atto
Terzo

scena
Prima

Porto di mare con navi per l'imbarco d'Enea.
Enea e i suoi.

 

ENEA

 

Compagni invitti a tollerare avvezzi
e del cielo e del mar gl'insulti e l'ire,
destate il vostro ardire,
che per l'onda infedele
è tempo già di rispiegar le vele.
Quegli stessi voi siete
che intrepidi varcaste il mar sicano.
Per voi sdegnate invano
di Cariddi e di Scilla
fra' vortici sonori
tutti adunò Nettuno i suoi furori.
Per sì strane vicende
all'impero latino il ciel ne guida.
Andiamo amici, andiamo.
Ai troiani navigli
fremano pur venti e procelle intorno,
saran glorie i perigli;
e dolce fa di rammentarli un giorno.

 

Al suono di vari strumenti segue l'imbarco e nell'atto che Enea sta per salir su la nave, esce

 
 

atto
Terzo

scena
Seconda

Iarba con séguito de' Mori e detti.

 

IARBA

 

Dove rivolge dove
quest'eroe fuggitivo i legni e l'armi?
Vuol portar guerra altrove
o da me col fuggir cerca lo scampo?

ENEA

 

Ecco un novello inciampo.

IARBA

 

Fuggi, fuggi se vuoi,
ma non lagnarti poi
se della fuga tua Iarba si ride.

ENEA

 

Non irritar superbo
la sofferenza mia.

IARBA

 

Parmi però che sia
viltà, non sofferenza il tuo ritegno.
Per un momento il legno
può rimaner sul lido,
vieni, s'hai cor, meco a pugnar ti sfido.

ENEA

 

Vengo.

(alle sue genti)

Restate, amici,

che ad abbassar quel temerario orgoglio
altri che il mio valor meco non voglio.
Eccomi a te. Che pensi?

IARBA

 

Penso che all'ira mia
la tua morte sarà poca vendetta.

ENEA

 

Per ora a contrastarmi
non fai poco se pensi. All'armi.

IARBA

 

All'armi.

Mentre si battono, e Iarba va cedendo, i suoi Mori vengono in aiuto di lui e assalgono Enea.

ENEA

 

Venga tutto il tuo regno.

IARBA

 

Difenditi, se puoi.

ENEA

 

Non temo indegno.

 

I Compagni d'Enea in aiuto di lui scendono dalle navi ed attaccano i Mori.

Enea e Iarba combattendo entrano.

Segue zuffa fra i Troiani e i Mori. I Mori fuggono e gli altri li seguono.

Escono di nuovo combattendo Enea e Iarba.

 

ENEA

 

Già cadesti e sei vinto. O tu mi cedi
o trafiggo quel core.

IARBA

 

Invan lo chiedi.

ENEA

 

Se al vincitor sdegnato
non domandi pietà...

IARBA

 

Segui il tuo fato.

ENEA

 

Sì, mori... Ma che fo? Vivi, non voglio
nel tuo sangue infedele
quest'acciaro macchiar.

(lascia Iarba il quale sorge)

IARBA

 

Sorte crudele!

 
 

ENEA

 

Vivi superbo e regna.

Regna per gloria mia,
vivi per tuo rossor.

E la tua pena sia

il rammentar che in dono
ti diè la vita e il trono
pietoso il vincitor.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Terza

Iarba.

 

IARBA

 

Ed io son vinto ed io soffro una vita
che d'un vile stranier due volte è dono!
No. Vendetta vendetta, e se non posso
nel sangue d'un rivale tutto estinguer lo sdegno,
opprimerà la mia caduta un regno.

 
 

IARBA

 

Su la pendice alpina

dura la quercia antica
e la stagion nemica
per lei fatal non è:

ma quando poi ruina

di mille etadi a fronte,
gran parte fa del monte
precipitar con sé.

(parte)

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Quarta

Arborata tra la città e il porto.
Araspe ed Osmida.

 

OSMIDA

 

Già di Iarba in difesa
lo stuol de' Mori a queste mura è giunto.

ARASPE

 

Mè noto.

OSMIDA

 

Ad ogni impresa

al vostro avrete il mio valor congiunto.

ARASPE

 

Troppa follia sarebbe
fidarsi di te.

OSMIDA

 

Per qual cagione?

ARASPE

 

Un core

non può serbar mai fede
se una volta a tradir perdé l'orrore.

OSMIDA

 

A ragione infedele
con Didone son io. Così punisco
l'ingiustizia di lei che mai non diede
un premio alla mia fede

ARASPE

 

è arbitrio di chi regna,
non è debito il premio. E quando ancora
fosse dovuto a cento imprese e cento
non v'è torto che scusi un tradimento.

OSMIDA

 

Chi nudrisce di questa
rigorosa virtude i suoi pensieri
la sua sorte ingrandir giammai non speri.

ARASPE

 

Se produce rimorso
anche un regno è sventura. A te dovrebbe
la gloria esser gradita
di vassallo fedel, più che la vita.

OSMIDA

 

Questi dogmi severi
serba Araspe per te. prendersi tanta
cura dell'opre altrui non è parmesso.
Non fa poco chi sol pensa a se stesso.

 
 

atto
Terzo

scena
Quinta

Selene e detti.

 

SELENE

 

Partì da' nostri lidi
Enea? Che fa? Dov'è?

OSMIDA

 

No 'l so.

ARASPE

 

No 'l vidi.

SELENE

 

Oh dio! Che più ci resta
se lontano da noi la sorte il guida?

ARASPE

 

È teco Araspe.

OSMIDA

 

E ti difende Osmida.

SELENE

 

Pria che manchi ogni spene
vado in traccia di lui.

(in atto di partire)

OSMIDA

 

Ferma Selene.

Se non gli sei ritegno
più pace avranno e la regina e il regno.

SELENE

 

Intendo i detti tuoi.
So perché lungi il vuoi.

ARASPE
(a Selene)

 

Con troppo affanno

di arrestarlo tu brami.
Perdona l'ardir mio, temo che l'ami.

SELENE

 

Se a te della germana
fosse noto il dolore
la mia pietà non chiameresti amore .

OSMIDA
(a Selene)

 

Tanta pietà per altri a te che giova?
Ad un cor generoso
qualche volta è viltà l'esser pietoso.

SELENE

 

Sensi d'alma crudel!

 
 

atto
Terzo

scena
Sesta

Iarba frettoloso, con Guardie, e detto.

 

IARBA

 

Non son contento

se non trafiggo Enea.

SELENE

 

(Numi, che sento!)

ARASPE

 

Mio re qual nuovo affanno
t'ha così di furor l'anima accesa?

IARBA

 

Pria saprai la vendetta e poi l'offesa.

SELENE

 

(Che mai sarà?)

OSMIDA
(piano a Iarba)

 

Signore:

le tue schiere son pronte: è tempo al fine
che vendichi i tuoi torti.

IARBA

 

Araspe, andiamo.

ARASPE

 

Io seguo i passi tuoi.

OSMIDA

 

Deh pensa allora

che vendicato sei,
che la mia fedeltà premiar tu déi.

IARBA

 

È giusto: anzi preceda
la tua mercede alla vendetta mia.

OSMIDA

 

Generoso monarca...

IARBA

 

Olà costui

si disarmi e poi s'uccida.

(alcune delle guardie di Iarba disarmano Osmida)

OSMIDA

 

Come! Questo ad Osmida?
Qual ingiusto furore...

IARBA

 

Quest'è il premio dovuto a un traditore.

(parte)

 

OSMIDA
(ad Araspe)

 

Parla amico per me, fa' ch'io non resti
così vilmente oppresso.

ARASPE

 

Non fa poco chi sol pensa a sé stesso.

(parte)

 

OSMIDA

 

Pietà pietà Selene, ah non lasciarmi
in sì misero stato e vergognoso.

SELENE

 

Qualche volta è viltà l'esser pietoso.

(partendo s'incontra in Enea)

 
 

atto
Terzo

scena
Settima

Enea con Séguito e detti.

 

ENEA

 

Principessa ove corri?

SELENE

 

A te ne vengo.

ENEA

 

Vuoi forse... O ciel, che miro!

(vedendo Osmida tra' mori)

OSMIDA

 

Invitto eroe.

Vedi, all'ira di Iarba...

ENEA

 

Intendo. Amici

in soccorso di lui l'armi volgete.

Alcuni Troiani vanno incontro a' Mori, i quali lasciando Osmida fuggono difendendosi.

 

SELENE

 

Signor togli un indegno
a suo giusto castigo.

ENEA

 

Lo punisca il rimorso.

OSMIDA

 

(s'inginocchia)

Ah lascia, Enea,

che grato a sì gran don...

ENEA

 

Sorgi, e parti.

Non odo i detti tuoi.

OSMIDA

 

Ed a virtù sì rara...

ENEA

 

Se grato esser mi vuoi,
ad esser fido un'altra volta impara.

 
 

OSMIDA

 

Quando l'onda che nasce dal monte

al suo fonte ritorni dal prato
sarò ingrato a sì bella pietà.

Fia del giorno la notte più chiara,

se a scordarsi quest'anima impara
di quel braccio che vita mi dà.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Ottava

Enea e Selene.

 

ENEA

 

Addio Selene.

SELENE

 

Ascolta.

ENEA

 

Se brami un'altra volta
rammentarmi l'amor t'adopri in vano.

SELENE

 

Ma che farà Didone?

ENEA

 

Al partir mio

manca ogni suo periglio.
La mia presenza i suoi nemici irrìta.
Iarba al trono l'invita.
Stenda a Iarba la destra, e si consoli.

(in atto di partire)

SELENE

 

Senti, se a noi t'involi
non sol Didone, ancor Selene uccidi.

ENEA

 

Come!

SELENE

 

Dal dì ch'io vidi il tuo sembiante

tacqui misera amante
l'amor mio, la mia fede,
ma vicina a morir chiedo mercede.

ENEA

 

Selene, del tuo foco
non mi parlar né degli affetti altrui.
Non più amante qual fui, guerriero io sono.
Torno al costume antico,
chi trattien le mie glorie è mio nemico.

 
 

ENEA

 

A trionfar mi chiama

un bel desio d'onore
e già sopra il mio core
comincio a trionfar.

Con generosa brama,

fra i rischi e le ruine
di nuovi allori il crine
io volo a circondar.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Nona

Selene.

 

SELENE

 

Sprezzar la fiamma mia,
togliere alla mia fede ogni speranza,
esser vanto potria di tua costanza.
Ma se poi non consenti
che scopra i suoi tormenti il core amante,
sei barbaro, Enea, con me non sei costante.

 
 

SELENE

 

Nel duol che prova

l'alma smarrita
non trova aita,
speme non ha.

E pur l'affanno

che mi tormenta
anch'a un tiranno
faria pietà.

(parte)

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Decima

Reggia con veduta della città di Cartagine in prospetto, che poi s'incendia.
Didone e poi Osmida.

 
 

DIDONE

 

Va crescendo il mio tormento,

io lo sento e non l'intendo:
giusti dèi, che mai sarà?

 

OSMIDA

 

Deh regina, pietà!

DIDONE

 

Che rechi, amico?

OSMIDA

 

Ah no, così bel nome
non merta un traditore
d'Enea, di te nemico e del tuo amore.

DIDONE

 

Come!

OSMIDA

 

Con la speranza

di posseder Cartago,
Iarba mi fece suo; poi colla morte
i tradimenti miei punir volea,
ma dono è il viver mio del grand'Enea.

DIDONE

 

Reo di tanto delitto hai fronte ancora
di presentarti a me?

OSMIDA

 

(s'inginocchia)

Sì mia regina.

Tu vedi un infelice
che non spera il perdono e no 'l desia,
chiedo a te per pietà la pena mia.

DIDONE

 

Sorgi. Quante sventure!
Misera me, sotto qual astro io nacqui!
Manca ne' miei più fidi...

 
 

atto
Terzo

scena
Undicesima

Selene e detti.

 

SELENE

 

Oh dio germana!

Alfine Enea...

DIDONE

 

Partì?

SELENE

 

No, ma fra poco

le vele scioglierà da' nostri lidi.
Or ora io stessa il vidi
verso i legni fugaci
sollecito condurre i suoi seguaci.

DIDONE

 

Che infedeltà! Che sconoscenza! Oh dèi!
Un esule infelice...
un mendìco stranier... Ditemi voi
se più barbaro cor vedeste mai?
E tu cruda Selene
partir lo vedi ed arrestar no 'l sai?

SELENE

 

Fu vana ogni mia cura.

DIDONE

 

Vanne Osmida e procura
che resti Enea per un momento solo,
m'ascolti e parta.

OSMIDA

 

Ad ubbidirti io volo.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Dodicesima

Didone e Selene.

 

SELENE

 

Ah non fidarti. Osmida
tu non conosci ancor.

DIDONE

 

Lo so pur troppo.

A questo eccesso è giunta
la mia sorte tiranna:
deggio chiedere aita a chi m'inganna.

SELENE

 

Non hai fuor che in te stessa altra speranza.
Vanne a lui, prega e piangi;
chi sa, forse potrai vincer quel core.

DIDONE

 

Alle preghiere, ai pianti
Dido scender dovrà! Dido che seppe
dalle sidonie rive
correr dell'onde a cimentar lo sdegno,
altro clima cercando ed altro regno!
Son io, son quella ancora,
che di nuove cittadi Africa ornai,
che il mio fasto serbai
fra l'insidie, fra l'armi e fra i perigli,
ed a tanta viltà tu mi consigli?

SELENE

 

O scordati il tuo grado,
o abbandona ogni speme;
amore e maestà non vanno insieme.

 
 

atto
Terzo

scena
Tredicesima

Si incominciano a veder fiamme in lontananza su gli edifizi di Cartagine.
Araspe e dette.

 

DIDONE

 

Araspe in queste soglie!

ARASPE

 

A te ne vengo

pietoso del tuo rischio. Il re sdegnato
di Cartagine i tetti arde e ruina.
Vedi, vedi o regina,
le fiamme, che lontane agita il vento.
Se tardi un sol momento
a placare il suo sdegno
un sol giorno ti toglie e vita e regno.

DIDONE

 

Restano più disastri
per rendermi infelice!

SELENE

 

Infausto giorno!

 
 

atto
Terzo

scena
Quattordicesima

Osmida e detti.

 

DIDONE

 

Osmida.

OSMIDA

 

Arde d'intorno...

DIDONE

 

Lo so. D'Enea ti chiedo.
Che ottenesti da Enea?

OSMIDA

 

Partì l'ingrato.

Già lontano è dal porto; io giunsi appena
a ravvisar le fuggitive antenne.

DIDONE

 

Ah stolta! io stessa, io sono
complice di sua fuga. Al primo istante
arrestar lo dovea. Ritorna, Osmida,
corri, vola sul lido, aduna insieme
armi, navi, guerrieri.
Raggiungi l'infedele,
lacera i lini suoi, sommergi i legni,
portami fra catene
quel traditore avvinto.
E se vivo non puoi, portalo estinto.

OSMIDA

 

Tu pensi a vendicarti e cresce intanto
la sollecita fiamma.

DIDONE

 

È ver, corriamo.

Io voglio... Ah no... Restate...
Ma la vostra dimora...
Io mi confondo... E non partisti ancora?

OSMIDA

 

Eseguisco i tuoi cenni.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Quindicesima

Didone, Selene e Araspe.

 

ARASPE

 

Al tuo periglio

pensa o Didone.

SELENE

 

E pensa

a ripararne il danno.

DIDONE

 

Non fo poco s'io vivo in tanto affanno.
Va' tu cara Selene,
provvedi, ordina, assisti in vece mia.
Non lasciarmi, se m'ami, in abbandono.

SELENE

 

Ah che di te più sconsolata io sono!

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Sedicesima

Didone e Araspe.

 

ARASPE

 

E tu qui resti ancor? Né ti spaventa
l'incendio che s'avanza?

DIDONE

 

Ho persa ogni speranza,
non conosco timor. Ne' petti umani
il timore e la speme
nascono in compagnia, muoiono insieme.

ARASPE

 

Il tuo scampo desio. Vederti esposta
a tal rischio mi spiace.

DIDONE

 

Araspe per pietà lasciami in pace.

 
 

ARASPE

 

Già si desta la tempesta,

hai nemici i venti e l'onde,
io ti chiamo su le sponde
e tu resti in mezzo al mar.

Ma se vinta alfin tu sei

dal furor de le procelle,
non lagnarti de le stelle,
degli dèi non ti lagnar.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Diciassettesima

Didone, poi Osmida.

 

DIDONE

 

I miei casi infelici
favolose memorie un dì saranno
e forse diverranno
soggetti miserabili e dolenti
alle tragiche scene i miei tormenti.

 

OSMIDA

 

È perduta ogni speme.

DIDONE

 

Così presto ritorni?

OSMIDA

 

In vano oh dio,

tentai passar dal tuo soggiorno al lido.
Tutta del Moro infido
il minaccioso stuol Cartago inonda.
Fra le strida e i tumulti
agl'insulti degli empii
son le vergini esposte, aperti i templi.
Né più desta pietade
o l'immatura o la cadente etade.

DIDONE

 

Dunque alla mia ruina
più riparo non v'è?

 

Si comincia a vedere il fuoco nella reggia.

 
 

atto
Terzo

scena
Diciottesima

Selene e detti.

 

SELENE

 

Fuggi, o regina.

Son vinti i tuoi custodi;
non ci resta difesa.
Dalla cittade accesa
passan le fiamme alla tua reggia in seno,
e di fumo e faville è il ciel ripieno.

DIDONE

 

Andiam, si cerchi altrove
per noi qualche soccorso.

OSMIDA

 

E come?

SELENE

 

E dove?

DIDONE

 

Venite anime imbelli,
se vi manca valore
imparate da me come si muore.

 
 

atto
Terzo

scena
Diciannovesima

Iarba con Guardie e detti.

 

IARBA

 

Fermati.

DIDONE

 

(Oh dèi!)

IARBA

 

Dove così smarrita?

Forse al fedel troiano
corri a stringer la mano?
Va' pure, affretta il piede,
ché al talamo reale ardon le tede.

DIDONE

 

Lo so, questo è il momento
delle vendette tue. Sfoga il tuo sdegno,
or ch'ogn'altro sostegno il ciel mi fura.

IARBA

 

Già ti difende Enea, tu sei sicura.

DIDONE

 

Alfin sarai contento.
Mi volesti infelice, eccomi sola,
tradita, abbandonata,
senz'Enea, senz'amici e senza regno.
Timida mi volesti. Ecco Didone,
già sì fastosa e fiera, a Iarba accanto
alfin discesa alla viltà del pianto.
Vuoi di più? Via crudel passami il core,
è rimedio la morte al mio dolore.

IARBA

 

(Cedon i sdegni miei.)

SELENE

 

(Giusti numi pietà.)

OSMIDA

 

(Soccorso o dèi.)

IARBA

 

E pur Didone, e pure
sì barbaro non son qual tu mi credi.
Del tuo pianto ho pietà; meco ne vieni.
L'offese io ti perdono,
e mia sposa ti guido al letto e al trono.

DIDONE

 

Io sposa d'un tiranno,
d'un empio, d'un crudel, d'un traditore,
che non sa che sia fede,
non conosce dover, non cura onore!
S'io fossi così vile,
saria giusto il mio pianto;
no, la disgrazia mia non giunse a tanto.

IARBA

 

In sì misero stato insulti ancora?
Olà, miei fidi andate,
s'accrescano le fiamme. In un momento
si distrugga Cartago e non vi resti
orma d'abitator che la calpesti.

(partono due comparse)

SELENE

 

Pietà del nostro affanno!

IARBA

 

Or potrai con ragion dirmi tiranno.

 
 

IARBA

 

Cadrà fra poco in cenere

il tuo nascente impero
e ignota al passeggero
Cartagine sarà.

Se a te del mio perdono

meno è la morte acerba,
non meriti superba
soccorso né pietà.

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Ventesima

Didone, Selene e Osmida.

 

OSMIDA

 

Cedi a Iarba o Didone.

SELENE

 

Conserva colla tua la nostra vita.

DIDONE

 

Solo per vendicarmi
del traditore Enea,
ch'è la prima cagion de' mali miei,
l'aure vitali io respirar vorrei.
Ah faccia il vento almeno,
facciano almen gli dèi le mie vendette.
E folgori e saette
e turbini e tempeste
rendano l'aure e l'onde a lui funeste.
Vada ramingo e solo e la sua sorte
così barbara sia
che si riduca ad invidiar la mia.

SELENE

 

Deh modera il tuo sdegno, anch'io l'adoro
e soffro il mio tormento.

DIDONE

 

Adori Enea?

SELENE

 

Sì, ma per tua cagion...

DIDONE

 

Ah disleale,

tu rivale al mio amor?

SELENE

 

Se fui rivale

ragion non hai...

DIDONE

 

Dagli occhi miei t'invola,

non accrescer più pene
ad un cor disperato.

SELENE

 

(Misera donna ove la guida il fato!)

(parte)

 
 

atto
Terzo

scena
Ventunesima

Didone e Osmida.

 

OSMIDA

 

Crescon le fiamme e tu fuggir non curi?

DIDONE

 

Mancano più nemici! Enea mi lascia,
trovo Selene infida,
Iarba m'insulta e mi tradisce Osmida.
Ma che feci empi numi? Io non macchiai
di vittime profane i vostri altari.
Né mai di fiamma impura
feci l'are fumar per vostro scherno.
Dunque perché congiura
tutto il ciel contro me, tutto l'inferno?

OSMIDA

 

Ah pensa a te, non irritar gli dèi.

DIDONE

 

Che dèi? Son nomi vani,
son chimere sognate, o ingiusti sono.

OSMIDA

 

(Gelo a tanta empietade! E l'abbandono.)

(parte)

 

Cadono alcune fabbriche, e si vedono crescere le fiamme nella reggia.

 
 

atto
Terzo

scena
Ventiduesima

Didone sola.

 

DIDONE

 

Ah che dissi infelice! A qual eccesso

mi trasse il mio furore.

Oh dio cresce l'orrore! Ovunque io miro

mi vien la morte e lo spavento in faccia:
trema la reggia e di cader minaccia.

Selene, Osmida, ah tutti,

tutti cedeste alla mia sorte infida,
non v'è chi mi soccorra o chi m'uccida.

 
 

DIDONE

 

Vado... Ma dove?... Oh dio!

Resto... Ma poi, che fo!
Dunque morir dovrò
senza trovar pietà?

 

DIDONE

 

E v'è tanta viltà nel petto mio?
No no. Si mora. E l'infedele Enea

abbia nel mio destino
un augurio funesto al suo cammino.

Precipiti Cartago,

arda la reggia e sia
il cenere di lei la tomba mia.

 
 

atto
Terzo

Varianti principali dell'atto IIIº

Secondo l'edizione di Parigi del 1780.

 

Finale della scena seconda.

Enea e Iarba.

 

[...]

ENEA

 

Se al vincitor sdegnato
non domandi pietà...

IARBA

 

Segui il tuo fato.

ENEA

 

Sì, mori... Ma che fo? No, vivi. In vano
tenti il mio cor con quell'insano orgoglio.
No; la vittoria mia macchiar non voglio.

(parte)

 

IARBA

 

Son vinto sì, ma non oppresso. Almeno
oggetto all'ire tue, sorte incostante,
Iarba sol non sarà.

 
 

IARBA

 

La caduta d'un regnante

tutto un regno opprimerà.

(parte)

 
 
 
 
 

Aria di Selene nella scena nona.

 
 

SELENE

 

Io d'amore, oh dio! mi moro,

e mi niega il mio tiranno
anche il misero ristoro
di lagnarmi e poi morir.

Che costava a quel crudele

l'ascoltar le mie querele,
e donare a tanto affanno
qualche tenero sospir!

(parte)

 
 
 
 
 

Didascalia finale della scena ventiduesima.

 

Dicendo l'ultime parole corre Didone a precipitarsi disperata e furiosa nelle ardenti ruine della reggia: e si perde fra i globi di fiamme, di faville e di fumo, che si sollevano alla sua caduta.

Nel tempo medesimo su l'ultimo orizzonte comincia a gonfiarsi il mare e ad avanzarsi lentamente verso la reggia, tutto adombrato al di sopra da dense nuvole e secondato dal tumulto di strepitosa sinfonia. Nell'avvicinarsi all'incendio, a proporzione della maggior resistenza del fuoco, va crescendo la violenza delle acque. Il furioso alternar dell'onde, il frangersi ed il biancheggiar di quelle nell'incontro delle opposte ruine, lo spesso fragor de' tuoni, l'interrotto lume de' lampi, e quel continuo muggito marino, che suole accompagnar le tempeste, rappresentano l'ostinato contrasto dei due nemici elementi.

 
 
 
 
 

Licenza

 

Trionfando finalmente per tutto sul fuoco estinto le acque vincitrici, si rasserena improvvisamente il cielo, si dileguano le nubi, si cangia l'orrida in lieta sinfonia; e dal seno dell'onde già placate e tranquille sorge la ricca e luminosa reggia di Nettuno. Nel mezzo di quella assiso nella sua lucida conca, tirata da mostri marini e circondata da festive schiere di Nereidi, di Sirene e di Tritoni, comparisce il Nume, che appoggiato al gran tridente parla nel seguente tenore:

 

NETTUNO

 

Se alla discordia antica
ritornar gli elementi, astri benigni
del ciel d'Iberia, in questo dì vedete,
non vi rechi stupor. Di merto eguali,
bella gara d'onor ci fa rivali.
Se l'emulo Vulcano
qui degl'incendi suoi
fa spettacolo a voi, per qual cagione
dovrà sì nobil peso
a me nume dell'acque esser conteso?
Perché ceder dovrei? S'ei tuona in campo
talor da' cavi bronzi,
dell'ira vostra esecutor fedele;
della vostra giustizia
fedele ognora esecutore anch'io
porto a' mondi remoti
le vostre leggi; e ne riporto i voti.
Onde a ragion pretesi
parte alla gloria; onde a ragion costrinsi
nell'illustre contesa
a fremer le procelle in mia difesa.

 
 

NETTUNO

 

Tacete, o mie procelle,

di questo soglio al piè,
or che il rivale a me
cedé la palma.

E dell'ibere stelle

al fausto balenar
tutti i regni del mar
tornino in calma.

 
 
 

Fine ATTO III

 

 

ATTO I 

ATTO II 

ATTO III 

 
 

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Data creazione pagina: 7 Agosto 2008

Ultima variazione testo: 7 Agosto 2008

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