atto
Terzo

scena
Prima

Apparato di mensa imperiale tra le delizie del giardino regio.
Domizio, Antiochiano.
Ireno a parte con i Paggi, che va preparando la regia mensa.

 

DOMIZIO

 

Sciolto pur da catene
respiro i vostri fiati aure serene!
Sorte avversa
più non versa
nel mio seno doglia amara:
o dolce libertà quanto sei cara!

ANTIOCHIANO

 

Chi gl'astri in cielo regge
gl'innocenti protegge
un cor fatto bersaglio
a colpi di fortuna
a tollerar le sue percosse impara...

DOMIZIO

 

O dolce libertà quanto sei cara!

IRENO

 

Paggi affrettate;
la regia mensa
su preparate.

ANTIOCHIANO

 

Voi di Flavia alle stanze
servite di scorta.

 

DOMIZIO

 

Palpitante il cor mio
alla figlia si porta:
temo.

ANTIOCHIANO

 

Di che?

DOMIZIO

 

Non so:

un tiranno lascivo, ah, molto può!

 
 

atto
Terzo

scena
Seconda

Antiochiano, Ireno.

 

ANTIOCHIANO

 

Ireno, e quando mai
fuor di corte n'andrai?

IRENO

 

Signor prima concedi,
ch'io qui serva al convito,
che se parto digiuno io son spedito.

ANTIOCHIANO

 

Ecco Flora.

IRENO

 

Ahimè! Taccio.

Muto mi fingerò.

ANTIOCHIANO

 

Sappi ingannarla.

IRENO

 

Ogn'arte adoprerò.

 
 

atto
Terzo

scena
Terza

Flora, Antiochiano, Ireno, che si finge muto appresso Flora.

 

FLORA

 

Amico, hai tu eseguito
l'ordine mio?

ANTIOCHIANO

 

Sì: mira;

ecco il servo fellon, che senza lingua
l'aure di questo cielo anco respira.
Ma dimmi, in che t'offese?

FLORA

 

Il perfido lo sa.

(Ireno esprime a cenni, che non sa cosa alcuna)

FLORA
(a Ireno)

 

Or a cesare vanne,
ed a danni di Flora
dispiegagli il candor d'altra beltà.

(Ireno esprime a cenni di sì, che lo farà)

FLORA

 

E come spiegherai
l'ambasciate d'amor? A bocca?

(Ireno esprime a cenni di no)

FLORA

 

In carta forse?

(Ireno esprime a cenni di sì)

FLORA

 

Io troncarti la destra anco farò.

IRENO

 

(s'esprime a cenni, che fuggirà di corte, e nel partire s'accosta all'orecchie d'Antiochiano dicendogli sottovoce)

Che dici? Finsi bene?

ANTIOCHIANO

 

Taci: va';

pari non hai nella sagacità.

(partono)

 
 

FLORA

 

Un core, ch'è offeso

ricerca vendetta;
gradisce,
e sortisce,
s'il tempo s'aspetta:

un core, ch'è offeso

ricerca vendetta.

 
 

atto
Terzo

scena
Quarta

Tiberio, Flora.

 

TIBERIO

 

Flora.

FLORA

 

Tiberio.

TIBERIO

 

Ah cara!

FLORA

 

Tu piangi?

TIBERIO

 

Sì.

FLORA

 

Perché?

TIBERIO

 

Ti perdo nel trovarti:
io devo. Oh dio!

FLORA

 

Che devi?

TIBERIO

 

Per comando d'Augusto
farti esporre alle fiere.

FLORA

 

E tu sarai

ministro di mia morte? Ah crudo! ah iniquo!
Più barbaro, più fiero
di chi t'impose un sì spietato impero:
tu darmi morte? E questi
sono affetti d'amante?
Suvvia: che fai? Che tardi?
Placa perfido, placa
Eliogabalo irato
con la vittima esangue
d'un amante innocente;
fa' ch'alle mense sue beva il mio sangue.

TIBERIO

 

Ch'io t'uccida mia vita? E con qual'armi?
S'amor negl'occhi tuoi
tutte riposte l'ha per impiagarmi.

FLORA

 

Odi Tiberio, ascolta:
so, che del sangue mio Flavia ha gran sete:
or vedrò, se tu m'ami,
se posseder mi brami.

TIBERIO

 

Che far poss'io? Comanda.

FLORA

 

Trova modo ond'io possa
contro lei vendicarmi:
teco poi fuor di Roma
fuggir prometto.

TIBERIO

 

Non temer: vedrai

alle prove, s'io t'amo,
se posseder ti bramo:
ma qui cesare viene: agl'occhi suoi
involiamci cor mio.

FLORA

 

Di toschi amari

Megera infetti i cibi suoi più cari.

 
 

atto
Terzo

scena
Quinta

Eliogabalo, Flavia, Nisbe, Ersillo, Ireno.

 
 

ELIOGABALO

 

Chi scherza con amor, scherza col foco;

un Vesuvio è la bellezza
sempre avezza
a vibrar in seno ardori;
dolce fiamma, che ne' cori
va crescendo a poco a poco:

chi scherza con amor, scherza col foco.

 

ERSILLO

 

Sire, Flavia qui viene,
obbediente a cenni tuoi.

ELIOGABALO

 

Che aspetto!

Che pupille serene!

NISBE

 

Di che paventi? Va':
io in custodia sarò di tua onestà.

FLAVIA

 

Il core nel petto battendo mi sta:
cieli, amore
di me, che sarà?

ELIOGABALO

 

Flavia, pria, che nasconda
d'Anfitrite nel sen Febo i suoi rai,
cadrà la tua nimica
in un perpetuo occaso: intanto o bella
la mia mensa onorar non sdegnerai.

FLAVIA

 

Io con augusto a pranzo? Alto monarca
tanto merto non ho.

ELIOGABALO

 

L'hai quando io così vuò.

NISBE

 

Obbedisci: che temi? Io qui starò.

ELIOGABALO

 

La tua beltà divina
aver dovrai gl'adoratori a' piedi;
vieni o bella.

(la prende per la mano, e la guida ad una sede della regia mensa)

Qui siedi.

NISBE
(a parte)

 

(Flavia, la tua costanza
un dì sì cangerà!
So ben io, che non sarà
il pensiero tuo durabile:
ogni donna è alfin mutabile.)

ERSILLO

 

Ireno è già disposto.
Quanto cesare impose?

IRENO

 

Il tutto è in pronto.

Per allungar il pranzo
con la tua Flavia accanto
l'innamorato augusto
strana danza ordinò: so, ch'io non fallo.

ERSILLO

 

Diasi principio al ballo.

 

Qui segue per trattenimento del regio pranzo graziosa burla tra Giardinieri, e Buffoni di corte in forma di ballo, qual terminato, si move Ersillo il paggio con aurea coppa per recar da bere all'Imperatore: in questo esce Tiberio, ed arresta il Paggio dicendo

 
 

atto
Terzo

scena
Sesta

Tiberio, Eliogabalo, Flavia, Nisbe, Ersillo, Ireno.

 

TIBERIO

 

(al paggio)

Ferma!

(a Eliogabalo)

Cesare ascolta.

Pria di dar morte a Flora,
del sovrano motor bontà infinita
qui m'ha tratto a serbarti ora la vita.

(ciò detto getta dall'aurea coppa il bicchiere del vino a terra, e parte veloce. Ersillo lo segue)

 

ELIOGABALO

 

(sorto in piedi e abbandonata la mensa)

La vita a me! Che ascolto!
Qual congiura di morte
a' danni miei s'ordisce?
Sia Tiberio seguito;
venga Ersillo arrestato;
si conducano a me: su, che si tarda?
Parti Ireno veloce.

IRENO

 

In un momento

sciolgo rapido il corso al par del vento.

 

ELIOGABALO

 

Flavia addio: furia son; scusa, s'io parto
dalle celesti tue beltà gradite,
che le furie col ciel non stanno unite.

 
 

atto
Terzo

scena
Settima

Flavia, Nisbe.

 

FLAVIA

 

Vattene iniquo: il cielo
stanco di tollerarti
possa un dì fulminarti.

NISBE

 

Perch'estinto lo brami?
S'ei cade, seco ancora
la speme caderà di tue grandezze,
sai pur, che di Cupido
Alessandro è nemico! Egli non t'ama
e cesare t'adora.

FLAVIA

 

D'Alessandro il rigor più m'innamora.

 
 

NISBE

 

É vana sciocchezza

amar disprezzata;
chi ha grazia, e bellezza
dev'esser pregata.

É vana sciocchezza

amar disprezzata.

 

FLAVIA

 

Ecco il vago tiran, ch'il cor mi punge.

NISBE

 

A perturbar i miei disegni ei giunge.

(si ritirano in disparte)

 
 

atto
Terzo

scena
Ottava

Alessandro con baston di generale eletto da Eliogabalo contro de' Parti.
Flavia, Nisbe.

 
 

ALESSANDRO

 

Già la tromba in campo suona,

brilla il core al suo fragor;
all'invito di Bellona
seguo Marte, e fuggo Amor.

 

NISBE

 

Che dici? E l'amerai?

FLAVIA

 

L'idolo mio

ei sarà sempre.

NISBE

 

O pazzerella! Addio.

(parte)

 

ALESSANDRO

 

(veduta Flavia)

Che rimiri Alessandro! Ah tu inciampasti
nell'insidie d'amor! Parti: ma piano!
Sarebbe atto inumano
l'abbandonar chi vive afflitta: o cieli!
M'accosto al foco, e par ch'il cor si geli.
Flavia, che ti conturba?

FLAVIA

 

Il perfido tenor delle mie stelle.

ALESSANDRO

 

(Oh che sembianze belle!)

FLAVIA

 

Ah tra falangi armate
parti forse Alessandro?
Senza la tua difesa
in poter d'un tiranno
rimaner qui dovrò?
E partirai?

ALESSANDRO

 

Non so.

FLAVIA

 

Deh non mi lasciar, no, no.

ALESSANDRO

 

Dell'aquile romane
contro de' parti audaci
da augusto io fui supremo duce eletto.

FLAVIA

 

E partirai?

ALESSANDRO

 

Non so: brama d'onore

m'è stimolo alle piante.

FLAVIA

 

E se qui resti,

chi ti trattiene?

ALESSANDRO

 

Amore.

(Ahimè che dissi!)

FLORA

 

Oh caro!

(Mi corrisponde, e m'è di grazie avaro.)
Ami dunque?

ALESSANDRO

 

No 'l niego;

e dall'amar, imparo
la sofferenza.

FLAVIA

 

(O caro!)

ALESSANDRO

 

Misero, che vaneggio?
Dov'è 'l cor d'Alessandro? A un cieco, infante
vorrò ceder le palme?

FLAVIA

 

Ei certo è amante.

ALESSANDRO

 

Amo o Flavia.

FLAVIA

 

Sì, sì: mio cor vittoria.

ALESSANDRO

 

Ma beltà non m'accende; amo la gloria.

(parte)

 
 

FLAVIA

 

O mia speme tradita!

O costanza schernita!
Cieco amore
beva il core
d'Alessandro il tuo velen,
la tua face gl'arda in sen;
perché stia sempre con me,
con le catene tue legagli il piè.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Nona

Cortile regio, ch'introduce al serraglio delle fiere.
Eliogabalo, Ireno, Ersillo incatenato.

 

ELIOGABALO

 

Il delitto discopri,
i complici palesa.

IRENO

 

La coscienza fellon non ti rimorde?

ELIOGABALO

 

Che più tardi? Confessa;
o cibo là sarai di fere ingorde.

ERSILLO

 

Signor, di tigre ircana
mi laceri, mi sbrani
l'arrabbiato dente,
morirò, ma innocente.

 
 

atto
Terzo

scena
Decima

Tiberio, Eliogabalo, Ersillo, Ireno.

 

TIBERIO

 

Signor, questo infelice
nel delitto esecrando
parte alcuna non ha.

ELIOGABALO

 

Ma quale è 'l reo?
Palesarlo conviene.

TIBERIO

 

Diansi quelle catene
a Flavia: ella è la rea, che di veleno
ucciderti tentò.

ELIOGABALO

 

Che ascolto!

TIBERIO

 

Giove,

ch'a proteggerti in terra
la sorte destinò, con il suo mezzo
mi fece penetrar l'insidie occulte:
de' suoi torti in vendetta
l'offesa prigioniera
tenta farsi a tuoi danni. Ah troppo fiera.

ELIOGABALO

 

Tanto crudo è un bel volto!
Può sì tenero seno
in sé nutrir sì barbari rigori?
Così tenta l'ingrata
compensar con la morte
le mie grazie, e gl'amori!
Flora dov'è?

TIBERIO

 

Tra l'ombre;

fu eseguito il tuo impero,
mira colà del suo bel corpo esangue
le lacerte membra
misero avanzo delle crude fere.

(qui gli si mostra per le grate nel serraglio le vesti di Flora intrise nel sangue d'un corpo lacerato, indi parte)

 

IRENO

 

Ah ah, sei pur qui estinta.
Le mie vendette io miro.

ERSILLO

 

Ed io disciolto in libertà respiro.

(parte)

 

ELIOGABALO

 

Cieco sdegno, che oprasti!
Flora! Mia cara! Ah non respiri più.

 
 

ELIOGABALO

 

Ombra amata, ardor mio spento,

deh ti plachi il pentimento
di quest'anima che errò:
piangerò
la tua perdita sì amara;
deh vieni in sogno a consolarmi o cara.

 
 

atto
Terzo

scena
Undicesima

Ireno, Tiberio, Flora in abito di pastorella.

 
 

IRENO

 

Miei spirti godete;

chi estinto mi bramò
lacerata,
divorata
dalle belve qui restò.

 

IRENO

 

Ma qual vaga beltade
con Tiberio qui viene?
Che gentil pastorella!
S'augusto la vedesse
per sé la sceglierebbe: affé, ch'è bella.

(s'asconde non veduto dietro alcuni marmi per osservar chi sia quella che viene)

 

TIBERIO

 

Odi Flora.

IRENO

 

(Che sento!

Flora è costei?)

TIBERIO

 

Sortito

è l'inganno sagace;
morta augusto ti crede, ed in tua vece
fu Gelinda mia schiava
delle tue vesti ornata
dalla fere sbranata;
volgimi deh sereni
di tue pupille i rai!
Vendicata sarai.

Accusai pre gradirti
Flavia benché innocente,
rea di veleno appresso augusto, e irato
minaccia al viver tuo l'ultimo fato.

FLORA

 

T'obbligasti 'l mio core: or t'amerò.

IRENO

 

Queste frodi ad augusto io scoprirò.

(parte correndo)

 

TIBERIO

 

Sovra spalmato pino
i campi di Nettun lungi da Roma
meco tu solcherai volto divino.

 

TIBERIO

 

Potrai col bel crine

tra l'onde moleste
legar le tempeste:
bellezza serena
e agl'Euri catena.

FLORA

 

Saprai mio bel sole

con luci sì belle
placar le procelle:
col vago tuo lume
dar calma alle spume.

TIBERIO

 

Mia cara alla fuga.

FLORA

 

Fuggiamo sì, sì.

FLORA,

 

O per me lieto, e fortunato dì!

TIBERIO

 
 
 

atto
Terzo

scena
Dodicesima

Domizio, Flavia.

 

DOMIZIO

 

Resisti o figlia: intrepida combatti,
su base di costanza
innalza o Flavia al nome tuo trofei.
T'assisteranno i dèi.
Gloria acquista chi pugna,
contro voglie tiranne, e chi non cede
è di fama immortale illustre erede.

FLAVIA

 

Per resister all'assalto
d'inonesto ed empio amante
avrò petto di diamante,
avrò un'anima di smalto,
sarà stabile il mio cor.

DOMIZIO

 

O cari accenti! O mio gradito amor!

(abbraccia la figlia)

 
 

atto
Terzo

scena
Tredicesima

Eliogabalo, Flavia, Domizio.

 

ELIOGABALO

 

Flavia, note mi sono
le tue perfidie.

FLAVIA

 

In che t'offesi?

ELIOGABALO

 

Il cielo,

ch'i cesari protegge
te lo dirà con lingua di saetta:
ma no: contro de' rei dentro il mio regno
tocca a me, e non a Giove il far vendetta.

FLAVIA

 

Io rea? Di che?

ELIOGABALO

 

Non più, nelle mie stanze

conducetela voi.

DOMIZIO

 

Fermate: io voglio

accompagnarla.

ELIOGABALO

 

Frena

temerario col passo anco l'orgoglio:
obbedite.

DOMIZIO

 

(tenendo stretta la figlia)

T'inganni

se con sforzi tiranni
vincerla credi! Cada
con la figlia anco il padre
e trafigga due seni una sol spada.

ELIOGABALO
(irato)

 

Olà: quel forsennato
nella piazza di Marte
tosto sia saettato.

(qui quattro soldati separano a forza Domizio dal seno di Flavia)

DOMIZIO

 

Vado o figlia alla morte.

FLAVIA

 

Padre ti seguirò.

DOMIZIO

 

No, mia cara, no, no:
vivi pur, ma costante
a una fama immortal.

FLAVIA

 

L'anima in petto
ho dell'onor, né vil timor mì'ingombra.

DOMIZIO

 

Vivi, ch'io venirò
qui ad adorar la tua costanza in ombra.

ELIOGABALO
(sdegnoso)

 

Su partitevi dico.

(quattro soldati conducono Domizio alla morte, ed altri quattro Flavia nelle cesaree stanze)

 

(nel partire)

[Insieme]

DOMIZIO

 

Sàziati nel mio sangue empio nimico.

 

FLAVIA

 

Sàziati nel suo sangue empio nimico.

 
 

ELIOGABALO

 

Son risoluto alfine!
Nel giardino d'amor coglierò 'l frutto,
è indecente il pregar a chi può 'l tutto.

 
 

ELIOGABALO

 

Se di rigido sembiante,

vivo amante,
per sanar il cor piagato
goderò benché sprezzato.

Se di ghiaccio è la bellezza,

che mi sprezza,
per stemprar rigor sì fiero
userò latino impero.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Quattordicesima

Quartieri de' soldati pretoriani.
Ireno, Tiberio prigioniero, coro di Littori.

 

IRENO

 

Custoditelo bene.
Raddoppiate i lacci, e le catene.

TIBERIO

 

Mi tradisti empia sorte!

IRENO

 

Conducetelo in corte!

TIBERIO

 

Il contento in amor fugge in brev'ora.

 
 

IRENO

 

Calma mendace

quanto fugace
è 'l tuo sereno!
In un baleno
sparir si vede:
è pazzo affé chi alla fortuna crede.

 
 

atto
Terzo

scena
Quindicesima

Ireno, Flora prigioniera, coro di Littori.

 

FLORA

 

Io tra lacci cattiva!
Temerari fermate:
dove mi conducete?
Dite? Forse in trionfo
al barbaro romano
sitibondo crudel del sangue mio?
Dov'è Tiberio?

(ciò chiede ad Ireno, ma questi accenna non li poter rispondere per non aver lingua)

FLORA

 

Oh dio!

Da chi privo è di lingua
invan risposta attendo?
Che sia con egual pena
castigato ogni error Giove ha prescritto!
Mi punisce oggi il ciel col mio delitto.

(Ireno accenna a' littori che la conducano via)

 

IRENO

 

Or va' perfida, e tenta il danno mio!
M'ho vendicato col silenzio anch'io.

 
 

atto
Terzo

scena
Sedicesima

Alessandro.

 
 

ALESSANDRO

 

Vezzosa beltà

ferirmi non sa,
Cupido schernendo
io vinco fuggendo:
trionfa mio core,
che solo col fuggir si vince Amore.

Un ciglio seren

non strugge mio sen,
d'ardori non sento
vorace tormento:
trionfa mio core,
che solo col fuggir si vince Amore.

 
 

atto
Terzo

scena
Diciassettesima

Domizio, Antiochiano, Alessandro, coro di Soldati pretoriani.

 

DOMIZIO
(dentro i quartieri)

 

Eliogabalo mora,
gridi voce festiva
«Viva Alessandro».

CORO

 

Viva.

 

ANTIOCHIANO

 

Signor deh accorri.

ALESSANDRO

 

E dove?

ANTIOCHIANO

 

Ad acchetar il militar tumulto,
le guardie pretoriane
ribellate ad Augusto
tentano la sua morte,
e tosto alle ritorte
Domizio l'innocente
t'acclamano signore
di Roma imperatore.

ALESSANDRO

 

Viva cesare, e imperi
riverito nel Lazio: io non ambisco
sovra le sue ruine
ergermi il trono, e coronarmi il crine.

 

Domizio esce da' quartieri con spada nuda alla mano seguito da' soldati Pretoriani con l'aquile romane spiegate.

 

DOMIZIO

 

Eliogabalo mora;
spegna l'onda del Tebro
la lascivia di Roma,
d'Alessandro la chioma
cinga serto latino.

(ad Alessandro)

Nuovo cesare sei, ciascun t'adora.
Eliogabalo mora.

ALESSANDRO

 

Eliogabalo viva: io non pretendo
imporporarmi in sì lascivo sangue
il regio manto o insidiargli il regno.

DOMIZIO

 

Del diadema roman tu sol sei degno.

ALESSANDRO

 

Giove, ch'i rei castiga
le sue colpe punisca: a voi non tocca
esser del ciel ministri, ed io non voglio,
che l'innocenza mia
di non pensata reità dal volgo
calunniata sia.

DOMIZIO

 

Viva Alessandro: regni
la sua bontà, cada la tirannia.

 

Qui i Pretoriani portano via di peso Alessandro.

 
 

atto
Terzo

scena
Diciottesima

Antiochiano.

 

ANTIOCHIANO

 

Così fieri tumulti
la mia destra a frenar resta impotente,
plachi tanto furor Giove clemente.

 
 

ANTIOCHIANO

 

O voi, che stringete

cinti d'ostro reale aurato scettro,
osservate, apprendete,
che le grandezze alfin sono di vetro:

la fortuna

sol nel mondo inganni aduna;
spezzarsi suol allor, che più risplende,
e quando ride, inaspettata offende.

 
 
 
 
 
 

atto
Terzo

scena
Diciannovesima

Sala regia, destinata da Eliogabalo per il senato delle donne in Roma.
Eliogabalo in abito di donna, coro di Donne romane.

 

ELIOGABALO

 

O del regno latino
femmine miglior parte,
commilitoni audaci,
vaghe pompe del Tebro, eccoti augusto
d'uomo in donna cangiato,
per compiacervi o belle
vi concedo il senato.

 
 

atto
Terzo

scena
Ventesima

Alessandro, Eliogabalo, coro di Pretoriani di dentro, coro di Dame.

 

ALESSANDRO

 

De' monarchi romani
sono queste l'imprese
o troppo effeminato amante?
Qual cesare imperante
Roma vide cangiar lo scettro in gonna?
Si trasmutan così gl'augusti in donna?

CORO

 

Eliogabalo mora.

ELIOGABALO

 

Che tumulti son questi?

ALESSANDRO

 

Delle ruine tue nunzi funesti.

ELIOGABALO

 

(atterrito)

Le mie guardie rubelle,
mi minacciano morte?
Chi mi difende? Ahi sorte!

 
 

atto
Terzo

scena Ventunesima
ultima

Domizio, Flavia, Antiochiano, Eliogabalo, Alessandro.

 

DOMIZIO

 

Mora il tiranno: cada!

[Insieme]

FLAVIA

 

Frena o padre la spada.

 

ALESSANDRO, ANTIOCHIANO

 

Frena amico la spada.

 
 

FLAVIA

 

Non uccider, oh dio
l'empio violator dell'onor mio:
si sospendano l'armi,
sol con le nozze sue
l'onor, che mi rapì può ritornarmi.

DOMIZIO

 

Dunque o figlia cadesti?

FLAVIA

 

Agl'insulti cedei priva di senso;
non s'offende l'onor senza consenso.

ELIOGABALO

 

Flavia, la tua innocenza
mi fe' palese Ireno;
se già ti strinsi al seno
come amante sdegnoso,
ora come tuo sposo
bella t'abbraccio, e di sovrana augusta.
L'imperial corona
il mio affetto ti dona.

FLAVIA

 

(Stelle a che mi sforzate!
Alessandro ti perdo: ah mi conviene
quella sorte accettar, cui non inclino!)
Eliogabalo cedo al mio destino.

DOMIZIO

 

Sire, d'un padre offeso
scusa l'infamie: a te prostrato io chiedo
perdon dell'error mio.

ELIOGABALO

 

Dono l'offese tue tutte all'oblio.

ANTIOCHIANO

 

Per sedar i furori
delle guardie adirate
ciò non basta mio re, se non dichiari
per cesare Alessandro.

ELIOGABALO

 

A me compagno

nell'impero sarà, come nel trono;
di cesare il bel nome oggi gli dono.

ALESSANDRO

 

Grazie ti rendo Augusto;
vorrei, che crescer dell'empiree stelle
il numero potesse
perch'a felicitarti
maggior coppia d'influssi il cielo avesse.

ELIOGABALO

 

Flora, e Tiberio i prigionieri amanti
sian da Roma proscritti,
questa la pena sia de' lor delitti.

ALESSANDRO

 

Pronuba a' tuoi sponsali
Giunone assista: io parto
di tue guardie a placar le furie ultrici.

ALESSANDRO,

 

Sian le nozze tue liete, e felici.

DOMIZIO,

 

ANTIOCHIANO

 
 

FLAVIA

 

Mio core a battaglia;

amore ti sfida,
ma strale, ch'uccida
Cupido non scaglia:
mio core a battaglia.

ELIOGABALO

 

Son vinto, e guerreggio;

ti cede quest'alma,
e tua sia la palma
s'io teco gareggio:
son vinto, e guerreggio.

ELIOGABALO,

 

Al ferir

al gioir,
occhi vivaci;
sia campo il letto, e dolci strali i baci.

FLAVIA

 
 
 

Fine ATTO III

 

 

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ATTO II 

ATTO III 

 
 

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