Regio anfiteatro.

 

In aria.

Apollo sopra il vivo Pegaso, attorniato da varie deitadi sopra nubi.

 

In terra.

La Fama con la tromba sopra un globo: dirimpetto Amore, che preme un Marte armato.

 

atto
Terzo

scena
Prima

Escono da lontano Attila, Irene, Valentiniano, Massimo, Oronte, Desba.

 
 

ATTILA

 

È mio cielo un bel sembiante,

bionde chiome son l'auree sfere,
e una fronte alba lucente;
e in due luci, che son nere
bipartito è un sole ardente;
e una bocca iri vermiglia
vibran folgori due ciglia.

 

ATTILA

 

Dove siede qual Giove il nume infante
degno è un trono di stelle
bella al tuo piè; già che di lampi sparso
con lucido portento
chiudi ne' tuoi begl'occhi 'l firmamento.

IRENE

 

È un ciel terren, se un dio terren sostenta.

Vanno a sedere sopra eminente trono, in questo Valentiniano mentre anch'egli va a sedere, dice fra sé:

VALENTINIANO

 

(Quest'audace gigante
foriera al precipizio ha la salita.)

MASSIMO

 

(La tomba al soglio in questo dì va unita.)

Apollo sul Pegaso:

APOLLO

 

Giove primo tra dèi, nume di Giove,
de la cui spada al folgore tremendo
pallido 'l sol più volte
ne l'atlantica Teti
precipitò la sbigottita luce,
queste de l'Etra abitatrici eterne
a' tuoi regi sponsali
d'alta divinità porgon tributo.
O voi dive immortali
che su lucidi globi il piè volgete.

 
 

APOLLO

 

Del vandalico regnante

a le piante
omai scendete.

Versi che formano le deità:

DEITADI

 

Scrive disceso al suol piede superno

de la glorie il grido eterno.

Calano le Deitadi, e anco Apollo in questo.

 
 

ATTILA

 

Bella mia, da' tuoi begl'occhi,

per donar la luce al giorno,
nel suo lucido passaggio,
or viene 'l sole, a mendicarne un raggio.

 

VALENTINIANO

 

Lieto giorno, e felice.
(O superbia mortal l'empio Tifeo
ne' suoi pensieri gonfi
d'un espugnato ciel sogna i trionfi.)

 

Scesa delle Deitadi; segue Apollo sul Pegaso.

 

APOLLO

 

Cittadine celesti

or con danza leggiadra
l'alto imeneo s'onori.

 

Segue il ballo di Deitadi, che compongono i seguenti versi:

DEITADI

 

Scrive disceso al suol piede superno

de la glorie il grido eterno.

 

APOLLO

 

Diva di cento lumi, Argo volante
suona tu l'aurea tromba; e omai decanta
da l'Istro freddo a l'abbronzato Mauro
nodo così felice:
e per narrar l'alte bellezze immense
d'Onoria la vezzosa,
a ciel remoto, ed attonita parte
se n' voli Amore, e si profondi Marte.

Volano Amore e Fama, e Marte va sotterra.

 

APOLLO

 

Corsiero alato

dispiega 'l vol,
a bei lampi d'un ciglio aurato
rieda al mondo più chiaro 'l sol.

 
 

atto
Terzo

scena
Seconda

Attila con Valentiniano, e Irene scendono dal trono; Massimo, Teodorico, Oronte, Desba.

 

ATTILA

 

Nudo arciero, che porta l'ali
nel mio seno 'l volo spiegò,
e scagliando strali.

IRENE

 

Fatali questo cor ei fulminò

MASSIMO

 

Già di Tespo il gran dio scuote la face.

ORONTE

 

E sul letto regal pronuba in cielo
la candida Lucina
spiegò l'argenteo velo.

VALENTINIANO

 

Di fortuna la chioma
a la coppia regal formi catena.

DESBA

 

(Che sarà mai.)

MASSIMO

 

(Giubila o core.)

TEODORICO

 

(Ahi pena.)

 

Vengono due Soldati e sopra due coppe portano due pupille, e una tazza con sangue.

 

VALENTINIANO

 

Ecco o gran re del temerario Edipo
le svelte luci, e del fellon, che langue
col rossor de la colpa eccoti 'l sangue.

IRENE

 

(Veggo ancor senza luci,
e sanza sangue io spiro!)

Attila guarda intanto.

Vengono deposte le coppe.

IRENE

 

(Finger saprò per vendicarmi un giorno.)

ATTILA

 

(mentre porge la destra ad Irene)

Quella mano del cui candore
è riflesso la via del latte
porgi...

 
 

atto
Terzo

scena
Terza

Oronte presenta ad Attila un Soldato; detti.

 

ORONTE

 

Nuzio latino

al mio signor un chiuso foglio arreca.

Il Soldato porge ad Attila una carta, egli la riceve, e segue:

ATTILA

 

Parti.

Legge piano, poi guardando tutti ad uno ad uno con occhio severo, e minacciante parte senza parlare.

 

VALENTINIANO

 

Che veggo!

MASSIMO

 

E quai stupori!

ORONTE

 

Quai stravaganze iscorgo!

(parte)

 

IRENE

 

Desba noto è l'inganno.

DESBA

 

Ah, lo previdi.

VALENTINIANO
(a Massimo)

 

Onoria ci tradì.

MASSIMO

 

Rinchiusa giace;
del giardin ne lo speco
verrai signor.

VALENTINIANO

 

Amico

or, che mira tua se l'Italia gode.

(parte)

 

MASSIMO

 

(Sol per tradir io aggiungo frode a frode.)

 
 

atto
Terzo

scena
Quarta

Desba. Irene.

 

DESBA

 

Ecco al fin o signora
le macchine distrutte; e figlio, e sposo
vivon de l'empietade
spaventevoli scempi: ah l'ardimento,
fa 'l perillo crudel del tuo tormento.

IRENE

 

Timoroso pensier di mente umana
con larve immaginate
suol delirar sovente; or tu sagace
vanne, osserva, e rapprova,
non può perir chi ha la ragion per scorta.

 
 

atto
Terzo

scena
Quinta

Partiti tutti resta sola Irene.

 

IRENE

 

Occhi d'un morto sol, soli eclissati,
sangue di questo core,
cor de la vita mia stillato in sangue,
a chi di voi col lagrimar mi volgo?

 
 

IRENE

 

Luci squallide,

sangue tiepido,
miei tesori peregrini.
Del mio ciel spenti zaffiri,
liquefatti d'amor vaghi rubini.

 

IRENE

 

Se spente in que' begl'occhi
son le mie cinosure, in van più spero
trovar porto a la vita, o amate luci
al vago ciglio o dio chi v'ha rapite?
Gl'archi voi, non avete, e mi ferite.
Ah, ch'in quel rio di sangue,
ebbe perpetuo occaso il nume biondo;
e in quegl'echi perì l'occhio del mondo.
Deh, chi mi porge un ferro?
Chi la vita mi toglie? e chi nel core
m'apre dolce ferita?

Con pupilla di sangue
piangerò, e sangue, e d'occhi, e core, e vita.
Sì, sì, se m'involò perfida sorte
occhi, cor, sangue, e vita, io volo a morte.

 

Mentre parte disperata, e piangente, incontra Teodorico, e Torismondo, ambo con abito mentito, e barba posticcia.

 
 

atto
Terzo

scena
Sesta

Teodorico. Torismondo. Irene.

 

TEODORICO

 

Sposa.

TORISMONDO

 

Madre.

IRENE

 

Che miro; o pur raveggo:

o mio figlio, e consorte, e come i' torno
in que' begl'occhi a vagheggiar il giorno.

TEODORICO

 

Pria, che rieda sul Tago eto anelante
saprai qual caso ignoto
c'asconde in queste spoglie.
E come o cara,
come quest'occhi miei
potean cader, se tu mia luce sei?

IRENE

 

Fuggite, o dio fuggite.
In questo punto ad Attila 'l superbo
empio guerrier latino
in bianco foglio, ove gran fiamma è accesa,
rivelando la frode
spiegò vessil di resa.

TORISMONDO

 

Perfido cielo.

TEODORICO

 

Ah figlio,

fuggi il barbaro Pirro,
e qual de' parri è l'uso, or la tua sorte
vinci fuggendo, e tu, che sei de' Galli
speme sorgente; or ti nascondi, e cela
del giardin ne la grotta.

TORISMONDO

 

Madre ti lascio.

TEODORICO

 

Irene io parto.

IRENE

 

E dove

porti que' rai lucenti?

TEODORICO

 

D'incerta sorte a investigar gl'eventi.

 
 

IRENE

 

Se fortuna fu cieca sfera

incostante girando va.
Da le stelle sperar vo' pietà.
Cangia forme l'ignuda arciera:
dunque o core amando spera.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Settima

Grottesca adornata da squame, e conchiglie.
Massimo, con una squadra di Soldati vandali.

 
 

MASSIMO

 

Non speri vendetta chi finger non sa.

Porti 'l labbro di sirena,
di Nettuno abbia l'aspetto,
fera sia, ch'a vario oggetto
il color cangiando va.

 

MASSIMO

 

Qui fermate le piante,
o del vandalo campo alti guerrieri.

(si ascondono i soldati)

MASSIMO

 

Io qui cesare attendo.

 
 

MASSIMO

 

In questa grotta

perirà,
caderà,
da più strali fulminato
il latin Polifemo al suol svenato.

 
 

atto
Terzo

scena
Ottava

Valentiniano, Massimo.

 
 

VALENTINIANO

 

Diluviatemi pur, diluviatemi,

dèi dell'Etera,
i vostri folgori,
bersagliatemi pur, bersagliatemi,
ch'il mio alloro temer non può.
Cruda sorte non cederò,
ch'a domar d'una cieca l'orgoglio
ho un cor di selce, ho un'anima di scoglio.

 

MASSIMO

 

O regnator de la romulea fede,
se di mancante lume il debil raggio
nel suo pallido mondo
il pianeta lunar diffonder vuole,
si questo ciel, squamoso
tra i conavi d'argento Onoria splende
l'astro latino, e de l'Italia 'l sole.

VALENTINIANO

 

Massimo è la tua fé palladio al Tebro.

MASSIMO

 

Or scorgerai signore
l'opra di buon vassallo; olà seguaci
stringete fra catene
questo cesare indegno.

 

Escono gli Soldati, e afferrando cesare, lo legano ad un sasso.

 

VALENTINIANO

 

Fermatevi o felloni.
Massimo, e come, il tuo signor tradisci?

MASSIMO

 

Chi l'onor mi rapì, perda la vita,
scrive in bronzo l'offese alma latina.

VALENTINIANO

 

Ah perfido.

MASSIMO

 

È da nume

de' lascivi tiranni
far sanguinoso scempio, e merta al crine
de i cesari l'alloro
chi a un cesare fellon reca 'l cipresso.
Ora da un nembo di strali
barbara morte aspetta,
che perdono non è tarda vendetta.

 
 

atto
Terzo

scena
Nona

Liso con Onoria. Massimo, Valentiniano legato.

 

ONORIA

 

Dove odio mi conduci?

MASSIMO

 

(È questa Onoria?)

LISO

 

Vieni.

MASSIMO

 

Lascia fellone.

LISO

 

Attila...

MASSIMO

 

Parti.

O caderai trafitto
per quest'acciar.

LISO

 

Da Marte sì sdegnoso

rapido i' fuggo. (Udirò 'l tutto ascoso.)

ONORIA

 

Massimo, eroe del Tebro
tu romano Perseo, di crudo mostro
mi togliesti.

MASSIMO

 

Non più: partite amici.

 

Partono li Soldati.

 

MASSIMO

 

Cesare, or tu ravvisi
questa vergine eccelsa?

ONORIA

 

Che vedete occhi miei?

LISO

 

(È questa Onoria a cesare sorella?)

VALENTINIANO

 

Fulminatelo o dèi.

MASSIMO

 

A l'offensor qui renderò l'offesa;
su le tue luci stesse
o Tarquinio superbo
di questo seno i' macchierò 'l candore,
sforzerò la germana.

ONORIA,

 

Ah traditor.

VALENTINIANO

 

ONORIA

 

Lasciami indegno.

MASSIMO

 

Taci,

o proverai di Filimena 'l duolo;
ti svellerò la lingua.

 
 

atto
Terzo

scena
Decima

Sopravviene Torismondo, mentre Massimo è in atto di sforzare Onoria.

 

TORISMONDO

 

Ah lascivo, che tenti?

MASSIMO

 

Scostati, temerario.

ONORIA,

 

Ah Torismondo.

VALENTINIANO

 

VALENTINIANO

 

Ah prence.

TORISMONDO
(a Valentiniano)

 

Signor.

MASSIMO
(ad Onoria)

 

Cedi.

TORISMONDO
(a Massimo)

 

Inumano.

ONORIA

 

Chi mi soccorre?

MASSIMO

 

Ogni soccorso è vano.

TORISMONDO

 

Torrò i lacci ad augusto.

 

Torismondo va a scioglier Valentiniano, Massimo denuda la spada con la destra per ucciderlo, con la sinistra tiene Onoria che fa forza per trattenerlo; in fine gli fugge: Torismondo scioglie Valentiniano e Massimo fugge mentre Valentiniano denuda il ferro.

 

MASSIMO

 

Fellone: ah mi fuggì.

TORISMONDO

 

Signor ti sciolgo.

MASSIMO,

 

(Ad Attila tradito 'l piè rivolgo.)

(fuggono)

LISO

 
 
 

atto
Terzo

scena
Undicesima

Valentiniano, Torismondo.

 
 

VALENTINIANO

 

Fido eroe tua desta sorte

le ritorte
al mio piede spezzò,
e l'Ausonia incatenò;
denno a te con doppia palma,
Roma 'l cesare suo, cesare l'alma.

 

TORISMONDO

 

Del ciel latino al porporato Atlante,
e a l'impero di Roma
assiste dio su la stellata mole?
(Ma retrogrado qui veggo 'l mio sole.)

 
 

atto
Terzo

scena
Dodicesima

Torna Onoria. Valentiniano. Torismondo.

 

ONORIA

 

Mio cesare.

VALENTINIANO

 

Sopprimi

le temerarie voci.

TORISMONDO

 

Perdona, augusto.

VALENTINIANO

 

Empia Tarpea rubella
perdon non merta? O Torismondo amico,
vieni, lascia costei, ch'al re crudele
palesò la congiura.

TORISMONDO

 

Ahi, che sento.

ONORIA

 

È mendace.

VALENTINIANO

 

Ma quella lingua audace
spada d'irata Astrea troncar saprà.

ONORIA

 

Deh, ferma.

TORISMONDO

 

Ah no, pietà.

 
 

atto
Terzo

scena
Tredicesima

Torismondo segue Valentiniano che sdegnato parte. Onoria sola.

 

ONORIA

 

Valentinian m'aborre?
Torismondo mi lascia? E neghittosa
per nutrir il mio duol, sarò a me stessa
qual vorace Saturno esca nascente?
No, no, contro l'amante
sorgerà in me 'l furor, di Fasi, e Colco
rinnoverò gli scempi; e fuor di Tebe
vedrasi ancora ir di fraterno sangue
gonfi e torrenti e mari: e che più tardo?
Al vandalo feroce
scoprirò l'esser mio, l'Italia vada
schiava tra laccio ingiusto:
non rida Onoria, e non trionfi augusto.

 
 

ONORIA

 

Sei mio core nel laberinto,

ti fu scorta un cieco alato:
tra gl'errori d'un crine aurato
novo Teseo sospiri avvinto.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Quattordicesima

Stanza di Filistene.
Filistene, sedente, e appoggiato ad un letto, tiene al canto sopra d'un tavolino istrumenti astrologici.

 
 

FILISTENE

 

L'uom, che saggio può farsi eterno;

dominar può in ciel le stelle,
la virtù preme l'oblio,
e s'innalza fastosa al ciel superno:
tal, quasi eguale a' numi,
ebbe Alcide nel mondo ostie, e profumi.

 

FILISTENE

 

Attila, 'l re del Caucaso nevoso,
non anco i' veggo: in suggellato foglio
io gl'accennai per cavalier latino,
che per troncar le teste
d'un idra ribellante,
rivolga a questo suol ratto le piante.
Ma sento omai, che dal trafitto seno
prende l'alma congedo; ah contro il dardo
de l'arco onnipotente etneo ciclope
non tempra armi fatali: in chiare note
gli spiegherò, ch'in breve
intenderà di questa rota 'l giro
da Massimo romano.

(mentre scrive cade sul letto e muore)

Ahi cado, e spiro.

 
 

atto
Terzo

scena
Quindicesima

Attila. Oronte. Filistene giacente sul letto.

 
 

ATTILA

 

Portò a l'Asia alta ruina

con suoi rai greca beltà;
e per Elena latina
tutto 'l mondo oggi arderà.

 

ORONTE

 

Mira o signor là: de le piume in seno
con le chiuse palpebre
l'aquila de le stelle, o dorme, o giace.

ATTILA

 

Fa che si desti.

ORONTE

 

O Filistene, amico,
apri le luci, e sorgi:
freddo, pallido, esangue, estinto al mondo
vive al regno de' morti.

ATTILA

 

Spirò?

ORONTE

 

Qui vergò un foglio.

ATTILA

 

Leggi.

ORONTE
(legge)

 

«Attila: i tradimenti
orditi già, da Massimo...»
Ch'intendo?

ATTILA

 

Segui.

ORONTE

 

Altro non scrisse.

ATTILA

 

Massimo dunque, è 'l traditor indegno?

 
 

atto
Terzo

scena
Sedicesima

Sopravvengono Liso, e Desba, l'uno dall'una, l'altra da un'altra parte.

 

DESBA,

 

Attila con Oronte!

LISO

 

ATTILA

 

Or proverà 'l fellone
d'un tradito monarca 'l fiero sdegno.

DESBA

 

(Parla di Teodorico.)

LISO

 

(Ah di Liso favella.)

ORONTE

 

È de la vita indegno
chi nimico al suo re mancò di fede.

DESBA

 

È Teodorico al certo.

(parte)

 

LISO

 

(Chi confessa 'l delitto acquista morte.)
Signor pietà, perdono.

(si prostra)

ATTILA

 

Parla tosto arrogante.

LISO

 

Massimo 'l reo latino, 'l folle amante
già rapimmi colei, che per tua legge
dovea cader con mille stral in petto.

ATTILA

 

Tanto ardì quell'audace?

LISO

 

Per la man del fellon vidi ad un sasso
cesare incatenato; e sappi o sire
che Onoria...

ATTILA

 

La sorella d'augusto?

LISO

 

Appunto.

ATTILA,

 

La mia vita.

ORONTE

 

LISO

 

(Sa ch'è Onoria la schiava.)
Il reo lascivo
d'Onoria al sen tentò rapir l'onore.

ATTILA

 

Ah indegno.

ORONTE

 

Ah traditore.

LISO

 

Guerrier pietoso
frange i lacci ad augusto; Onoria fugge,
io con l'ali a le piante
venni a recar l'annuncio al regio piede.

ATTILA

 

Vanni, e attenda tua fé degna mercede.

 
 

atto
Terzo

scena
Diciassettesima

Massimo, Attila. Oronte.

 

MASSIMO

 

Signor.

ATTILA

 

Sì baldanzosa

d'Attila al regio aspetto
porti ancora la fronte, empio romano?

MASSIMO

 

Sappi...

ATTILA

 

Chiudi quel labbro.

Oronte. Stringa ferro tenace
il temerario; al cesare latino
vadane incatenato;
trovi la prigioniera, e fra tormenti
scopra l'empio Sinone i tradimenti.

MASSIMO

 

Odi almen.

ATTILA

 

Sia eseguito.

ORONTE

 

Alti accidenti.

 
 

ATTILA

 

Miei spirti feroci sorgetemi in petto.

Farò strage de gl'empi ribelli
già ministre di crudi flagelli
portovi seno Megera, ed Aletto.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Diciottesima

Sala regale.
Irene. Teodorico. Torismondo e Desba, che sopraggiungono.

 
 

IRENE

 

Del mio petto o gradita costanza

stella fissa nel cielo d'Amore?
La tua luce ravviva 'l mio core,
e m'indora nel sen la speranza.

Del mio petto o gradita costanza.

 

TEODORICO

 

Sposa.

TORISMONDO

 

Madre.

DESBA

 

Signora.

TEODORICO

 

Siam palesi al nemico.

TORISMONDO

 

La congiura è già scoperta.

DESBA

 

È già noto il tradimento.

IRENE

 

Infelice, che sento?
O mio dolce consorte, o amato figlio:
ah che per voi carnefice esecrando
barbaramente arrota
la funesta bipenne.

TEODORICO

 

Animo, ardir: alma che grande nasce
può sottrarsi a l'infamia.
Generoso morir la vita onora:
e dopo morte, entro 'l feretro oscuro
non si riceve offesa.
Questo ferro omicida
di tre vite regali 'l fil recida.

TORISMONDO

 

Svenami o genitor.
Eccoti 'l seno.
Sarà felice sorte,
per man de la mia vita aver la morte.

TEODORICO

 

Chi è grande più, serva al minor d'esempio:
e de' primo morir chi già nel mondo
ebbe primo 'l natale.

IRENE

 

Cedi o sposo quel ferro.
Donna, ch'è nulla al mondo
pria dal mondo si levi.

TORISMONDO

 

A me si porga.

DESBA

 

(Io lo rifiuto.)

IRENE

 

Lascia.

TEODORICO

 

Lasciate.

DESBA

 

A chi: con duolo amaro
resta poco di vita è 'l viver caro.
Attila lunge io scorgo.

IRENE

 

Partite.

TEODORICO

 

O dio, sbranata al suol cadrai.

TORISMONDO

 

Ah, ch'il leon.

IRENE

 

Fuggite.

E a pro de la mia vita
col regnante del Lazio oprar vi caglia:
di lilibea sirena, io tra lusinghe
avrò a le labbra 'l canto,
e co' vezzi trarrò l'aspe a l'incanto.

DESBA,

 

Ti lascio.

TEODORICO

 

IRENE

 

Addio. (Frenar non posso 'l pianto.)

 
 

atto
Terzo

scena
Diciannovesima

Irene. Desba. Attila.

 

IRENE

 

Meste faci a la mia morte,
lagrimate occhi dolenti.

 
 

ATTILA

 

Da sì vaghe pupille amorose,

perché o bella 'l pianto cade?
Di quel volto le fresche rose
non han d'uopo di rugiade.

 

ATTILA

 

Ah, che stupido amor qui veder vuole
i pianti de l'aurora in faccia al sole?

IRENE

 

(Respiro.) Ha dal pianto 'l ristoro alma tradita.
Splendono in que' begl'occhi
le Pleiadi piovose.

ATTILA

 

Tergi i lumi dolenti.
Il romano gigante,
ch'ardì assalir del tuo bel volto 'l cielo
entro ferrea catena
fulminato a quest'or paga la pena.

IRENE

 

(Io non intendo 'l favellar.)

ATTILA
(alle guardie)

 

Partite.

DESBA

 

Or tu adopra o signora arte, ed ingegno.

IRENE

 

(M'assista 'l ciel contro 'l tiranno indegno.)

 
 

atto
Terzo

scena
Ventesima

Attila, e Irene. Soli.

 
 

ATTILA

 

Da quel labbro di rubino,

ove dolci stilla i fauci
ape alata 'l dio bambino,
coglierò baci soavi.

 

IRENE

 

(Stelle non mi tradite.)
Odi questa qual sia beltà, ch'io porto
idolo, e idolatra.

 
 

ATTILA

 

Per segnar un dì sì beato

or mi presti l'arcier bendato
i bianchi marmi, del tuo sen.
Qui tra i lampi d'un volto seren,
andrà 'l mio cor, pria, che restarne assorto,
nel mar del duol su quelle poppe al porto.

 

IRENE

 

Lascia o mio re, che di ligustri, e rose
sparga sul crine un odoroso nembo.

ATTILA

 

Il Giove son de la mia Danae in grembo.

Le appoggia il capo sul seno.

 
 

IRENE

 

Quella dèa, ch'il polo indora

più non vanti al sol nascente
infiorar il crin, ch'è d'oro:
ch'io qui a scorno de l'aurora
d'un più bel sol le vaghe chiome infioro.

 

ATTILA

 

Dolce è il posar in bianco sen di latte.

 
 

IRENE

 

Ai corsieri frenando 'l morso

Febo in ciel stanco dal corso
posa, e dorme a l'onda in sen;
ma di Teti.

(vede che dorme, si leva piano)

 

IRENE

 

Qui cade al fin a lusinghieri accenti
qual di Stige il trifauce a i dolci carmi
del gran cantor de' Traci,
addormentato 'l cerbero de' Goti.
Ma con cesare invitto
Teodorico non veggo: animo Irene;
l'ucciderò, ma come?
O nemica de gl'empi
alta deità; qui d'Orion la spada
prestami in sì grand'uopo
che risolvo! Che penso! Al fianco armato,
gl'involerò quel ferro.
Già l'impugno, e già l'afferro;
e qui son con destra invitta
del gotico Oloferne altra Giuditta.

 

L'uccide piantandoli 'l ferro su la fronte e cade.

 
 

atto
Terzo

scena
Ventunesima

In questo vengono Valentiniano, Teodorico, Torismondo armati di spada. Irene.

 

TEODORICO

 

Qui 'l tiranno lasciai.

TEODORICO,

 

Mora.

VALENTINIANO,

 

TORISMONDO

 

IRENE

 

Fermate.

TEODORICO

 

Ah, l'infida Irene.
Tu fai scudo al nemico?

VALENTINIANO

 

E tu reina?

IRENE

 

Deponete que' brandi: un cor di donna
basta per un tiranno.
Ecco trafitto
l'empio per questo ferro; or tu calpesta
d'un superbo Golia l'orrida testa.

TEODORICO

 

Eroica fede.

TORISMONDO

 

O genitrice invitta.

VALENTINIANO

 

Godi o Arpalice altera, invitta Iole
io delusi 'l nemico, e con inganno
tolsi prole, e consorte,
al Mezentio tiranno.

IRENE

 

Rieda o sposo il riso al ciglio.

[Insieme]

IRENE

 

O adorato consorte.

 

TEODORICO

 

O adorata consorte.

 
 

IRENE

 

O dolce figlio.

 
 

atto
Terzo

scena Ventiduesima
ultima

Mentre Irene abbraccia Torismondo, vede e ode Onoria che sopravviene, dalla parte d'Attila ucciso viene Oronte, che conduce Massimo legato.

 

ONORIA

 

Ciel che veggo!

ORONTE

 

Ch'osservo!

ONORIA

 

Come figlio l'abbraccia!

MASSIMO,

 

Attila ucciso!

ORONTE

 

VALENTINIANO

 

Figlio sovente è di gran pianto 'l riso.

ORONTE

 

(Valga l'ingegno.) O domator de' mostri
Ercole de l'Italia; or che nel suolo
trofeo de la tua mano,
de la terra, e del ciel cade 'l flagello,
a te scorso 'l rubello.

MASSIMO

 

Mi balzò da la rota empia fortuna.

VALENTINIANO

 

Sdegno in quel volto infame
le luci profanar; al Campidoglio
su l'invitto Tarpeo fattone scempio
a la romana fé serva d'esempio.

ONORIA

 

Alto germano eccelso
si conceda ad Onoria
Torismondo in sposo.

TORISMONDO

 

Ell'è 'l mio core:

merta perdon, ch'è pargoletto amore.

TEODORICO

 

Che sento.

IRENE

 

Alti accidenti.

ORONTE

 

Cesare, anch'io quel vago volto adoro.

VALENTINIANO

 

Resti di Torismondo: avrai gran duce
Pulcheria, al grand'augusto
la seconda germana, e la catena
formi Imeneo su la romana arena.

 
 

IRENE

 

Miei spiriti ridete,

rallegrati o cor.
Mi brillino in petto
la gioia, e 'l diletto.
Di perfide stelle
cangiato è l'aspetto
cessato 'l rigor.

 
 
 

Fine ATTO III

 

 

ATTO I 

ATTO II 

ATTO III 

 
 

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Data creazione pagina: 1 Agosto 2009

Ultima variazione testo: 1 Agosto 2009

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