atto
Terzo

scena
Prima

Camera chiusa, con porte, sedia e tavolino, con sopra da scrivere.
Tito e Publio.

 

PUBLIO

 

Già de' pubblici giuochi,
signor, l'ora trascorre. Il dì solenne
sai che non soffre il trascurarli. È tutto
colà, d'intorno alla festiva arena,
il popolo raccolto, e non si attende
che la presenza tua. Ciascun sospira,
dopo il noto periglio,
di rivederti salvo. Alla tua Roma
non differir sì bel contento.

TITO

 

Andremo,

Publio, fra poco. Io non avrei riposo,
se di Sesto il destino
pria non sapessi. Avrà il senato ormai
le sue discolpe udite; avrà scoperto,
vedrai, ch'egli è innocente; e non dovrebbe
tardar molto l'avviso.

PUBLIO

 

Ah! troppo chiaro

Lentulo favellò.

TITO

 

Lentulo forse

cerca al fallo un compagno,
per averlo al perdono. Ei non ignora
quanto Sesto m'è caro. Arte comune
questa è de' rei. Pur dal senato ancora
non torna alcun! Che mai sarà? Va', chiedi
che si fa, che s'attende. Io tutto voglio
saper pria di partir.

PUBLIO

 

Vado: ma temo

di non tornar nunzio felice.

TITO

 

E puoi

creder Sesto infedele? Io dal mio core
il suo misuro; e un impossibil parmi
ch'egli m'abbia tradito.

PUBLIO

 

Ma, signor, non han tutti il cor di Tito.

 
 

PUBLIO

 

Tardi s'avvede

d'un tradimento
chi mai di fede
mancar non sa.

Un cor verace,

pieno d'onore,
non è portento,
se ogni altro core
crede incapace
d'infedeltà.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Seconda

Tito e poi Annio.

 

TITO

 

No, così scellerato
il mio Sesto non credo. Io l'ho veduto
non sol fido ed amico,
ma tenero per me. Tanto cambiarsi

un'alma non potrebbe. Annio, che rechi?
L'innocenza di Sesto,
come la tua, di', si svelò? Che dice?
Consolami.

ANNIO

 

Ah! signor, pietà per lui

io vengo ad implorar.

TITO

 

Pietà! Ma dunque

sicuramente è reo?

ANNIO

 

Quel manto, ond'io

parvi infedele, egli mi diè. Da lui
sai che seppesi il cambio. A Sesto in faccia,
esser da lui sedotto
Lentulo afferma, e l'accusato tace.
Che sperar si può mai?

TITO

 

Speriamo, amico,

speriamo ancora. Agl'infelici è spesso
colpa la sorte; e quel che vero appare,
sempre vero non è. Tu ne hai le prove:
con la divisa infame
mi vieni innanzi; ognun t'accusa: io chiedo
degl'indizi ragion; tu non rispondi,
palpiti, ti confondi... A tutti vera
non parea la tua colpa? E pur non era.

Chi sa? Di Sesto a danno
può il caso unir le circostanze istesse,
o somiglianti a quelle.

ANNIO

 

Il ciel volesse!

Ma se poi fosse reo?

TITO

 

Ma, se poi fosse reo, dopo sì grandi
prove dell'amor mio; se poi di tanta
enorme ingratitudine è capace,
saprò scordarmi appieno
anch'io... ma non sarà: lo spero almeno.

 
 

atto
Terzo

scena
Terza

Publio con foglio, e detti.

 

PUBLIO

 

Cesare, no 'l diss'io? Sesto è l'autore
della trama crudel.

TITO

 

Publio, ed è vero?

PUBLIO

 

Pur troppo ei di sua bocca
tutto affermò. Coi complici il senato
alle fiere il condanna. Ecco il decreto
terribile, ma giusto;

(dà il foglio a Tito)

né vi manca, o signor, che il nome augusto.

TITO

 

Onnipotenti dèi!

(si getta a sedere)

ANNIO

 

Ah! pietoso monarca...

(inginocchiandosi)

TITO

 

Annio, per ora

lasciami in pace.

(Annio si leva)

PUBLIO

 

Alla gran pompa unite

sai che le genti ormai...

TITO

 

Lo so. Partite.

(Publio si ritira)

 
 

ANNIO

 

Pietà, signor, di lui!

So che il rigore è giusto;
ma norma i falli altrui
non son del tuo rigor.

Se a' prieghi miei non vuoi,

se all'error suo non puoi,
donalo al cor d'augusto,
donalo a te, signor.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Quarta

Tito solo a sedere.

 

TITO

 

Che orror! che tradimento!
Che nera infedeltà! Fingersi amico,
essermi sempre al fianco, ogni momento
esiger dal mio core
qualche prova d'amore; e starmi intanto
preparando la morte! Ed io sospendo
ancor la pena? e la sentenza ancora
non segno?... Ah! sì, lo scellerato mora.

(prende la penna per sottoscrivere, e poi s'arresta)

Mora!... ma senza udirlo
mando Sesto a morir?... Sì, già l'intese
abbastanza il senato. E s'egli avesse
qualche arcano a svelarmi? Olà!

(depone la penna; intanto esce una guardia)

TITO

 

(S'ascolti,

e poi vada al supplizio.) A me si guidi
Sesto.

(parte la guardia)

TITO

 

È pur di chi regna

infelice il destino!

(s'alza)

A noi si niega

ciò che a' più bassi è dato. In mezzo al bosco
quel villanel mendico, a cui circonda
ruvida lana il rozzo fianco, a cui
è mal fido riparo
dall'ingiurie del ciel tugurio informe,
placido i sonni dorme,
passa tranquillo i dì, molto non brama,

sa chi l'odia e chi l'ama, unito o solo
torna sicuro alla foresta, al monte,
e vede il core a ciascheduno in fronte.
Noi fra tante grandezze
sempre incerti viviam; ché in faccia a noi
la speranza o il timore
su la fronte d'ognun trasforma il core.
Chi dall'infido amico... Olà!... chi mai

questo temer dovea?

 
 

atto
Terzo

scena
Quinta

Publio e Tito.

 

TITO

 

Ma, Publio, ancora

Sesto non viene.

PUBLIO

 

Ad eseguire il cenno

già volaro i custodi.

TITO

 

Io non comprendo

un sì lungo tardar.

PUBLIO

 

Pochi momenti

sono scorsi, o signor.

TITO

 

Vanne tu stesso;

affrettalo.

PUBLIO

 

Ubbidisco.

(nel partire)

I tuoi littori

veggonsi comparir: Sesto dovrebbe
non molto esser lontano. Eccolo.

TITO

 

Ingrato!

All'udir che s'appressa,
già mi parla a suo pro l'affetto antico.
Ma no; trovi il suo prence e non l'amico.

(siede e si compone in atto di maestà)

 
 

atto
Terzo

scena
Sesta

Tito, Publio, Sesto e Custodi. Sesto, entrato appena, si ferma.

 

SESTO

 

(guardando Tito)

(Numi! è quello ch'io miro
di Tito il volto? Ah! la dolcezza usata
più non ritrovo in lui. Come divenne
terribile per me!)

TITO

 

(Stelle! ed è questo

il sembiante di Sesto? Il suo delitto
come lo trasformò! Porta sul volto
la vergogna, il rimorso e lo spavento.)

PUBLIO

 

(Mille affetti diversi ecco a cimento.)

 

TITO
(a Sesto con maestà)

 

Avvicinati.

SESTO

 

(Oh voce

che mi piomba sul cor!)

TITO
(a Sesto con maestà)

 

Non odi?

SESTO

 

(due passi e si ferma)

(Oh dio!

Mi trema il piè; sento bagnarmi il volto
da gelido sudore;
l'angoscia del morir non è maggiore.)

TITO

 

(Palpita l'infedel.)

PUBLIO

 

(Dubbio mi sembra,

se il pensar che ha fallito
più dolga a Sesto, o se il punirlo a Tito.)

TITO

 

(E pur mi fa pietà.) Publio, custodi,
lasciatemi con lui.

(parte Publio e le guardie)

 

SESTO

 

(No, di quel volto

non ho costanza a sostener l'impero.)

TITO

 

(rimasto solo con Sesto, depone l'aria maestosa)

Ah! Sesto, è dunque vero?
Dunque vuoi la mia morte? E in che t'offese
il tuo prence, il tuo padre,
il tuo benefattor? Se Tito augusto
hai potuto obliar, di Tito amico
come non ti sovvenne? Il premio è questo
della tenera cura
ch'ebbe sempre di te? Di chi fidarmi
in avvenir potrò, se giunse, oh dèi!
anche Sesto a tradirmi? E lo potesti?
E il cor te lo sofferse?

SESTO

 

(prorompe in un dirottissimo pianto e se gli getta a' piedi)

Ah, Tito! ah, mio

clementissimo prence!
Non più, non più. Se tu veder potessi
questo misero cor, spergiuro, ingrato,
pur ti farei pietà. Tutte ho su gli occhi,
tutte le colpe mie; tutti rammento
i benefizi tuoi: soffrir non posso
né l'idea di me stesso,
né la presenza tua. Quel sacro volto,
la voce tua, la tua clemenza istessa
diventò mio supplizio. Affretta almeno,
affretta il mio morir. Toglimi presto
questa vita infedel; lascia ch'io versi,
se pietoso esser vuoi,
questo perfido sangue a' piedi tuoi.

TITO

 

Sorgi, infelice!

(Sesto si leva)

TITO

 

(Il contenersi è pena

a quel tenero pianto.) Or vedi a quale
lagrimevole stato
un delitto riduce, una sfrenata
avidità d'impero! E che sperasti
di trovar mai nel trono? Il sommo forse
d'ogni contento? Ah! sconsigliato, osserva
quai frutti io ne raccolgo;
e bramalo, se puoi.

SESTO

 

No, questa brama

non fu che mi sedusse.

TITO

 

Dunque che fu?

SESTO

 

La debolezza mia,

la mia fatalità.

TITO

 

Più chiaro almeno

spiegati.

SESTO

 

Oh dio! non posso.

TITO

 

Odimi, o Sesto:

siam soli; il tuo sovrano
non è presente. Apri il tuo core a Tito,
confidati all'amico; io ti prometto
che augusto no 'l saprà. Del tuo delitto
di' la prima cagion. Cerchiamo insieme
una via di scusarti. Io ne sarei
forse di te più lieto.

SESTO

 

Ah! la mia colpa

non ha difesa.

TITO

 

In contraccambio almeno

d'amicizia lo chiedo. Io non celai
alla tua fede i più gelosi arcani;
merito ben che Sesto
mi fidi un suo segreto.

SESTO

 

(Ecco una nuova

specie di pena! o dispiacere a Tito,
o Vitellia accusar.)

TITO

 

(comincia a turbarsi)

Dubiti ancora?

Ma, Sesto, mi ferisci
nel più vivo del cor. Vedi che troppo
tu l'amicizia oltraggi
con questo diffidar. Pensaci.

(con impazienza)

Appaga

il mio giusto desio.

SESTO

 

(con impeto di disperazione)

(Ma qual astro splendeva al nascer mio!)

TITO

 

E taci? e non rispondi? Ah! già che puoi
tanto abusar di mia pietà...

SESTO

 

Signore...

sappi dunque... (Che fo?)

TITO

 

Siegui.

SESTO

 

(Ma quando

finirò di penar?)

TITO

 

Parla una volta:

che mi volevi dir?

SESTO

 

Ch'io son l'oggetto

dell'ira degli dèi; che la mia sorte
non ho più forza a tollerar; ch'io stesso
traditor mi confesso, empio mi chiamo;
ch'io merito la morte e ch'io la bramo.

TITO

 

(ripiglia l'aria di maestà)

Sconoscente! e l'avrai! Custodi! il reo
toglietemi dinanzi.

(alle guardie, che saranno uscite)

 

SESTO

 

Il bacio estremo

su quella invitta man...

TITO

 

(no 'l concede)

Parti.

SESTO

 

Fia questo

l'ultimo don. Per questo solo istante
ricordati, signor, l'amor primiero.

TITO

 

(senza guardarlo)

Parti; non è più tempo.

SESTO

 

È vero, è vero!

 
 

SESTO

 

Vo disperato a morte;

né perdo già costanza
a vista del morir.

Funesta la mia sorte

la sola rimembranza
ch'io ti potei tradir.

(parte con le guardie)

 
 

atto
Terzo

scena
Settima

Tito solo.

 

TITO

 

E dove mai s'intese
più contumace infedeltà! Poteva
il più tenero padre un figlio reo
trattar con più dolcezza? Anche innocente
d'ogni altro error, saria di vita indegno
per questo sol. Deggio alla mia negletta
disprezzata clemenza una vendetta.

(va con isdegno verso il tavolino, e s'arresta)

Vendetta! Ah! Tito, e tu sarai capace
d'un sì basso desio, che rende eguale
l'offeso all'offensor? Merita in vero
gran lode una vendetta, ove non costi
più che il volerla. Il torre altrui la vita
è facoltà comune
al più vil della terra: il darla è solo
de' numi e de' regnanti. Eh! viva... in vano
parlan dunque le leggi? Io lor custode
le eseguisco così? di Sesto amico
non sa Tito scordarsi? Han pur saputo
obliar d'esser padri e Manlio e Bruto.
Sieguansi i grandi esempi.

(siede)

Ogni altro affetto

d'amicizia e pietà taccia per ora.
Sesto è reo: Sesto mora!

(sottoscrive)

Eccoci al fine

su le vie del rigore:

(s'alza)

eccoci aspersi

di cittadino sangue, e s'incomincia
dal sangue d'un amico. Or che diranno
i posteri di noi? Diran che in Tito
si stancò la clemenza,
come in Silla e in Augusto
la crudeltà. Forse diran che troppo
rigido io fui; ch'eran difese al reo
i natali e l'età; che un primo errore
punir non si dovea; che un ramo infermo
subito non recide
saggio cultor, se a risanarlo in vano
molto pria non sudò; che Tito al fine
era l'offeso, e che le proprie offese,
senza ingiuria del giusto,
ben poteva obliar... ma dunque io faccio
sì gran forza al mio cor? Né almen sicuro
sarò ch'altri m'approvi? Ah! non si lasci
il solito cammin.

(lacera il foglio)

Viva l'amico,

benché infedele; e, se accusarmi il mondo
vuol pur di qualche errore,
m'accusi di pietà, non di rigore.

(getta il foglio lacerato)

Publio!

 
 

atto
Terzo

scena
Ottava

Tito e Publio.

 

PUBLIO

 

Cesare.

TITO

 

Andiamo

al popolo che attende.

PUBLIO

 

E Sesto?

TITO

 

E Sesto

venga all'arena ancor.

PUBLIO

 

Dunque il suo fato...

TITO

 

Sì, Publio, è già deciso.

PUBLIO

 

(Oh sventurato!)

 
 

TITO

 

Se all'impero, amici dèi,

necessario è un cor severo,
o togliete a me l'impero,
o a me date un altro cor.

Se la fé de' regni miei

con l'amor non assicuro,
d'una fede io non mi curo
che sia frutto del timor.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Nona

Vitellia, uscendo dalla porta opposta, richiama Publio, che seguiva Tito.

 

VITELLIA

 

Publio, ascolta.

PUBLIO

 

(in atto di partire)

Perdona;

deggio a cesare appresso
andar...

VITELLIA

 

Dove?

PUBLIO

 

(come sopra)

All'arena.

VITELLIA

 

E Sesto?

PUBLIO

 

Anch'esso.

VITELLIA

 

Dunque morrà?

PUBLIO

 

(come sopra)

Pur troppo.

VITELLIA

 

(Aimè!) Con Tito

Sesto ha parlato?

PUBLIO

 

E lungamente.

VITELLIA

 

E sai

quel ch'ei dicesse?

PUBLIO

 

No. Solo con lui

restar cesare volle: escluso io fui.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Decima

Vitellia, e poi Annio e Servilia da diverse parti.

 

VITELLIA

 

Non giova lusingarsi;
Sesto già mi scoperse: a Publio istesso
si conosce sul volto. Ei non fu mai
con me sì ritenuto; ei fugge; ei teme
di restar meco. Ah! secondato avessi
gl'impulsi del mio cor. Per tempo a Tito
dovea svelarmi e confessar l'errore.
Sempre in bocca d'un reo, che la detesta,
scema d'orror la colpa. Or questo ancora
tardi saria. Seppe il delitto augusto,
e non da me. Questa ragione istessa
fa più grave...

 

SERVILIA

 

Ah, Vitellia!

ANNIO

 

Ah, principessa!

SERVILIA

 

Il misero germano...

ANNIO

 

Il caro amico...

SERVILIA

 

È condotto a morir.

ANNIO

 

Fra poco, in faccia

di Roma spettatrice,
delle fiere sarà pasto infelice.

VITELLIA

 

Ma che posso per lui?

SERVILIA

 

Tutto. A' tuoi prieghi

Tito lo donerà.

ANNIO

 

Non può negarlo

alla novella augusta.

VITELLIA

 

Annio, non sono

augusta ancor.

ANNIO

 

Pria che tramonti il sole

Tito sarà tuo sposo. Or, me presente,
per le pompe festive il cenno ei diede.

VITELLIA

 

(Dunque Sesto ha taciuto! Oh amore! oh fede!)
Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro
così, senza pensar?) Partite, amici:
vi seguirò.

ANNIO

 

Ma, se d'un tardo aiuto

Sesto fidar si dée, Sesto è perduto.

(parte)

 

VITELLIA
(a Servilia)

 

Precedimi tu ancor. Un breve istante
sola restar desio.

SERVILIA

 

Deh! non lasciarlo

nel più bel fior degli anni
perir così. Sai che fin or di Roma
fu la speme e l'amore. Al fiero eccesso
chi sa chi l'ha sedotto. In te sarebbe
obbligo la pietà. Quell'infelice
t'amò più di sé stesso; avea fra' labbri
sempre il tuo nome; impallidia qualora
si parlava di te. Tu piangi!

VITELLIA

 

Ah! parti.

SERVILIA

 

Ma tu perché restar? Vitellia, ah! parmi...

VITELLIA

 

Oh dèi! parti, verrò: non tormentarmi!

 
 

SERVILIA

 

Se altro che lagrime

per lui non tenti,
tutto il tuo piangere
non gioverà.

A questa inutile

pietà che senti,
oh, quanto è simile
la crudeltà!

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Undicesima

Vitellia sola.

 

VITELLIA

 

Ecco il punto, o Vitellia,
d'esaminar la tua costanza. Avrai
valor che basti a rimirare esangue
il tuo Sesto fedel? Sesto, che t'ama
più della vita sua? che per tua colpa
divenne reo? che t'ubbidì crudele?
che ingiusta t'adorò? che in faccia a morte
sì gran fede ti serba? E tu frattanto,
non ignota a te stessa, andrai tranquilla
al talamo d'augusto? Ah! mi vedrei

sempre Sesto d'intorno, e l'aure e i sassi
temerei che loquaci
mi scoprissero a Tito. A' piedi suoi
vadasi il tutto a palesar. Si scemi
il delitto di Sesto,
se scusar non si può. Speranze, addio,
d'impero e d'imenei! nutrirvi adesso
stupidità saria. Ma, pur che sempre
questa smania crudel non mi tormenti,
si gettin pur l'altre speranze a' venti.

 
 

VITELLIA

 

Getta il nocchier talora

pur que' tesori all'onde,
che da remote sponde
per tanto mar portò;

e, giunto al lido amico,

gli dèi ringrazia ancora,
che ritornò mendico,
ma salvo ritornò.

(parte)

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Dodicesima

Luogo magnifico, che introduce a vasto anfiteatro, di cui per diversi archi scopresi la parte interna. Si vedranno già nell'arena i Complici della congiura, condannati alle fiere.
Nel tempo che si canta il coro, esce Tito, preceduto da' Littori, circondato da' Senatori e Patrizi romani, e seguìto da' Pretoriani; indi Annio e Servilia da diverse parti.

 
 

CORO

 

Che del ciel, che degli dèi

tu il pensier, l'amor tu sei,
grand'eroe, nel giro angusto
si mostrò di questo dì.

Ma cagion di meraviglia

non è già, felice augusto,
che gli dèi chi lor somiglia
custodiscano così.

 

TITO

 

Pria che principio a' lieti
spettacoli si dia, custodi, innanzi
conducetemi il reo. (Più di perdono
speme ei non ha: quanto aspettato meno,
più caro esser gli dée.)

 

ANNIO

 

Pietà, signore!

SERVILIA

 

Signor, pietà!

TITO

 

Se a chiederla venite

per Sesto, è tardi. È il suo destin deciso.

ANNIO

 

E sì tranquillo in viso
lo condanni a morir?

SERVILIA

 

Di Tito il core

come il dolce perdé costume antico?

TITO

 

Ei s'appressa: tacete!

SERVILIA

 

Oh Sesto!

ANNIO

 

Oh amico!

 
 

atto
Terzo

scena Tredicesima
ultima

Publio e Sesto fra' Littori, poi Vitellia, e detti.

 

TITO

 

Sesto, de' tuoi delitti
tu sai la serie, e sai
qual pena ti si dée. Roma sconvolta,
l'offesa maestà, le leggi offese,
l'amicizia tradita, il mondo, il cielo
voglion la morte tua. De' tradimenti
sai pur ch'io son l'unico oggetto. Or senti.

 

VITELLIA

 

Eccoti, eccelso augusto,

(s'inginocchia)

eccoti al piè la più confusa...

TITO

 

Ah! sorgi:

che fai? che brami?

VITELLIA

 

Io ti conduco innanzi

l'autor dell'empia trama.

TITO

 

Ov'è? chi mai

preparò tante insidie al viver mio?

VITELLIA

 

No 'l crederai.

TITO

 

Perché?

VITELLIA

 

Perché son io.

TITO

 

Tu ancora!

SESTO,

 

Oh stelle!

SERVILIA

 

ANNIO,

 

Oh numi!

PUBLIO

 

TITO

 

E quanti mai,

quanti siete a tradirmi?

VITELLIA

 

Io la più rea

son di ciascuno; io meditai la trama;
il più fedele amico
io ti sedussi; io del suo cieco amore
a tuo danno abusai.

TITO

 

Ma del tuo sdegno

chi fu cagion?

VITELLIA

 

La tua bontà. Credei

che questa fosse amor. La destra e il trono
da te speravo in dono; e poi negletta
restai due volte, e procurai vendetta.

TITO

 

Ma che giorno è mai questo! Al punto istesso
che assolvo un reo, ne scopro un altro! E quando
troverò, giusti numi!
un'anima fedel? Congiuran gli astri,
cred'io, per obbligarmi, a mio dispetto,
a diventar crudel. No! non avranno
questo trionfo. A sostener la gara
già s'impegnò la mia virtù. Vediamo
se più costante sia
l'altrui perfidia o la clemenza mia.
Olà! Sesto si sciolga: abbian di nuovo
Lentulo e i suoi seguaci
e vita e libertà. Sia noto a Roma
ch'io son l'istesso, e ch'io
tutto so, tutti assolvo e tutto oblio.

PUBLIO,

 

Oh generoso!

ANNIO

 

SERVILIA

 

E chi mai giunse a tanto?

SESTO

 

Io son di sasso!

VITELLIA

 

Io non trattengo il pianto!

TITO

 

Vitellia, a te promisi
la destra mia; ma...

VITELLIA

 

Lo conosco, augusto:

non è per me. Dopo un tal fallo, il nodo
mostruoso saria.

TITO

 

Ti bramo in parte

contenta almeno. Una rival sul trono
non vedrai, te 'l prometto. Altra io non voglio
sposa che Roma: i figli miei saranno
i popoli soggetti;
serbo indivisi a lor tutti gli affetti.
Tu d'Annio e di Servilia
agl'imenei felici unisci i tuoi,
principessa, se vuoi. Concedi pure
la destra a Sesto: il sospirato acquisto
già gli costa abbastanza.

VITELLIA

 

Infin ch'io viva

fia sempre il tuo voler legge al mio core.

SESTO

 

Ah cesare! ah, signore! e poi non soffri
che t'adori la terra e che destini
tempii il Tebro al tuo nume? E come, e quando
sperar potrò che la memoria amara
de' falli miei...

TITO

 

Sesto, non più: torniamo

di nuovo amici, e de' trascorsi tuoi
non si parli più mai. Dal cor di Tito
già cancellati sono:
me gli scordo, t'abbraccio e ti perdono.

 
 

CORO

 

Che del ciel, che degli dèi

tu il pensier, l'amor tu sei,
grand'eroe, nel giro angusto
si mostrò di questo dì.

Ma cagion di meraviglia

non è già, felice augusto,
che gli dèi chi lor somiglia
custodiscano così.

 
 
 

Fine ATTO III

 

 

ATTO I 

ATTO II 

ATTO III 

 
 

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Data creazione pagina: 27 Luglio 2009

Ultima variazione testo: 27 Luglio 2009

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