusto cinese, con tavola e quattro sedie.
Lisinga, Sivene, e Tangia siedono bevendo il té in varie attitudini di somma astrazione. Silango ascolta inosservato da una porta socchiusa.

 

Lisinga dopo aver osservato qualche spazio di tempo l'una, e l'altra

compagna, rompe finalmente il silenzio.

LISINGA

 

E ben? stupide, e mute
par che siam divenute! Almen parliamo,
così nulla farem.

SIVENE

 

Ma non è cosa

di lieve momento
trovar divertimento
allegro insieme, ed innocente e nuovo.

TANGIA

 

È un'ora che ci penso, e non lo trovo.

LISINGA

 

Dica, qualunque sia,
ciascuna il suo pensiero: e il più adattato...

TANGIA

 

Tacete. Eccolo! Oh bello! Io l'ho trovato.

LISINGA

 

Sentiam.

TANGIA

 

Figureremo

come se... non mi piace. O pur... né meno.

SIVENE

 

Spedisciti.

TANGIA

 

Vi sono

mille difficoltà. Via questo è buono:
facile ad eseguire,
ingegnoso, innocente.

LISINGA

 

Lode al cielo.

SIVENE

 

E sarà?

TANGIA

 

No: non val niente.

LISINGA

 

L'invenzione è felice.

SIVENE

 

Bellissimo è il pensier.

TANGIA

 

Ma l'inventare
è men facile assai di quel che pare.

 

Si scopre improvvisamente Silango.

 

SILANGO

 

Dirò ninfe ancor'io
il parer mio, se non vi son molesto.

TANGIA

 

Un uomo!

(s'alzano spaventate)

LISINGA

 

Aimè!

SIVENE

 

Che tradimento è questo!

SILANGO

 

Fermatevi: tacete. Al venir mio
tanto spavento? E che vedeste mai?
Un'aspide? Una tigre?

TANGIA

 

Uh, peggio assai.

LISINGA

 

Più rispetto, o germano
sperai da te. Queste segrete soglie
sono ad ogni uom contese.
No 'l sai?

SILANGO

 

Lo so. Ma è una follia cinese.

Si ride (e il vidi io stesso)
in tutto l'occidente
di questa usanza, estravagante, e rara.

TANGIA

 

Ecco, il mondo a girar, quel che s'impara.

SIVENE

 

Ah mia cara Lisinga
non so dove io mi sia. Senti, se m'ami,
senti con qual tumulto
mi balza il core!

(si pone la mano di Lisinga sul petto)

LISINGA

 

Io d'ira avvampo.

TANGIA

 

Oh dio!

Di noi che si dirà
per tutta la città? Sapranno il caso
i parenti, i vicini,
il popolo, la corte, e i mandarini.

SILANGO

 

No: di ciò non temete.
Alcun...

LISINGA

 

Parti.

SILANGO

 

Non vide

alcun...

SIVENE

 

Va' per pietà. Mi fai Silango

mancar d'affanno.

SILANGO

 

Un sol momento, e poi
bellissima Sivene...

TANGIA

 

O parti, o vado

il vicinato a sollevar.

SILANGO

 

Ma tanto

in odio a voi son io?

TANGIA

 

Sì: parti.

SILANGO

 

E ben, così volete; addio!

(in atto di partire)

SIVENE

 

Senti.

SILANGO

 

(tornando)

Che brami?

SIVENE

 

Avverti,

d'uscir celato.

SILANGO

 

Ubbidirò.

(partendo)

TANGIA

 

T'arresta.

SILANGO

 

(voltandosi)

Perché?

TANGIA

 

Sei ben sicuro

che alcuno entrar non ti mirò?

SILANGO

 

Vi giuro,

che nessun mi vide,
che nessun mi vedrà. Restate.

(partendo)

TANGIA

 

Ascolta.

Dunque fretta sì grande
necessaria non è.

SILANGO

 

(con ironia, e sempre in atto di partire)

Restar potrei,

ma la bella Sivene
mancherebbe d'affanno.

SIVENE

 

Il mio spavento

già comincia a scemar.

SILANGO

 

(come sopra)

Ma il vicinato solleverà Tangia.

TANGIA

 

Quel che si dice
tutto ognor non si fa.

SILANGO

 

(come sopra)

Ma quel rispetto
ch'io debbo alla germana...

LISINGA

 

Orsù son stanca
di coteste indiscrete
vivacità. Taci. È miglior consiglio
differir, che tu parta, infin che affatto
s'oscuri il ciel. Ma tu più saggio intanto
pensa che qui non siamo
sulla Senna, o sul Po. Che un'altra volta
ti può la tua franchezza
costar più cara. E che non v'è soggetto
più comico di te, quando t'assumi
l'autorità di riformar costumi.

SILANGO

 

Ubbidisco e m'accheto.

LISINGA

 

Ogn'un di nuovo
sieda, e m'ascolti.

(siedono tutti)

Aver trovato io spero

la miglior via di divertirci.

SIVENE

 

A noi

dunque non tacer.

LISINGA

 

Rappresentiamo

qualche cosa drammatica.

SIVENE

 

Oh sì questo mi piace.

TANGIA

 

Questo è il miglior.

LISINGA

 

D'abilità, d'ingegno
può far pompa ciascuno.

SILANGO

 

E poi quest'arte
comune è sol negl'europei paesi,
ma qui verso l'aurora,
fra noi cinesi, è pellegrina ancora.

SIVENE

 

Non più.

TANGIA

 

Scegli il soggetto

cara Lisinga.

SILANGO

 

E sia di quegli usati

su le scene europee.

LISINGA

 

Trattar bisogna

un eroico successo. Io sceglierei
l'Andromaca.

SILANGO

 

È divino.

Ma un fatto pastorale
è sempre più innocente, e naturale.

TANGIA

 

Sì: ma quella, che tedia
meno d'ogn'altra cosa, è la commedia.

LISINGA

 

Eventi illustri, e grandi
tratta l'eroico stil; commove affetti
corrispondenti a quelli: il core impegna,
ed a pensar con nobiltade insegna.

SIVENE

 

E il pastoral costume
ci fa senza fatica
innamorar dell'innocenza antica.

TANGIA

 

Ma la commedia intanto
più scaltra, e più sagace,
e riprende, e diletta; e sferza, e piace.

SILANGO

 

Fate dunque così (se pur volete
una volta finir) reciti ogn'una
nello stil ch'ha proposto
una picciola scena: e si risolva
su quel che piacerà.

SIVENE

 

Più bel ripiego

inventar non si può.

LISINGA

 

Incomincia Sivene.

SIVENE

 

Oh questo no!

Sia la prima Tangia.

TANGIA

 

Ben volentieri:

eccomi ad ubbidir.

(si leva in piedi)

SILANGO

 

Spiegar bisogna

ciò, che far si pretende,
prima d'incominciar.

TANGIA

 

Quello s'intende.
Io fingerò... Già posso
finger quel che mi par?

LISINGA

 

Certo.

TANGIA

 

Benissimo.

Fingerò dunque... E non importa al caso
se l'abito or non è corrispondente?

SILANGO

 

L'abito si figura.

TANGIA

 

Ottimamente.

LISINGA

 

Quando comincerai!

TANGIA

 

Subito. Io faccio

verbi gratia così:
supponete che qui... Meglio saria,
che un'altra cominciasse in vece mia.

SILANGO

 

Già l'aspettavo.

LISINGA

 

Eh non perdiam più tempo

(s'alza)

con questi scherzi. Io vi farò la strada.
Avanzate, sedete, e state attente.

 

Sivene, Tangia, e Silango vanno a sedersi ai lati, ma molto innanzi.

 

TANGIA

 

Mi son disimpegnata egregiamente.

SILANGO

 

Eccomi ad ascoltar.

 

LISINGA

 

Questa d'Epiro

è la real città. D'Ettore io sono
la vedova fedele. A questo lato
ho il picciolo Astianatte,
pallido per timor. Pirro ho dall'altro,
che vuol d'amore insano
il sangue del mio figlio, o la mia mano.

TANGIA

 

Che voglia maledetta.

LISINGA

 

Il barbaro m'affretta
alla scelta funesta. Io piango, e gemo,
ma risolver non so. Pirro è già stanco
delle dubbiezze mie: già non respira
che vendetta, e furore. Ecco s'avanza,
il bambino a rapir.

(rappresenta)

Ferma crudele,

ferma: verrò. Quell'innocente sangue
non si versi per me. Ceneri amate
dell'illustre mio sposo, e sarà vero,
ch'io vi manchi di fé! Ch'io stringa... Oh dio,
Pirro pietà! Che gran trionfo è mai
al vincitor di Troia
d'un fanciullo la morte? E quale amore
può destarti nell'alma una infelice,
giuoco della fortuna, odio de' numi?
Lascia, lasciaci in pace. Io tene priego
per l'ombra generosa
del tuo gran genitor. Per quella mano,
che fa l'Asia tremar: per questi rivi
d'amaro pianto... Ah le querele altrui
l'empio non ode.

TANGIA

 

Ammazzerei colui.

LISINGA

 

No, d'ottenermi mai,
barbaro non sperar:
mora Astianatte,
Andromaca perisca;
ma Pirro in van, fra gli empi suoi desiri,
e di rabbia, e d'amor frema, e deliri.

 
 

LISINGA

 

Ah non son io che parlo,

è il barbaro dolore,
che mi divide il core,
che delirar mi fa.

Non cura il ciel tiranno

l'affanno ~ onde mi vedo,
un fulmine gli chiedo,
e un fulmine non ha.

(va a sedere)

 

SILANGO

 

Ah non finir sì presto
germana amata.

LISINGA

 

Io la mia scena ho fatta:
faccia un'altra la sua.

TANGIA

 

Sentiamo almeno,

come si terminò questo negozio.

LISINGA

 

Io ve 'l dirò quando staremo in ozio.

SILANGO

 

Siegui, o bella Sivene.

 

SIVENE

 

Eccomi.

(s'alza da sedere)

Io fingo

una ninfa innocente.

TANGIA

 

(Quel titolo di bella è assai frequente.)

SIVENE

 

Rappresenti la scena
una valletta amena. Abbia all'intorno
di platani, e d'allori
foltissimo recinto: e si travegga
fra pianta, e pianta, ove è maggior distanza,
qualche rozza capanna in lontananza.
Qui al consiglio d'un fonte il crin s'infiora
Licori pastorella
semplice, quanto bella. Ha Tirsi al fianco
che piangendo l'accusa
di poco amore; ella, che amor promise,
e d'amor non s'intende,
ride a quel pianto: il pastorel s'offende.
Crudele, ingrata, egli la chiama, ed ella,
che non sa d'esser rea, sdegnasi. E a lui,
piena d'ire innocenti,
semplicetta risponde in questi accenti.

SILANGO

 

Bellissima Sivene
qui manca il pastorello:
se mi fosse permesso io farei quello.

TANGIA

 

(Siam di nuovo al bellissimo;
e mai non tocca a me.)

SIVENE

 

Sorgi, e se vuoi,

fingi il pastor: ma non sia lungo il giuoco.

(Silango si leva in piedi)

TANGIA

 

(Per dir la verità,
questa diversità mi scotta un poco.)

SILANGO

 

(rappresenta)

Che mai Licori ingrata
che far degg'io, per ottener quel core?
Ostentami rigore
e sarai men crudele. È tirannia
quel sempre lusingarmi,
quel dir sempre che m'ami, e non amarmi.
Lo so. Già sei sdegnata.
Più credulo mi vuoi. Ma come oh dio!
se quei begli occhi amati
nulla mi dicon mai; se mai non veggo
di timor, di speranza,
di gelosia, di tenerezza un solo
trasporto in te: se mai non trovo un segno
de' tumulti dell'alma in quel sembiante
come posso, o crudel, crederti amante?

 
 

SILANGO

 

Se son lungi, non mi brami,

se son teco non sospiri,
ah! ti sento dir che m'ami
ma sperar amor non so.

E se ancor de' miei martiri

mai pietà non ha quel core,
o non sa che cosa è amore,
o per me non lo provò.

 

SILANGO

 

Che vi par della scena?

TANGIA

 

In quel pastore
soverchia debolezza io ritrovai.

SILANGO

 

Ma la ninfa che adora è bella assai.

(va a sedere)

TANGIA

 

(Che insolente!)

LISINGA

 

Sivene udiamo il resto.

SIVENE

 

(rappresenta)

Ogni dì più molesto
dunque o Tirsi ti fai. Da me che brami?
Credi che poco io t'ami?
Dopo il fido mio can, dopo le mie
pecorelle dilette il primo loco
hai nel mio core: e questo è amarti poco?
Se più d'un core avessi,
più t'amerei: farò che Silvia, e Nice
t'amin con me; già, che hai sì gran talento,
d'esser amato assai. Non sei contento!
Intendo: il tuo desio
è che m'avvezzi anch'io
a vaneggiar con te. Che a dirti impari
che son dardi i tuoi sguardi;
che un sol tu sei: che non ho ben, che moro.
Se da te m'allontano,
oh questo no, tu lo pretendi in vano.

 
 

SIVENE

 

Mai non sperare

mentir ch'io possi,
ti voglio amare,
puoi lusingarti,
ma nell'amarti
non delirar.

Se a te non piace

restiamo in pace
e andiam contenti
ed io l'agnelle,
e tu gl'armenti
a pascolar.

 

SILANGO

 

Che amabil pastorella!

LISINGA

 

Or la commedia

è tempo che s'ascolti.

SILANGO

 

È ver: ma prima

lasciatemi appagar per carità
una curiosità. Questa valletta
in che paese è mai?

SIVENE

 

Oh questo importa poco.

SILANGO

 

Importa assai,

saper dove al presente
si possa ritrovar qualche innocente.

LISINGA
(con ironia)

 

Viva l'arguto ingegno.

 

TANGIA

 

Mi trovo nell'impegno,
ma non veggo il soggetto,
che intraprender potrei.

LISINGA

 

Qual più ti piace.
Un che venda bravura,
e tremi di paura. Un che non sappia
mandar fuori un sospiro,
che fu lo stil di Caloandro, o Ciro.

SIVENE

 

Un servo pecorone,
flagello del padrone.

SILANGO

 

Un vecchio amante,
che pieno di malizia,
contrasti fra l'amore e l'avarizia.

LISINGA

 

Un giovane affettato
tornato da' paesi...

TANGIA

 

Oh questo, questo.

SILANGO

 

(Qui ci anderà del mio.)

TANGIA

 

(Il vago Tirsi accomodar vogl'io.)

SILANGO

 

E ben Tangia diletta...

TANGIA

 

(sorge)

Eccomi alla toeletta,
ritoccando il tuppé.
Olà qualcuno a me, qualcuno olà.
Tarà larà larà.

(rappresenta e canta tra denti)

Un altro specchio, e presto.
Ta, rà; che modo è questo
di presentarlo? Oh che ignoranza crassa!
Pure alla gente bassa
perdonerei: ma qui viver non sa
né men la nobiltà. Chi non mi crede
vada una volta sola
alle Tuillerie. Quella è la scuola.
Là là chi vuol vedere
brillar la gioventù. Quello è piacere.
Uno salta in un lato,
l'altro è steso sul prato:
chi fischia, e si dimena:
chi declama una scena;
quello parla soletto,
rileggendo un biglietto.
Quello a Fillis che viene,
dice in tuon passionné
charmante beauté...

(cantando)

Ma qui?

Povera gente!
Fanno rabbia, e pietà. Non si fa niente.

E si lagnano poi, che son le belle
selvatiche con lor. Lo credo anch'io:
se i giovani non hanno arte, né brio.

 
 

TANGIA

 

Fanno l'amore

certi sguaiati
che qui si vedono
così affettati,
paion scimmiotti
dai gesti, e motti,
e palleggiando
van salutando
servo di lei,
io per lei moro,
o mio tesoro,
e divertendosi
vanno così.

(fa il ritornello con la voce, e balla in caricatura)

Fede non serbano,

non hanno affetto
e mai si sentono
amor nel petto:
ma sol ingannano
in ogni dì.

 

TANGIA
(insultando)

 

Che ti sembra Silango
di questo ritrattino?

SILANGO
(mortificato)

 

È bello assai.

TANGIA

 

L'idea mi par novella.

SILANGO

 

Sì: ma quella innocente è assai più bella.

TANGIA

 

(Non so, che gli farei.)

 

LISINGA

 

Via risolviamo.

Quale è dunque lo stile,
che preferir si debbe.

SIVENE

 

Il tragico sarebbe
senza fallo il miglior. Sempre mantiene
in contrasti d'affetti il core umano:
ma quel pianger per gusto è un poco strano.

SILANGO

 

Scelgasi dunque quella
semplice pastorella.

TANGIA

 

È d'uno stile

innocente, e gentile: e per un poco
certo darà piacer. Ma poi non ha
molta diversità. Quel parlar sempre
di capanne, e d'armenti
temo, che a lungo andar secco diventi.

LISINGA

 

Anch'io ne ho gran timor.

TANGIA

 

Dunque facciamo

qualche dramma ridicolo.

LISINGA

 

Facciasi. Ma corriamo un gran pericolo.

TANGIA

 

Qual è mai?

LISINGA

 

La commedia

degli uomini i difetti
deve rappresentar perché diletti.
E impossibile è affatto
che alcun non vi ritrovi il suo ritratto.

TANGIA

 

Cappari! Dice bene:
non se ne parli più. Tirarmi addosso
può gran nemici una parola, un gesto.
Fra gli altri guai mi mancherebbe questo.

LISINGA

 

Per tutto è qualche inciampo.

SILANGO

 

Orsù volete

seguitar belle ninfe il parer mio?

SIVENE

 

Io volentieri.

LISINGA,

 

E volentieri anch'io.

TANGIA

 

SILANGO
(ad una schiava)

 

Vengano gli istrumenti.

SIVENE

 

Il tuo pensiero impaziente aspetto.

SILANGO

 

Concertate un balletto. Ogn'un ne gode,
ogn'uno se n'intende;
non fa pianger, non secca, e non offende.

SIVENE

 

Sì sì.

TANGIA

 

Piace anche a me.

LISINGA

 

Può dir qualcuno

novità nella scelta, io non ritrovo:
ma quel che si sa bene, è sempre nuovo.

 

LISINGA

 

Voli il piede in lieti giri.

SIVENE

 

S'apra il labbro in dolci accenti.

LISINGA,

 

E si lasci in preda ai venti
ogni torbido pensier.

TANGIA

 

LISINGA,

 

E si lasci in preda ai venti
ogni torbido pensier.

TANGIA,

 

SIVENE,

 

SILANGO

 
 

SILANGO

 

Il piacer conduca il coro.

TANGIA

 

L'innocenza il canto ispiri.

TANGIA,

 

E s'abbracciano fra loro
l'innocenza, ed il piacer.

SILANGO

 

LISINGA,

 

E s'abbracciano fra loro
l'innocenza ed il piacer.

TANGIA,

 

SIVENE,

 

SILANGO

 
 

Incomincia il ballo intitolato il Giudizio di Paride.

 
 
 

Fine ATTO UNICO

 

 

ATTO UNICO 

 
 

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Data creazione pagina: 26 Novembre 2011

Ultima variazione testo: 26 Novembre 2011

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